Casella di testo: Santuario Diocesano dell’ Eucaristia
 
Monastero del Sacro Cuore - Via Trento 27 - Vigevano  (PV) 
 
Monastero del Sacro Cuore - Via Trento 27 - Vigevano  (PV) 
 
Monastero del Sacro Cuore - Via Trento 27 - Vigevano  (PV)

Casella di testo: Ordine Adoratrici Perpetue del SS. Sacramento

 

 

 

 

 

 

 

 

Contattaci     

 

 

 
 

Eucaristia Luce del Mondo

 

 

 

 

 

 

 

                  

Tempo Ordinario anno B

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

X Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

In quel tempo, Gesù venne con i suoi discepoli in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: “E’ fuori di sé”. Gli scribi, che erano discesi da Gerusalemme, dicevano: “Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demoni per mezzo del principe dei demoni”. Ma egli, chiamatili, diceva loro in parabole: “Come può satana scacciare satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi. Alla stessa maniera, se satana si ribella contro se stesso ed è diviso, non può resistere, ma sta per finire. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se prima non avrà legato l’uomo forte; allora ne saccheggerà la casa. In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna”. Poiché dicevano: “È posseduto da uno spirito immondo”. Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: “Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Mc 3,20-35).

 

La liturgia odierna orienta la nostra attenzione sul conflitto tra il bene ed il male, tra Dio e satana. Il beato Paolo VI affermava che “il male non è soltanto una deficienza, ma un’efficienza di un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore” (Discorso del 15/11/1972), che la Bibbia identifica con una creatura soprannaturale malvagia definita satana (“avversario”) o diavolo (“calunniatore” o “colui che divide”), una sorta di versione negativa dell’angelo (“colui che reca annunci” di bene agli uomini da parte di Dio). L’esistenza del diavolo come spirito malvagio e tentatore, in perenne conflitto d’interessi con Dio, di cui rifiuta e contrasta il progetto di salvezza a favore dell’uomo, non era minimamente in discussione fino all’alba dell’umanesimo, prima e dell’illuminismo, poi, a causa di una diversa concezione antropologica che poneva l’accento ora sull’autonomia dell’essere umano nei confronti di Dio e delle realtà spirituali, ora sul valore assoluto della ragione umana rispetto al predominio della fede. Con le sole proprie forze, l’uomo non è in grado di contrastare i poteri soprannaturali del diavolo che, col mutare dei tempi e dei contesti socio-culturali, assume astutamente volti differenti e sempre accattivanti. In questo nostro tempo super-tecnologico ed apparentemente disincantato e sostanzialmente materialista ed ateo, il diavolo ha messo in atto un piano astuto e perverso, perfettamente in linea con la sua natura malvagia e pervertita; come ebbe a dire Beaudelaire, la più fine astuzia del diavolo sta nel persuadere la gente che lui non esiste, al punto che diversi teologi moderni parlano con imbarazzo di satana e delle potenze del male, quasi temessero di essere considerati oscurantisti di stampo medievale, esecrabili quanto quei membri della Santa Inquisizione che non esitavano a spedire sul rogo, in modo del tutto criminale, gli eretici, le streghe ed i presunti servitori del diavolo. Nelle prime pagine della Bibbia, l’esistenza del diavolo, sotto le mentite spoglie di un povero serpente, è considerata una realtà tangibile, materiale, terribilmente concreta ed indiscutibile, capace di camuffarsi e di assumere le forme e gli aspetti più innocui e persino familiari, al pari di tante altre creature che popolano questo universo, ma sfuggente ed inafferrabile proprio in virtù della sua natura soprannaturale, seppure malvagia. Quando Dio ha creato l’uomo e la donna, li ha posti a custodia delle delizie del giardino di Eden, un modo poetico per esprimere simbolicamente una vita priva di inconvenienti, di rischi e di situazioni drammatiche ai fini della sopravvivenza e di una vita agiata. Nel paradiso terrestre occupano una posizione centrale due alberi, quello della vita e quello della conoscenza del bene e del male (Gen 2,9), che Dio reputa essere di sua esclusiva proprietà, in quanto creatore di ogni realtà materiale e spirituale e supremo legislatore cui, per funzionare a dovere, l’intero universo deve obbedire. I progenitori del genere umano possono nutrirsi dei frutti di tutti gli alberi che si trovano in Eden, ma non possono nemmeno cogliere un solo frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, pena una morte certa e la fine imperitura di una vita comoda ed agiata. Orbene, la vita paradisiaca dei primogenitori viene bruscamente interrotta da una disobbedienza al comando divino a causa dell’invidia del diavolo (o satàn) che, pur essendo una creatura soprannaturale di Dio, ne è diventato il più acerrimo nemico per libera scelta. Costui sottopone ad una prova (tentazione) i progenitori, accostandoli sotto le mentite spoglie di un apparentemente innocuo serpente (la più astuta di tutte le bestie selvatiche). Sappiamo bene com’è andata a finire: sollecitati dalla tentazione, i progenitori scoprono che il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male è buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza. Detto, fatto. Il comando divino è violato, l’idillio si spezza, il paradiso terrestre diventa un miraggio per tutta l’umanità fino alla fine dei tempi. L’uomo conquista la conoscenza del bene e del male, diventando schiavo più del male che operatore di bene, ma s’inventa il gioco dello “scaricabarile” per non assumersi la responsabilità delle sue scelte sbagliate: Adamo incolpa Eva del malfatto e costei incolpa il serpente (cioè, il diavolo) per l’inganno (I lettura). Ormai consapevole della propria fragilità morale e dell’inclinazione strutturale a compiere scelte di male, l’uomo rimpiange la felicità perduta a causa del peccato di ribellione a Dio commesso dai progenitori (se consideri le colpe, Signore, chi potrà sussistere?), ma si affida alla misericordia divina ed attende da Dio la propria redenzione (presso il Signore è la misericordia e grande presso di lui la redenzione), poiché Dio ha tolto all’uomo la felicità per punizione del suo peccato, ma ha anche promesso il suo perdono (presso di te è il perdono e avremo il tuo timore) e la restituzione della perduta felicità in un paradiso ben più desiderabile e grandioso del giardino di Eden (salmo responsoriale). San Paolo è certo che il raggiungimento del paradiso celeste avvenga in virtù della resurrezione di Cristo, anticipazione della resurrezione di quanti credono in Lui. Gli esseri umani redenti affiancheranno il Signore Gesù e si uniranno a lui in gran numero per moltiplicare l’inno di lode alla gloria di Dio. Prima di raggiungere Cristo nella gloria del paradiso celeste, gli uomini devono subire sul proprio corpo l’oltraggio del tempo, della malattia, del degrado fisico (il nostro uomo esteriore si fa disfacendo), ben consapevoli, però, che l’uomo interiore si rinnova di giorno in giorno, in virtù della grazia di Dio, in attesa di raggiungere la dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli (II lettura). Gesù trascorre le sue giornate profondendo impegno a piene mani, al punto da non avere neppure il tempo per mangiare, né Lui né i suoi discepoli. I parenti di Gesù lo vengono a sapere e decidono di andare a prenderlo per portarlo via dal villaggio in cui sta predicando, assillato da una folla sempre più numerosa, poiché sono convinti che gli manchi “qualche rotella nella testa” (è fuori di sé) e che, col suo comportamento, stia gettando discredito sull’intero parentado. Per convincere Gesù a ritornare a Nazareth senza fare tante storie, i suoi parenti si portano dietro sua madre, l’unica che potrebbe farlo ragionare senza troppe difficoltà. I fratelli e le sorelle di Gesù non devono avere una gran considerazione di quel loro “fratello” un po’ strambo, che ha scelto di vivere in modo scandalosamente originale, senza rispetto per le regole imposte dalla “famiglia” oltre che da quelle pretese dalla società ebraica. Ma chi sono questi fratelli e sorelle di Gesù? Diversi esegeti, specie di area protestante, ma anche qualche teologo cattolico, suppongono si tratti di fratelli e sorelle si sangue di Gesù in quanto avuti da Giuseppe da un precedente matrimonio, se non da Maria stessa (in barba al dogma circa la verginità di Maria prima, durante e dopo la nascita di Gesù). È del tutto verosimile che questi fratelli e sorelle di Gesù altro non siano che parenti stretti e collaterali (come i cugini o cugine, zii o zie) per i quali, nella società tribale ebraica, valeva il titolo di fratello e di sorella in virtù del semplice vincolo di sangue, come lascerebbe intendere la stessa Sacra Scrittura in altri contesti: ad esempio, Abramo si rivolge a Lot, figlio di suo fratello (Gen 12,4), definendolo fratello (Gen 13,8); oppure, l’apostolo Giacomo detto il minore (per distinguerlo da Giacomo il maggiore, fratello di Giovanni e figlio di Zebedeo), è noto alla prima comunità cristiana per essere fratello del Signore (Gal 1,19), ma è figlio di Alfeo (o Clèopa) e di Maria di Clèopa, quindi un cugino di Gesù e non suo fratello nel senso che intendiamo noi, oggi. Ad ogni buon conto, i parenti di Gesù si sentono in dovere di richiamarlo all’ordine per salvaguardare i buon nome della “famiglia” o clan che sia e, per dare il giusto peso al loro richiamo, si presentano in buon numero portandosi appresso la madre “carnale” di quel loro fratello “uscito di senno”, arrivando giusto in tempo per ascoltare l’eco della disputa tra Gesù ed alcuni scribi, che erano discesi da Gerusalemme per tastare il polso della situazione. Il commento degli scribi, i pochi in Israele a saper leggere e scrivere e ad interpretare i sacri testi, non è dei più benevoli: “Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demoni per mezzo del principe dei demoni”. La reazione di Gesù a calunnie di tal genere non smentisce il carattere mite e socievole del Maestro, ma neppure si adatta all’idea che tanti cristiani si sono fatta di Lui, specie dopo aver ascoltato il suo invito a porgere l’altra guancia. Tutt’altro che disposto ad una passiva remissività, Gesù s’inventa lì per lì tre brevi parabole (od esempi) per chiarire le idee a quei saccenti e ridicolizzare i loro giudizi trancianti e presuntuosi: Come può satana scacciare satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi. Alla stessa maniera, se satana si ribella contro se stesso ed è diviso, non può resistere, ma sta per finire. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se prima non avrà legato l’uomo forte; allora ne saccheggerà la casa. Se i suoi avversari gli riconoscono il potere di scacciare i demoni, come possono affermare che Egli sia in combutta con il diavolo (come a dire che Lui stesso è un indemoniato)? Qualcosa non torna nel ragionamento capzioso degli scribi. Non è forse il caso che siano proprio gli scribi a rendersi colpevoli di una grave mancanza nei confronti di Gesù? In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna”. Poiché dicevano: “È posseduto da uno spirito immondo”. In qualche modo, Gesù ritiene che gli scribi (ed i loro mandanti, che se ne stanno tranquilli a Gerusalemme a gestire per bene il loro potere religioso, politico ed economico, talvolta in combutta col nemico romano) siano colpevoli di bestemmia contro lo Spirito Santo, perché sono convinti di essere nel giusto e non sanno riconoscere di essere peccatori e meritevoli del perdono di Dio al pari di tutti gli altri esseri umani, il che appare agli occhi di Gesù come una colpa imperdonabile e meritevole di eterna perdizione. L’atmosfera è di quelle pesanti ed i parenti di Gesù, che hanno colto il pathos del momento, pensano bene di intervenire tempestivamente per evitare dei grossi guai al loro “fratello”, che si è così gravemente esposto offendendo la suscettibilità degli scribi, i quali costituiscono un gruppo assai autorevole e stimato nell’alta società ebraica. Immaginando le conseguenze del discorso di Gesù, i suoi parenti si fanno largo tra la folla assiepata attorno a Lui ed ai suoi autorevoli interlocutori e gli fanno pervenire la notizia della loro presenza: Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre”. Gesù potrebbe interrompere quel pericoloso confronto con gli scribi con la scusa che deve andare a salutare i suoi parenti e sua madre, venuti a cercarlo, ma Gesù esibisce una risposta che lascia tutti gli astanti di stucco. Davanti all’impellente necessità di annunciare il “vangelo”, non c’è madre o fratello o sorella che tenga. Prima di ogni vincolo di parentela e prima ancora della propria stessa incolumità fisica viene la necessità di compiere la volontà di Dio. E noi sappiamo, come lo sapeva Gesù, che la volontà di Dio ha per Lui la sagoma spettrale e terrificante di una croce conficcata sulla sommità del Calvario. Solo chi sa accogliere la volontà di Dio come la vera ed unica priorità della propria umana esistenza, può vantarsi di essere madre, fratello e sorella di Gesù. Ed è ciò che ha saputo fare, in modo sublime, Maria Santissima, meritevole del titolo di Madre di Gesù, vero Uomo e vero Dio più in virtù della sua sottomissione al volere di Dio che per l’onore di averlo fisicamente generato e partorito. I teologi che la pensano diversamente, se ne faranno una ragione se non in questa, almeno nell’altra vita.

 

XI Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme ger­moglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura». Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene semi­nato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa (Mc 4, 26-34).

 

In questi tempi stiamo assistendo ad una serie di “scandali”, che coinvolgono la Curia romana e che inducono opinionisti televisivi e della stampa, ma anche non pochi cristiani, ad interrogarsi sulla crisi della Chiesa, identificando questa realtà divina, soprannaturale, metatemporale e metastorica, con quella molto umana del Vaticano, che è costituita da persone rette, oneste e coscienziose accanto ad altre che mirano solo alla carriera ed a conquistarsi la loro personale “fetta” di potere. Il Regno di Dio, di cui la Chiesa è l’icona visibile su questa terra, è tutt’altra cosa dalle manovre politiche, diplomatiche, economiche e di speculazione finanziaria di alcuni esponenti della gerarchia ecclesiastica e della Curia romana. Dio sa costruire opere grandiose anche sulle macerie morali causate dalla miseria spirituale degli uomini. Il cedro del Libano, cui fa riferimento il profeta Ezechiele per significare la grandezza e la maestosità del Regno di Dio, è una pianta che appartiene alla famiglia delle Pinacee, con rami che formano angoli retti rispetto al fusto e che, poi, si portano verso l’alto (aspetto a “candelabro”). Queste piante hanno un aspetto imponente, raggiungendo solitamente i 40 metri d’altezza e, qualche volta, persino i 60 metri. Qualche migliaio di anni fa, vaste aree montuose del Libano, della Siria e della regione meridionale della Turchia erano letteralmente ricoperte da foreste di cedri, tanto che il re Salomone ne fece abbattere a migliaia per utilizzarne il legname, assai pregiato, nella costruzione del Tempio di Gerusalemme, mentre le popolazioni marinare della costa medio-orientale ne facevano uso per costruire le loro imbarcazioni. Il profeta Ezechiele, un sacerdote ebreo deportato in quel di Babilonia prima che le armate di Nabucodonosor distruggessero Gerusalemme ed il suo famoso tempio (586/7 a.C.), aveva nostalgia dei maestosi cedri del Libano e della loro ombra, specie durante le assolate giornate della Mesopotamia centrale (nell’attuale Iraq), dove la vegetazione cresceva stentata a causa del clima. Il cedro rendeva bene l’idea, con la sua grandezza e maestosità e col senso di frescura prodotto dalle sue fronde, della possente e rassicurante presenza del Regno di Dio tra gli uomini, la cui presuntuosa pretesa di grandezza appare insignificante davanti alla potenza di Dio, che tutto governa e tutto guida alla sua perfezione: “Sapranno tutti gli alberi della foresta che io sono il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso, faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco”. I potenti di questo mondo nulla possono al cospetto di Dio, che predilige i “piccoli” e le persone più insignificanti del pianeta per condurre a buon fine i suoi progetti di salvezza (I lettura). Il salmista afferma che il giusto fiorirà come palma, crescerà come cedro del Libano, a significare che chi è “ingiusto” appassirà insieme alle sue ambizioni e presuntuose sicurezze, cadendo schiantato a terra insieme ai suoi soldi ed al suo disonesto potere. Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno verdi e rigogliosi: chi segue le orme di Dio, osservandone le leggi e la logica di giustizia e verità, rimane perennemente “giovane” (vede e rigoglioso), spiritualmente libero dai condizionamenti del mondo: piantati nella casa del Signore, fioriranno negli atri del nostro Dio (salmo responsoriale). Rivolgendosi a gente abituata agli eccessi dei sensi, come i cristiani di Corinto, Paolo fa un’affermazione piuttosto “integralista” dal punto di vista antropologico: siamo in esilio lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo. Sembrerebbe una visione alquanto pessimistica, negativa del corpo e dei suoi limiti strutturali, condizionati dalla colpa originale, perché il corpo viene paragonato ad un luogo d’esilio nel quale si trova l’anima in attesa di tornare definitivamente alla patria celeste: è preferibile andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore. In realtà, Paolo, invita i cristiani a saper guardare oltre la realtà materiale ed a non esaurire le loro aspirazioni nell’angusto mondo dei sensi, perché tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male. Il corpo diventa una realtà negativa solo se noi lo trasformiamo in uno strumento di vizio e di perdizione; di per sé, infatti, il corpo è lo specchio dell’anima. Se l’uomo consegna la sua anima nelle mani del principe del male, anche il corpo ne segue la sorte sciagurata, ma se l’affida alle sapienti mani del suo Creatore, persino il suo corpo è destinato ad un destino di gloria imperitura (II lettura). Per far comprendere ai suoi ascoltatori la dinamica del Regno di Dio, Gesù espone un paio di gradevoli parabole che dimostrano come la vera ed unica guida della storia della salvezza sia solo ed esclusivamente Dio, mentre gli uomini ne sono dei semplici beneficiari. All’epoca di Gesù c’era un gran fermento di idee e di atteggiamenti spirituali, a loro modo appassionati e sinceri, circa la venuta del Messia, il quale avrebbe instaurato sulla terra il Regno dei Cieli, il cui titolare unico (Dio) si sarebbe avvalso proprio dei giudei per imporlo su tutti i regni di questo mondo. I farisei ritenevano che si potesse accelerare l'avvento del Regno con la penitenza, coi digiuni, osservando la Legge e le tradizioni, tramandate da secoli, in modo preciso e quasi maniacale, sottoponendosi a circa 613 norme che ben pochi riuscivano a rispettare integralmente senza sentirsi “soffocati” nel quotidiano esercizio delle loro funzioni ed attività; gli zeloti, dal canto loro, pretendevano di favorire l’affermazione del Regno  di Dio ricorrendo all’uso sistematico e fanatico della violenza e della resistenza armata contro i conquistatori romani; c'erano, infine, delle persone (i cosiddetti apocalittici) pacifiche e dedite allo studio sia della Sacra Scrittura che della qabbalàh (la cui origine risaliva alla pratica ed alla conoscenza dell’occultismo babilonese)le quali erano con­vinte di poter stabilire con precisione, attraverso i loro calcoli caba­listici, l'ora e il luogo della gloriosa manifestazione del Messia. Gesù corregge queste varie attese e afferma solennemente che il Regno è opera di Dio e non degli uomini. All’epoca di Gesù, l’agricoltura non era granché evoluta ed era condizionata dalla fertilità naturale del terreno e dalla clemenza delle condizioni meteorologiche: “Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme ger­moglia e cresce”. Il compito dell’uomo, quindi, si limita a creare le condizioni ideali affinché la pianticella, nata dal seme, non sia soffocata dalle erbacce e dai rovi ma, anche in tal caso, l’uomo non deve presumere troppo di se stesso, perché Dio sa bene dove seminare il suo Regno e come indurre gli uomini ad essere suoi collaboratori.Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura”. Il terreno seminato da Dio e capace di produrre spontaneamente frutti di bontà, di giustizia, di santità e di verità, è il cuore dell’uomo, cui il divino Creatore ha donato la buona disponibilità ad accogliere la sua Parola e di farla fruttificare secondo le capacità umane, intellettive, psicologiche e morali di ciascuno. In modo errato, qualcuno pensa che Dio abbia creato gli uomini per concedere arbitrariamente ad alcuni la salvezza e, ad altri, la perdizione, ma non è così. Da buon Padre, che provvede con amore a “tutti” i suoi figli affinché ad ognuno non manchino i mezzi e la possibilità di conseguire la felicità eterna, Dio concede ad ogni singolo essere umano l’aiuto necessario per salvarsi. I risultati della “semina” operata da Dio, dipendono in buona misura dalla libera volontà dell’uomo di assecondare l’azione di Dio. “A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene semi­nato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra”. Viene spontaneo chiedersi che scopo possa avere una certa mentalità trionfalistica di alcuni rispettabili settori della Chiesa, che fanno dell’efficienza nell'organizzare eventi, programmi pastorali di ampio respiro ed attività correlate di vario genere, lo scopo primario della loro “missione” nel mondo, sorvolando sull'ascolto della parola di Dio, sul confronto con il Vangelo, sulla fiducia in Dio, sull’umiltà e sulla preghiera. Le due parabole di Gesù appaiono critiche nei confronti di una Chiesa in cui prevalgono i registri, le cerimonie, i dati statistici, le commissioni, le tavole rotonde ed i dotti discorsi, ricchi di umana sapienza e poveri dell’umiltà di Dio. Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa. Gesù spiega la realtà e le dinamiche del Regno di Dio usando un linguaggio semplice, consapevole che non tutti sono in grado di capire il profondo significato delle sue parabole; nello stesso tempo, Egli prepara i suoi discepoli a comprendere il vero motivo della sua presenza tra gli uomini, ma sa anche che lo “scandalo della croce” è un ostacolo apparentemente insormontabile da superare da parte di persone convinte che il Regno messianico sia un’occasione più unica che rara per fare carriera e conquistare ricchezze e potere. Come discepoli della prima ora, Gesù ha scelto uomini di poca cultura e di livello sociale piuttosto basso, quasi per far capire ai discepoli delle ore future che il Regno di Dio non soggiace alle dinamiche di potere messe in atto dagli uomini, i quali sgomitano per conquistarsi un posto al sole, anche a costo di calpestare il cadavere della propria madre e che, pur iniziando a manifestarsi visibilmente in questo mondo materiale, in realtà sarà un fatto compiuto solo nella dimensione spirituale, dove non varranno né i titoli, né le onorificenze, né le ricchezze esibite in questo mondo. Il Regno dei cieli funziona alla rovescia rispetto ai regni umani.

 

XII Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

Solennità della Natività di S. Giovanni Batista

 

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.
Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c'è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All'istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.
Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele
(Lc 1, 57-66. 80).

 

Il sacramento del Battesimo è una cosa seria e non può essere ridotto a semplice occasione per fare festa. Col Battesimo ricevuto nel nome dell’Uno e Trino Signore, si diventa “sacerdoti, re e profeti”, testimoni di Cristo risorto. Giovanni Battista ha profeticamente utilizzato il battesimo di penitenza per indicare che l’uomo non può aspirare a salvarsi da solo, affidandosi ai riti, alle leggi, alle tradizioni ed alle proprie qualità personali, ma che occorre l’intervento di Dio. Il battesimo istituito da Gesù e conferito “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” è l’unico “lavacro” in grado di donare la grazia di Dio e la salvezza dell’anima, garantendo anche la gloria eterna del nostro corpo mortale grazie alla resurrezione che avverrà alla “fine dei tempi”. Ognuno di noi nasce con una specifica vacazione, affidatagli dal Signore per compiere una missione appropriata in mezzo agli uomini: “il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome”. C’è chi, con l’aiuto della grazia di Dio, assolve a questo compito e chi, invece, rifiuta o tradisce la propria vocazione per pigrizia, opportunismo, viltà, superbia o miseria spirituale, preferendo dare retta alle tante “voci” suadenti ed ingannatrici di questo mondo, ma non alla Voce di Dio che interpella continuamente la nostra coscienza. Tutti nascono per essere, in modo del tutto unico ed irripetibile, dei “profeti” che annunciano e testimoniano l’amore di Dio per l’umanità, ma pochi lo diventano veramente perché si fidano del Signore ed affidano a Lui la propria umana debolezza ed incapacità, consapevoli di essere solo degli “strumenti” nelle sue mani e non i protagonisti o gli artefici della storia. “Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all’ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra”; Dio si serve di noi secondo gli imperscrutabili suoi disegni e non deve giustificare alle sue creature il motivo delle sue scelte e dei suoi scopi. La storia della salvezza insegna che, spesso, Dio si serve di persone di piccolo calibro e di scarso valore, secondo il metro di giudizio degli uomini, per condurre a buon fine i suoi piani grandiosi e di ampio respiro. Chi avrebbe mai scommesso un soldo bucato su quel prigioniero, detenuto nelle oscure ed umide prigioni di Perugia, di nome Francesco? Chi avrebbe dato fiducia alle parole di Bernadette, una ragazza quasi analfabeta di Lourdes, piccolo e povero centro abitato della parte più marginale della Francia imperiale? Gli esempi sono numerosi: a ciascuno la scelta dei “profeti” preferiti e cari al proprio cuore, ma nessuno di questi “chiamati da Dio fin dal grembo materno” sfugge alla logica di un’assoluta normalità, trasformata da Dio in clamorosa eccezionalità. Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria; nessuno deve presumere che Dio lo chiami per diventare “grande” tra gli uomini, perché ogni vocazione ha un solo ed unico scopo: manifestare la gloria di Dio di fronte al mondo intero. Chi pensa di “scegliere” una vocazione particolare, confidando in una salvezza a buon mercato, ha già sbagliato tutto ancor prima di cominciare la sua avventura spirituale, in primo luogo perché è Dio che sceglie i suoi collaboratori e, in secondo luogo, perché tutte le vocazioni hanno pari dignità in quanto è Lui stesso che agisce e parla in coloro che ha scelto come strumenti della sua bontà e volontà di salvezza. Al termine della propria esperienza terrena, ogni essere umano dovrebbe poter dire, insieme al profeta Isaia: “certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio”. Null’altro vale la nostra vita, se non essere stata il “luogo” di una continua preghiera di ringraziamento e di lode al Signore, qualunque sia stato il ceto sociale di appartenenza od il contesto culturale e spirituale in cui si è vissuto: “Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra” (I lettura). Anche il salmista offre una chiave di lettura della propria e dell’altrui esistenza in questo senso. Dio ci conosce da sempre, dall’eternità e, per ciascuno di noi, ha scelto un percorso da compiere ed una meta da raggiungere: riconoscere che le opere di Dio sono meravigliose e che nessun uomo può competere con Lui in bontà, misericordia e santità (salmo responsoriale). Infaticabile missionario e testimone della fede in Cristo Signore, Paolo percorse migliaia di chilometri per lo più a piedi per annunciare il vangelo ed amministrare il battesimo a quanti si convertivano a Cristo. Utilizzando talora le strade lastricate, costruite dai romani per favorire il passaggio dei loro eserciti ed il transito delle merci (le famose strade consolari) e, molto più sovente, impervi viottoli di montagna, sentieri polverosi ed accidentati, resi ancor più pericolosi dalla presenza di briganti, Paolo era un instancabile camminatore, animato dal sacro fuoco della fede. Quando raggiungeva un centro abitato, fosse questo uno sperduto villaggio di montagna od una popolosa città dell’impero romano, Paolo andava sempre alla ricerca di una comunità ebraica e della sua sinagoga. Prima di rivolgersi ai pagani, quasi per un debito di riconoscenza nei confronti del suo popolo di appartenenza che gli aveva trasmesso la fede nel Dio unico d’Israele ed una cultura biblica di notevole livello, Paolo si curava di annunciare il vangelo inizialmente agli ebrei. Indipendentemente dal risultato ottenuto, spesso sfavorevole, successivamente l’Apostolo concentrava tutti i suoi sforzi nell’evangelizzazione dei “lontani”, i cosiddetti gentili, i pagani, ottenendo sovente risultati strabilianti. Giunto un giorno ad Antiochia di Pisìdia (odierna Turchia), come suo solito Paolo si recò nella sinagoga della locale comunità ebraica e cominciò la sua predicazione ricordando agli ebrei il loro passato glorioso di “popolo prescelto da Dio”, cui era stata promessa la venuta d’un Messia liberatore ed appartenente alla discendenza del re Davide: Dio suscitò per i nostri padri Davide come re, al quale rese questa testimonianza: “Ho trovato Davide, figlio di Iesse, uomo secondo il mio cuore; egli adempirà tutti i miei voleri”. Dalla discendenza di lui, secondo la promessa, Dio inviò, come salvatore per Israele, Gesù. Ora il ghiaccio era rotto. Il Messia tanto atteso era già venuto ed anche gli ebrei di Antiochia di Pisìdia dovevano esserne informati. Certamente, alcuni dei presenti doveva essere al corrente dell’attività svolta in Terra Santa da un profeta di nome Giovanni, soprannominato il Battista, il quale aveva preparato la venuta del Messia] predicando un battesimo di conversione a tutto il popolo d’Israele. Ebbene, Giovanni Battista era stato ucciso come tanti profeti d’Israele ed aveva certificato, col suo sangue, il valore della sua testimonianza. Diceva Giovanni sul finire della sua missione: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali” (II lettura). La nascita prodigiosa di Giovanni Battista richiama alla memoria quelle analoghe di Samuele, il grande profeta dell’antico Israele e di Sansone, uno dei Giudici più amati e cari alla memoria degli ebrei. Giovanni, il Precursore del Signore Gesù, ebbe per genitori due povere creature, limitate nel fisico e nell’acume spirituale: una donna ormai avanti negli anni e da tutti i suoi concittadini commiserata a causa della sua sterilità (condizione ritenuta una sorta di maledizione divina) ed un uomo divenuto muto a causa della sua poca fede, anche se svolgeva un ruolo importante nel culto ebraico in quanto era sacerdote. La nascita straordinaria di Giovanni annunciò così, secondo i misteriosi disegni di Dio, l’arrivo dei tempi messianici nei quali la sterilità sarebbe diventata fecondità, e il mutismo si sarebbe trasformato in esuberanza profetica. Prima di diventare un grande profeta, disposto fino alla morte a “dire” ed a proclamare le Parole di Dio, Giovanni dovette prepararsi psicologicamente e spiritualmente a sostenere il peso della propria vocazione; egli, infatti, visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele. Le persone che si affidano al “fai da te” e che s’improvvisano annunciatori del suo vangelo di salvezza non sembrano davvero far parte dei progetti di Dio.

 

XIII Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

[In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.] Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male». Stava ancora parlando, quando [dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.] (Mc 5, 21-43).

 

Il comportamento dell’uomo di fronte al mistero della morte è davvero ambiguo, o, per meglio dire, quasi “schizofrenico”. Da una parte, si cerca di allungare la vita anche a costo di ricorrere a terapie mediche “forzate”, se non del tutto inquadrabili in un accanimento terapeutico moralmente discutibile, si organizzano movimenti contrari alla pena di morte vigente in molti paesi, anche cosiddetti civili e, dall’altra, non ci si fa scrupolo di spacciare per “eticamente accettabili” l’aborto, l’eutanasia attiva o passiva e, spingendoci più in là, anche la manipolazione della vita sfidando le leggi della natura. Se da un lato l’uomo ha paura della morte e cerca di esorcizzarla affidandosi alla scienza, inseguendo il mito dell’eterna giovinezza, dall’altro sembra proprio che egli non sappia apprezzare la vita per quello che è: un dono di Dio. Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi: l’autore ispirato del libro della Sapienza sembra andare davvero in controtendenza, rispetto a quanto pensa la maggior parte degli esseri umani, i quali, di fronte alle grandi tragedie collettive o personali, tendono ad attribuirne a Dio la responsabilità diretta, evitando di chiedersi quante di tali disgrazie siano, in realtà, il frutto di loro comportamenti irresponsabili ed egoistici. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte. Concettualmente, non c’è nulla da eccepire, ma la realtà sembra proprio essere diversa. La vita dell’uomo, infatti, è segnata dal dolore e dalla morte, dal fallimento e dalla malattia, dalla disperazione e dal vuoto interiore e nulla ci toglie dalla testa che l’autore sacro abbia preso un abbaglio colossale; la salvezza, di cui egli parla, non ci sembra davvero così a portata di mano, né, tanto meno, a buon mercato. Nei giorni più oscuri della nostra esistenza, ci sentiamo in balia di un “destino” inesorabile e capriccioso, di cui Dio tira le fila in maniera misteriosa ed incomprensibile e ci viene da chiedere: perché Dio ha permesso questo? Cosa ho fatto di male per meritarmi quest’altro? L’autore ispirato sentenzia che la giustizia è immortale, riferendosi ovviamente a quella divina. Prima o poi ogni cosa andrà al suo posto ed i frantumi della nostra esistenza, devastata dal dolore, saranno ricomposti dalla superiore sapienza di Colui che ci ha fatto ad immagine della propria natura. L’uomo, allora, porta dentro di sé la garanzia della propria immortalità e dell’eterna felicità, in quanto Dio non vuole distruggere coloro che Egli ha creato a propria immagine e somiglianza. A quanti potrebbero obiettare che nessuno è mai ritornato dall’oltretomba per raccontarci cos’ha trovato dall’altra parte, l’autore ispirato risponde con un secco “Sì, Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità”, anche se bisogna ammettere che per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono”. Ecco la chiave di lettura per interpretare la presenza del male nel mondo, di cui la morte è l’estrema sintesi. La morte, il dolore e la disperazione sono il risultato della nostra ribellione al Creatore (I lettura) e, per ricomporre l’originario stato di innocenza e di felicità, deve intervenire il “Dio che salva” (Gesù), che può riscattare col proprio sangue la nostra umanità offesa ed indebolita dal peccato (vangelo). Il salmista contempla la sua vita “oltre questa vita” e ringrazia Dio per averlo scampato dal tenebroso regno di una morte senza fine: Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi, mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa. La morte è la quintessenza di ogni male, che stringe d’assedio l’intero genere umano come un implacabile ed insidioso nemico: Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato, non hai permesso ai miei nemici di gioire su di me. Ciascuno di noi può annoverare, nella propria quotidianità, numerosi “nemici”: l’incertezza del domani, l’ansia per una tranquillità economica e sociale che nessuna forza politica ed economica può garantire in modo stabile e sicuro, la paura della malattia, la diffidenza nei confronti del prossimo, il timore di veder svanire nel nulla sogni e progetti a causa dell’ingenuità propria o dell’altrui malizia. Pochi ci pensano, ma il nemico peggiore per l’uomo è proprio quel “principe del male”, che da sempre insidia il cuore e la mente dell’uomo, inducendolo ad allontanarsi da Dio per inseguire quel sogno di onnipotenza e di autosufficienza che è all’origine di tutti i mali, psicologici, spirituali e morali, capaci di rendere questa vita terrena un vero inferno per chi sceglie la logica della ribellione alla “legge di Dio”. Ascolta, Signore, abbi pietà di me, Signore, vieni in mio aiuto! Con l’aiuto del Signore, non c’è da aver paura di nulla, neppure della morte, che segna la fine di una felicità illusoria in questo mondo per regalarne una certa, definitiva ed eterna nell’altra vita, che dovremmo meglio definire una vita “altra”, diversa e pienamente realizzata in Dio: Hai mutato il mio lamento in danza, Signore, mio Dio, ti renderò grazie per sempre (salmo responsoriale). Uno dei crucci della società umana di ogni tempo è l’incapacità di creare una vera solidarietà ed una stabile giustizia sociale. Il compito di ogni vero cristiano è quello di adoperarsi per costruire rapporti di equità e di giustizia tra tutti gli uomini, non dimenticandosi che non esiste vera giustizia senza Dio. Non bastano gli enunciati di una “magna charta” dei diritti umani, sanciti e sottoscritti da qualsivoglia assemblea politica nazionale od internazionale, per stabilire rapporti giusti ed equi tra gli uomini e non basta neppure la buona volontà di poche persone illuminate e rette per garantire che sia rispettato il “diritto” tra gli individui e tra i popoli. Ci vuole un vero e proprio cambiamento radicale della mentalità, una conversione del cuore dell’uomo alla superiore “giustizia” di Dio, per far sì che “la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza, come sta scritto: «Colui che raccolse molto non abbondò e colui che raccolse poco non ebbe di meno»” (II lettura). I “miracoli” compiuti da Gesù e narrati dal vangelo odierno, esprimono efficacemente lo scarto incolmabile tra l’onnipotenza di Dio e la disarmante fragilità della natura umana. Nell’immediata guarigione di una donna che aveva perdite di sangue da dodici anni e nella resurrezione di una fanciulla, morta alle soglie della pubertà, si coglie, da un lato, la sovrana potenza del Figlio di Dio, cui nulla è impossibile e, dall’altra, la forza della fede, grazie alla quale tutto è possibile all’uomo che si fida di Dio. Alla donna, giunta ormai al limite della disperazione sia a causa della malattia e sia a motivo dell’avidità dei medici, per colpa dei quali la poveretta aveva speso tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando le sue condizioni di salute, dopo dodici anni di sofferenze e di attese andate deluse non rimane che una soluzione estrema: la fede in Gesù. Si tratta di una fede semplice, senza gli arzigogoli di un dottore in teologia. Tra sé e sé, la donna diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». La potenza della fede è capace di smuovere persino la potenza di Dio; subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». Poche parole, ma fatti concreti di fiducia nella potenza e nella misericordiosa bontà del Signore! Un simile comportamento è condiviso da un capo della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come vide Gesù, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Il limite di confine tra la malattia e la morte è spesso assai inconsistente. Prima che Gesù arrivi alla casa di Giàiro, la fanciulla è già morta ed il dramma si è trasformato in tragedia per quella famiglia di persone perbene. La fede di Giàiro rimane scossa, ma non crolla sotto i colpi dell’evidenza. Gesù disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!» e non fermarti davanti all’apparenza di una morte che, in fin dei conti, è solo un sonno profondo che ci fa riaprire gli occhi alla luce dell’eternità. «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. L’uomo di fede deve mettere in conto le sciocche derisioni degli increduli, incapaci di vedere la realtà della vita “con gli occhi di Dio”. Il miscredente si accontenta dell’apparenza e non sa guardare al di là del proprio naso saccente. Gesù fa allontanare tutti e concede ai soli Pietro, Giacomo e Giovanni di assistere al prodigio, oltre al padre ed alla madre della bambina. Senza gesti inutili, tanto cari ai maghi e ciarlatani che infestano la nostra società, Gesù prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Il Signore della vita e della morte riconsegna la fanciulla alle cure amorevoli dei suoi genitori e le spalanca le porte di una vita vissuta con fede, nel segno dell’amore di Dio, il quale non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi.

 

XIV Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando (Mc 6, 1-6)

 

Le relazioni umane conoscono assai bene l’arte del compromesso, che ai più alti livelli assume il nome elegante di “diplomazia”. Peccato che questo vocabolo non sia tra i preferiti del linguaggio di Dio, per il quale un “sì” dev’essere sì ed un “no” dev’essere no. La storia d’Israele è ricca di episodi di “eliminazioni fisiche” famose e riguardanti dei personaggi scomodi, incapaci di dire “nì” per convenienza politica o religiosa o, più semplicemente, per salvare la pelle: i profeti. Anche i profeti del nostro tempo hanno una brutta abitudine, perché non sanno tacere di fronte alle ingiustizie ed alle iniquità commesse dagli uomini e molto spesso pagano con la vita la loro fedeltà a Dio. Essere “profeti di Dio” in questo mondo non consente di riscuotere successo ed applausi in questa vita ma, al contrario, è il sistema migliore per esporsi all’odio, alla calunnia, al disprezzo, all’astio ed all’emarginazione da parte dei cosiddetti benpensanti di questo mondo. “Uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava”; il profeta Ezechiele ripensa alla sua vocazione profetica e, in poche parole, ne definisce la dimensione dinamica con quattro verbi rimasti scolpiti nell’intimo del suo essere. Lo Spirito di Dio entra nel prescelto e lo fa letteralmente alzare in piedi, scuotendolo dal torpore spirituale dell’abitudine e del tradizionalismo e spingendolo ad entrare in azione. Difficilmente si diventa profeti rimanendo ancorati alle proprie convinzioni culturali ed a consuetudini religiose radicate nel proprio vissuto quotidiano; per prima cosa, il profeta deve abituarsi ad ascoltare ciò che il Signore suggerisce alla sua coscienza e, in secondo luogo, deve riferire agli altri la Parola di Dio senza nulla aggiungere o nulla togliere. Si tratta di un modo di essere e di agire che coinvolge la struttura stessa, personale ed esistenziale, di un individuo, costretto da Dio a cambiare radicalmente modo di pensare e di agire. Ezechiele è un sacerdote ebreo, deportato a Babilonia in occasione di un primo conflitto avvenuto tra il regno di Giuda e l’impero babilonese, diversi anni prima del disastro politico e militare culminato nella distruzione di Gerusalemme e del suo tempio e nella definitiva soppressione del regno di Giuda (nell’anno 586/7 a.C.). La vocazione profetica sconvolge l’esistenza di Ezechiele, che comincia a tenere un comportamento giudicato “strano” dalla sua gente, la quale non comprende che il profeta sta preannunciando, con gesti simbolici e con parole di rimprovero, la sciagura d’Israele, colpevole di non convertirsi al Signore e di fidarsi troppo delle proprie alleanze politiche e militari. “Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Essi e i loro padri si sono sollevati contro di me fino ad oggi”; sinora, Dio ha portato pazienza, ma i tempi sono maturi per una “punizione” esemplare. Dio non vuole la distruzione del suo popolo, ma pretende che esso cambi modo di rapportarsi con Lui e che receda dalla propria testardaggine: “Ascoltino o non ascoltino – dal momento che sono una genìa di ribelli –, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro”. Dio offre sempre all’uomo l’occasione propizia per una sana e durevole conversione di cuore e di mentalità, ma c’è sempre un limite non tanto alla sua pazienza e misericordia, quanto piuttosto all’iniquità dell’uomo ed in questo senso vanno interpretati gli interventi “punitivi” del Signore. Quando l’uomo non ascolta le parole dei profeti e continua imperterrito ad offendere il Signore, violandone le “leggi”, non può sperare di evitare i suoi “giusti” castighi (I lettura). A te alzo i miei occhi, a te che siedi nei cieli. Ecco, l’uomo deve saper riconoscere il posto che occupa nella creazione ed il rapporto di sudditanza nei confronti del suo creatore. Collocato da Dio al vertice del creato, l’uomo ha il compito di “custodire” e preservare le creature che occupano un gradino inferiore a quello affidatogli dal Signore Dio, ma non deve dimenticarsi del suo ruolo di suddito: come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni, così i nostri occhi al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi. Quanto è inutile e pretestuoso l’orgoglio dell’uomo, che si crede “re” e padrone dell’universo e del quale, invece, è solo un frammento infinitesimale e quantitativamente insignificante. Pietà di noi, Signore; troppo sazi noi siamo dello scherno dei gaudenti, del disprezzo dei superbi; il disprezzo dei propri simili è già sufficiente per far comprendere, anche all’uomo più orgoglioso del pianeta, la realtà della miseria umana. Solo l’uomo inserito, mediante la fede, nella pienezza e nella suprema totalità dell’Essere del suo Creatore, può sentirsi davvero superiore a tutte le meschinità e debolezze umane (salmo responsoriale). Rivolgendosi ai cristiani di Corinto, Palo si sbilancia con una confessione che ha il sapore di uno shock, soprattutto per chi è abituato a considerare il grande Apostolo come un gigante della fede: affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. Anche lui, al pari di tutti gli altri esseri umani, è tentato dal diavolo proprio nel suo punto debole, quello che lo induce a ritenersi superiore agli altri! Il problema vero non è la tentazione in sé, ma l’accondiscendenza a cederle; Paolo, però, è ben temprato a questo genere di tentazioni e ringrazia il suo Signore di avergli conficcato nella carne una spina assai dolorosa, che in ogni istante gli ricorda la sua debolezza, propria di ogni umana creatura. Non sappiamo in che cosa consistesse questa spina: forse una malattia cronica, o forse le continue calunnie subite a causa del suo amore viscerale per Cristo, o le persecuzioni provenienti sia dal mondo pagano che da alcuni settori del giudaismo cristiano. Fatto sta che Paolo avverte questa prova come segno della misericordiosa bontà di Cristo, sempre pronto ad intervenire a favore del suo Apostolo rammentandogli che egli è, pur sempre, uno strumento nelle mani del Signore e non l’autore della conversione del suo prossimo. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Come uno qualsiasi di noi, Paolo non ama soffrire e gli sembra che Gesù lo abbia messo alla prova anche oltre le sue possibilità di sopportazione. Ma non è così. Nella debolezza della creatura, rifulge la grandezza e la potenza sovrana del Creatore, che compie prodigi di bontà e di misericordia fondando il suo potere proprio su ciò che è fragile, transitorio, piccolo, povero, disprezzato, maledetto ed accuratamente evitato. Ti basta la mia grazia. Potrebbe essere questa la parola di conforto che Dio rivolge a chiunque, di noi, si trovi in grandi difficoltà dal punto di vista spirituale, morale, psicologico ed anche materiale. La fiducia in Dio non è facile né scontata e va conquistata giorno per giorno, mettendola alla prova con fallimenti, delusioni e difficoltà per saggiarne la genuinità e la forza. Troppo comodo dichiarare il proprio amore a Dio quando le cose ci vanno per il verso giusto; la fede è come una montagna, i cui sentieri sono erti e pieni di ostacoli. Ma vuoi mettere la gioia di una vetta conquistata con fatiche, cadute, sbucciature, dopo aver superato la tentazione di girare sui tacchi e tornare indietro alla ricerca di una strada più comoda e senza rischi? Basta la sua grazia! Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte. La ricetta di Paolo, per non scoraggiarsi di fronte alle tentazioni e tenere il passo di Cristo, è semplice. Invece di lamentarsi della propria umana debolezza, è assai meglio vantarsi dei propri limiti e difetti perché è proprio grazie ad essi che nel mondo va sempre più affermandosi la potenza di Cristo, il quale sa scrivere ben dritto sulle righe storte della nostra storia, intrisa di lacrime, delusioni, amarezze, sconforti e di rimpianti (II lettura). Dopo aver lasciato Nazareth per iniziare la sua esperienza di penitenza nel deserto, prima di affrontare una breve ma intensa attività di predicazione pubblica, Gesù non era più ritornato a casa, dove c’era pur sempre una Madre pronta ad accoglierlo a braccia aperte e dove c’erano anche dei parenti poco benevoli nei suoi confronti, perché aveva lasciato di punto in bianco il suo lavoro come artigiano e, probabilmente, li aveva moralmente quasi costretti a prendersi cura di Maria, mettendola al riparo da qualsiasi pettegolezzo ed insidia. In Israele, una donna vedova e con un figlio diventato uccel di bosco scendeva parecchi gradini della scala sociale, esponendosi a qualsiasi manifestazione di ingiustizia, di malignità e di emarginazione. Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. Era corsa voce che il loro concittadino era diventato, non si sa come, un famoso rabbino ed un altrettanto famoso taumaturgo, ma gli abitanti di Nazareth erano più incuriositi che ansiosi di vederlo all’opera. In fin dei conti, il figlio di Maria e di Giuseppe era “solo” un falegname, forse nemmeno tanto bravo quanto suo padre! Si sa, l’invidia tende sempre a sminuire le virtù altrui. Restava il fatto, indiscutibile, che Gesù insegnava bene, rivelandosi un rabbino di grandi capacità, non come il vecchio rabbino del villaggio. Gesù era dotato di facilità di parola, sapeva spiegare la Sacra Scrittura in modo facilmente comprensibile e parlava di Dio in modo affascinante. Ma era pur sempre “il figlio del falegname”! E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Quando si dice il pregiudizio! Basta che un personaggio “famoso” sia conosciuto attraverso la sua parentela o le sue amicizie per autorizzarci a sminuirne l’importanza ed il carisma, specie se questi parenti od amici non rientrano nelle nostre personali simpatie. Proprio per questo motivo di banale gelosia ed invidia, Gesù era per loro motivo di scandalo. Inutile dire che Gesù ci rimase parecchio male, al punto che da quel momento in poi non rimise più piede nella sua “patria” terrena, perché “un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. Si tratta di una sentenza inappellabile, passata alla storia come una delle “frasi famose” citate a proposito ed a sproposito per le situazioni più disparate, per indicare che l’invidia non è davvero mai morta. E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì; dove la fede cede il passo al dubbio, al sospetto, al pregiudizio, anche Dio si ferma perché rispetta la libertà della persona umana. Ed aspetta. Dio non si scoraggia tanto facilmente per un “no” incassato da uomini presuntuosi ed immaturi, ma anche la sua pazienza ha un limite, dovuto non ad un difetto intrinseco alla sua capacità di aspettare che il “no” si trasformi col tempo in un “si” convinto, ma al tempo materiale concesso ad ogni essere umano in questa vita. Fino all’ultimo nostro respiro, Dio attende che gli chiediamo perdono e che gli diciamo: “Signore, tu lo sai che io ti amo, anche se non sono mai stato capace di dirtelo perché mi sono illuso di poter vivere senza di Te”. Dopo, quando i giochi sono ormai fatti, non ci sarà più tempo per tornare indietro e giustizia sarà fatta; ognuno riceverà quanto ha dato. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando. Davanti ad un’evidente mancanza di fede, se non ad un’aperta ostilità nei suoi confronti, Gesù si allontanò da Nazareth dirigendosi verso menti più aperte e cuori meglio disposti ad accogliere il Regno di Dio. Anche nella nostra vita può succedere altrettanto: non illudiamoci, non sempre il “treno” di Dio passa una seconda volta e rifiutare il dono della sua grazia può trasformarsi in una vera tragedia per la nostra anima!

 

XV Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».  Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano
 (Mc 6, 7-13).

 

La vera forza della Chiesa risiede nel suo Fondatore, non nella capacità di organizzare e pianificare il “potere” da parte di chi ne regge le sorti. La storia è maestra di vita, anche per quello che riguarda le vicende “umane” della Chiesa: più essa si lega alle forze politiche, economiche e sociali di questo mondo, allontanandosi dall’originaria “povertà” di Cristo e più la diffusione del vangelo sembra perdere incisività e credibilità agli occhi degli uomini. Per mettere a posto le cose, lo Spirito Santo suscita, ancora oggi, delle figure profetiche capaci di imprimere una “svolta” nella coscienza del popolo cristiano, pur soffrendo personalmente incomprensioni, ostilità, calunnie e persecuzioni persino da parte di qualche esponente della gerarchia ecclesiastica. Il profeta Amos era un mandriano e coltivava piante di sicomòro, un uomo pratico e tutto d’un pezzo, di scarsa cultura ma onesto, moralmente integro ed incapace di scendere a compromessi. Scarpe grosse e cervello fino, diremmo oggi. Il nostro ebbe la disavventura di scontrarsi con un profeta di corte, un “professionista” prezzolato e corrotto, al servizio del re d’Israele (il regno del nord) cui dedicava profezie compiacenti e rigorosamente false. La profezia di Amos, invece, era scomoda, fastidiosa alle orecchie del re perché prediceva eventi infausti per il suo regno e, soprattutto, perché metteva il dito sulla piaga della corruzione e l’immoralità sia della corte e sia dell’intero popolo. Vale sempre il vecchio adagio “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire” ed il re Geroboamo II inviò il suo tirapiedi, il profeta di corte Amasìa, sacerdote di Betel, da Amos allo scopo di farlo sloggiare dai territori del regno del nord, perché le sue profezie disturbavano la coscienza del popolo d’Israele: «Vattene, veggente, ritìrati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno». Quando la religione si mette al servizio del potere politico, non possono che nascere disastri, perché la “ragion di stato” prevale, o cerca di prevalere, sulle “ragioni della coscienza” su cui solo Dio è sovrano. Asservito al potere, anche un profeta può perdere il dono della profezia, dando voce non alla Parola di Dio ma a quella del male: questo è il santuario del re ed è il tempio del regno. Non c’è da meravigliarsi se Dio abbandona al proprio destino questo genere di santuari. Amos non se la prese a male più di tanto, ma non perse l’occasione di dire la “verità” messagli in bocca da Dio stesso: «Non ero profeta né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro. Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge. Il Signore mi disse: Va’, profetizza al mio popolo Israele». La missione era stata compiuta da Amos in assoluta fedeltà a Dio e con totale onestà, anche a costo di rischiare la propria vita; ora, le sorti del popolo del regno d’Israele e del suo re sacrilego erano nelle mani di Dio (I lettura). Gli uomini hanno, spesso, un’idea balzana di Dio e del suo modo di agire e gli attribuiscono la responsabilità del male che stringe d’assedio il cuore dell’uomo, ma Egli, in realtà, annuncia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli e li invita a lavorare per l’affermazione del suo Regno tra gli uomini. Non si tratta di un regno paragonabile a quello umano, nel quale prevale l’arte dell’inganno, dell’intrigo, della raccomandazione e della sopraffazione, ma di un regno in cui “amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo”. Il Regno di Dio è una realtà soprannaturale, che sovrasta e domina il tempo e la storia, di cui l’uomo non riesce a cogliere la dimensione spirituale perché il suo giudizio è condizionato dai sensi, ma non per questo esso è meno vero e realmente presente già su questa terra, poiché il Signore donerà il suo bene e la nostra terra darà il suo frutto. Non si tratta affatto di frutti in senso materiale, ma è ovvio pensare che il bene del Signore (cioè la pace, la giustizia, la verità, la bontà, la misericordia, la compassione, il perdono, l’accoglienza, la pazienza, l’amore) si rifletta anche sui comportamenti degli uomini, inducendoli a costruire una società più giusta ed “umana” prendendo a modello le virtù stesse di Dio (salmo responsoriale). L’inno cristologico, inserito nella lettera scritta da Paolo ai cristiani di Efeso, ci ricorda che Gesù è stato posto da Dio Padre al “centro” della storia della salvezza e che tutte le creature dell’intero universo “ruotano”, letteralmente, attorno al Figlio di Dio ed alla sua opera redentrice. Dio ha pensato dall’eternità alla salvezza di ciascun essere umano e, per questo, ha inviato suo Figlio nel mondo. Infatti, “in lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato”. Nessun essere umano è “predestinato” alla dannazione eterna per un capriccio divino, come pretenderebbero alcuni che si ritengono dei privilegiati, non si sa in virtù di quale grazia o di quale merito personale. In lui, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia. Egli l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà. Non c’è merito o virtù personale che sia sufficiente ad aprire le porte del paradiso; l’uomo può sperare nella salvezza solo accettando i “meriti” del sangue versato da Cristo sulla croce, grazie al quale sono a Lui ricondotte tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra. Sotto questo cielo, tutto acquista un senso solo alla luce dell’amore di Gesù Cristo, unico capo, da cui tutto discende e tutto è venuto all’esistenza. Grazie a Gesù siamo tutti predestinati ad essere figli adottivi di Dio, il quale ama tutti gli uomini allo stesso modo e senza fare distinzione tra “figli” e “figliastri”; in lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati – secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà – a essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo. Superfluo precisare che l’eredità, cui hanno diritto i figli di Dio per effetto dei meriti di Cristo Gesù, è Dio stesso, l’unico vero “paradiso” dell’uomo. Il progetto della salvezza, concepito da Dio Padre e realizzato dal Figlio, è garantito dallo Spirito Santo, il quale accompagna l’umanità tutta al suo vero destino finale: avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria. Chi sceglie di rimanere al di fuori di questo progetto di salvezza e di fare a meno del percorso d’amore, tracciato da Dio per ciascun essere umano, rischia seriamente di ritrovarsi con un pugno di mosche in mano. Non c’è, infatti, salvezza al di fuori di Cristo Signore (II lettura). Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. La parola “apostolo” significa, per l’appunto, “mandato in missione” ed i Dodici sono mandati da Gesù in ogni angolo della Palestina per affermare il “potere” di Dio sugli spiriti impuri. Si tratta di una definizione di stampo teologico-morale del Regno di Dio, che in Gesù si è reso concretamente presente sulla terra per contrastare le opere malvagie del principe delle tenebre, il quale regna nel luogo più buio, angosciante e lontano da Dio chiamato “inferno”, verso cui cerca di attirare più anime possibile per sottrarle al potere sovrano del Signore. Sono impuri coloro che scelgono l’iniquità come sistema di vita, percorrendo i sentieri della violenza, dell’inganno, della vendetta, del raggiro, del vizio, dell’aperta ostilità nei confronti di Dio e delle sue leggi; di per sé, gli impuri sono destinati all’eterna dannazione, ma Gesù vuole salvare pure loro e per questo invia i suoi discepoli conferendo loro il potere di scacciare i demoni (gli “spiriti impuri”), i quali “infestano” il cuore dell’uomo inducendolo a compiere scelte di peccato. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. Per compiere un’azione efficace nei confronti delle forze del male, gli apostoli devono essere liberi da condizionamenti e, quindi, non devono essere collusi col potere politico, economico, ideologico e religioso di qualsivoglia natura e non devono fidarsi troppo delle loro personali capacità o disponibilità; il denaro, le alleanze, le organizzazioni potenti ed efficienti, le abili relazioni diplomatiche non possono sostituire l’azione di Dio nella storia della salvezza, altrimenti il messaggio evangelico rischierebbe di essere accolto con diffidenza e sospetto da parte degli uomini. A ciascun evangelizzatore deve bastare la presenza di Dio al proprio fianco e l’assistenza da parte dello Spirito Santo, che tutto guida al proprio compimento. «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». L’evangelizzazione richiede tempo e pazienza ma non deve arrestarsi davanti agli ostacoli; quando gli apostoli incontrano un’aperta e pervicace ostilità, devono andare oltre e non perdere tempo a leccarsi le ferite subite dal proprio orgoglio a causa di un vero o presunto fallimento della loro missione. Dio semina e Dio raccoglie; il missionario è solo uno strumento nelle mani del Signore, non l’autore della conversione altrui e neppure il giudice del suo prossimo: scuotete la polvere sotto i vostri piedi ed andate oltre, senza voltarvi indietro, perché al resto ci pensa Dio. Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano. L’annuncio della Parola di Dio, l’esorcismo e l’unzione degli infermi sintetizzano le finalità e le funzioni della Chiesa, così come essa è stata pensata e voluta da Cristo, suo Fondatore. La vita liturgica e sacramentale sono i veri ambiti di azione della Chiesa e, laddove essa disattende o tradisce questa sua vocazione originaria, rischia di farsi confondere dagli uomini come uno dei tanti “poteri forti” di questo mondo e di non farsi riconoscere per ciò che essa è veramente: presenza sacramentale di Cristo, salvatore e redentore di tutti gli uomini.

 

XVI Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose
(Mc 6, 30-34).

 

La “rete” informatica, grazie ad un’informazione in tempo reale, rivela ed esaspera i casi di cattivo uso del “potere” esercitato sia in campo sociale e politico che in ambito religioso ed è in grado di creare, spesso ad arte, dei veri e propri “scandali” capaci di travolgere persone ed istituzioni. Ben venga questo mezzo d’informazione se serve a smascherare abusi e corruzione, ma guai a chi ne fa uso per calunniare e distruggere il prossimo. Oggi, più che mai, è necessario che quanti ricoprono incarichi di responsabilità dimostrino serietà, correttezza, senso etico ed assumano comportamenti moralmente ineccepibili. La nostra società, civile e religiosa, non ha bisogno di scandali, ma di buoni esempi. Geremia fu uno dei più grandi profeti dell’antico Israele ed uno dei più inascoltati e perseguitati per i rimproveri, spesso veementi e per gli oracoli di sventura indirizzati a tutto il popolo e, in particolare, ai suoi capi politici e religiosi, responsabili di comportamenti morali riprovevoli e di atteggiamenti religiosi ipocriti. Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo. Oracolo del Signore. Dio ce l’ha con coloro che sono stati preposti a guidare il popolo sulle “vie” del Signore, cioè a conoscere ed a rispettare la sua Legge, tenendosi lontano da tentazioni idolatriche. Attratto dai beni materiali di questo mondo, l’uomo è tentato dalla cupidigia e dal desiderio di inseguire il benessere materiale, dimenticando che ci sono dei doveri da rispettare nei confronti del suo Creatore, dal quale discende la conoscenza del bene e del male. I pastori, di cui parla il profeta, sono le guide spirituali del popolo d’Israele, il cui compito è istruire le persone affidate alle loro cure da Dio affinché sappiano compiere scelte etiche e religiose coerenti con la legge divina, respingendo come peccaminose la pratica dell’ingiustizia, la ricerca sfrenata del potere e della ricchezza, l’attitudine a ricorrere alla violenza ed all’inganno. Perciò dice il Signore, Dio d’Israele, contro i pastori che devono pascere il mio popolo: Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati; ecco io vi punirò per la malvagità delle vostre opere. Non solo i pastori d’Israele non hanno compiuto il loro dovere perché non hanno “istruito” e neppure “sorvegliato” il gregge di Dio, ma hanno addirittura disperso e scacciato le pecore allontanandole da Dio e da una pratica religiosa retta e rispettosa della volontà del Signore. La responsabilità di chi deve guidare gli altri a conoscere e rispettare le regole del vivere civile è davvero grande; a maggior ragione, è grave la colpa di chi non assolve il proprio dovere in ambito religioso, perché un comportamento morale deviato si riflette inevitabilmente anche sulle relazioni umane a livello sociale, politico ed economico. La fede e la prassi religiosa non sussistono come attività astratte, autonome ed indipendenti dai restanti ambiti dell’agire umano; è impensabile che un vero credente possa essere un cattivo amministratore del pubblico interesse, od un pessimo politico o, peggio, un ecclesiastico inaffidabile e poco credibile. Se ciò avvenisse (e, purtroppo, avviene molto spesso), si assisterebbe ad un’evidente ipocrisia di fondo. Il suddetto “vero credente” non sarebbe, poi, così vero, sincero e leale, al di là del fatto che nessuno è senza colpa ed immune dal peccato. Radunerò io stesso il resto delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho scacciate e le farò tornare ai loro pascoli; saranno feconde e si moltiplicheranno. Costituirò sopra di esse pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi; non ne mancherà neppure una. Si è indotti a deprecare la corruzione che inquina la nostra società, puntando il dito contro quei pastori che si preoccupano solo di curare il proprio egoistico interesse e che, tradendo il proprio mandato di custodi del gregge, lo abbandonano al proprio destino dopo averlo sfruttato, ingannato ed oppresso, ma è doveroso chiedersi quanto faccia comodo alle pecore accontentarsi di certi pastori. Parlando fuor di metafora: in qualsiasi contesto sociale, civile o religioso, il popolo deve sorbirsi i capi che si merita, poiché chi è preposto alla guida della coscienza civile o religiosa di una società ne esprime ed interpreta i vizi e le virtù. Ecco, allora, che si rende necessario l’intervento di Dio per cambiare radicalmente la coscienza del suo gregge, spazzando via i pastori indegni e sostituendoli con pastori affidabili ed a Lui fedeli, disponibili al servizio e non al dominio sul gregge (I lettura). Il salmista è rimasto deluso dalle guide spirituali del suo popolo e ripone tutte le sue speranze solo nel Signore: il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. La Legge di Dio è la vera guida per una retta coscienza ed ogni persona onesta sa di poter vivere sicura se rimane fedele al Signore, nonostante le inevitabili difficoltà che incontra nella propria esperienza terrena: anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Non bisogna temere chi può uccidere il corpo, destinato comunque a perire, prima o poi, ma occorre piuttosto guardarsi da chi può annientare l’anima, destinandola ad una “morte eterna”: bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni. Solo Dio può garantire ai suoi fedeli la “vita eterna”, che nessuna ideologia o pensiero filosofico o modello economico potrà mai assicurare (salmo responsoriale). L’apostolo Paolo assicura i cristiani della comunità di Efeso che è solo grazie al sangue di Cristo che essi, un tempo lontani da Dio a causa della loro idolatria, ora sono diventati vicini, suoi intimi e familiari, figli prediletti nel Figlio, il quale ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia. L’uomo “vecchio”, che discende dalla stirpe di Adamo e che vive nella propria “carne” le contraddizioni del peccato, cui la Legge donata da Dio a Mosè ha cercato di porre rimedio mediante prescrizioni e decreti, si è incontrato con Gesù, l’uomo “nuovo” che discende direttamente da Dio e che dal Padre è stato stabilito come capostipite di una generazione di uomini nei quali le ragioni dello “spirito” prevalgono su quelli della “carne”. Gesù è la sintesi perfetta della “vera umanità” pensata e creata da Dio Padre, secondo il quale “la carne e lo spirito” non possono essere in conflitto tra loro, bensì devono coesistere in assoluta e perfetta armonia in forza della “pacificazione” ottenuta da Cristo per mezzo della croce. Il cristiano deve, quindi, presentarsi al mondo intero come icona, modello ed esempio di uomo perfetto, ad immagine ed imitazione di Cristo Gesù, venuto ad annunciare la pace a tutti, lontani e vicini, affinché tutti possano presentarsi al Padre in un solo Spirito (II lettura). Il disegno salvifico di Dio, divenuto realtà mediante l’azione redentrice di Gesù che ha offerto la propria vita sulla croce, è davvero grandioso e mira a fare dell’uomo, mortale e peccatore, il vertice dell’intera creazione in intima comunione d’amore con Dio, Uno e Trino Signore. Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Gesù è e deve rimanere al “centro” di ogni nostra attività, pensiero e preoccupazione, altrimenti rischia di crollare, sotto il peso del fallimento, la stessa missione evangelizzatrice che compete ad ogni cristiano, in quanto battezzato. Troppi cristiani ritengono che l’impatto del vangelo sulla coscienza degli uomini sia garantita da un’efficiente organizzazione di eventi liturgici, conferenze, tavole rotonde, convegni e congressi oppure da una capillare assistenza umanitaria e trascurano il principale protagonista della storia della salvezza: Gesù Cristo, Parola incarnata di Dio. Egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. La tenerezza di Gesù nei confronti dei suoi discepoli è commovente. I discepoli hanno imparato a loro spese cosa significhi lavorare per il Regno di Dio: chi ha l’incarico di diffondere il vangelo di Cristo non ha neanche il tempo di mangiare e di riposarsi, perché mette a disposizione il proprio tempo per Dio e per la salvezze delle anime. Ciò che caratterizza i veri discepoli di Gesù è, dunque, lo spirito di servizio, il che contrasta spesso e volentieri con l’ansia di protagonismo e di carriera dei servitori del Signore; la corsa affannosa ai primi posti e la ricerca spasmodica del successo personale, anche se ciò avviene in piccole realtà ecclesiali, sono una contro-testimonianza al vangelo. Anche chi lavora per la diffusione del vangelo ha bisogno di riposo e di stare appartato in un luogo deserto, lontano dal clamore della gente e dal subbuglio delle proprie emozioni, perché il vangelo di Cristo merita rispetto, devozione, riflessione e, perché no, di raziocinio, di studio, di preghiera, di ricerca e di libertà di cuore e di mente. Solo chi sa liberarsi dai pregiudizi della propria cultura e dalle proprie abitudini, anche religiose, può essere pronto a servire il Signore e la sua Parola ed il deserto interiore è il luogo adatto per riscoprire l’essenzialità del vangelo. Gesù cerca persone disposte a rinunciare al proprio orgoglio ed alla sapienza umana per accogliere ed abbracciare la superiore Sapienza di Dio. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte, alla scoperta di Dio insieme a Gesù. I miracoli compiuti nel nome di Cristo, i successi riscossi tra la gente incontrata per via e nelle piazze delle città, le delusioni e le amarezze provate di fronte ai rifiuti ed alle offese ricevute, la stanchezza fisica e mentale: tutto si dissolve, stando accanto a Gesù, che insegna ai discepoli a pregare e ad immergersi in Dio per “ricaricare le pile”. L’uomo di Dio ha bisogno del giusto equilibrio psico-fisico per essere sempre disponibile ad ascoltare, consolare, aiutare, sostenere, incoraggiare, consigliare e dirigere il prossimo sulla via che conduce all’intima comunione con il Signore, perché se non ci fosse la giusta stabilità interiore e la disponibilità ad assorbire i “problemi degli altri”, dopo aver risolto i propri problemi personali, nessuno sarebbe in grado di portare e sopportare il peso altrui. La pace ed il riposo, imposti da Gesù ai suoi discepoli, durano poco: molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Basterebbe ascoltare le persone poche ore al giorno, per comprendere il profondo disagio psicologico, spirituale e morale che angustia molte di loro, al di là dei tanti problemi di salute fisica e mentale che qualcuno può dissimulare per il timore di farsi compatire; sarebbe sufficiente frequentare un confessionale od uno studio medico per rendersene conto. La “paura di vivere” e di soffrire è più forte del senso di rispetto per il riposo altrui e la folla stringe d’assedio Gesù ed i suoi discepoli, di cui riesce ad intuire programmi ed itinerari, al punto da precederli sul luogo verso cui sono diretti. Sceso dalla barca, Gesù vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose. Dio, dunque, ha compassione dell’uomo, cioè soffre con lui e si fa carico delle sue sofferenze, standogli vicino con la sua grazia. Piuttosto, c’è da sottolineare l’annotazione dell’evangelista, il quale precisa che tutta quella gente, sofferente nel corpo e nell’anima, sembra un gregge senza pastore, abbandonata a se stessa, senza guida, senza un chiaro riferimento utile per orientarsi e districarsi tra le numerose sirene ingannatrici di questo mondo, che prospettano una felicità a poco prezzo, salvo poi presentare un conto assai salato in termini di delusioni, inganni, disperazione e frustrazione. A cos’altro servono i pastori, se non a guidare le pecore loro affidate per distinguere e riconoscere l’errore morale e dottrinale da una sana e retta dottrina, da cui deriva un’onesta condotta di vita?

 

XVII Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

Dopo questi fatti, Gesù andò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo (Gv 6,1-15)

 

Il mondo ha fame. Si tratta di una fame cronica, endemica, che non risparmia nessuno. Troppi soffrono per una fame materiale, fisica, che uccide ogni giorno migliaia di persone per le quali manca il minimo per sopravvivere e questo genere di fame è un vero scandalo, ora più che mai, perché è davvero uno sconcio morale che alcuni popoli vivano nell’abbondanza e che si possano anche permettere di sprecare quello che sovrabbonda sulla loro mensa, mentre altri popoli non sappiano mettere insieme la cena col pranzo. Ma ci sono altre forme di fame, altrettanto importanti anche se meno eclatanti rispetto a quella materiale, che assillano il resto dell’umanità: la fame del lavoro, della giustizia, della pace, della stabilità sociale, dell’equilibrio interiore, della libertà, della sicurezza personale e sociale, della dignità. L’uomo sembra incapace di placare, o anche solo mitigare, tutti i tipi di fame che lo rendono insoddisfatto e cronicamente “affamato”, soprattutto quando relega Dio ad un ruolo del tutto secondario nella propria vita. Quando la fame ti stringe lo stomaco in una morsa dolorosa e ti fa vacillare per la mancanza di energia fisica, anche pochi pani d’orzo ed un pugno di grano novello possono diventare motivo di speranza, specie se a dar valore ad un cibo “povero”, come il pane d’orzo, è un uomo di Dio. Nella regione di Gàlgala imperversava la carestia, una situazione abbastanza frequente nella terra di Palestina, favorita in parte dalle condizioni climatiche e, in buona misura, anche dai danni alle colture causate dagli uomini a motivo delle scorribande degli eserciti, specie durante i periodi di belligeranza tra Israele e le popolazioni confinanti. Il profeta Eliseo, discepolo prediletto del grande profeta Elia, si trovò a dover aiutare un gruppo numeroso di persone in preda ai morsi della fame. Fu provvidenziale l’aiuto di un uomo, che portò pane di primizie all’uomo di Dio: venti pani d’orzo e grano novello che aveva nella bisaccia. Per la fede di Eliseo nel Dio dei padri, era più che sufficiente. Eliseo disse: «Dallo da mangiare alla gente». Ma il suo servitore disse: «Come posso mettere questo davanti a cento persone?». La fede è una forza misteriosa, capace di spostare le montagne, come disse un giorno Gesù, ma non è “ragionevole”, perché sfugge al controllo della ragione. Il servitore di Eliseo fece un’obiezione del tutto logica, che al profeta dovette però sembrare stonata, fuori luogo. Almeno nelle difficoltà, l’uomo dovrebbe imparare a farsi da parte e lasciar fare a Dio; la fede può anche avere il sapore di una scommessa, che molti considerano già persa in partenza, ma in realtà essa segna il limite della capacità dell’uomo di decidere autonomamente del proprio destino e di dominare la natura. Egli replicò: «Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare”». Cosa costa all’uomo fidarsi di Dio? Evidentemente molto, perché quando Dio interviene nella nostra esistenza orientandola in modo diverso dai nostri progetti, è il nostro orgoglio a subirne lo smacco perché siamo costretti a costatare la sconfortante inconsistenza della nostra capacità di dominare gli eventi della vita e, per contro, a verificare la generosità infinita di Dio nei nostri confronti. Eliseo si fidò ciecamente di Dio e lasciò fare alla sua misericordia, ottenendo in cambio della propria fiducia il prodigio di una sovrabbondante moltiplicazione di venti pani d’orzo, grazie ai quali cento persone si sfamarono fino a sazietà e lasciarono gli avanzi in buona quantità (I lettura). L’autore del salmo invita tutti i popoli della terra a lodare il Signore, aspettando da Lui solo quel cibo celeste che nutre è dà forza e vigore alle anime. Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza; è compito dei credenti mettere Dio al centro di ogni pensiero e testimoniare la sua bontà in ogni angolo della terra ed in ogni contesto sociale e chi di loro non sa o non vuole parlare di Dio e del suo Regno per pigrizia, per tornaconto o per viltà, fa il gioco del nemico di Dio. Gli occhi di tutti a te sono rivolti in attesa e tu dai loro il cibo a tempo opportuno. Tu apri la tua mano e sazi il desiderio di ogni vivente. Dio si occupa della fame spirituale dell’uomo, ma sta all’uomo placare la fame del suo simile, avendo preso coscienza del dono ricevuto da Dio. Chi esce di chiesa, dopo aver ricevuto il Pane Eucaristico, non può restare indifferente al cospetto di tutte le varie forme di fame che tormentano l’umanità. Giusto è il Signore in tutte le sue vie e buono in tutte le sue opere. Il Signore è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità, anche se non disdegna di aiutare chi sceglie di stargli lontano per pura ignoranza o per semplice cattiveria, poiché Egli è davvero giusto e buono (salmo responsoriale). Un solo corpo, un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo; ecco, in sintesi, le quattro coordinate entro le quali si compie la missione apostolica di Paolo e che egli si premura di sottolineare ai cristiani di Efeso, cui scrive una lettera piena di fede e di speranza mentre si trova in catene nella prigione della loro città. Io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un vero cristiano non agisce con ipocrisia ed arroganza, non ama la violenza e la vendetta e, sia nell’ambito della società civile che nella comunità ecclesiale di cui fa parte, si adopera a comporre i dissidi, a pacificare gli animi, ad aiutare chi si trova in difficoltà, a sostenere i dubbiosi e ad essere d’esempio per tutti con una condotta di vita onesta e timorata di Dio, poiché in lui è Cristo stesso che parla, consola, benedice e guarisce i corpi e le anime. Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti (II lettura). Dio non ama le divisioni, perché queste sono opera del diavolo (curioso, no? La parola “diavolo” deriva dal greco dià-bàllo, che significa “dividere, separare”) e chi, meglio di lui, sa che gli odi, i conflitti, le incomprensioni e le discriminazioni possono mandare a gambe all’aria intere civiltà e grandi imperi? Qualcuno si fa beffe di chi crede all’esistenza del diavolo, ma c’è ben poco da ridere. Basta guardarci attorno per capire che tutto il male, che sta inquinando i rapporti tra gli uomini, è frutto di comportamenti ispirati dal “principe del male”, altrimenti detto satana (“tentatore”) o diavolo (“colui che separa” ed allontana l’uomo da Dio, principio e fonte di ogni bene). Le parole di Paolo suonano come una condanna anche delle divisioni che regnano tra i cristiani, i quali hanno scandalizzato il mondo intero frantumando la Chiesa di Cristo in tante confessioni, a causa delle loro beghe politiche e di pretestuose ragioni “teologiche”! Il vangelo di questa domenica propone il racconto della moltiplicazione dei pani, che Giovanni utilizza come contesto per l’istituzione dell’Eucaristia, a differenza dei Sinottici che la collocano durante l’ultima cena del Signore. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Il monte della moltiplicazione dei pani sta al monte Sinai come l’Eucaristia sta alla tavola della Legge, data da Dio a Mosè. Il vero ed unico Mediatore tra Dio e gli uomini è Gesù Cristo, Figlio di Dio e come la Legge (il Decalogo) ha sancito la Prima Alleanza, così l’Eucaristia è la Legge dell’Amore che sancisce la Nuova, ultima e definitiva Alleanza. Così, grazie al dono dell’Eucaristia, vero Corpo e Sangue (un modo tutto semitico per indicare la Persona nella sua totalità, fisica, psicologica e spirituale) di Cristo Signore, Dio non ha abbandonato l’uomo ad un destino di morte a causa del suo peccato d’orgoglio. Allo stesso modo, il passaggio (in ebraico, pesàh, “pasqua”) degli ebrei da una condizione di schiavitù alla conquista della libertà, simboleggiato dal sangue dell’agnello pasquale e dall’attraversamento della pericolosa e vasta palude denominata Mar delle Canne (trasformata enfaticamente dall’autore ispirato nelle acque profonde del mar Rosso), corrisponde al passaggio radicale dal peccato ad uno stato di grazia grazie al sangue di Cristo, vero Agnello di Dio offerto in sacrificio per la salvezza dell’intera umanità. Nell’Eucaristia, i sacrifici di espiazione, di offerta e di propiziazione dell’Antico Testamento sono riassunti e superati dal Sacrificio supremo del Figlio di Dio, il cui sangue, volontariamente versato sulla croce, “lava” e toglie dal cuore dell’uomo ogni macchia di peccato perché, attraverso l’Eucaristia, è Dio che entra in “comunione” d’amore e di grazia con l’uomo, trasformandolo in creatura “nuova”. Come siamo lontani dall’aver compreso appieno il vero significato della “messa” e della “comunione eucaristica”! Basta osservare le celebrazioni eucaristiche, che tante nostre comunità cristiane vivono ogni domenica con un po’ di rassegnazione e con tanto fastidio, per rendersene conto. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». La gente va da Gesù perché si rende conto che solo Lui può sfamarla, anche se ancora non sa come. Neppure Filippo lo sa, perché si ferma davanti all’ovvio: come si fa a sfamare tanta gente con cinque pani d’orzo e due pesci che un ragazzo previdente si è portato dietro in una bisaccia? Filippo non ha ancora compreso “chi” è Gesù, figuriamoci se può immaginare “cosa” può fare il Maestro: un miracolo “eucaristico”. «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Il “miracolo” può avvenire se gli uomini accettano di “sedersi a tavola”, a ricercare la convivialità, la condivisione del cibo col vicino di posto; in altre parole, bisogna accettare “l’altro” e condividere con lui il pane spezzato dall’amore di Dio, altrimenti, niente Eucaristia (parola che significa “rendimento di grazie”). Questo è, in buona sostanza, il senso della partecipazione alla celebrazione eucaristica, che è l’eterno ringraziamento reso a Dio per averci invitato alla sua “mensa” di grazia, di bontà e d’amore. Alla “mensa” del Signore non può darci fastidio il rendimento di grazie del nostro vicino di posto, altrimenti che Eucaristia sarebbe? Seduti “a mensa” ci sono cinquemila uomini: già, perché secondo la mentalità del tempo, specie in ambito culturale semitico (ed ebraico, in particolare) le donne ed i bambini non contano nulla sul piano sociale. Quindi, alla “mensa” eucaristica di Gesù ci sono almeno dieci o quindicimila persone. Uno sproposito, come è spropositata la generosità di Dio nei confronti dell’uomo. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. Lì per lì, forse pochi s’accorgono del miracolo che sta avvenendo davanti ai loro occhi, ma la verità di quei cinque pani e due pesci diventati cibo abbondante per tutti non tarda ad affiorare e possiamo immaginare lo sgomento, seguito da un entusiasmo irrefrenabile della folla. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. I dodici canestri, pieni di avanzi, stanno ad indicare la sovrabbondante generosità di Dio, che non usa la tecnica del braccino corto con l’uomo, il quale è invece maestro in quest’arte specie quando deve restituire a Dio la lode ed il ringraziamento. Una candela, accompagnata da una preghiera frettolosa e formulata a mo’ di ricatto, non possono bastare nemmeno per essere rimasti al mondo un secondo più di un altro! Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo. Purtroppo, la folla rimane alla superficie del miracolo e non riesce a scalfire di un millimetro la profondità del misterioso dono ricevuto da Dio per opera di Gesù. È un po’ il problema di tanti cristiani del nostro tempo, che partecipano alla messa con aria svogliata e fare distratto, che non trovano di meglio che chiacchierare del più e del meno mentre si celebra la liturgia della Parola e del sacrificio eucaristico o che si reca a ricevere la santa Comunione mantenendo un contegno irrispettoso e disdicevole, superficiale e sgradevolmente “ignorante”. Per non parlare, poi, del comportamento indecente tenuto da qualcuno davanti al Santissimo esposto. Ma costoro, lo sanno o no che stanno ricevendo la Persona stessa di Cristo e che stanno entrando in comunione intima e profonda con le Santissime Persone della Trinità? No, evidentemente no ed è altrettanto evidente che persino il momento più sacro della vita di un uomo sia fatto oggetto dell’attacco malvagio ed invidioso del principe del male. Buon Dio, quanta pazienza devi mai avere nei nostri confronti, se non hai ancora deciso di spazzarci via tutti quanti per rifare, magari, un’umanità migliore!

 

XVIII Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbi, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: "Diede loro da mangiare un pane dal cielo"». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mose che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!» (Gv 6, 24-35).

Il nostro mondo occidentale moderno è oltremodo contraddittorio; da una parte si pretende di vivere secondo regole “laiche”, del tutto od in massima parte svincolate da riferimenti a qualsiasi fede religiosa, specie se di matrice cattolica mentre, dall’altra, si assiste ad un massiccio ricorso a maghi, fattucchieri, esperti in astrologia e guaritori, il cui unico scopo è quello di “fare cassa”. Basta uno zapping tra un canale televisivo e l’altro per rendersene conto. Quando si perde la fede in Dio è facile diventare preda della pseudo-scienza, della pseudo-religione o, peggio ancora, cadere nella trappola del fondamentalismo religioso od ideologico. L’uomo ha bisogno di credere e di affidare le proprie sorti, spesso incerte e condizionate da momenti storici e culturali al limite della “follia”, nelle mani di un Dio che vede e provvede ai bisogni materiali e spirituali dell’essere umano, dando una mano anche con qualche sospirato e desiderato “miracolo”. Costretti a girovagare nei territori desolati e desertici della penisola del Sinai per sfuggire alle prevedibili ritorsioni dell’esercito egiziano, lanciato al loro inseguimento, gli ebrei hanno raggiunto il limite della sopportazione a causa della privazione di acqua e di un cibo decente, ma anche con l’ansia di essere raggiunti dai soldati del faraone e di essere sterminati. Qualcuno comincia a brontolare contro Mosè ed Aronne ed a rimpiangere persino i “bei tempi” del loro asservimento nel paese d’Egitto quando erano seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Il mormorio di qualcuno diventa ben presto diffuso e coinvolge la maggioranza degli esuli, determinando una situazione di scontento palese, che Mosè ed Aronne non sanno fronteggiare. Per porre fine alla ribellione strisciante e pronta ad assumere connotati inquietanti, interviene Dio stesso, che provvede ad inviare nei pressi dell’accampamento degli ebrei le quaglie ed a “far piovere dal cielo” una sostanza granulosa e nutriente, di natura sconosciuta (qualcuno ipotizza si trattasse dei frutti di tamerice), che induce gli ebrei a chiedersi tra loro: man-hu “che cos’è?), da cui deriva il termine “la manna”. A ben vedere, gli ebrei avrebbero fruito, ai fini della loro sopravvivenza nel deserto, di due fenomeni naturali. Le quaglie, infatti, trasmigrando da nord verso sud si posano in gran numero nella penisola del Sinai per riposarsi così come i frutti o semi di tamerice, portati dal vento, contengono sostanze di elevato valore nutritivo. Ciò che conta, ai fini del racconto biblico, è la tempestività e l’entità straordinaria di due eventi naturali mediante i quali Dio ha “zittito” un popolo brontolone e dalla memoria troppo corta in risposta ad un’evidente e diffusa mancanza di fede. Grazie ai “segni” delle quaglie e della manna, Dio ha di fatto provveduto alla sopravvivenza del suo popolo dalla fede incostante e, dall’altra, ha raccolto la sfida degli ebrei (Dio è in mezzo a noi, sì o no?) e l’ha rilanciata: Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà à raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge. È lecito coltivare qualche dubbio di fronte alle difficoltà che la vita mette di traverso alla nostra umana esistenza, ma non vivere in modo difforme dalla legge del Signore per il solo gusto di affermare la propria libertà in modo arbitrario. Non siamo noi i padroni della nostra vita e non siamo noi a dover decidere autonomamente cos’è bene e cos’è male (I lettura). Ricordando il prodigio della manna e degli interventi provvidenti di Dio a favore del popolo eletto, il salmista eleva il suo canto di lode e di ringraziamento al Signore ed auspica che gli uomini di fede non dimentichino mai il valore ed il significato della provvidenza divina: Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato non lo terremo nascosto ai nostri figli,
raccontando alla generazione futura le azioni gloriose e potenti del Signore e le meraviglie che egli ha compiuto
(salmo responsoriale). Rivolgendosi ai cristiani di Efeso, l’apostolo Paolo raccomanda loro di abbandonare il vecchio stile di vita, ereditato dal paganesimo e centrato su una sorta di esaltazione del vizio e dell’immoralità e di conformarsi ad uno stile di vita consono alla nuova fede in Cristo Signore, rivestendo l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità. Il vero credente in Gesù Cristo agisce secondo i dettami della legge divina e si oppone al peccato, all’invidia, alla gelosia, al vizio, alla vendetta, alla corruzione ed alla morale “laica” ed atea, che in ogni epoca storica ed in ogni cultura fa sempre capolino spacciandosi per progresso e libertà d’azione e di coscienza (II lettura). Dopo il prodigio della moltiplicazione dei pani e dei pesci, la folla che aveva cercato di farlo re (e chi non vorrebbe per re o presidente uno come Gesù, capace di moltiplicare pani e pesci per migliaia di persone?) si accorge che Gesù è sparito, sottraendosi ad un abbraccio un po’ troppo trionfalistico ed interessato. Qualcuno, più sveglio degli altri, intuisce la direzione presa da Gesù e dai suoi discepoli, saliti alla chetichella su alcune barche. La folla, come un sol uomo, si incammina lungo le rive del lago sino a raggiungere il luogo in cui il Maestro ed i suoi discepoli si sono ritirati per trovare un po’ di pace. «Rabbi, quando sei venuto qua?». Sul come il Maestro sia giunto in quel luogo non è un mistero. Qualcuno lo ha visto allontanarsi su una barca. Circa il quando, la domanda fa un po’ specie. La domanda rende bene la sorpresa della folla, sicura fino a poco tempo prima di conoscere la vera identità di Gesù, tanto da volerlo fare re ed ora disorientata dalla personalità sfuggente e misteriosa di questo rabbì, capace di sottrarsi al controllo di tanta gente. Sollecitato dalla folla, Gesù risponde alla domanda in modo indiretto, cercando di orientare l’attenzione dei presenti sul motivo che li ha indotti ad andare alla sua ricerca. In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo. Il dialogo tra Gesù e la gente di Galilea ruota su due temi fondamentali: il nutrimento relativo alla vita eterna e la fede nell’Inviato di Dio come condizione di salvezza. Coloro che hanno ricevuto in abbondanza il pane che “perisce” sono invitati a desiderare un pane “che rimanga” e che viene donato dal Figlio dell’uomo. Per ricevere il pane che dura per sempre (“per la vita eterna”) è necessario attenersi ad una condizione inderogabile: accogliere Gesù come Inviato del Padre, il quale è il donatore del “pane vero” che dà la vita al mondo. Appare subito evidente che il conduttore del dialogo è Gesù, forte dell’autorità che gli proviene da Dio Padre. Egli non si cura di spiegare quando e come sia giunto a Cafàrnao, ma eleva subito il livello del dialogo ed i suoi interlocutori fanno fatica a comprendere la portata delle parole di Gesù, che troveranno “troppo dure” per i loro orecchi. Gesù mette in guardia i presenti sulla deviazione del loro desiderio: essi si sono saziati mangiando un pane terreno, ma il pane di cui hanno veramente bisogno è di un altro genere perché il destino della loro vita è profondamente radicato nell’eternità. Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: "Diede loro da mangiare un pane dal cielo"». Gli interlocutori di Gesù già sanno dalla Sacra Scrittura (Sir 17,6-11; 45,5) che la manna, che i loro padri hanno mangiato nel deserto, è figura della Legge divina, donata da Dio in persona al patriarca e profeta Mosè e che essi non devono, pertanto, lavorare solo per acquisire il pane terreno. Essi comprendono bene che Gesù li sta conducendo su un terreno ben noto: compiere le “opere di Dio” significa entrare nell’orizzonte della perfetta osservanza della Legge; i galilei, però, volutamente ignorano il richiamo di Gesù a procurarsi il cibo vivificante donato dal Figlio dell’uomo, sul quale il Padre ha impresso il proprio sigillo di riconoscimento. Eppure, con un duplice “amen” (reso in italiano con un poco incisivo “in verità, in verità”) Gesù ha voluto sottolineare con particolare forza la portata della sua proclamazione. Per il momento, Gesù non designa se stesso come il donatore del “pane di vita”, ma attribuisce questa funzione ad una figura celeste nota all’apocalittica giudaica: il “Figlio dell’uomo”, nel quale Gesù s’identifica, evoca nel linguaggio teologico di Giovanni l’itinerario compiuto dal Lògos incarnato, che è disceso dal cielo e che al cielo farà ritorno. I galilei, però, ancora non intuiscono il percorso di fede che Gesù vuol far compiere a loro, ma ben presto Egli li condurrà ad una drastica scelta di campo: o con Lui o contro di Lui. Ai galilei non è bastato essere stati testimoni di un così grande “segno”, come la moltiplicazione di cinque pani, che hanno sfamato ben cinquemila uomini e si ostinano a chiedere a Gesù un “segno” che lo qualifichi come Inviato di Dio, avendo ben compreso il significato dell’appellativo “Figlio dell’uomo” usato da Gesù. Essi sembrano disposti a credere in Lui, ma in realtà non lo sono per niente; secondo la tradizione profetica, un segno per essere probante deve essere debitamente annunciato in precedenza dal suo autore. Orbene, i galilei chiedono a Gesù quale “segno” Egli intenda compiere per dimostrare di essere il Profeta, il Messia, l’Inviato investito da Dio del grave compito di liberare il suo popolo. Ecco riaffiorare la dimensione politica delle attese messianiche del popolo ebraico. Con il miracolo dei pani, Gesù aveva mostrato un potere che la folla aveva interpretato secondo le proprie attese, senza che Egli le avesse detto una sola parola chiarificatrice in tal senso; ora la folla lo sente dichiarare che credere nella sua persona significa compiere la Legge intera.  Gli interlocutori di Gesù mostrano tutta la loro perplessità di fronte ad un personaggio così enigmatico, capace di compiere prodigi straordinari ma assolutamente poco affidabile dal punto di vista dottrinale: chi pretende d’essere costui? Come può osare di fare concorrenza a Mosè, donatore della manna e mediatore legittimo della Parola di Dio? La citazione proposta dal testo non trova riscontri nella Sacra Scrittura, almeno nella sua formulazione attuale, ma, dato il parallelismo fra Gv 6 ed Es 16, si potrebbe cogliere nella citazione la combinazione dei due testi seguenti: “E’ il pane che il Signore vi ha dato da mangiare” (Es 16,15); “Io farò piovere su di voi dei pani che vengono dal cielo” (Es 16,4). In ogni caso, il segno evocato nella citazione è il dono meraviglioso della manna, simbolo della Legge data a Mosè sul Sinai da YaHWeH in persona. Cosa può esservi di più grande della Legge, dalla quale Israele trae il quotidiano nutrimento per conservare la propria identità religiosa, culturale, politica ed etnica e per guadagnare la vita eterna mediante l’osservanza scrupolosa delle norme contenute in essa? Ogni ebreo osservante sa che, se vuole salvarsi, deve obbedire alla Legge e come può pretendere Gesù che si riponga in Lui, nella sua Parola e nelle sue “opere”, una qualsiasi attesa di salvezza che solo Dio può dare mediante la sua santissima Legge? Ciò che i padri hanno mangiato nel deserto era un pane che veniva “dal cielo” e, siccome la Scrittura è il codice di lettura sia del passato sia del presente, i galilei si sentono nel giusto se fondano la loro fede nel Dio che ha donato loro la manna (= Legge); così facendo, però, essi si bloccano davanti alla prospettiva di qualsiasi rivelazione futura. “Quale opera compi?”. La domanda offre a Gesù lo spunto per sottolineare la grande differenza che esiste tra la manna ed il “pane di vita”, che è Lui stesso, il Figlio mandato da Dio Padre per “nutrire” gli uomini e condurli alla salvezza. L’autore del IV Vangelo suggerisce, con la sua ormai nota ironia, diverse sfumature interpretative della generica azione del “compiere le opere”: essa può, infatti, essere intesa nel senso di “lavorare per mangiare”, ossia “osservare la Legge” e “credere nel Figlio”, disponendosi, così, ad accettare “l’opera del Figlio” mandato da Dio Padre per “donare la propria vita a vantaggio altrui”. Sul diverso modo di intendere le parole di Gesù si consuma il dramma della folla, dapprima disposta a seguirlo al punto da volerlo incoronare come proprio re e poi pronta a voltargli le spalle, convinta di avere a che fare con un uomo esaltato e, forse, anche un po’ folle. Il rifiuto del mistero presente nella Persona di Cristo da parte del popolo ebraico costituisce il leitmotiv del IV Vangelo. Nonostante i “segni” prodigiosi da Lui compiuti, pochi gli hanno creduto durante la sua vita terrena; l’evangelista invita i suoi lettori d’ogni tempo a farsi incontro a Cristo senza troppi pregiudizi, fidandosi della testimonianza di coloro che, pur deboli e pusillanimi, hanno saputo versare il loro sangue per rendere testimonianza alla Verità dopo aver visto il Risorto. Gesù definirà beati coloro che saranno disposti a credere in Lui anche senza averlo “visto” vittorioso sulla tragica realtà della morte. Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mose che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Con un duplice “amen” (tradotto in italiano con l’espressione “in verità”), Gesù sfugge alla richiesta di compiere un “segno” ad uso e consumo della curiosità della folla, che vuole essere certa di trovarsi proprio di fronte al Profeta di Dio, paragonabile in grandezza ed autorità a Mosè (Dt 18,15), ma sposta l’attenzione dei presenti su Dio, che in passato ha donato la manna e che ora dà il “pane che discende dal cielo e che dà la vita al mondo”. Gesù non mette in discussione la grandezza di Mosè, ma contesta che sia stato lui a donare la manna, come sostengono i suoi interlocutori. È il Padre che ha nutrito i padri nel deserto ed è ancora il Padre che ora dona il cibo della vita, destinato ad ogni uomo che lo voglia ricevere. Gesù ha fatto cenno al nutrimento futuro che il Figlio dell’uomo avrebbe donato (“…che il Figlio dell’uomo vi darà”) e, tra il cibo donato in passato da Dio (la manna) e quello che darà il Figlio dell’uomo, ecco il “presente” di Dio che dona oggi “il pane dal cielo, quello vero”. Dal ricordo di un evento successo nel passato e dall’attesa di un dono futuro, Gesù sposta l’attenzione dei suoi interlocutori sulla realtà sostanziale del presente. Di questo pane di Dio, Gesù dà una definizione pienamente accettabile da parte dei suoi interlocutori, poiché essa riprende i termini della citazione da loro proposta: come la manna-Legge, così il pane di Dio “discende dal cielo”, ma non per nutrire il solo popolo d’Israele, bensì per donare la vita a tutto il “mondo”. Quest’ampliamento dell’orizzonte della salvezza è in consonanza con la prospettiva del compimento escatologico: la Fine riguarda tutti i popoli della terra e la sua attesa orienta ormai da tempo gli animi verso l’intervento divino definitivo; poiché Gesù afferma che il donatore del “pane celeste” è Dio, i suoi interlocutori non possono che essere d’accordo e domandano, senza alcun indugio, questo pane che Gesù ha loro annunciato. Improvvisamente ed in modo sorprendente, Gesù, di cui poco prima era contestata la mediazione, viene chiamato “Signore” (vocativo greco, kýrie). Quale tipo di pane è chiesto a Gesù dai presenti? Non certo il pane materiale, ma la “vera Legge di cui essi vogliono vivere “sempre” e di cui Gesù sembra essere, ai loro occhi, il garante più qualificato poiché è stato capace di compiere un miracolo così straordinario come la moltiplicazione dei pani. Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!». La richiesta dei galilei può essere soddisfatta ad una condizione, cioè che accettino Gesù come “il pane della vita” annunciato dalla Scrittura, mangiando il quale non avranno più fame (né sete). Il modo di esprimersi di Gesù non lascia adito ad alcun equivoco: prendere o lasciare. L’auto-rivelazione di Gesù (“Io sono il pane…”) procede alla maniera midrashica; all’affermazione iniziale segue una proposizione participiale (in greco, “il veniente a me… il credente in me), come nella tradizione sapienziale. Alle presentazioni che la Sapienza fa di se stessa, segue normalmente un invito a seguirla, ad amarla, a mangiarla ed una promessa escatologica. Aggiungendo la sete alla fame, il linguaggio simbolico supera l’immagine del pane. Anche la Sapienza invita coloro che l’ascoltano a condividere il suo pane ed a bere il suo vino squisito (cf. Sir 24,19.21; Pr 9,5). L’appello è analogo, ma il risultato è ben differente: i discepoli della Sapienza avranno ancora fame e sete di un nutrimento assai saporito, mentre i discepoli di Gesù saranno pienamente soddisfatti (cf. Is 48,21; 49,10). Con Gesù i tempi dell’attesa sono giunti ormai al loro pieno compimento ed il desiderio è stato definitivamente appagato, com’è avvenuto per i convitati, saziati di pane al punto da lasciarne gli avanzi. La dimensione escatologica dell’auto-rivelazione si manifesta anche nel modo impersonale con cui Gesù formula il suo appello a credere in Lui (“chi viene a me… chi crede in me”); Egli, infatti, si rivolge non solo ai galilei presenti, ma a chiunque voglia essere uditore della sua Parola.

 

XIX Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: "Sono disceso dal cielo"?». Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: "E tutti saranno istruiti da Dio". Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6, 41-51).

Il nostro mondo è spaccato in due. Da una parte predomina un diffuso benessere, dall’altra si stenta a vivere a causa di condizioni di vita miserevoli; anche le nostre società civili risentono di questa divisione sempre più profonda e scandalosa tra chi vive nel lusso sfrenato e chi fatica a sbarcare il lunario a fine mese. Il pane e l’acqua possono essere assunti come simbolo di tale contrasto tra chi vive nell’abbondanza e chi, invece, si trova sul baratro della stessa sopravvivenza (per non parlare di chi è già sprofondato in questo abisso di miseria e di disperazione, senza nemmeno più avere la speranza di risalire a condizioni di vita decenti). Al tempo di Gesù le condizioni sociali non erano sostanzialmente tanto diverse dalle nostre e la disponibilità del pane segnava la differenza tra chi poteva permettersi di vivere bene e chi moriva di fame; trasferendo la simbologia del pane sul piano spirituale, Gesù ha voluto esprimere la necessità di nutrirsi della sua Parola e della sua stessa Persona, umana e divina, per poter vivere in abbondanza dei beni celesti che, a differenza di quelli materiali, destinati a deperire con facilità ed a scarseggiare per svariati motivi (guerre, carestie, congiunture economiche), non si deteriorano e durano per l’eternità. Nella Liturgia odierna, è il profeta Elia da Tisbe, vissuto nel IX secolo a.C., a fruire dei benefici spirituali, morali e fisici del “pane” di provenienza celeste per sfuggire e sopravvivere alla persecuzione del re Acab e della regina Gezabele. Grazie al pane offertogli da un angelo, Elia camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l'Oreb, lontano dalle trame omicide dei suoi potenti e perfidi avversari (I lettura). L’uomo che affida la propria vita a Dio, fidandosi della sua provvidente bontà e premurosa cura, può vedere, sperimentare e gustare la bontà del Signore, il quale libera da ogni pericolo ed angoscia quanti si consegnano con fiducia nelle sue mani (salmo responsoriale). Per potersi accostare a Cristo, “pane di vita” ed entrare in intima comunione con Lui, occorre imitare Dio e vivere nell’amore, proprio come ci ha insegnato Gesù e s. Paolo ci suggerisce quali opere compiere per essere graditi a Cristo, fonte di ogni bontà: “Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo” (II lettura). I Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: "Sono disceso dal cielo"?». I “giudei”, qui intesi non come gruppo etnico visto che ci troviamo in Galilea, ma nel senso di “avversari” di Gesù, mormorano come già avevano fatto tante volte i loro padri nel deserto del Sinai, durante l’esodo dall’Egitto. Nel contesto della storia della salvezza, ogni volta si ripropone il tema del rifiuto da parte degli uomini, reso da quel continuo mormorio della folla incredula e ribelle, così fastidioso e petulante da far perdere la pazienza anche a chi, come Dio, ha tanta pazienza da vendere in quantità cosmica. Lo scandalo scaturisce dall’evidente disparità tra la condizione umana di Gesù e la sua pretesa di essere d’origine celeste. I giudei parlottano tra loro, sussurrano e si danno di gomito: ma come, ma costui non è uno di noi? Non è forse lui il figlio di Giuseppe, il falegname? Ma certo che è lui, anch’io mi sono servito della sua bottega. Ah, gran buonuomo quel Giuseppe, sapeva stare al proprio posto: gran lavoratore, sempre cordiale con tutti e pronto a dare buoni consigli. Ma che gli ha preso a suo figlio? Eppure, anche lui non era male come artigiano; forse era un po’ taciturno, sembrava perso nei suoi pensieri ma quello sguardo… eh sì, quando ti fissava negli occhi ti metteva un po’ a disagio, ti sentivi rimescolare tutto… a me non ha mai fatto mancare una parola, un sorriso, una gentilezza ed in questo era tutto sua madre… certo che a sentirlo parlare c’è da chiedersi come ha fatto ad imparare queste cose… e poi, vuoi mettere, compie prodigi come se ne leggono solo nel santo Libro… vero, ma Gesù sta esagerando davvero, ancora un po’ e si mette alla pari dell’Onnipotente (sia benedetto il suo santissimo Nome)… Queste ed altre consimili considerazioni, tipiche di una folla numerosa che commenta a modo suo fatti ed opinioni tra i più disparati, possiedono un unico denominatore comune: l’incredulità.  Tutti sanno, o presumono di sapere, da dove viene Gesù, ovvero le sue umili origini; tutti conoscono bene i suoi genitori, i nonni ed i vari membri del suo clan familiare (quelli che, nel modo tipico di esprimersi dei semiti, sono chiamati “fratelli”). Eppure Gesù, anche senza mettere in discussione la propria natura e condizione umana, lascia chiaramente capire di provenire dalla sfera divina (“disceso dal cielo”), ma per tutti Egli è soltanto un uomo come un altro. Come gli ebrei nel deserto hanno mormorato contro Mosè, quindi contro Dio (Es 16,7-8), così ora i giudei mormorano contro Gesù perché non accettano di vedere in Lui il progetto salvifico di Dio, che va realizzandosi. Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: "E tutti saranno istruiti da Dio". Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Eccoli sistemati, sia i giudei sia la loro incredulità. Non vogliono lasciarsi “attirare dal Padre”? Ebbene, non riusciranno ad entrare nella vita eterna nonostante che conoscano a menadito ogni parola della Scrittura! Posto di fronte all’obiezione sulla sua nascita, Gesù non si scompone per nulla e riafferma la sua origine divina, rendendo ancora più esplicito ciò che era già implicito nel movimento di “discesa dal cielo”. Gesù è l’unico che “era presso Dio” dall’eternità e che “ha visto il Padre” a differenza di tutti gli altri uomini. Appare evidente il richiamo all’ultimo versetto del Prologo (1,18): “Dio, nessuno lo ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato”. Secondo questo passo del Prologo è il Figlio ad essere disceso dal cielo per rivelare il Padre agli uomini, facendone l’esegesi, dandone cioè la spiegazione. In direzione contraria vanno i versetti 44-45 di questo sesto capitolo del Vangelo di Giovanni, secondo i quali non è il Figlio che fa conoscere il Padre, ma è il Padre che, attirando gli uomini, li orienta verso il Figlio. Affermando di non poter essere conosciuto senza il diretto intervento di Dio, Gesù suggerisce implicitamente la sua condizione divina. Posto all’origine ed al termine della missione di Gesù, Dio è situato anche all’origine dell’accoglienza riservata dagli uomini a suo Figlio. La conseguenza è che colui che è stato inviato dal Padre ed è disceso dal cielo non dona la propria vita se non compiendo e facendo propria la volontà del Padre medesimo. Coloro ai quali Gesù è stato inviato non possono, così, ricevere la vita senza dimostrare una docilità interiore nei confronti del Padre. In conclusione, è il Padre che, per grazia, “attira” gli uomini alla fede nel Figlio suo. Qualcuno potrebbe scorgere in quest’espressione una sorta di predestinazione alla salvezza di pochi e scelti individui od un presunto determinismo che nega, di fatto, la libertà umana. Gesù non prevede assolutamente la predestinazione, giacché ritocca la citazione del profeta Isaia (54,13) affermando che “tutti saranno ammaestrati da Dio”, non solo i membri del popolo eletto. La prospettiva della salvezza diventa, nel linguaggio chiaro e schietto di Gesù, assolutamente universale: tutti gli uomini, senza eccezione alcuna, sono invitati alla fede ed alla salvezza. Acquista, così, un diverso significato anche il tema dell’attrazione esercitata da Dio sugli uomini: essa, infatti, è strettamente correlata all’amore, di cui è un’espressione suggestiva e fortemente caratterizzante. La forza d’attrazione dell’amore di Dio è tale da vincere anche la resistenza più ostinata dell’uomo (cf. Os 11,4) che sia, anche minimamente, disposto a cedere. È per questo che Gesù conclude con un appello a credere in Lui. Per l’evangelista Giovanni, la fede in Gesù implica l’ingresso nel mistero di Dio e ciò non può avvenire se Dio stesso non ne apre l’accesso mediante la chiave della Sacra Scrittura, la quale trasmette la Parola di Dio ed invita ad ascoltarla senza sosta, vivendo di essa. Citando Is 54,13 Gesù ha inteso suggerire che il tempo del compimento della nuova ed eterna Alleanza va realizzandosi nel momento in cui la Legge non viene più semplicemente proposta dall’alto, ma è iscritta nel cuore d’ogni uomo (Ger 31,33-34). La Legge, infatti, diventa oggetto di una conoscenza immediata, dovuta allo Spirito (Ez 36,27), la cui azione è strettamente collegata alla presenza in questo mondo di Gesù, il “mediatore” che unisce nella sua Persona l’umanità e la divinità. L’insegnamento immediato e pieno del Padre trova la sua realizzazione concreta nella missione di Gesù, nel quale si avvera la parola del profeta Isaia 11,9: “la saggezza del Signore riempirà il paese, come le acque ricoprono il mare”. L’azione di Gesù e quella del Padre hanno un andamento circolare; tutto passa da Gesù e, tuttavia, tutto procede dal Padre e tutto troverà compimento presso il Padre, grazie alla resurrezione garantita da Gesù a coloro che crederanno in Lui. In questa prima parte del discorso domina la necessità di credere che Gesù è disceso dal cielo e che Egli è l’Inviato escatologico di Dio. Il pane, che prima aveva designato la Legge e poi il dono di Dio, vita per il mondo, ora esprime la Persona stessa di Gesù, il Lògos divenuto uomo. La fede nel Verbo incarnato è interamente opera di Dio e chi si nutre del “pane vivo” disceso dal cielo, ossia di Cristo stesso, si proietta, come credente, nella comunione intima e vivificante con Dio.   Gesù è il pane vivente e dona Se stesso come cibo da mangiare. Il linguaggio usato da Gesù è molto realistico ed affatto metaforico. La discussione tra Gesù stesso ed i suoi ascoltatori, discepoli compresi, si surriscalda ed i toni si fanno viepiù accesi ed accalorati da una parte e dall’altra; Gesù non ha paura di scandalizzare i presenti e questi vengono messi con le spalle al muro. Il tempo della scelta si è ormai consumato e l’opzione della fede o del rifiuto non può essere ulteriormente procrastinato. Anche il soggetto del dono celeste, cioè del pane di vita, cambia: se prima Gesù aveva individuato nel Padre il donatore della manna, della Legge e del proprio Figlio, ora Egli si pone al centro dell’azione. È Gesù, infatti, che dona Se stesso e l’opera da Lui compiuta è tesa alla realizzazione della salvezza per il mondo intero. A prima vista sembrerebbe che Gesù voglia sostituirsi all’azione del Padre, ma non è così, perché il Padre ed il Figlio suo Unigenito agiscono all’unisono ed entrambi manifestano un’unica volontà di salvezza. Pur distinti come Persone, il Padre ed il Figlio sono UNO. La conseguenza prospettata da Gesù a coloro che lo “mangeranno” è la vita eterna, che già ora si realizza mediante la reciproca inabitazione del Figlio nei credenti e di costoro nel Figlio, l’unico “mediatore” tra Dio e gli uomini. In questa seconda parte del suo discorso, Gesù rivela che morirà a breve per la vita del mondo e che la sua morte è condizione indispensabile affinché si realizzi l’intima unione (inabitazione) salvifica tra Lui ed i credenti. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia». Ancora una volta Gesù sottolinea l’abissale distanza esistente tra la manna, cioè la Legge ricevuta dai padri sul monte Sinai e Lui stesso, “pane vivente” venuto dal cielo. Per i padri la Legge mosaica (ovvero la manna) si è rivelata un nutrimento insufficiente per comunicare la vita, giacché “sono morti”. Solo Gesù, “pane celeste”, abolisce per sempre la morte per colui che ne mangia. Non solo Gesù definisce Se stesso come “pane della vita”, ma addirittura come “pane vivo” (o vivente). La morte di Gesù diventa per i credenti una sorgente di vita, che trascende il tempo materiale e storico per assumere il valore di una condivisione dell’eternità di Dio medesimo. A molti commentatori appare evidente il significato sacramentale, eucaristico, dei termini “carne”, “pane”, “mangiare”, “vivere in eterno” e “dare” contenuti in questa breve pericope così ricca di significato teologico. Di certo, questi elementi tradizionalmente associati al sacramento eucaristico possono evocare l’intimo rapporto tra il tempo passato di Gesù, che va incontro alla sua morte volontaria e redentrice ed il tempo presente della comunità cristiana di Giovanni, che vive il sacrificio eucaristico secondo lo spirito e la sensibilità trasmessale dall’apostolo evangelista. Quanti cristiani dei giorni nostri sono veramente e drammaticamente consapevoli di ciò che si perdono a non partecipare alla liturgia eucaristica e ad astenersi dal ricevere il Corpo di Cristo mediante la comunione eucaristica?

 

XX Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno» (Gv 6, 51-58).

 
Non c’è nulla di meglio di un banchetto conviviale per incontrare persone, conoscerle, dialogare, discutere, familiarizzare e creare anche vincoli di amicizia. A differenza del mondo animale, in cui prevale l’istinto di conservazione ed il più forte allontana dal pasto il più debole, al quale lascia semmai qualche miserevole scarto di cibo e solo dopo aver raggiunto un livello di sazietà del tutto soddisfacente, tra gli uomini un pasto condiviso può assumere persino un valore sacrale e, in effetti, presso la maggior parte delle religioni sono in vigore dei riti connessi con banchetti sacri. Condividere la stessa mensa, mangiare in comune crea tra i convitati vincoli sacri cui è associata la divinità. Nella tradizione religiosa ebraica il banchetto sacro ha un significato particolare. In quanto celebra e ricorda un evento storico e rinnova l'alleanza con Dio, divenendo memoriale delle meraviglie compiute da Lui a favore del il suo popolo. Ogni anno il banchetto pasquale, celebrato in famiglia e con gli amici, richiama l'Esodo, l'evento liberatore ideale, che attualizza la speranza della salvezza nella «memoria» delle meraviglie di un tempo. Il rituale della cena pasquale ebraica è stato assunto da Gesù, il quale ha spostato l’attenzione dal ricordo ed attualizzazione dell’evento storico dell’esodo del popolo ebraico dalla schiavitù in Egitto verso l’Evento per eccellenza della sua stessa passione, morte e resurrezione. La redenzione dell’umanità, sottratta alla schiavitù del male e del peccato in virtù della croce abbracciata dal Signore, meritava un rito perenne di comunione mediante il sacrifico eucaristico celebrato ogni giorno in ogni angolo della terra. Nel corso della storia dell’antico popolo d’Israele, i profeti hanno educato gli ebrei a «celebrare la Pasqua» non tanto partecipando materialmente al banchetto pasquale, sia pure seguendo il rituale prescritto, quanto piuttosto rinnovando la propria fedeltà all'alleanza con Dio mediante opere di conversione del cuore. Gesù, venuto ad instaurare una nuova ed eterna alleanza, ha preparato il suo nuovo banchetto annunciando un nuovo pane ed ha affermato la necessità assoluta di mangiare il suo corpo e bere il suo sangue per avere la vita eterna, non tanto in questo mondo materiale e soggetto a perire, ma nell’altro mondo, nel quale la vita in Dio non avrà mai fine. In questo modo l'Eucaristia preannunciata da Gesù nel discorso sul pane di vita, realizzata nell'ultima cena e attualizzata nella Messa per volere di Gesù, diventa per ogni comunità cristiana la sorgente di un nuovo modo di vivere nella carità, nella collaborazione e nel servizio, un pegno di speranza d’immortalità. In questa prospettiva la morte non è eliminata, ma superata. Nel linguaggio biblico, la Sapienza è l’attributo primario di Dio. La Liturgia odierna ci propone un brano tratto dal libro dei Proverbi, in cui si legge che la Sapienza (cioè, Dio stesso) ha preparato un banchetto per il quale ha invitato proprio tutti, compresi quelli considerati indegni per inesperienza e limiti d’intelligenza e capacità di comprensione: “Chi è inesperto venga qui!». A chi è privo di senno ella dice: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. Abbandonate l'inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell'intelligenza”. A Dio non fanno difetto né la pazienza né la misericordia (I lettura). I santi, cioè coloro che rispettano e venerano Dio ed i suoi comandi, non devono temere per la propria vita e per il proprio benessere materiale e spirituale, perché Dio li colma di beni e di attenzioni: a chi cerca il Signore non manca alcun bene. A chi cerca di essere gradito a Dio, la Sapienza rivolge una raccomandazione, che suona come un codice di comportamento valido in ogni tempo e per ogni essere umano, a qualunque cultura o credo religioso appartenga: “Custodisci la lingua dal male, le labbra da parole di menzogna. Sta' lontano dal male e fa' il bene, cerca e persegui la pace” (salmo responsoriale). Rivolgendosi ai cristiani di Efeso, l’apostolo Paolo raccomanda di saper vivere con giudizio i propri giorni, che Dio ha concesso loro di vivere in questo mondo e di non perdersi nei vaniloqui tipici di che si ubriaca e non sa più quello che dice: “non ubriacatevi di vino, che fa perdere il controllo di sé; siate invece ricolmi dello Spirito, intrattenendovi fra voi con salmi, inni, canti ispirati, cantando e inneggiando al Signore con il vostro cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo”. Oggi abbiamo perso il gusto e l’interesse di parlare con Dio e di Dio, ma non di fare polemica con coloro che lo rappresentano, pur con tutti i limiti e le debolezze che siamo a disposti a tollerare in noi stessi e che tanto ci scandalizzano se li notiamo in loro (II lettura). «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Gesù stesso si presenta, in prima persona, come donatore del pane che dà la vita al mondo. La metafora del pane viene decodificata ed interpretata chiaramente da Gesù. Col termine “carne” (in greco sàrx), Gesù non intende certamente la sostanza corporea dell’organismo umano, ma Se stesso nella sua condizione mortale, debole e fragile, soggetta alla sofferenza ed alla morte. Giovanni evita il termine sôma (corpo), che nel contesto culturale della sua comunità aveva il significato di cadavere. Ma perché usare il vocabolo “carne” invece di quello, forse più elegante, di “anima” o “vita” (in greco psykhé)? Forse perché è ovvia la correlazione tra la “carne” ed un elemento materiale come il “pane”, o forse e più probabilmente perché la parola “carne” specifica nel Prologo (1,14) il modo in cui il Lògos di Dio si è reso presente tra gli uomini. La “carne”, quindi, rimanda al mistero dell’Incarnazione, messo in evidenza nel corso del dialogo tra Gesù ed i galilei grazie al tema della “discesa dal cielo”. La vita e la morte di Gesù hanno uno scopo ben preciso: donare la vita (eterna) agli uomini, collettivamente abbracciati nel vocabolo “mondo”, al quale Giovanni annette di volta in volta un significato diverso, secondo il contesto in cui si svolge il racconto evangelico. In questo caso la parola “mondo” ha un significato assolutamente positivo; Gesù sacrifica la propria vita a vantaggio di tutti coloro che scelgono di credere in Lui ed alla sua Parola di vita e di verità. Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Come appare del tutto ovvio, gli interlocutori di Gesù prendono alla lettera le sue parole e, forse, non può essere altrimenti, visto che non riescono a cogliere la dimensione mistica, seppure reale, del suo pensiero. Secondo il loro modo di procedere nel dibattito, i giudei si limitano allo stretto senso letterale delle parole di Gesù, ritenute assurde e prive di senso logico. Viene da pensare allo stesso Nicodemo, incapace di comprendere il significato di rinascita propostogli da Cristo ma sufficientemente intelligente da fare dell’umorismo sulla prospettiva di rientrare nel seno materno, lui, ormai vecchio, per nascere ancora e diventare un “uomo nuovo”. Qui, invece, non c’è alcuna traccia d’umorismo nella riflessione della folla sconcertata. I galilei sono indignati ed assai poco propensi a fare uno sforzo di fantasia per cercare di elevare il proprio pensiero appena un poco al di sopra della pura materialità delle parole ascoltate e di coglierne, quindi, un qualche significato simbolico. A ben vedere, tutto il contesto del dialogo si oppone ad una comprensione materiale delle parole di Gesù, prese alla lettera in modo pedante e poco intelligente dalla folla. Era già evidente dalle prime battute del discorso di Gesù che il pane (o manna) mangiato dai padri all’epoca dell’esodo si riferiva alla Legge mosaica e che mangiando di questo “pane” gli ebrei si erano ben disposti ad accettare il dono della Legge e di vivere di essa. Questa simbolica del pane-manna-Legge era stata mantenuta nel corso dell’intero dibattito; come mai ora si crea un’improvvisa e radicale frattura tra Gesù e la sua amata gente di Galilea? Sembrerebbe ovvio ritenere che la folla, presente nella sinagoga, abbia capito assai bene che Gesù si sta attribuendo un’origine divina, che suona come una bestemmia ai loro orecchi. È quindi evidente che la parola di Gesù è stata rifiutata in modo assai deciso perché n’è stata compresa pienamente la portata. I giudei, come li chiama Giovanni, non sono solo i diretti ascoltatori di Gesù (in questo caso i galilei), ma tutti coloro che a vario titolo e per diversi motivi si rifiutano di accettare che Gesù possa offrire in pasto la propria Persona e che da Lui possa derivare la salvezza universale. I contemporanei e conterranei di Gesù non vogliono far dipendere il proprio destino futuro da un uomo uguale a loro e che si arroga il potere di salvare l’uomo prendendo niente meno che il posto di Dio, l’unico da cui può provenire la salvezza. Con molta probabilità, il sospetto che Gesù abbia formulato una proposta d’antropofagia non ha nemmeno sfiorato la gente presente nella sinagoga, che ha invece ben compreso la sua pretesa origine divina, assolutamente incompatibile con il rigido monoteismo della fede ebraica. Sottolineando l’umile origine di Gesù, figlio di un falegname e di una popolana di Nazareth, i giudei si erano già espressi in modo negativo sulla possibilità che Gesù potesse avere un’origine diversa da quella meramente umana (rifiuto dell’Incarnazione del Lògos), ma ora, chiedendosi come possa “costui dare la sua carne da mangiare”, si dispongono a rifiutare che la morte di Gesù possa avere un valore salvifico e redentore a vantaggio di tutti gli uomini. Affiora lo scandalo ed il rifiuto radicale della Croce.  Se in un primo tempo i giudei erano invitati ad ascoltare il Padre per poter “venire” a Gesù (ovvero, credere in Lui), ora sono sollecitati a “mangiare e bere”, cioè ad accogliere la rivelazione del sacrificio redentore del Figlio dell’uomo (6,53-58). Solo chi accetterà questa prospettiva di redenzione personale ed universale vivrà della stessa vita eterna del Figlio di Dio. Per la prima volta affiora nel IV Vangelo il tema dell’immanenza mutua di Gesù e del credente. Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Il solenne, duplice “amen” di apertura enfatizza e mette in grande risalto l’espressione “mangiare la carne”, che ha tanto scandalizzato la folla e che Gesù, invece, ribadisce a più riprese riponendo ogni speranza di salvezza per l’uomo nell’integrale assimilazione (“mangiare - bere”) della Persona (“corpo – sangue”) del Figlio di Dio. Dal momento che i giudei vedono in Gesù un uomo comune e normale come loro (“costui”), ragione per cui ne rifiutano il messaggio, Gesù con molto tatto evita di dire: “Se non mangiate la mia carne”, bensì: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo”, facendo capire ai suoi interlocutori che Egli non appartiene a questo mondo né a questa creazione, ma al mondo dall’alto. Gesù sollecita i giudei a non fissare il loro sguardo sull’essere umano che sta loro di fronte, ma di sollevarlo su Colui che, secondo la tradizione apocalittica, domina i secoli. Il Figlio dell’uomo è in permanente comunicazione col cielo, da cui è disceso per “essere innalzato” e verso il quale risalirà al momento opportuno, dopo aver “attirato” verso di sé ogni creatura. Dopo aver nominato il Figlio dell’uomo all’inizio del suo dialogo coi giudei, attribuendo a questa figura celeste il ruolo di datore del cibo che dura per la vita eterna, Gesù lo ripropone ora per specificare la natura del “cibo” che occorre “mangiare” per essere salvi ed “avere la vita”: il cibo s’identifica con il donatore, cioè con lo stesso Figlio dell’uomo il quale, disceso dal cielo, si è donato senza riserve affinché la sua vita sia trasfusa nel discepolo. L’atto di fede si rivolge al Vivente, che ha attraversato la morte al fine di vincerla in coloro che, senza di Lui, perirebbero come sono morti i padri. I verbi “mangiare” e “bere” esprimono un unico concetto di base: la fede nel Figlio dell’uomo, condizione indispensabile per avere la “vita eterna”. Il binomio “carne e sangue” ha un fondamento biblico, poiché indica tutto l’uomo sotto l’aspetto della sua condizione nativa, che è terrestre (cf. Mt 16,17; Eb2,14; 1Cor 15,50; Gal 1,16; Ef 6,12; Gv 1,13). Per l’evangelista, la condizione mortale del Figlio dell’uomo era fondamentale affinché l’Inviato potesse assolvere la sua missione di redenzione mediante la morte di croce. Tuttavia, il tradizionale binomio “carne e sangue”, pur designando un unico essere, viene separato a causa dei verbi differenti cui ciascun termine si accompagna; “carne” e “sangue” restano distinti, quasi prefigurando la diversa destinazione di questi elementi nei sacrifici giudaici. Infatti, il sangue della vittima sacrificata a Dio sull’altare dei sacrifici era versato sull’altare medesimo, mentre la carne era mangiata (cf. Lv 7,14ss; Dt 12,27). Secondo il testo or ora commentato, la carne è mangiata ed il sangue è bevuto per far meglio comprendere il valore reale della morte di Gesù, che sulla croce ha veramente versato il suo sangue. Per un giudeo, poi, il sangue simboleggia la vita stessa, di cui solo Dio può disporre, motivo per cui il sangue degli animali sacrificati viene versato sull’altare del sacrificio, al quale è interamente riservato, acquistando in tal modo un esclusivo valore espiatorio.  Credere al sacrificio del Figlio dell’uomo, vittorioso sulla morte, significa avere la vita eterna, essere inseriti nella vita stessa di Dio (“avrete in voi la vita”). Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno. Il testo evangelico contiene parole di un realismo crudo ed efficace, tale da non dare adito ad alcun equivoco interpretativo. Gesù si qualifica come vero cibo e vera bevanda in senso reale e sacramentale, non certo in senso puramente metaforico e chi sa intendere queste parole nella loro giusta prospettiva si trova immerso in una nuova dimensione di vita e di relazione con Gesù. La reciproca inabitazione del credente nel Figlio di Dio e viceversa stabilisce il presupposto per una nuova relazione col Padre, capace di annullare l’abissale distacco esistente tra la divinità creatrice e l’umanità creata. Limitandoci alla pura materialità della manducazione, si potrebbe pensare ad un’assimilazione del nutrimento da parte di chi mangia, come avviene in natura, ma Gesù afferma il contrario. Infatti, è colui che mangia/beve a dover “inabitare” in Cristo come immediata conseguenza della manducazione del suo Corpo e dell’assunzione del suo Sangue come bevanda (“dimora in me”). Un simile effetto viene riferito nel linguaggio sapienziale (Pr 9,5ss) a proposito di coloro che si appropriano di quel nutrimento che è l’insegnamento celeste, consumando il quale entrano nell’amicizia divina: la Parola che li nutre rimane al di sopra degli uomini e li introduce nell’orizzonte del rapporto privilegiato con Dio, che essa sola è in grado di aprire e di donare loro. La stessa cosa avviene quando l’uomo accoglie e riceve come cibo la sostanza trascendente del Figlio di Dio, la cui inabitazione nella creatura umana chiude mirabilmente il cerchio di una stupenda relazione interpersonale, misteriosa e reciprocamente impegnativa tra Dio e l’uomo. Questa formula d’inabitazione (dimora in me e io in lui) è uno dei messaggi più profondi che ci siano stati trasmessi dal IV Vangelo. Essa ci viene proposta dall’evangelista su un duplice registro, quello della relazione Padre/Figlio, quindi della relazione propria a Dio stesso (“Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre”) e quello della relazione Figlio/discepolo. La tipica formula dell’immanenza è espressa dal verbo “rimanere / dimorare”, che ha come fondamento culturale e religioso le formule di reciprocità caratteristiche della Prima Alleanza, rivisitata dall’esperienza dei profeti d’Israele (cf. Ger 31,31-35). Per Giovanni, la reciproca relazione che viene a stabilirsi tra il Figlio ed il credente non è assolutamente dissociabile dall’intima relazione che unisce il Padre ed il Figlio; se nel Prologo osa affermare che il Lògos è “Dio”, lo fa dopo aver mostrato che il Lògos è “presso Dio”, cioè “rivolto verso Dio”. Indubbiamente il Padre e Gesù sono DUE, ma al tempo stesso essi sono UNO.  La formula più caratteristica di quest’unità è: “Il Padre è in me ed io nel Padre”. Ciò significa che ogni vita, la quale trae la propria origine dal Padre, il Vivente (“che ha la vita”), può esistere solo ed esclusivamente nella comunione con Lui, sia nel Figlio sia nel credente. Tale “dimora” esprimerà, d’ora in poi, la duplice relazione Padre/Figlio e Figlio/credente. Il Figlio si trova al centro, come mediatore, della relazione Padre/credente, o meglio, Egli rappresenta il luogo privilegiato e permanente in cui tale relazione si realizza e si consolida. Mentre Gesù è il Figlio, il discepolo diventa figlio di Dio mediante la sua unione con Gesù; grazie alla sua inabitazione nel Figlio unigenito di Dio, anche l’uomo è ormai “presso Dio” e “rivolto verso Dio”. Ad imitazione del Figlio, che è, per definizione, l’Inviato del Padre e da Lui perfettamente dipendente, il credente è, per definizione, colui che “mangia il Pane” e che vive mediante la sua fede. Il discorso sul “pane di vita” può essere così sintetizzato: l’Alleanza, che Dio ha promesso, è realizzata da Gesù Cristo. La manna/Legge, di cui si sono abbondantemente nutriti i padri del popolo eletto, è stata indispensabile per la vita spirituale d’Israele, ma non ha un valore definitivo; se la sua importanza è stata innegabile per il passato, ora la Legge non può più essere considerata come riferimento normativo del presente e del futuro dell’uomo. La nuova “norma”, che deve ispirare l’etica e la vita spirituale dell’uomo, si fonda sull’intima relazione d’amore tra il Padre ed il Figlio e tra Gesù ed il discepolo. Il popolo della Prima Alleanza aveva ricevuto da Dio la manna e la Legge, prefigurazione del vero pane, che è Gesù, dato da Dio e fattosi Egli stesso dono fino alla morte di croce per compiere il nostro passaggio dalla morte alla vita. Ad una lettura di tipo letterario del testo evangelico, si nota subito che Gesù insiste con i suoi uditori affinché credano nel Figlio dell’uomo, che ha dato se stesso attraverso la morte, allo scopo di ottenere anch’essi la vita. Il testo culmina nell’affermazione che il frutto della fede nel Figlio dell’uomo è la vita eterna e la mutua inabitazione del Figlio e del credente. Applicando al testo una lettura sacramentale, ci si accorge che Gesù sollecita i credenti, già entrati in comunione con Lui, a rinnovare la loro fede ed a significare tale comunione con la pratica del sacramento: questo dà corpo al mistero di cui Gesù ha parlato e di cui s. Paolo ha dato una mirabile interpretazione nella prima lettera ai cristiani di Corinto; “Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché Egli venga” (1Cor 11,26). Ogni comunità cristiana, che celebra nella liturgia eucaristica la presenza di Cristo risorto, non può esimersi dal ricordare e ripresentare la morte di croce, mediante la quale Gesù ha amato i suoi fino alle estreme conseguenze. Allora si può affermare che l’Eucaristia (o azione di grazie) attualizza ogni volta il dono che il Figlio dell’uomo ha fatto di Se stesso per noi. Allo stesso tempo, attraverso l’azione simbolica della condivisione del pane e del calice del Signore, l’Eucaristia esprime e rende concreta la realtà invisibile espressa da Giovanni mediante il concetto della mutua inabitazione di Cristo e del credente, attualizzando, sempre di nuovo, la comunione del credente con Colui che vive mediante il Padre. A sua volta, la simbolica sapienziale del discorso ben si adatta all’evocazione del sacramento, non soltanto perché il suo elemento significante è il “pane” ma, anche e soprattutto, perché essa consente di evitare qualsiasi esagerazione di tipo magico. La duplice azione del “mangiare la carne” e del “bere il sangue” va riferita non propriamente a Gesù di Nazareth ma al Figlio dell’uomo, che ha attraversato e vinto la morte per la vita del mondo; anche a livello eucaristico, allora, queste espressioni così crude e realistiche diventano meglio comprensibili. Il Figlio dell’uomo ha assunto la nostra condizione terrena e si è consegnato veramente e volontariamente alla morte, mostrando il carattere “personale”, non meramente materiale, della manducazione eucaristica. Mediante il sacramento eucaristico, il credente si “ciba” dell’intera Persona umana e divina di Cristo, senza scadere nella dimensione di un banale ritualismo magico primitivo, legato alla pratica dell’antropofagia. L’evangelista Giovanni non ha riportato il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia ed il suo racconto dell’Ultima Cena è centrato sull’azione simbolica della lavanda dei piedi, che significa la consegna della carità fraterna fatta da Gesù. Nutrirsi sacramentalmente del Pane di vita significa aderire alla Persona di Gesù, Figlio di Dio disceso dal cielo per salvare il mondo dal disastro della sua lontananza da Dio; di più, significa raggiungere in cielo il Figlio dell’uomo. È questo il mistero dell’Esaltazione rivelato nella parte conclusiva del discorso presso la sinagoga di Cafàrnao.

 

XXI Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6, 60-69).

 

Opportunismo, realpolitik, diplomazia. Si tratta di diverse sfaccettature del tipico comportamento umano, che fa del compromesso il fondamento della sopravvivenza e che ispira l’arte di arrangiarsi nelle avverse circostanze della vita e delle relazioni umane. Un mio conoscente, commerciante di vecchio stampo, raccontava che, all’epoca in cui i partiti tradizionali della Prima Repubblica avevano ancora un peso notevole per “aprire le porte” nel mondo del lavoro, nel senso di ricevere più agevolmente delle vantaggiose occasioni di lavoro, possedeva diverse tessere d’iscrizione a partiti differenti ed appartenenti a tutto l’arco costituzionale del tempo. A seconda delle opinioni politiche dell’industriale da lui contattato, il volpone estraeva la tessera giusta per dimostrare che pure lui la pensava allo stesso modo su come dovevano essere gestiti gli affari e, regolarmente, azzeccava la tattica giusta per convincere l’interlocutore che ci si poteva fidare dei suoi servigi. Nel campo dello spirito, le cose non vanno esattamente così. Con Dio la furbizia, l’accondiscendenza ed il doppio gioco non valgono. O si è con Lui o si è contro di Lui. Giosuè, successore di Mosè alla guida del popolo ebraico all’epoca dell’ingresso in Palestina degli esuli provenienti dall’Egitto e reduci dalla lunga traversata nel deserto del Sinai, dovette fronteggiare una situazione di difficoltà determinata dall’indecisione di parte alcune tribù ad abbracciare la fede nel Dio dei padri ed ancora tentate dal seguire le tradizioni religiose ed il culto idolatrico degli egiziani e dei popoli cananei. Per risolvere la questione una volta per tutte e per favorire un’omogeneità religiosa e politica all’interno dell’intera comunità ebraica, Giosuè radunò tutte le tribù d'Israele a Sichem e convocò gli anziani d'Israele, i capi, i giudici e gli scribi, ed essi si presentarono davanti a Dio. La questione da lui posta era semplice: Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire: se gli déi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume oppure gli déi degli Amorrei, nel cui territorio abitate. Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore. Ne andava della sopravvivenza stessa del popolo ebraico, accerchiato da popolazioni pagane ed a rischio di perdere la propria identità nazionale ed etnica. La risposta data dalle tribù israelitiche fu quella sperata da Giosuè. Poiché è il Signore, nostro Dio, che ha fatto salire noi e i padri nostri dalla terra d'Egitto, dalla condizione servile; egli ha compiuto quei grandi segni dinanzi ai nostri occhi e ci ha custodito per tutto il cammino che abbiamo percorso e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati.
Perciò anche noi serviremo il Signore, perché egli è il nostro Dio
. Il popolo ebraico decise di continuare a fidarsi ed affidarsi a YaHWeH, obbedendo alle sue leggi (I lettura). Il credente deve lodare e ringraziare il Signore, il quale soccorre i giusti e cancella dalla terra il ricordo dei malfattori, è vicino a chi ha il cuore spezzato e salva gli spiriti affranti, mentre il male fa morire il malvagio e chi odia il giusto sarà condannato (salmo responsoriale). Ai cristiani di Efeso, s. Paolo rivolge un’osservazione che fa rizzare i capelli alle femministe dei nostri giorni ed a quanti non tengono in debito conto che i riferimenti culturali di duemila anni fa sono diversi da quelli a noi contemporanei. Nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, così come Cristo è capo della Chiesa, lui che è salvatore del corpo. Nel mondo delle “pari opportunità di genere”, l’affermazione di Paolo suona come un insulto, specie se non si legge il seguito: E voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa. Non si tratta di superiorità di un genere (maschile) sull’altro (femminile), ma di un’assunzione di responsabilità sulla base della legge immutabile dell’amore gratuito e generoso, che rende l’uomo capace di rinunciare alla propria vita per far vivere l’altro. Paolo non ha certo voluto affermare il predominio dell’uomo sulla donna (cosa del tutto naturale per i suoi tempi), ma ha inteso far capire ai suoi lettori che il vangelo di Cristo stava portando una vera rivoluzione nei rapporti tra gli uomini e tra maschi e femmine, elevando tutti gli esseri umani allo stesso livello di dignità e di valore proprio perché tutti sono uguali agli occhi di Dio, che considera tutti gli uomini come figli, senza alcuna differenza. In un certo senso, le parole di s. Paolo dovevano suonare alle orecchie dei cristiani di Efeso talmente innovative da risultare incredibilmente rivoluzionarie e tali da provocare qualche subbuglio dal punto vista sociale. Ulteriore dimostrazione che Gesù ha volutamente sconvolto l’ordine civile, sociale e religioso costituito affermando il principio che tutti gli esseri umani sono uguali agli occhi di Dio e che sono le leggi umane a doversi adeguare ai comandamenti divini (la legge dell’amore) e non viceversa. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo: chi ama la propria moglie, ama se stesso. Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l'uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa. La coppia umana, secondo i piani di Dio, comporta un superamento delle differenze di genere, annulla la diversità anatomica, fisiologica, psicologica ed intellettiva, rendendo i due (uomo e donna, marito e moglie) una sola carne (ossia, una sola ed indissolubile realtà personale, un cuor solo ed un’anima sola). Nessun individuo prevale sull’altro né può arrogarsi il diritto di sentirsi superiore all’altro in virtù del vincolo assoluto ed indistruttibile dell’amore che scaturisce da Dio stesso. Paolo sapeva benissimo che le sue parole avrebbero suscitato commenti e reazioni negative. Per questo ha subito precisato che questa relazione identitaria e paritaria tra uomo e donna, tra marito e moglie, era, è e rimane un mistero, profondamente radicato nel mistero stesso del Dio-Amore. L’uomo moderno è affascinato dal mistero, ma cerca sempre il modo di razionalizzare anche ciò che non comprende e, spesso, si confeziona delle risposte improbabili proprio per esorcizzare il mistero che sfugge all’esperienza dei sensi e che richiede solo un atto di fede per essere accettato in quanto tale, come ciò che attiene Cristo e la sua Chiesa: lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa (II lettura). Col vangelo odierno si conclude il capitolo sesto del vangelo secondo Giovanni ed il finale è drammatico in quanto segnato dal rifiuto di molti discepoli di Gesù, scandalizzati dalle sue parole. Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?”. Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: “Questo vi scandalizza?”. Gli oppositori di Gesù non sono più solamente i “giudei”, bensì “molti dei suoi discepoli”, un gruppo ben distinto dai Dodici, di cui si parla, invece, più avanti. I discepoli “scandalizzati” rappresentano tutti quei cristiani che hanno una fede vacillante e che vanno facilmente in crisi di fronte ad una decisa opzione di fede. La rivelazione di Gesù è stata respinta non solo da una folla incostante e facilmente suggestionabile, né solamente da avversari agguerriti e pronti a ribattere a suon di citazioni bibliche come i “giudei”, ma anche da chi era stato attratto inizialmente dalle molte “opere” prodigiose compiute dal Maestro e dalle sue “parole” ricche di fascino e di novità. La resistenza alla fede è un dato di fatto in ogni epoca storica e sarà superata quando il percorso del Figlio dell’uomo sarà compiuto alla fine dei tempi. Rimasti fino allora silenziosi, animati dalla speranza che Gesù sia davvero l’Inviato escatologico di Dio, specie dopo aver visto il “segno dei pani”, questi “discepoli” inciampano (skàndalon, inciampo) contro la pretesa di Gesù di essere il Salvatore del mondo e di instaurare, con la sua morte, la comunione degli uomini con Dio. Si profila all’orizzonte lo scandalo della croce, cioè il rifiuto di una salvezza procurata attraverso una morte ingloriosa ed infamante. Essi trovano “duro” (skleròs) il discorso di Gesù, anche se lo hanno inteso molto bene; non possono “ascoltarlo”, non possono aderire ad una simile rivelazione, anzi, la rifiutano integralmente e “mormorano” come avevano già fatto i loro padri nel deserto, durante l’esodo. La “mormorazione” dei discepoli, delusi e scandalizzati, esprime la profonda insoddisfazione degli uomini, che vedono frustrati i loro tentativi di condurre la storia secondo i propri progetti e che non sanno accettare la sapiente provvidenza con cui Dio li guida alle soglie dell’eternità, usando talvolta dei mezzi misteriosi ed imponendo spesso dei tempi molto lunghi, che non sempre l’impaziente razionalità umana sa comprendere. E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? Concentriamo la nostra attenzione sui due verbi della frase: salire e vedere. Gesù è il Lògos, il Verbo, la Parola che dall’eternità è “presso Dio” e da questa sfera divina, simbolicamente situata “in alto”, Egli “è disceso” in basso, sulla terra, assumendo la natura fragile, debole e mortale propria d’ogni essere umano. Il Lògos eterno di Dio “si è fatto carne” per rivelare la volontà amante del Padre, che ha voluto donare agli uomini il vero Pane; una volta conclusa la sua missione, il Figlio deve “salire là dov’era prima”, fuori del tempo e dello spazio, accanto all’infinita eternità di Dio, suo Padre, riappropriandosi del “posto” che solo per poco aveva lasciato per portare a compimento la volontà salvifica del Padre e sua. Questo movimento di “discesa” e di “risalita” del Verbo di Dio era già stata annunciata dal profeta Isaia (Is 55,11): “La mia parola non ritorna a me senza avere eseguito ciò che desidero e fatto riuscire ciò per cui l’ho mandata”. Il ritorno di Gesù al Padre non avviene senza aver prima lasciato un “segno” evidente della buona riuscita della sua missione tra gli uomini: la morte in croce e la gloriosa resurrezione. Dopo la sua morte salvifica, Gesù risale verso il Padre suo, divenuto ormai il Padre di tutti gli uomini in virtù della nuova ed eterna Alleanza con Dio sancita dal sangue del Figlio suo unigenito. Ma i giudei e, con loro, i discepoli ormai decisi all’abbandono del progetto salvifico di Dio, saranno in grado di “vedere” (= credere) il ritorno di Gesù al Padre? Testimoni della resurrezione di Gesù saranno i pochi che avranno avuto fede in Lui; per gli altri, per gli increduli, rimarrà l’ombra del dubbio circa la sua “scomparsa”, che non sarà seguita dal fallimento dell’opera di Gesù ma che, al contrario, segnerà l’inizio di una nuova era. Più gli increduli cercheranno di soffocare la novità del Vangelo e più questo irromperà con tutta la sua forza nella storia dell’uomo. E’ lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho detto sono spirito e vita. Ma vi sono alcuni tra voi che non credono”. Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E continuò: “Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio”. Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Tra Gesù e lo Spirito c’è un vincolo assai stretto; il Figlio in cui dimora lo Spirito, fonte della nuova nascita, ha ricevuto da lui il potere di dare la vita. Adesso, colui che “dà lo Spirito senza misura” identifica le sue parole con il dono dello Spirito. C’è identità tra lo Spirito e la vita, così come risulta evidente l’affinità tra la “carne” e la morte. Secondo la tradizione biblica, la “carne” designa la condizione terrestre dell’uomo nella sua tragica precarietà: solo il soffio di Dio può dare consistenza e significato al suo essere (Gen 2,7; 6,3.17; Nm 16,22; 27,16; Sal 104,29s; 146,4, Rm 8,11; 1Cor 15,45; 2Cor 3,17; Gv 4,24). Messa in relazione con lo Spirito, la “carne” esprime l’incapacità dell’uomo di comprendere la Parola di Dio nonché la sua presuntuosa inclinazione a giudicare secondo le apparenze e non secondo la sostanza vera delle cose. Ora, gli interlocutori di Gesù si limitano all’evidenza della realtà e non sono disposti a lasciarsi guidare dallo Spirito, che li condurrebbe alla comprensione del messaggio di vita racchiuso nelle parole di Gesù, il quale offre la sua “carne per la vita del mondo”. Per i giudei vale solo il senso letterale e non quello spirituale dell’intero discorso di Gesù e rimangono bloccati nella loro incredulità, come quei cristiani che non riescono ad attualizzare l’incontro con il Signore risorto e vivente mediante un’assidua vita sacramentale perché indifferenti all’azione dello Spirito (cf, 1Cor 11,17-34). Le parole di Gesù “sono Spirito e vita”: l’evangelista sembra voler sottolineare come l’uno e l’altra abbiano un valore proprio, ma tale formulazione andrebbe intesa più propriamente come un’endiadi. Le parole di Gesù sono, allora, da collocare nel raggio d’azione dello Spirito, che dà la vita e che fa risaltare la natura spirituale delle parole provenienti dalla Parola stessa di Dio fattasi “carne”. La chiave d’interpretazione del discorso (lògos) sul Pane di vita è l’ascolto delle parole dette da Gesù accogliendo dentro di noi la potenza dello Spirito, da cui dipende la nuova nascita e la comprensione del messaggio di salvezza, che proviene da Dio mediante il Figlio. C’è un’interazione dinamica tra le parole pronunciate da Gesù e l’azione vivificante dello Spirito: le parole di Gesù vengono “dall’alto” e producono la vita nel senso più vero e pieno, come tra poco saprà comprendere molto bene Pietro, dalla cui bocca usciranno parole di fede e di piena adesione al mistero racchiuso nella Persona di Gesù: “Signore, tu ha parole di vita eterna”. Non appena Gesù ha elevato il tono del discorso, concentrando l’attenzione dei presenti sulla figura e sull’azione dello Spirito, ecco allungarsi sul dibattito l’ombra inquietante del rifiuto e del tradimento. Colui che si presenta come il Rivelatore del Padre deve fare i conti con la libertà dell’uomo, che può respingere in blocco il contenuto della Rivelazione di Dio e chi la incarna. Tra coloro che assumono un atteggiamento di radicale incredulità c’è anche un “traditore”, che Gesù conosce molto bene “fin da principio” e che funge da catalizzatore d’ogni atteggiamento d’opposizione umana al progetto di Dio. Il traditore simboleggia non solo coloro che rifiutano la fede, ma anche coloro che la combattono per estirparla dalla coscienza degli uomini. Gesù non esprime parole di condanna nei confronti degli increduli e neppure nei confronti del traditore; consapevole del proprio destino, Egli lo padroneggia e lo accetta, consapevolmente e volontariamente, in forza della sua prescienza, collocando in Dio Padre il mistero della libertà umana, capace di esprimere in piena autonomia l’accettazione od il rifiuto della Persona del Figlio di Dio: “Nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio”. Viene così sottolineata con forza l’azione della grazia divina nel suscitare la fede nell’uomo. Attraverso queste parole l’evangelista propone ai cristiani della sua comunità di non giudicare il rifiuto di Gesù da parte dei fratelli ebrei e di rimettersi, come Gesù, al segreto del Padre, che tutto sa ed al quale solo compete il giudizio. A questo punto, molti discepoli se ne vanno ed abbandonano il Maestro al suo destino. Allontanandosi, i discepoli danno sostanza al loro distacco interiore ed alla responsabilità degli uomini nella condanna a morte di Gesù. Disse allora Gesù ai Dodici: “Forse anche voi volete andarvene?”. Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”. Rispose Gesù: “Non ho forse scelto io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!”. Egli parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: questi infatti stava per tradirlo, uno dei Dodici. Attorno a Gesù si è creato un vuoto pauroso; i “giudei” e molti discepoli si ritirano e Gesù rimane solo coi Dodici (undici, visto che uno sta già progettando il tradimento in cambio di denaro, che per questo viene anche definito “il fieno del diavolo”), così come si era trovato prima che la folla lo raggiungesse sulla cima della montagna. Da un punto di vista umano, la vicenda storica di Gesù ha tutte le caratteristiche di un clamoroso e doloroso fallimento. Solo Pietro prende la parola, quasi a volerci lasciare intendere che egli sia considerato, a tutti gli effetti, il responsabile del gruppo ristretto dei Dodici. La professione di fede pronunciata, con candore e semplicità, dal capo degli apostoli è la risposta che Gesù si attendeva all’inizio del suo discorso a Cafàrnao. I “giudei” ed i “discepoli” che si erano allontanati dal gruppo dei suoi seguaci, non avevano manifestato a Gesù le loro perplessità od obiezioni, ma si erano limitati a “mormorare” tra loro. Ora, invece, Pietro si rivolge direttamente al Maestro con un vigoroso e convinto “TU”, che esprime il rapporto sincero del vero interlocutore di Cristo, cioè del credente. Di fronte alla domanda se intendono tornarsene a casa ed alle loro precedenti occupazioni e preoccupazioni quotidiane, i Dodici esprimono, per bocca di Pietro, la loro scelta di campo. Seppure scombussolati dalle parole pronunciate da Maestro, i Dodici impegnano la loro fiducia in Lui, non senza aver superato qualche impaccio interiore: “da chi andremo?”. Questa domanda fa eco ad una constatazione che la gente ha fatto più e più volte durante la vita pubblica del Signore: “nessuno ha mai parlato come parla costui”, poteva essere il commento della gente dopo aver ascoltato Gesù nelle piazze, nel Tempio, nelle sinagoghe e negli spazi aperti della Palestina. Implicitamente Pietro ed i suoi compagni di ventura accettano, senza riserve, ciò che gli altri, i discepoli “disertori”, hanno respinto come “parole dure” da comprendere e da accettare. Forse a Pietro ed agli altri apostoli sfugge il profondo significato delle parole di Gesù, ma la loro fiducia punta all’essenziale: il messaggio di Gesù è portatore di vita eterna. In nome e per conto dei Dodici, Pietro conferma la sua e loro posizione: “Noi abbiamo creduto e conosciuto…”. La connessione dei verbi “credere” e “conoscere” chiarisce il contenuto della vera fede: essa non è una conoscenza astratta, ma una relazione esistenziale, come quella che unisce il buon pastore alle sue pecore. Come intendere, poi, il titolo assegnato da Pietro a Cristo? “Santo di Dio” è un appellativo raro e di difficile interpretazione. Pietro non usa nessuno dei titoli con cui Gesù ha qualificato Se stesso durante il discorso alla sinagoga di Cafàrnao (Figlio, Pane della vita, Inviato di Dio, Figlio dell’uomo) e neppure alcuno dei titoli messianici più noti all’attesa giudaica (Messia, Figlio di Dio, re di Israele), ma a modo suo dichiara chi è Gesù per lui: il Santo di Dio (cf. Sal16; At 2,27). Il salmo canta la profonda intimità tra Dio e l’orante e, forse, Pietro pensa alla profondità della preghiera del suo Maestro quando passa le notti in intimo colloquio col Padre, lontano da tutto e da tutti. Certamente gli apostoli sono rimasti edificati nel vedere Gesù in atteggiamento orante ed adorante e, incuriositi dal suo modo di pregare, gli hanno chiesto di insegnare loro a fare altrettanto. D’altra parte, Gesù ha proclamato più volte la sua intima unione col Padre e più tardi dichiarerà di essere stato santificato dal Padre. L’appellativo “Santo di Dio” supera ampiamente quello di “Messia” e si avvicina assai al titolo di “Figlio di Dio” confessato da Pietro in Mt 16,16. Diversamente da quanto avviene in Mt 16,17 Gesù non si congratula con Pietro per essere giunto alla verità circa la sua Persona, guidato in ciò dalla luce che proviene dal Padre, ma, per contrasto, si rattrista profondamente all’idea che proprio uno dei Dodici, uno dei prediletti, sta per tradirlo. Eppure, anche il traditore è stato scelto da Gesù per essere uno dei privilegiati testimoni della sua resurrezione. Evidentemente, questa scelta “sbagliata” di Gesù, almeno secondo il modo di pensare degli uomini, turbava le primitive comunità cristiane; l’evangelista, allora, risponde che Gesù sapeva “fin dal principio” che sarebbe stato tradito da Giuda, figlio di Simone Iscariota e sembra quasi voler proiettare questa conoscenza di Gesù ben di là del tempo, nell’eternità di Dio da cui il Figlio-Verbo proviene. Gesù non ne pronuncia il nome, ma ne svela la provenienza e la vera identità, qualificando Giuda come un “diavolo”, un appartenente alla categoria dei nemici più accaniti, subdoli, traditori, menzogneri della Verità e dell’Amore infinito di Dio. È il diavolo mentitore ed assassino che suggerisce a Giuda di tradire il Signore, conquistando alla sua causa uno dei prescelti e trasformandolo in un “avversario” del Regno di Dio. Con la citazione del tradimento di Giuda, l’evangelista riconduce chiaramente il discorso sul “Pane di vita” al suo significato eucaristico, pur senza riportare nel racconto dell’Ultima Cena il particolare importante dell’istituzione dell’Eucaristia. L’evangelista, concludendo il lungo discorso di Gesù sul dono del pane disceso dal cielo con la menzione dell’abbandono di gran parte dei discepoli e del tradimento di Giuda, sembra voler rimarcare la difficoltà per l’uomo di rimanere aperto e disponibile alla novità di Dio. Volendo scegliere autonomamente il proprio destino, l’uomo si consegna alle forze del male e va incontro alla morte eterna, dalla quale potrebbe essere salvato solo se accettasse il mistero di un Dio che si fa uomo e dono per portare tutti gli uomini alla salvezza ed alla condivisione della sua vita senza fine.

 

XXII Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate - i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: "Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini". Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall'uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, in­ganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall'interno e rendono impuro l'uomo» (Mc 7,1-8.14-15.21-23).

L’uomo è, di per sé, un “animale sociale”, tende cioè ad aggregarsi ai suoi simili ed a creare una società all’interno della quale la pacifica convivenza è regolata da leggi, norme, principi, consuetudini e tradizioni che, nel loro complesso, connotano un’identità culturale ben articolata, soggetta a processi evolutivi, cambiamenti ed aggiustamenti talvolta pacifici e condivisi, talvolta repentini e violenti, specie se imposti da individui o frazioni aggressive e rivoluzionarie capaci di imporsi all’interno di una società strutturata, ma scossa da profonde frustrazioni di carattere economico e politico e da forti tensioni sociali o religiose. Alcune leggi o norme di vita hanno, o possono assumere un valore universalmente condiviso da culture differenti tra loro perché s’ispirano a principi etici ben radicati nel cuore dell’uomo, come il valore sacrale della vita, l’anelito alla libertà di pensiero, di parola e di fede religiosa, il diritto alla proprietà privata, il diritto di difesa personale, il dovere della rettitudine di comportamento e della fedeltà alla parola data, l’obbligo morale di professare il vero e di rifiutare il falso e la calunnia. Altre leggi o norme derivano, invece, da necessità contingenti, dalla convenienza, dalla prudenza o da abitudini spesso condivise dalla maggioranza dei membri di una società, dalla moda del momento. I pericoli insiti nella legislazione umana sono il formalismo, l’integralismo, il tradizionalismo, tipici di una società che tende a chiudersi in se stessa e di escludere chi esprime un pensiero, una convinzione od un’abitudine differenti. Nella prima lettura della Liturgia odierna, il legislatore Mosè mette il popolo, che sta guidando verso la Terra Promessa, dopo averlo guidato fuori dall’Egitto ed aver dimostrato di agire con l’aiuto del Dio degli antenati, di fronte ad una scelta radicale e decisiva: schierarsi compatto dalla parte di YaHWeH, vivere con fedeltà e coerenza le sue leggi (il Decalogo) dimostrando agli altri popoli di essere governato in modo saggio ed intelligente, oppure seguire il culto di divinità che non sono così vicine alle altre grandi nazioni come lo è, invece, il Dio d’Israele. Gli altri popoli sono governati sulla base di leggi che nulla hanno a che vedere con la Legge data da Dio in persona al suo profeta Mosè e che contiene norme giuste, eque ed ineguagliabili (I lettura). Anche il salmista celebra la Legge mosaica come la più giusta e santa delle leggi, proprio perché dettata agli uomini da Dio stesso e che contiene delle norme di vita che avvicinano l’uomo alla santità di Dio; chi vi si attiene, deve praticare la giustizia, dire la verità che ha nel cuore, non spargere calunnie, non fare danno al suo prossimo, non insultare il suo vicino, non prestare denaro con interessi da usuraio e non accettare doni per far condannare un innocente (salmo responsoriale). Senza rinnegare nulla di ciò che è contenuto nella Legge mosaica, che è un dono proveniente dall’alto (cioè da Dio), l’apostolo s. Giacomo aggiunge altre norme che fanno la differenza tra chi ascolta solo con le orecchie e chi, invece, ascolta col cuore la Parola di Dio: religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa, visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo. Si può essere osservanti della legge divina in modo del tutto formale, senza essere intimamente coinvolti dalla Parola di Dio, col rischio di incorrere nel gretto formalismo di chi si accontenta di un rispetto esteriore delle regole o nel fondamentalismo di chi persegue soltanto, attraverso il rispetto della Legge, un’identità culturale, etnica o religiosa fine a se stessa e destinata a creare solo delle illusorie pretese di superiorità nei confronti di chi non appartiene allo stesso gruppo etnico o religioso. Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi (II lettura). Gesù è ancora più diretto dell’apostolo Giacomo e dà dell’ipocrita a chi si limita al tradizionalismo, ossia al rispetto di tradizioni umane e non abbraccia in toto il vero spirito della Legge divina. Gesù si dimostra libero di fronte a tante norme del culto religioso ebraico, frutto di tradizioni dettate da precauzioni di carattere igienico o da abitudini consolidatesi nel tempo, come lavarsi le mani prima di mangiare o lavare le suppellettili. Il problema non sta tanto nel rispetto di queste semplici regole di carattere igienico-sanitario, ma nel discriminare e tacciare di impurità quanti non seguono queste norme di origine umana e non divina. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate - i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». Da una parte si ergono come censori e come eletti da Dio i farisei, il cui unico pregio è rispettare delle semplici norme di galateo e bon ton mentre, dall’altra, finiscono i cosiddetti impuri, condannati ad essere discriminati, disprezzati e tenuti a distanza persino dal culto al tempio. «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: "Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini". Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». Le dieci Parole (o Decalogo) consegnate da Dio a Mosè, contengono ben altre direttive, sintetizzate da Gesù nel comandamento dell’Amore per Dio e per il prossimo ed il divino Maestro non esita ad accusare scribi e farisei di saper rispettare sì le regole degli uomini, ma di non osservare affatto le “regole di Dio”, che Egli enumera con precisione. «Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall'uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, in­ganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall'interno e rendono impuro l'uomo». Va bene lavarsi le mani prima di andare a tavola, va altrettanto bene lavare le suppellettili, ci mancherebbe, ma a Dio interessa ben altro. A Lui interessa il male che scaturisce dal cuore dall’uomo e che non si limita a rendere impure le mani, ma l’intero essere umano trasformandolo in un “mostro” capace di rovinare tutto ciò che tocca. La differenza fra il formalismo, interpretato e vissuto fino alle estreme conseguenze da scribi e farisei e l’essenziale, insegnato da Gesù, c’è un abisso che solo la misericordia di Dio può colmare rendendo l’uomo conforme al progetto originario della creazione, quello dell’Uomo perfetto incarnato in modo sublime ed unico da Gesù Cristo.

XXIII Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!» (Mc 7, 31-37).

Nel linguaggio quotidiano abbiamo imparato a dissimulare la realtà e, per non essere criticati da chi ci ha imposto di esprimerci in modo “politicamente corretto”, pena essere messi alla berlina sulla “rete virtuale della comunicazione” (alias, internet o web con piattaforme varie), abbiamo inventato un linguaggio che sfiora letteralmente il ridicolo. Così il “sordo” è diventato un “non udente”, mentre un muto o uno storpio o un portatore di deficit fisici e psichici si è trasformato miracolosamente in un “diversamente abile”. Parole che, ahimè, non mutano la realtà della condizione psico-fisica di una persona, la quale rimane tale e degna di rispetto totale ed incondizionato ben al di là dei termini linguistici utilizzati per definirne l’autonomia oppure l’autosufficienza fisica e psicologica. Il problema non consiste nelle espressioni linguistiche, crude e dirette oppure edulcorate dalla moda corrente, ma nella tendenza a discriminare comunque ed ovunque chi è malato nel corpo o nella mente ed a considerare i cosiddetti “sani e di robusta costituzione” gli unici ad essere degni di vivere, di trovare un lavoro, di formare una famiglia, di divertirsi, di accedere ai servizi sociali di pubblica utilità, di manifestare i propri sentimenti anche in pubblico, di essere rispettati. Non basta cambiare un vocabolo, peraltro corretto in termini linguistici, per migliorare la società eliminando le discriminazioni; è l’uomo a dover cambiare se stesso e la liturgia odierna spiega come fare. Il profeta Isaia, vissuto otto secoli prima di Cristo, operò in un’epoca in cui i malati ed i portatori di limitazioni fisiche e psichiche erano considerati dei “puniti” da Dio per qualche colpa o peccato personale, familiare o sociale e, quindi, dei “maledetti” e dei reietti respinti dalla società, degnamente rappresentata solo dai “sani e normali”. Guarire da una malattia, in modo spontaneo o prodigioso (considerati i limiti della medicina del tempo), equivaleva ad essere graziati da Dio e gratificati del suo perdono. Dove non potevano nulla gli uomini, tutto poteva la potenza divina, mossa dalla misericordia e dal perdono: si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa. La terra bruciata diventerà una palude, il suolo riarso sorgenti d'acqua (I lettura). Sulla stessa linea di pensiero si colloca il salmista, che attribuisce alla misericordia di Dio ed alla sua benevolenza nei confronti dei più deboli e sfortunati della società umana (oppressi, affamati, prigionieri, forestieri, orfani, vedove e malati) la guarigione dei mali del corpo e dello spirito (salmo responsoriale). Per l’apostolo san Giacomo, non basta credere in Dio per ottenere la sua compassionevole benevolenza, ma occorre agire con senso di giustizia nei confronti di chi è povero, debole ed indifeso: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano? Il Signore non concede sconti a chi presume di essere migliore degli altri solo perché vive nel benessere ed ostenta una fede di facciata: la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria, sia immune da favoritismi personali (II lettura). Di ritorno da un breve viaggio all’estero (regione di Tiro e Sidone), Gesù ritorna in Galilea si sposta nel territorio della Decàpoli, un’altra regione abitata da una popolazione in gran parte pagana e qui avviene l’incontro con un sordomuto, un individuo più malato nell’anima che nel corpo, come si evince dal prosieguo del racconto. Costui è talmente malmesso, che non ha nemmeno la forza o la consapevolezza di potersi rivolgere ad un “guaritore” famoso e potente come Gesù, tanto che sono “altri” a decidere per lui circa il suo profondo bisogno di guarigione e, di conseguenza, ad accompagnarlo dal Maestro. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Il gesto dell’imposizione delle mani è un evidente richiamo alla pratica dell’esorcismo, del tutto spiegabile con la convinzione assai diffusa che la malattia del poveretto sia la conseguenza di una possessione diabolica, frutto di una maledizione divina e di una lontananza esistenziale da Dio e dalla sua santa Legge. Il sordomuto subisce passivamente l’intervento dell’Uomo-Dio, il quale lo prende in disparte, lontano dalla folla, gli pone le dita negli orecchi e con la saliva gli tocca la lingua. Sembra di assistere ad un rituale battesimale cristiano in piena regola. Di per sé, Gesù non avrebbe nemmeno bisogno di ricorrere a questi “segni” esteriori del suo potere salvifico, ma l’evangelista Marco vi si sofferma quasi a voler spiegare ai catecumeni dei primi anni del cristianesimo il significato di gesti che accompagneranno il rito del loro futuro battesimo. Toccando gli occhi e gli orecchi del sordomuto con le dita inumidite di saliva, Gesù mette in comunicazione quel malato con le potenze celesti: guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». Quegli organi di senso, incapaci di “ascoltare” la parola di Dio e di “proclamarla” ad altri esseri umani, i quali presumono di essere sani solo perché sanno parlare esclusivamente di realtà materiali e ci sentono apparentemente bene in quanto sanno dare retta soltanto alle errate interpretazioni circa l’origine ed il destino finale di tutta la creazione, diventano strumento di conversione e di vita nuova in virtù dell’azione dello Spirito Santo (significato dal sospiro) invocato (od emesso) da Gesù. L’udito del sordomuto si apre così all’ascolto vero, genuino e fedele della Parola del Signore e la sua lingua è pronta, ora, a proclamare le lodi di Dio e ad annunciare a tutti che la salvezza, di cui tutto il genere umano è beneficiario, si è resa presente ed attuale grazie a Gesù, il Cristo di Dio: subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. Il sordomuto guarito è, adesso, in perfetta sintonia con Dio e col Figlio suo, divenuto Uomo solo ed esclusivamente per la salvezza eterna di ogni essere umano che, ogni giorno, viene al mondo per rendere testimonianza della bontà e della misericordia dell’Onnipotente. Ogni uomo, maschio o femmina, vecchio o bambino, ricco o povero, può e deve essere la cassa di risonanza dell’Amore di Dio che permea di Sé tutto il creato, rendendolo il “luogo” in cui perennemente si celebra e canta la bontà del Creatore. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!». Gesù ordina al sordomuto guarito ed ai suoi discepoli, testimoni dell’accaduto, di non rivelare nulla del miracolo compiuto, non volendo che la sua missione tra gli uomini sia fraintesa a manipolata dai soliti egoistici interessi di quegli individui, che sono capaci di profanare anche le cose sacre pur di farsi largo nella società al solo scopo di emergere e di dominare le coscienze altrui per affermare il proprio potere. La storia del cristianesimo è piena zeppa di cattivi esempi di persone che, camuffandosi da “buoni cristiani”, hanno seminato nel mondo odio, sopraffazione, violenza, morte, dominio, sfruttamento egoistico delle risorse del pianeta, schiavitù, distruzione di intere civiltà, pulizia etnica; il tutto, impugnando indegnamente ed in modo criminale il simbolo stesso dell’Amore di Dio per l’uomo: la Croce di Cristo.

XXIV Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell'uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va' dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà» (Mc 8, 27-35).

La liturgia odierna ci pone di fronte alla stoltezza ed allo scandalo della croce, strumento orribile di tortura e di morte voluto da Dio per dimostrare il suo amore salvifico e redentore nei confronti dell’umanità intera, segno distintivo della fede cristiana e simbolo odiato, disprezzato e rifiutato da molti (atei, filosofi, credenti di altre religioni e persino alcuni cristiani, i quali preferiscono ed accentuano il messaggio irenico contenuto nel vangelo, ma sottacciono il valore redentivo della sofferenza e della morte di Cristo con la scusa di non urtare la sensibilità e la suscettibilità dei non credenti, quasi a voler lasciar credere che la croce, su cui è morto Gesù, sia stato un incidente di percorso causato dalla crudeltà umana e non lo strumento scelto da Dio per redimere l’uomo dal peccato). Per alcuni la croce è simbolo di speranza, per altri una mostruosità da distruggere, combattere ed eliminare dichiarando guerre sante contro le civiltà che hanno sviluppato usanze, tradizioni e persino codici di diritto ispirati all’insegnamento dell’Uomo della Croce. Quando ci si accorgerà delle conseguenze dovute alla rinuncia del simbolo della croce e della fede in Colui che l’ha volontariamente subita per amore dell’umanità, forse sarà troppo tardi per trovare un rimedio al malfatto. La liturgia della domenica odierna ci consente di fare alcune riflessioni sui canti del Servo di YaHWeH, contenuti nel Libro del profeta Isaia. All’interno di questo libro della Bibbia, si distinguono chiaramente tre parti, di cui la prima (cap. 1-39) è quella propria del profeta Isaia, vissuto nell’VIII sec. a. C., e la seconda (cap. 40-55), ambientata in un quadro storico di quasi due secoli dopo, è quella che contiene i cosiddetti "canti del servo". L’orizzonte di consolazione, di attesa di liberazione, di speranza di rinnovamento cantato dal "secondo Isaia" durante l’esilio, è dominato dalla misteriosa figura del "servo del Signore", innocente e giusto, chiamato a radunare il popolo disperso e ad essere addirittura luce delle genti, ma attraverso una morte violenta che espia i peccati del popolo. Chi è questo servo? Alcuni lo identificano con il popolo d’Israele, chiamato spesso "servo" del Signore (cf Is 41,8-16; 44,21-23), molti propendono a vedervi una figura storica, ossia l’anonimo profeta che scrive (il secondo Isaia). In ogni modo sono i testi sul servo sofferente e la sua espiazione vicaria quelli che Gesù ha evocato ed ha applicato alla sua missione e passione, soprattutto in quella lectio divina che rilegge tutte le Scritture, fatta personalmente da Lui ai due discepoli di Emmaus dopo la risurrezione (Lc 24,25-32.44-46). Nel Primo canto (Is 42,1-9) l’identità personale di questo servo viene, anzitutto, presentata solennemente dal Signore stesso, che lo qualifica come colui che Egli sostiene, il suo "eletto" in cui si compiace e in cui pone il suo Spirito, per portare il diritto alle nazioni e stabilirlo sulla terra (vv. 1.4). Questa missione universale così grande sarà caratterizzata da uno stile di discrezione, misericordia e compassione, che non scoraggia nessuno, ma nello stesso tempo è fermo e costante nel portare a termine la missione che il Signore gli affida (vv. 2-4). Nel Secondo e terzo canto (Is 49,1-7; 50,4-9a) è il Servo stesso che presenta, di nuovo in modo solenne, la sua vocazione profetica. Egli ha coscienza di essere stato "chiamato" (49,1), anzi "plasmato" (49,5) dal Signore fin dal seno materno, non solo per ricondurgli Giacobbe e a Lui riunire Israele, ma anche per essere luce delle nazioni (49,6), affinché la salvezza misericordiosa del Signore arrivi alle estremità della terra e abbracci tutti. Ma si tratta di una vocazione simile a quella di Geremia (cf Ger 1,4-10), caratterizzata da una misteriosa sofferenza, che sembra rendere inutile e destinato al fallimento lo sforzo del profeta (49,4), la cui vita verrà disprezzata e rifiutata (49,7). Ma l’opera del Signore nel suo Servo avrà, alla fine, la meglio e si manifesterà di fronte ai potenti della terra (49,7). Continuando su questa linea, il terzo canto del Servo (50,4-9a), offerto dalla liturgia odierna, presenta, ancora in termini autobiografici, la sofferenza fisica e morale (v. 6), con dettagli (flagelli, insulti, sputi) che si compiranno alla lettera nella Passione di Gesù. Il Signore che chiama il suo Servo a sostenere gli sfiduciati, lo prepara a questa missione aprendogli l’orecchio alla sua volontà, e il Servo risponde con decisione (vv. 4-5), anzi rende la sua faccia dura come pietra, fiducioso nel Signore (v. 7; cf Ez 3,4-11; Lc 9,11). Quanto, poi, al Quarto canto (52,13-53,12), la missione del Servo di JHWH conoscerà un fallimento bruciante agli occhi umani e un epilogo inatteso. Si tratta di una notizia inaudita. La persecuzione e la passione, che il Servo in persona presentava nel terzo canto, diventano una umiliante condanna a morte, in cui entra senza aprir bocca, "come agnello condotto al macello" (53,7). Martin Buber, ebreo anche lui, ha scritto che "il successo non è uno dei nomi di Dio".  Solamente a distanza, coloro che erano stupiti di lui – «tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo» (52,14) – apriranno gli occhi e «comprenderanno ciò che mai avevano udito» (52,15). Verrà alla luce una rivelazione incredibile: il Servo «castigato, percosso da Dio e umiliato» (53,4cd), questo «uomo dei dolori» è, in realtà, il soggetto nascosto del più alto compiacimento del Signore e della sua volontà di salvezza. Viene sottolineato con molta insistenza che la morte ignominiosa del servo innocente, ha nel disegno misterioso del Signore, un carattere vicario: "si è caricato delle nostre sofferenze" (53,4), "è stato trafitto per i nostri delitti… per le sue piaghe noi siamo stati guariti" (53,5, cf vv. 6.8b.11d.12d). Com’era stato all’inizio (52,13-15), così alla fine, è il Signore che dice l’ultima parola sulla sorte e sulla "buona riuscita" e il "successo" (quello secondo Dio) che avrà il Servo. La sua morte si rivelerà un’esplosione di vita e il Signore gli darà in premio le moltitudini (53,11-12). Il salmista si dichiara fiducioso dell’aiuto del Signore, il quale ascolta le preghiere accorate di chi si sente oppresso da funi di morte e dai lacci degli inferi, da tristezza ed angoscia e riconosce di essere piccolo e misero agli occhi di Dio misericordioso (salmo responsoriale). L’apostolo san Giacomo tocca nella sua lettera, scritta ad uso e consumo dei membri della comunità da lui presieduta, un argomento di valore attualissimo e di interesse universale: che senso ha professarsi cristiani se non comportandosi in modo coerente con la propria fede? A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha opere? Della serie: predicare bene e razzolare male: «Tu hai la fede e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede» (II lettura). Nel vangelo odierno, Gesù interpella ciascuno di noi, che leggiamo od ascoltiamo la Parola del Signore talora con fare molto distratto e superficiale, talora con la supponenza di chi la sa lunga e mette la fede in secondo piano rispetto ai problemi concreti e pressanti della vita d’ogni giorno. Suvvia, siamo realisti: quanto incide il vangelo di Cristo nel nostro quotidiano? Oppure nelle emergenze economiche e sociali del nostro tempo? O nei rapporti internazionali spesso tesi e perennemente condizionati da conflitti armati e da incomprensioni culturali ataviche ed apparentemente insanabili? Oppure nelle gravi difficoltà morali e materiali incontrate in occasione di tragici eventi naturali? «La gente, chi dice che io sia?». Stranamente, Gesù rivolge questa domanda ai suoi discepoli mentre stanno camminando per strada e la formula quasi con noncurante e divertita curiosità. Se ne dicono tante sul suo conto e Gesù ha spesso colto i commenti espressi sottovoce dai suoi discepoli. Ora è giunto il momento che siano i discepoli stessi ad esprimersi su di Lui in prima persona e costoro si limitano, per il momento, a riferire curiosità e pettegolezzi, ma se ne guardano bene dal dire al Maestro cosa pensano di Lui. Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti». Per la gente comune, quindi, Gesù è un profeta. Forse lo stesso Giovanni Battista redivivo, o, addirittura, il grande profeta Elia rapito in cielo su un carro di fuoco (2Re 2,11) e del quale si diceva che sarebbe apparso di nuovo all’inizio del regno messianico. Dunque, secondo il sentimento popolare, Gesù potrebbe essere un precursore del vero Messia, ma non il Messia in persona. Gesù è troppo alla buona per essere il messia tanto atteso, immaginato dai più come un glorioso condottiero e dominatore di popoli. Egli compie miracoli, vero anche questo, ma ha la brutta abitudine di frequentare persone tutt’altro che raccomandabili; di certo parla molto bene, predica in modo tale da affascinare i suoi ascoltatori, ma i rabbini d’Israele hanno di che ridire sul suo modo di esprimersi sul conto dell’Altissimo, cui si rivolge chiamandolo addirittura Abbà, papà. Insomma, Gesù è un sant’uomo, anche se un po’ troppo originale e fuori dagli schemi tradizionali, forse anche un po’ pericoloso per ciò che dice e per come lo dice. Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. A Gesù interessa ciò che hanno capito di Lui i suoi più stretti collaboratori. Solo Pietro prende la parola a nome di tutti e professa la sua fede in Gesù, riconoscendolo come il Messia (o Cristo), ma Gesù impone subito il silenzio su ciò che Pietro ha in qualche modo intuito, grazie all’azione dello Spirito di Dio, non volendo in alcun modo che si equivochi sul significato vero della sua missione messianica. Infatti, Gesù precisa subito che il Figlio dell'uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. La prospettiva futura  del Messia - Gesù non è affatto gloriosa, secondo il metodo di giudizio degli uomini, ma è addirittura tragicamente infamante: il rifiuto, la sofferenza fisica e morale, la morte violenta sono quanto di peggio ci si possa aspettare per il presunto messia glorioso e vincitore, dominatore di popoli. La rivelazione di Gesù sconvolge Pietro ed i suoi compagni di ventura: Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va' dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Il minimo che può fare Pietro è rimproverare il Maestro per averlo vivamente impressionato con le sue parole improntate al peggior pessimismo possibile, tanto che gli sfugge il senso delle ultime parole: dopo tre giorni, [il Figlio dell'uomo doveva] risorgere. Gesù non la prende tanto bene, tanto da dare a Pietro un titolo poco simpatico ed associandolo al Grande Tentatore di Dio e degli uomini: Satana. All’appellativo, formulato in senso verosimilmente spregiativo, Gesù aggiunge un ordine perentorio a Pietro, dopo essersi voltato a guardare i suoi discepoli, idealmente abbracciandoli a sé insieme al loro capo riconosciuto quasi a volerli proteggere dalla tentazione di un definitivo abbandono del loro Maestro: va’ dietro a me! Come interpretare queste parole? “Se davvero mi ritieni il Cristo, l’inviato di Dio, mettiti dietro a me e segui fedelmente i miei passi, rammenta e metti in pratica i miei insegnamenti, comportati come ti ho insegnato io e non lasciarti sedurre dal Tentatore, impara a ragionare diversamente da come sanno fare gli uomini che non si affidano a Dio ed alla sua Provvidenza: tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”. La sfuriata di Gesù azzittisce Pietro e gli altri discepoli, pure loro pronti a rimproverare il Maestro per ciò che ha appena rivelato e, subito dopo, convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà». Tre azioni contraddistinguono il “vero” discepolo di Gesù in ogni epoca storica ed in ogni contesto culturale: rinnegare se stessi, prendere la propria “croce” e seguire Lui, che per primo ha annientato la propria volontà per compiere quella del Padre, si è caricato sulle spalle il pesante legno della croce ed ha donato la propria vita per amore degli uomini, amici e nemici insieme, senza distinzione alcuna. Chi sceglie di seguire Gesù ed imitarlo, non può esimersi dall’annientare la propria volontà e libertà di scelta, ossia il proprio libero arbitrio, per conformarsi al volere di Dio ed accettare il suo intervento nella propria esistenza e nei propri progetti di vita, sapendo che la propria croce (vale a dire, la prova, la tentazione, la sofferenza, il rifiuto degli altri, le critiche, le derisioni, le offese e persino la morte) non è un optional ed aspetta di essere portata e “sopportata” per amore di Dio e del prossimo in vista di un disegno di salvezza, nel quale Dio ed il suo Cristo hanno svolto la propria parte ed in vista del quale anche l’uomo deve offrire il proprio contributo, come ebbe a dire s. Agostino: “chi ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te”.   

XXV Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9, 30-37).

 

“Il potere logora chi non ce l’ha”, affermava furbescamente un noto politico italiano, passato a miglior vita dopo aver premuto i bottoni nella stanza del potere per parecchi decenni. Di per sé, il potere, il denaro, il progresso tecnico e scientifico non sono un male. Anzi. Così come la struttura gerarchica del potere non è necessariamente malvagia, semmai è un male l’uso e l’abuso che se ne può fare per servire il proprio egoistico tornaconto personale. Se il potere, la ricchezza, la tecnologia fossero maggiormente al servizio del bene comune e la gerarchia (civile od ecclesiastica, non fa differenza) fosse composta da gente onesta e perbene, la società umana civile (ma anche quella religiosa) non potrebbe che trarne grande beneficio a tutti i livelli e vero progresso umano. Purtroppo non viviamo nel paese di Utopia, per cui dobbiamo fare i conti con realtà socio-economiche, politiche e religiose contrassegnate da pregiudizi, sospetti, egoismi, malaffare, avidità e prevaricazione d’ogni sorta. Nel clima sociale ed ideologico avvelenato del nostro tempo, il cristiano può e deve essere un riferimento positivo e propositivo se sa esprimere da vero “servitore” di Dio e del prossimo il proprio ruolo in ambito politico, sociale, lavorativo, economico ed anche ecclesiale, senza prestare il fianco a critiche capziose a causa di comportamenti ambigui, se non del tutto scorretti e lontani dallo spirito evangelico di cui pretende o presume di essere fedele interprete. Il libro della Sapienza ci presenta, con grande chiarezza, l’agire malizioso dell’empio, il quale non si fa scrupolo di mettere in cattiva luce l’uomo giusto e perbene, che non teme di denunciarne le scorrettezze di comportamento e le violazioni della legge per il solo amore della verità e della giustizia. All’empio dà terribilmente fastidio che qualcuno possa smascherare le cattive intenzioni del suo agire, per cui non pere vero di poter seminare calunnie contro i giusti e, con violenze e tormenti, metterne alla prova la mitezza e lo spirito di sopportazione, convinto che Dio non interverrà di certo a favore di quanti lo temono e ne osservano i comandi (I lettura). Al giusto, che soffre per l’altrui prepotenza ed arroganza, non resta che confidare nell’aiuto di Dio, il quale ascolta le preghiere di quanti si rivolgono a lui per ottenere giustizia e verità, perché Egli è buono (salmo responsoriale). San Giacomo apostolo fa un’analisi puntuale dei mali della società in cui vive: dove c'è gelosia e spirito di contesa, c'è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Quando l’uomo è geloso del benessere e del successo altrui, diventa un “tarantolato” e cerca mille motivi e pretesti per scatenare il finimondo pur di rovinare il bersaglio della sua folle gelosia. Per contro, la sapienza che viene dall'alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera. Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia. Il vero credente non si affida del tutto alla fragilità del successo mondano, non ripone la sua fiducia nel mutevole umore dei potenti e si tiene alla larga da chi promette facili soluzioni ai problemi della vita, ma cerca di mantenersi puro (non si lascia corrompere), persegue con ogni mezzo la pace anche a costo di apparire troppo mite ed arrendevole, perché sa essere misericordioso, imparziale nei giudizi e sincero per amore della verità e della giustizia, senza aspettarsi nulla in cambio della propria rettitudine di vita. Chi, invece, si lascia travolgere da passioni irrazionali e violente, non sa porre un freno ai propri istinti omicidi e non si arrende davanti a nulla pur di mettere in atto i suoi disegni di violenza e soddisfare la sua avidità di potere e di successo. La conclusione è fin troppo evidente: Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni (II lettura). Gesù attraversa la sua regione di provenienza, la Galilea, quasi volendo passare in incognito, perché disdegna di essere seguito da una folla interessata quasi esclusivamente ai suoi miracoli, che lo indicano come uomo di Dio potente e capace di tutto, anche di sbaragliare interi eserciti con il potere della sua parola se solo lo volesse. Gesù rifugge dalle pretese di un messianismo di bassa lega e teso solo a realizzare i disegni politici della classe dirigente d’Israele: egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». L’imminenza della sua passione e morte in croce rende Gesù inquieto non tanto per la tragica fine che sta per affrontare, quanto piuttosto per lo “scandalo” enorme che la sua passione provocherà in quegli uomini che hanno lasciato la famiglia, gli affetti, il lavoro ed un minimo di sicurezza sociale per seguire Lui ed i suoi sogni. Anche la previsione e la promessa di una resurrezione dopo tre giorni non cambia la prospettiva per i discepoli, che non ne comprendono la portata ed il concreto impatto nelle loro esistenze personali. In Israele è in atto da lungo tempo un acceso dibattito fra che crede nella resurrezione dei morti alla fine dei tempi e chi la nega con vigore e tutti adducono a sostegno delle loro tesi i testi sacri, interpretati in modo diametralmente opposto. Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Nella testa dei discepoli c’è una gran confusione, perché il loro Maestro parla prima di morte e poi di resurrezione, chiaramente riferendosi alla propria persona ma ciò che svia la loro attenzione è l’attesa messianica che si è creata intorno alla figura stessa di Gesù, indicato da alcuni come un profeta e da altri come l’atteso Messia predetto da secoli. Ed infatti, ben lungi dal voler comprendere fino in fondo le parole del Maestro circa il suo destino di morte e di resurrezione, cammin facendo i discepoli discutono sottovoce tra di loro per non farsi sentire da Gesù, il quale invece ha capito benissimo il motivo del loro chiacchiericcio. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. Il motivo del contendere è fin troppo evidente. Convinti che Gesù sia il Messia glorioso di cui tanto si parla, a proposito ed a sproposito, da parte della gente, i discepoli discutono tra di loro su chi debba occupare i primi posti nel futuro governo del paese e del mondo intero, riscattando così una vita grama spesa più a far quadrare i magri conti di casa che a gioire delle piccole e grandi soddisfazioni della vita. Tra loro, il solo Matteo, il gabelliere, ha probabilmente avuto tra le mani una discreta fortuna in denaro in virtù del lavoro svolto e di qualche trucco del mestiere. La prospettiva di poter esercitare quel potere detenuto da sommi sacerdoti, scribi, seguaci e cortigiani di Erode e di altri regnanti di Palestina asserviti ai romani è davvero molto allettante. Tra i discepoli, c’è chi si vede alla destra o alla sinistra del trono occupato dal Messia Re, ossia i posti più ambiti per chi aspira a rimanere appena un gradino al di sotto della massima espressione del potere umano. Gesù, dunque, chiede loro di cosa stiano discutendo a voce sommessa per non farsi sentire da Lui, ma i discepoli se ne stanno zitti, probabilmente vergognandosi di essere stati scoperti come il classico monello trovato con le mani nella marmellata. Gesù interpreta il loro silenzio come un’ammissione di colpa e, con un profondo sospiro, scuote impercettibilmente la testa davanti a tanta ottusità di pensiero e di cuore, prima di dare ai suoi seguaci l’ennesima tirata d’orecchi: «Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato». Il potere, che pure è immenso nelle mani del Figlio di Dio, è declinato da Gesù nell’ottica del “servizio” (letteralmente “essere il servitore”) al prossimo non in senso passivo, come potrebbe accadere per uno schiavo qualunque che subisce gli ordini del padrone, ma in senso attivo, come azione volontaria e propositiva volta al bene di colui che riceve il “servizio”. Il sevizio si coniuga, così, con l’amore gratuito, libero e disinteressato di cui il prossimo è il beneficiario senza obbligo di ringraziamento. Per sottolineare questo concetto di gratuità senza “vuoti a rendere”, Gesù prende un bambino, una creatura che dipende in tutto e per tutto dai “grandi” e che non è neppure in grado di restituire il favore ricevuto da chi provvede ai suoi bisogni vitali. Gesù applica al bambino la proprietà transitiva tanto nota ad insegnanti e studenti di matematica: Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato. Semplice, no?

 

XXVI Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geenna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue» (Mc 9,38-43.45.47-48).

 

Dalla liturgia odierna si possono trarre due importanti lezioni di vita, la cui evidenza e validità sono drammaticamente attuali. Prima lezione: guai alla pretesa dell’uomo di ingabbiare Dio nei propri schemi culturali, religiosi e sociali. Seconda lezione: guai a chi scandalizza una persona innocente (i piccoli), rubandone sogni, fiducia, speranze, progetti di vita e dignità personale. Gli uomini cercano sicurezza e capacità di programmare la propria esistenza in questo mondo affidandosi alle strutture sociali che hanno contribuito, in tutto od in parte, ad edificare ed a difendere, spesso a prezzo di lacrime e sangue, di sacrifici e di rinunce. Così è per la patria, per l’identità culturale e linguistica, per il partito politico, per un’ideologia, per la religione, per la gerarchia che presiede, controlla e regola la vita civile oppure quella religiosa. Fin qui, nulla di male. Non si può affermare che una civiltà sia superiore ad un’altra solo perché diversa, né che un programma politico sia più giusto di un altro soprattutto se i suoi contenuti sono condivisi dalla maggioranza e, fatto non secondario, se sono rispettosi della libertà e della dignità di chi esprime parere contrario. Allo stesso modo, non si può onestamente ritenere in modo assoluto ed acritico che una religione sia migliore di un’altra, soprattutto se si pretende di utilizzare il nome di Dio impunemente per giustificare le proprie nefandezze morali. L’integralismo ideologico va a braccetto con quello religioso: entrambi sono o possono essere criminali allorquando uccidono la libertà individuale o quando permettono di ricorrere al delitto come strumento di conservazione del potere di pochi a danno della libertà di coscienza di molti. Anche la gerarchia ecclesiastica (cattolica, ma non solo quella) ha di che interrogarsi sulle proprie nefandezze, consumate nel corso della storia, in nome e per conto di Dio e della sua santa Chiesa, nella convinzione di poter esercitare impunemente un controllo delle coscienze e di far andare d’accordo “il diavolo con l’acqua santa”, confondendo ciò che appartiene alla sfera di Dio e ciò che esprime solo l’egoismo, l’ambizione, il materialismo e la sensualità dell’essere umano. Dio è sovranamente libero e non si lascia manipolare da nessuna sovrastruttura umana, neppure da quella ecclesiastica; il suo Santo Spirito spira dove vuole ed agisce come vuole, anche all’esterno della sua Chiesa, suscitando santi e profeti persino al di fuori del mondo cristiano, poiché nulla può opporsi al suo volere di salvezza e di santificazione, come si può dedurre dalle letture odierne. A fare esperienza di questa libertà d’azione di Dio fu proprio il “popolo eletto” nella penisola del Sinai. In modo del tutto libero ed arbitrario, Dio tolse parte dello spirito che era su [Mosè] e lo pose sopra i settanta uomini anziani; quando lo spirito si fu posato su di loro, quelli profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito. Nessuno di costoro apparteneva, molto probabilmente, alla casta sacerdotale, neppure i due che manco si erano presentati all’assemblea convocata da Mosè: Eldad e Medad. Il testo biblico non precisa neppure il motivo addotto da questi due per disertare la convocazione e rimasti, tranquilli e beati, all’interno dell’accampamento intenti a badare agli affari propri. Il termine profeta indica colui che si esprime usando le “parole di Dio”, o che trasmette senza tanti giri di parole la volontà del Signore. Così, semplicemente. Il profeta riferisce le parole di Dio e non si permette di esporre il proprio pensiero in merito. Settanta di questi “profeti” a tempo determinato agirono in gruppo (un po’ come essere parte integrante del “sistema”), mentre due si comportarono in modo del tutto autonomo ed indipendente, come se non facessero parte del “sistema”, ma fossero due spiriti liberi. La gente dell’accampamento, rispettosa dell’autorità di Mosè e dell’organizzazione civile e religiosa del proprio gruppo etnico, rimase sconcertata e qualcuno andò a riferire a Mosè il “misfatto”. Un giovane corse ad annunciarlo a Mosè e disse: «Eldad e Medad profetizzano nell'accampamento». Mentre Mosè non si scompose più di tanto, abituato al modo di agire di Dio, il suo braccio destro, Giosuè, s’infiammò subito, offeso del fatto che qualcuno osasse “scavalcare” l’autorità di Mosè. Un po’ quello che succede a qualche ecclesiastico dei giorni nostri se qualche “laico” si permette di mettersi al servizio della comunità senza un’investitura ufficiale, ma per puro spirito di servizio e senza alcun tornaconto personale. D’accordo sul rispetto delle regole, ma non si può sempre mettere la museruola ai carismi personali ad esclusivo vantaggio dell’autorità della gerarchia ecclesiastica, specie se il carisma non è affatto in conflitto col bene della comunità. Un poco d’elasticità mentale non guasterebbe affatto, anche all’interno della Chiesa. La risposta di Mosè al suo focoso luogotenente non si fece attendere e non fu affatto tenera: «Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!». La gelosia è una “brutta bestia”, che azzanna anche le persone più pie e benintenzionate di qualsiasi organizzazione umana, civile o religiosa che sia (I lettura).  Come recita il salmista, ciò che deve rallegrare il cuore dell’uomo e farlo sentire in pace con se stesso e col mondo che lo circonda è solo la Legge divina, che contiene solo leggi giuste e la cui osservanza rende gli uomini più saggi e li protegge dall’orgoglio, fondamento di ogni peccato (ossia ogni atto di ribellione alla santità di Dio). La giustizia di Dio non deve spaventare l’uomo che osserva la sua santa Legge, pur tra mille difficoltà e debolezze, perché Dio, nella sua bontà, assolve anche i peccati nascosti di chi ne accoglie con amore la guida e l’aiuto in questo mondo (salmo responsoriale). Prosegue, anche questa domenica, la lettura della lettera attribuita all’apostolo s. Giacomo, il quale si scaglia, senza mezzi termini, contro i ricchi e contro la loro avidità ed avarizia. L’apostolo definisce marce le ricchezze accumulate dai ricchi di questo mondo. Specie quando sfruttano i deboli ed i poveri e calpestano i loro diritti. La minaccia del castigo per i ricchi sfruttatori delle risorse del pianeta è di quelle “forti”: sulla terra avete vissuto in mezzo a piaceri e delizie, e vi siete ingrassati per il giorno della strage (II lettura). «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». La “soffiata” viene dall’apostolo Giovanni, il più giovane degli apostoli, ma anche per questo uno dei più “infiammabili” davanti alle ingiustizie vere o presunte, tanto da essere soprannominato da Gesù, insieme al fratello Giacomo il maggiore, “figlio del tuono”. Giovanni segue il semplice principio che “ chi non è con noi è contro di noi”, a prescindere. Un ragionamento che spesso facciamo anche noi, oggi. Se qualcuno non appartiene alla nostra cerchia di conoscenze e di amicizie, o che non è membro della nostra comunità civile o religiosa, deve essere guardato quasi necessariamente con sospetto e non accolto con simpatia. A Gesù dà molto fastidio il ragionamento del suo giovane discepolo: Non glielo impedite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. L’affermazione di Gesù va in direzione contraria rispetto a quanto sottinteso da Giovanni: chi non è contro di noi, è per noi. Difficile che uno invochi il nome di Gesù per ottenere il bene del prossimo e che poi si metta contro di Lui. Qualcosa non torna nella testa e nella mentalità degli apostoli, il cui unico interesse, a quanto sembra di capire, è conservare i privilegi del gruppo e tenere gli estranei alla larga dalla loro intimità col Cristo. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Ciò che Gesù vuol far capire ai suoi discepoli è il concetto che da qualsiasi parte può arrivare loro del bene, anche sotto forma di un semplice bicchiere d’acqua quando hanno sete; Dio non dimentica neppure un banale bicchiere d’acqua offerto ad un qualsiasi essere umano nel nome di Gesù e per amore suo, ma non gli interessano gli assegni a nove zeri donati con ostentazione e per amore di una fasulla filantropia e non si lascia certamente influenzare dalle complesse organizzazioni umanitarie, che provvedono a tacitare la coscienza di chi presume di donare le briciole di una ricchezza conquistata calpestando la dignità umana ed i diritti altrui, sacrificati sull’altare dell’alta finanza. Il passaggio successivo è di drammatica attualità: chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare.  Il vocabolo greco skàndalon indica la pietra che fa “inciampare” l’incauto viandante e Gesù ne fa un’immagine metaforica per indicare lo sconcerto che un innocente prova al cospetto di una situazione di un’iniquità commessa nei confronti suoi e di tutti gli innocenti di questo mondo. Si può essere di scandalo ai piccoli in mille e mille modi diversi e, certamente, uno degli scandali più fragorosi, che sta scuotendo da tempo persino i vertici stessi della gerarchia ecclesiastica, è l’orripilante delitto di pedofilia. E che dire, poi, di quei cristiani che abusano del potere che esercitano in vari settori della società, prestandosi a logiche di corruzione, inseguendo ricchezza e fama anche a costo di calpestare l’altrui dignità umana e comportandosi in modo indegno della fede professata pur di rimanere “a galla” tra i potenti di questo mondo? A chiunque si renda colpevole di scandalo agli occhi delle persone più deboli, indifese ed innocenti, Gesù suggerisce un’alternativa: correggersi e riparare il danno arrecato od augurarsi di finire in fondo al mare con una bella pietra, grossa quanto la macina da mulino dei bei tempi andati, legata stretta attorno al collo con una corda robusta ed a prova di pesi supermassimi! Con questa frase, Gesù non intende certo avallare un suicidio in piena regola, ma il suo linguaggio figurato, seppur brutale, intende esprimere l’enormità del peccato di “scandalo” che rovina l’innocenza di vita di un piccolo (bambino o persona semplice che sia, che mette a rischio la propria virtù pur di dare retta a chi si spaccia per persona saggia e dabbene e che, poi, si rivela per quello che è: un pervertito, un truffatore ed un ladro di sogni e di speranze malriposte). Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geenna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue. Queste ultime affermazioni di Gesù chiariscono bene il concetto della “macina da mulino legata attorno al collo”. Il significato della punizione per chi è occasione di scandalo per un piccolo va ben oltre l’implicazione materiale del malfatto; provocarsi volontariamente la cecità o tagliarsi le mani ed i piedi, estremizzano non solo l’atto materiale vero e proprio dell’agire scandalistico, ma danno “sostanza” anche all’implicazione morale di un comportamento lesivo dell’altrui dignità umana, che richiederebbe un gesto di riparazione concreto e non solo verbale o, peggio ancora, avvilito con una multa pecuniaria che pretende di tacitare la coscienza di chi commette scandalo e di risarcire in qualche modo il danneggiato. Ciò che potrebbe concretamente dimostrare l’avvenuto processo di radicale conversione di una persona, incline ad atteggiamenti “scandalosi”, è il verificabile “distacco” dal vizio e da tutte quelle sovrastrutture umane che, sulle debolezze e fragilità tipiche dell’essere umano, hanno costruito una fortuna economica perversa ed esercitato un potere diabolico volto a distruggere l’immagine di Dio, presente e ben visibile in tutti i piccoli di questo mondo. Il destino di chi non vuole “dare un taglio” ad una condotta scandalosa, vuoi per vizio, vuoi per calcolo interessato o convenienza, è segnato dal terribile giudizio di Dio: meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue.

 

XXVII Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall'inizio della creazione (Dio) li fece maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto». A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio». Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s'indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro (Mc 10, 2-16).

 

La liturgia odierna sviluppa temi che vanno in netta controtendenza rispetto al “libero” pensiero della società moderna, specie di quella occidentale, che sarebbe meglio definire post-cristiana (se non del tutto anti-cristiana). Mentre la società civile elabora nuove forme di convivenza fra gli esseri umani, dando ampio spazio e risalto mediatico alle unioni civili (od unioni di fatto) tra individui dello stesso sesso e considerandole una conquista della libertà e del progresso sociale ed ideologico, la Chiesa rimane “indietro” rispetto ai tempi o, per meglio dire, rimane fedele a se stessa ed alla propria vocazione cristiana, pur nel rispetto dovuto alle persone in quanto tali, anche se hanno scelto di imboccare strade diverse da quelle tracciate da Dio sin dai “primordi” della Creazione. Ciò che la legge civile considera del tutto lecito ed al passo coi tempi, non sempre è ritenuto altrettanto lecito dalla legge divina e ciò sia detto senza pretesa alcuna di fare polemica e neppure di mettere in atto delle “crociate” contro chi la pensa in modo diverso. Ciascuno ha una propria coscienza cui rendere conto, prima di confrontarsi un giorno a tu per Tu col Signore Iddio. La prima lettura, che la Chiesa propone oggi alla nostra riflessione, è tratta dal Libro della Genesi (o libro delle Origini del mondo e dell’uomo). Premessa: il testo non va inteso come un racconto “scientifico”, bensì come una rilettura della nostra storia personale ed universale ed un tentativo di dare un senso alla nostra vita ed al posto che occupiamo sulla Terra e nel cosmo intero. Chi siamo? Da dove veniamo? Quale destino ci attende? Perché esiste un perenne conflitto tra il bene ed il male? Perché siamo angosciati dalla malattia e dall’incertezza del nostro futuro? Perché moriamo? Le teorie evoluzionistiche che, per inciso, non sono affatto in contrasto con la teoria della Creazione, possono spiegare molte cose del nostro passato e, in qualche modo, possono anche prevedere come diventeremo in un lontano futuro, ma non possono spiegare tutto ed anche gli scienziati dovrebbero dimostrare un briciolo d’umiltà al cospetto della complessità delle leggi che regolano l’universo e del mistero che avvolge tanti aspetti della vita umana, dal suo inizio fino al suo tramonto, per non parlare poi del suo destino in un’altra dimensione che, per il credente, è “la vita oltre la vita” e non un semplice “nulla”. Lo scrittore sacro s’immagina un Dio “artigiano” che plasma dalla terra, con le sue mani, dapprima l’uomo-maschio e, poi, quasi si diverte a dare libero sfogo alla propria fantasia plasmando dal suolo una schiera di animali dalle forme più bizzarre e strane. Quindi, compiaciuto di se stesso e della propria opera d’artista, il Signore Dio presenta gli animali all’uomo per sentire il suo parere e gli concede l’onore di imporre un nome a ciascuno di loro e l’onere di prendersene personalmente cura. Gli animali non sono creati per rendere gloria al loro creatore, per far fare compagnia all’uomo! Che delicatezza da parte di Dio verso la sua creatura prediletta: Non è bene che l'uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda. Imponendo agli animali un nome, l’uomo esercita su di loro un diritto di proprietà che, dopo il peccato originale, è degenerato in tirannia, sfruttamento, violenza gratuita ed insensata. Nessun animale, però, fu ritenuto corrispondente all’essere umano. Oltre che abile artigiano, Dio è considerato dall’autore sacro anche un geniale chirurgo ed un eccellente anestesista: Dio fece scendere un torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all'uomo, una donna. Qualcuno ha ironizzato su questo testo, affermando che Dio ha creato un bel pasticcio regalando all’uomo la donna, fonte di ogni guaio e disgrazia (ma ogni donna potrebbe affermare tranquillamente il contrario …). Ciò che sfugge a tanti superficiali lettori del testo sacro è che donna e uomo sono complementari, godono degli stessi diritti e sono soggetti agli stessi doveri, vantano la stessa identica dignità e, soprattutto, quando si uniscono come marito e moglie, formano un'unica carne, un’entità personale originale, unica, inscindibile ed autonoma, che non deve essere in alcun modo manipolata dall’esterno, nemmeno da chi li ha procreati (I lettura). Il salmista celebra la coppia umana che vive secondo la Legge di Dio (cammina nelle vie del Signore), il quale ricompensa tale fedeltà al suo volere con la sovrabbondanza di bene, felicità, fecondità e benedizione di generazione in generazione (salmo responsoriale). L’autore della Lettera agli Ebrei riconosce, nella passione e morte di Gesù sulla croce, l’unica via di salvezza per il genere umano. Per molti la vicenda umana di Cristo è stata un fallimento, una tragedia incomprensibile ed insensata, ma quella morte orrenda ed inconcepibile si è trasformata, per la grazia di Dio, in un benefico e provvidenziale vantaggio per tutta l’umanità che, santificata dal sangue di Gesù, ha potuto scoprire ed apprezzare ancor più la sua fratellanza col Figlio di Dio e la provenienza da un unico Dio, creatore di tutte le cose (II lettura). Il vangelo odierno propone un tema di grande attualità: alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. I politici delle nostre società moderne, qualunque sia l’ideologia socio-politica dominante nei vari paesi del mondo, avranno di che riflettere: per Gesù il divorzio è un atto il-lecito, anche se la legge umana afferma e sancisce il contrario, assecondando in qualche modo la durezza del cuore degli esseri umani. In verità, i farisei miravano proprio a dimostrare che Gesù era un fuori-legge, perché il suo insegnamento conteneva enunciati dottrinali e morali ben diversi da quelli racchiusi nella Legge mosaica; qualora Gesù si fosse dichiarato contrario al divorzio, sarebbe stato a tutti palese che Egli non osservava la Legge di Mosè (frutto delle direttive stesse dell’Altissimo) e che, pertanto, non poteva essere considerato dal popolino un pio ebreo, un ebreo osservante. Qualora, invece, Egli si fosse dichiarato a favore della legge sul divorzio, i farisei avrebbero potuto screditare il Maestro galileo, affermando che Egli era misericordioso solo a parole coi “peccatori”, ma che, all’atto pratico, era sul loro stesso livello. Stufi di sentirsi dare degli ipocriti da Gesù, i farisei intendevano restituirgli l’insulto in modo subdolo e raffinato, ma Gesù parò il colpo da par suo. «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». All’epoca di Gesù la pratica del divorzio era di uso comune e diffuso in ogni strato sociale, molto più facile da ottenere rispetto ai giorni nostri in quanto bastava un atto di ripudio ufficializzato dal marito (solo apparentemente la nostra società moderna è meno maschilista rispetto a quella ebraica di venti secoli fa) per restituire la propria ex alla famiglia di provenienza, con intuibili ripercussioni negative sul piano finanziario, sociale e psicologico. La donna ripudiata doveva sperare di accasarsi in fretta per non perdere i diritti sociali garantiti dallo stato matrimoniale e per non essere emarginata dalla propria stesa famiglia d’origine. Il divorzio era una vera iattura per la donna ebraica di quel tempo. Gesù sapeva benissimo cosa sancisse la Legge di Mosè in merito, ma lo scopo della sua domanda era un altro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall'inizio della creazione (Dio) li fece maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto».  Non è stato Dio a dichiarare lecito il divorzio, bensì l’uomo, incapace di comprendere che il progetto originario di Dio sulla coppia umana (maschio e femmina) e sul vincolo indissolubile del matrimonio (i due diventeranno una carne sola), che nessuna legge umana può spezzare (l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto), non può essere stravolto a proprio piacimento, per assecondare la propria debolezza, incostanza, fragilità od il proprio opportunismo. La risposta di Gesù dovette essere piuttosto dura, decisa e tagliente, se persino i suoi discepoli restarono a bocca aperta per la sorpresa. Tornati a casa, infatti i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. Il tema era scottante e di quotidiana attualità. Forse qualcuno di loro aveva qualche “bega” familiare in corso? Evidentemente, anche per i discepoli di Gesù l’istituto del divorzio era una “postilla” del tutto naturale ed inevitabile del contratto matrimoniale, su cui era inutile fare tanto i sofistici. Quando due coniugi non vanno d’accordo, è meglio che ciascuno segua la propria strada e tanti saluti ai propri affetti, sentimenti, proclami d’amore, momenti d’intimità, figli, beni condivisi, progetti e promesse. Così ragionavano i discepoli e così ragionano uomini e donne del nostro tempo, anche quelli segnati dall’indelebile “segno” del battesimo cristiano. «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio». Tanto per essere chiaro una volta per tutte, anche ai suoi discepoli Gesù ribadì il pensiero di Dio (e, quindi, il suo…) circa la funzione e la finalità della coppia umana. Quanto sono vere le parole del profeta: i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie (Is 55,8). Ciò che per gli uomini può essere interpretato come conquista dell’intelligenza e della libertà umana, può ben diversamente essere inteso da Dio come un rifiuto del suo progetto originario (ossia, dall’inizio della creazione) e, in quanto tale, essere da Lui giudicato come conseguenza del peccato originale, che consiste essenzialmente in una scelta di auto-determinazione e di esercizio arbitrario della propria libertà di fronte al bene ed al male. L’episodio successivo rimarca ancor più la diversità tra il pensiero di Dio e quello dell’uomo; ciò che per l’uomo spocchioso è marginale, spregevole, inutile, o che non ha “voce in capitolo” (come un bambino), per Dio invece è rilevante lodevole, utile e necessario affinché sia riconosciuta e lodata la sua sapienza e la sua onnipotenza. Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. I bambini, che avevano circondato Gesù con fare festoso e chiassoso, davano fastidio ai “grandi”, tutti compresi nel loro ruolo di tutori dell’ordine e della sicurezza del Maestro e scocciati dal fatto di dover tenere a bada tutti quei mocciosi che, per lo più, erano soltanto un peso per le loro famiglie e per l’intera società, ma Gesù, ancora una volta, diede un taglio netto a pregiudizi, consuetudini e modelli culturali meschini e fasulli. «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro. Le persone semplici, la cui fede non è arzigogolata e la cui spontaneità non è ingabbiata da un galateo petulante ed ottuso, sono le prime a godere della benevolenza di Dio, mentre i saccenti e quanti rincorrono i primi posti sulla scena di questo mondo devono farsi un approfondito esame di coscienza.

 

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: "Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre"». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio». Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà» (Mc10,17-30).

 

Leggendo i testi dell’Antico e del Nuovo Testamento ci rendiamo conto della differente ed, a volte, antitetica valutazione della ricchezza e della povertà fatta dagli autori sacri venuti prima e dopo Cristo. Prima della venuta di Gesù, la ricchezza, così come la longevità di vita, era considerata il risultato della benedizione divina, un giusto premio per una vita onesta e spesa onorando Dio e le sue sante leggi. Dio arricchisce coloro che ama e la ricchezza è segno della generosità, della benedizione e dell’accettazione divina, nonché immagine dell'abbondanza messianica. L'atteggiamento di Gesù e delle prime comunità cristiane nei confronti della ricchezza è diverso, quasi spietato. Il ripetuto «guai a voi, o ricchi» suona come una sentenza di condanna nei confronti di chi possiede beni materiali, ma occorre subito precisare che non si tratta tanto di una valutazione negativa delle ricchezze in sé e per sé, quanto piuttosto di un severo giudizio sull’uso che l’uomo è tentato di farne a proprio esclusivo uso e consumo. La ricchezza può essere un male e fonte di iniquità quando diventa strumento di oppressione, di vizio e di ingiustizia, quando calpesta la dignità umana dei poveri, quando è frutto di inganno, truffa, sfruttamento, avarizia e violenza, quando distoglie dalla ricerca del Regno di Dio e della sua giustizia. Per contro, la ricchezza usata con altruismo è fonte di bene per chi la possiede e per chi, di riflesso, ne beneficia grazie alla generosità e liberalità del ricco, poiché in tal caso essa è il frutto della giusta retribuzione del lavoro umano, della capacità di risparmiare e di programmare il futuro con saggezza a vantaggio del singolo (il ricco) e della collettività. Quando il denaro, o ricchezza in senso lato, non si limita ad incrementare il proprio “avere”, spesso da ostentare e da scialacquare in modo sconsiderato e pacchiano, ma è finalizzato a migliorare il proprio “essere”, allora può essere l’appropriato strumento per far compiere un salto di qualità alla dignità ed alla libertà umana, un mezzo per fare del bene al prossimo oltre che un semplice viatico al proprio benessere materiale. L’autore del libro della Sapienza ha le idee chiare in merito alle ricchezze di questo mondo; egli preferisce ricevere in dono da Dio la prudenza e lo spirito di sapienza, piuttosto che possedere scettri e troni, gemme di inestimabile valore, oro e argento, salute e bellezza. Dopo oltre due millenni, il cuore dell’uomo non è cambiato affatto da quando sono state scritte queste parole. Sono cambiati i mezzi di comunicazione, il progresso tecnologico e scientifico ci ha proiettati verso la conquista dello spazio interplanetario (per quello intergalattico c’è ancora da aspettare …), in pochi secondi l’intera umanità connessa grazie alla rete informatica viene a conoscenza del meglio e del peggio di noi stessi, ma la nostra avidità e la ricerca sfrenata dei beni materiali sono uguali a quelle ostentate dai nostri lontani antenati. La rincorsa la “ritocco” per apparire più belli ed attraenti, l’ansia causata dal minimo malanno che intacca la propria salute psico-fisica, la speranza di potersi arricchire facilmente (considerando lecite le scorciatoie per fare soldi in fretta ed in grande quantità), non hanno forse raggiunto o superato la soglia critica del ridicolo? “Ho preferito avere (la sapienza) piuttosto che la luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta. Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile” (I lettura). Anche il salmista si allinea al pensiero dell’autore sapienziale: “Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio”. All’essere umano basta ed avanza essere inondati dall’amore del Signore per trovare un senso reale e realistico alla propria esistenza ed alla fatica del vivere quotidiano (ossia, l’opera delle nostre mani), frutto di sacrifici, insuccessi, conquiste e fallimenti, dispiaceri e gioie mescolate in egual misura e tali da rendere la nostra vita un mistero per noi stessi (salmo responsoriale). Quasi a voler rimarcare l’ambiguità dei valori di riferimento della nostra esistenza terrena, l’autore delle Lettera agli Ebrei ci suggerisce di confrontarci con la parola di Dio [che] è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. I valori assoluti non sono quelli materiali, che appagano i nostri sensi ma impoveriscono la nostra essenza umana. È lecito sperare in una lunga vita, in una salute fisica e mentale a prova di medici e di medicine, nel benessere materiale, nella sicurezza sociale, in un’attività lavorativa duratura, stabile e fonte di onorata ricchezza; tutto ciò che contribuisce a far progredire materialmente e spiritualmente l’essere umano è degno di rispetto e considerazione, ma non basta. La bussola, che orienta l’uomo verso il suo destino ultimo e definitivo, è la Parla di Dio, ossia il suo progetto di vita accanto a Lui per l’eternità, il suo piano di salvezza per ogni singolo essere umano, la sua volontà di Amore che intesse la trama dei nostri giorni terreni di tante e reiterate scelte di misericordia, di perdono, di altruismo e di ricerca del bene altrui come se fosse il nostro stesso bene. Per questo l’immagine più calzante per indicare l’incisività della Parola di Dio nella nostra vita è quella di una spada a doppio taglio, affilata come un rasoio e capace di provocare un taglio netto nella profondità delle nostre stesse convinzioni, abitudini, certezze, sovrastrutture culturali, mentali e persino religiose, come dimostrano certe clamorose conversioni avvenute nel corso della storia della Chiesa. Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto (II lettura). Un giorno capitò che, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Cosa spinse costui a correre incontro a Gesù e ad inginocchiarsi davanti a Lui, riconoscendone di fatto una superiorità morale ed un’intelligenza delle cose divine che, con tutti i soldi e le ricchezze che lo qualificavano agli occhi del prossimo come un “vero ricco”, egli neppure si sognava di possedere? Era forse convinto che, pagando il giusto prezzo al Maestro galileo, pure lui avrebbe potuto impossessarsi di tale “sapienza” del cuore? Resta il fatto che questo “ricco” era interiormente insoddisfatto delle sue stesse ricchezze e che ambiva a qualcosa di più e di meglio, specie in vista dell’aldilà. Già il fatto che il ricco signore fosse in grado di fare i conti con la vita dell’oltretomba deponeva a suo favore; costui non era del tutto “corrotto” dal suo status di “ricco” e conservava ancora una certa sensibilità spirituale, che lo rendeva “inquieto” di fronte alla sostanziale brevità di questa vita terrena. Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: "Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre"». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Il classico esempio di una persona educata bene dai suoi genitori: ricco non tanto per meriti propri, ma fruitore di una ricchezza di famiglia accumulata nel corso di intere generazioni, purtuttavia rispettoso delle leggi umane e divine del suo popolo e, molto probabilmente, convinto che le sue ricchezze fossero il frutto di una benedizione divina meritata anche in virtù di comportamenti personali e sociali irreprensibili. Un uomo ed un cittadino modello, baciato dalla fortuna e benedetto dal Cielo. Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Gesù esplorò a fondo il cuore di quest’uomo e lo trovò interessante, degno di essere un suo discepolo; non che avesse particolarmente in simpatia i ricchi del suo popolo, ma con Levi (Matteo) il gabelliere l’operazione recupero era andata a buon fine. Chissà mai che anche con questo ricco si potesse ottenere un Levi-bis? A costui mancava ben poco per essere un vero seguace di Gesù: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi! In realtà, la povertà proposta da Gesù al ricco non consisteva tanto nel «non possedere nulla», ma di sapersi compromettere con i poveri, specialmente con quelli che mancavano della capacità di organizzarsi, di difendersi, di liberarsi, di gestire la propria vita senza l’ossessione del benessere materiale. Il cristiano si compromette quando sa condividere le proprie ricchezze come Francesco d'Assisi, quando s’impegna a livello sociale per migliorare le condizioni di lavoro degli operai, anche rinunciando a qualche diritto personale, quando combatte le ingiustizie sociali e denuncia le sopraffazioni dei ricchi e dei potenti di questo mondo. Per combattere le tante povertà che affliggono l’umanità, bisogna essere disposti ad essere poveri, a fidarsi del tutto della divina Provvidenza, a non considerare la ricchezza come un bene primario, da inseguire a tutti i costi, ad aiutare chi si trova in difficoltà senza troppi calcoli da “banchieri”. Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». Questo ricco era rispettoso delle Leggi divine, le osservava dalla sua infanzia integralmente ed onestamente, ma solo per amore del quieto vivere e per non rischiare di “irritare” il Signore con qualche atteggiamento sbagliato, tale da attirare su di sé l’ira divina, con la possibilità concreta di perdere la propria ricchezza. I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio». L’immagine del cammello che non riesce ad attraversale la cruna dell’ago è davvero felice ed incisiva. Un ricco, che confida solo nel potere delle proprie ricchezze, difficilmente ritiene di doversi fidare solo di Dio, ma cerca sempre il modo ed il mezzo per affermare la propria autosufficienza. Solo la grazia di Dio può toccare nel profondo il cuore dell’uomo, specie se ha la fortuna-sfortuna di essere un ricco! Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà». E per chi rinuncia volontariamente alle proprie sicurezze umane per seguire Cristo e servire il suo Vangelo tra gli uomini: i beni spirituali sono ben superiori a quelli materiali in questa e nell’altra vita, ma ci vuole un atteggiamento di fiducia, perché Dio non promette mai invano.

 

XXIX Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»
(Mc 10, 35-45).

 

Le letture della liturgia odierna sono incentrate sul significato della passione, morte e resurrezione di Gesù, che rimane pur sempre, anche per i credenti, un mistero nella sua dinamica e necessità ai fini della salvezza del genere umano. Nel corso dei secoli, i Padri della Chiesa ed i teologi di ogni tempo si sono cimentati con gli aspetti storico-salvifici della vicenda umana di Gesù, trovandovi una giustificazione per lo più di natura giuridica-giudiziaria; tale interpretazione, dominante nell’elaborazione teologica del Medioevo, ancora oggi è dura a morire ed il paradigma che vi è sotteso può essere riassunto in tal modo: a causa del peccato di ribellione a Dio, commesso dai primogenitori all’inizio della creazione e, successivamente reiterato dai loro discendenti, Dio Padre è stato offeso e l'ordine della giustizia è stato profondamente e radicalmente perturbato; ci voleva una pena riparatrice e questa si è abbattuta sul Figlio di Dio. Così è stato possibile ristabilire l'ordine della giustizia. Questo modo di presentare le cose, però, è in chiara antitesi con la moderna visione del Dio-Amore e con la sensibilità e la concezione dell'uomo d’oggi. Tale modo di pensare, infatti, muove da una nozione semplicemente unilaterale, secondo la quale solo la punizione e la pena possono ristabilire l’ordine giuridico distrutto dal peccato, dalla colpa personale e collettiva dell’umanità intera. Per l'uomo d'oggi non conta tanto l'ordine, ma la persona ed al centro della sua attenzione è soprattutto l’individuo, con le sue caratteristiche, debolezze e virtù personali, non un asettico e freddo ordine giuridico. E’ la persona che subisce un torto, non un principio del diritto, per cui non si ripara un danno personale con la punizione e la sofferenza, ma con il perdono, con le opere di bene e con l'amore liberamente donato e liberamente ricevuto. Anche la concezione della Bibbia è orientata verso questa direzione, nonostante che il linguaggio utilizzato possa suggerire una concezione di tipo giuridico. La redenzione recata da Gesù viene considerata, prima di tutto, nella disponibilità al servizio e nella bontà della sua vita, che riparano per noi, non tanto nella sofferenza che egli ha sopportato, per ristabilire un ordine giuridico. Gli evangelisti, dal canto loro, affermano che non siamo stati salvati soltanto mediante la vita e la risurrezione di Cristo, ma anche mediante la sua morte. Ma come ci può salvare la fatica, la sofferenza, la morte di qualcuno? Di certo il Padre non voleva per Cristo né dolore né morte, ma una vita felice. Gesù non si è tirato indietro spaventato davanti alla prospettiva di una morte atroce, che non è dipesa dalla sua volontà, ma esclusivamente dalla cattiveria dell’uomo. La sua morte è stato il suo supremo atto di amorosa obbedienza. Così ci ha effettivamente meritato il perdono. In questo senso possiamo dire che la sua morte fa parte della volontà del Padre. Poteva sembrare inconcepibile che Dio, il quale abita in una luce inaccessibile, ci mostrasse il suo amore in questa maniera, ma egli lo ha fatto in Gesù, suo Figlio. Il profeta (il Secondo Isaia, attivo durante il periodo dell’esilio babilonese) “vede” il futuro Messia prostrato dal dolore per compiere la volontà del Signore. Il Servo di Dio accetta di offrire se stesso in sacrificio di riparazione e, solo dopo il suo intimo tormento, causato dal rifiuto degli uomini e da una condanna a morte immeritata ed ingiusta, egli vedrà la luce e si sazierà della conoscenza di Dio e del suo misterioso progetto di salvezza, in forza del quale molti saranno giustificati (ossia, salvati) perché egli ha accettato di addossarsi le loro iniquità, portando su di sé il peso del peccato del mondo intero (I lettura). Era prassi, nell’antico Israele, liberare un parente od un conoscente caduto in schiavitù pagando il prezzo del riscatto (ga’al) al suo padrone e chi si assumeva l’onere del riscatto veniva riconosciuto come un “liberatore” (go’el), degno del massimo rispetto e di perenne riconoscenza. A tale prassi “giuridica” si è attenuto anche il Signore Dio, che ha scelto di riscattare gli uomini diventati, a causa del peccato, schiavi di un padrone assai crudele e malvagio, il demonio. Per liberare gli uomini dalla schiavitù del maligno, Dio ha pagato un conto caro e salato, sacrificando la vita di suo Figlio, il quale ha accettato di affrontare una sorte spaventosa: la morte sulla croce, dopo aver sofferto l’inenarrabile. Il salmista riconosce che Dio è fedele in ogni sua opera e che ama la giustizia ed il diritto, per cui non può abbandonare ad un destino di morte coloro che lo temono e sperano nel suo amore e nella sua misericordia (salmo responsoriale). L’autore della Lettera agli Ebrei invita i cristiani a mantenere ferma la professione di fede in Gesù, Figlio di Dio, un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli e che ha condiviso ogni aspetto della fragile e debole natura umana, escluso il peccato. Proprio perché Dio, tramite suo Figlio, ha toccato con mano la debolezza, l’incostanza e l’incoerenza dell’umana creatura, sa bene quanto ogni uomo abbia bisogno della sua misericordia, della sua grazia e del suo aiuto al momento opportuno. Si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». L’evangelista non addolcisce affatto i difetti degli apostoli di Gesù, ma ne fa, anzi, un ritratto realistico, sottolineandone l’ambizione e l’arroganza. Giacomo e Giovanni, insieme a Pietro, costituiscono il ristrettissimo gruppo dei “prediletti”, degli amici più intimi di Gesù. Proprio costoro sono quelli che, da un punto di vista umano, deludono il Maestro più degli altri (a parte Giuda Iscariota). Con la loro richiesta di affiancare Cristo nel giorno della sua gloria, Giacomo e Giovanni gettano la maschera del perbenismo ipocrita ed interessato. Forti del fatto di essere i discepoli della prima ora, quelli che per primi hanno deciso di seguire Gesù abbandonando famiglia, lavoro ed interessi economici, costoro cercano di approfittarsene a danno degli altri, dimostrando, oltretutto, di non aver compreso nulla degli insegnamenti del Maestro. Convinti che Gesù sia avviato a conquistare il potere con l’appoggio del popolo e grazie alle sue indiscutibili qualità taumaturgiche, Giacomo e Giovanni già si considerano come i “vice” più accreditati del futuro re d’Israele. Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra. Che pretesa! E che presunzione: vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo. La richiesta dei due avviene lontano da orecchi indiscreti; gli altri, compreso Pietro, non devono sentire ciò che essi stanno chiedendo a Gesù. Inconsciamente, forse, costoro si rendono conto che stanno “giocando sporco” e sperano che Gesù abbia il buon gusto di tenersi per sé la loro “legittima” richiesta di godere dei futuri privilegi. Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Ben sapendo cosa lo aspetta, Gesù prova quasi compassione per i due fratelli, figli di Zebedeo, i quali sognano ad occhi aperti immaginandosi un futuro di gloria e di onori, di ricchezza e di potere, non sospettando minimamente che Dio ha riservato loro ben altro destino. Essi, infatti, neppure comprendono il significato delle parole rivolte loro da Gesù, che allude ad un calice da bere e ad un battesimo da ricevere, entrambi simboli di sofferenza, di sangue e di morte violenta. Accecati dall’ambizione, i due fratelli si sbilanciano senza riflettere: Lo possiamo. Il tono della voce dei due fratelli si alza di qualche decibel di troppo, poiché essi sono convinti di avere dalla loro più di una semplice promessa: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». Nella sua pre-scienza, Gesù sa che Giacomo e Giovanni non si tireranno indietro nel rendergli testimonianza con la propria vita, ma, con tutto ciò, Egli non può garantire loro ciò che essi richiedono, ossia sedere uno alla sua destra ed uno alla sua sinistra, poiché solo il Padre può concedere tale privilegio a coloro per i quali è stato preparato. Anche se i figli di Zebedeo hanno preso in disparte Gesù per non farsi sentire dagli altri discepoli, la concitazione del momento ha fatto sì che i termini della discussione siano stati captati, o anche solo intuiti, dai loro compagni di ventura, che l’hanno presa proprio male: gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Da una parte sta l’ambizione arrogante e, dall’altra, l’invidia e la gelosia. Sono i difetti, o vizi, tipici di ogni essere umano e ben radicati anche in seno alla gerarchia ecclesiastica di ogni epoca storica (compresa quella a noi contemporanea). Ubi homo, ibi peccatum: dove c’è un essere umano, c’è anche la propensione al male. Inevitabile. Nessuno è esente dalla colpa, eccetto Cristo (e la Madre sua, per grazia di Dio concepita senza traccia alcuna della colpa originale). Quando scoprono le mire ambiziose dei due colleghi, gli altri dieci apostoli si arrabbiano di brutto, ma Gesù riconduce tutti alla ragionevolezza, portando se stesso come esempio da imitare in tutto e per tutto: Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti. Non il potere, ma il servizio, non il predominio, ma la disponibilità a dare la propria vita per gli altri, come Gesù, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti. Il cristiano, laico od ecclesiastico (poco importa), che sia più propenso al dominio che al servizio del prossimo, dovrebbe preoccuparsi seriamente del giudizio di Dio, ancor prima che del giudizio degli uomini, spesso abbagliati dal falso luccicore del potere e dei suoi privilegi.

 

XXX Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va', la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada (Mc 10, 46-52).

 

La malattia è considerata, da tempi immemorabili, una vera iattura, una maledizione frutto, nella migliore delle ipotesi, di qualche colpa personale punita dalla divinità o, peggio, di un accanimento assurdo e cieco di Dio nei confronti dell’uomo. Il progresso scientifico ha ben cercato di sfatare certe credenze ingenue, che si radicano nell’ignoranza e nella creduloneria e che indirizzano molti a rivolgersi più a maghi e stregoni che ai medici, ma è anche vero che, dati scientifici alla mano, diverse malattie riconoscono una causa psico-somatica, il che suggerisce che profondi disagi interiori e radicati disordini morali possano, in qualche modo, favorire la comparsa e la fatale evoluzione delle malattie stesse. L’essere umano è un mistero ancora insoluto e, per buona parte, incomprensibile per gli stessi scienziati, i quali non sono sempre in grado di dare risposte soddisfacenti a quanti, abbandonata in tutto od in parte, una qualsiasi fede religiosa, si rivolgono alla scienza come se fosse la panacea di tutti i mali. Quando l’uomo presume che la fede possa fare a meno della scienza, corre il rischio avvilire la propria intelligenza e si priva della capacità di progredire a livello personale e sociale, ma è anche vero il contrario: se si affida solo alla scienza e disprezza la fede, l’uomo perde la parte migliore di sé, ossia la capacità di sperare, di dare un senso compiuto alla propria esistenza, di progettare un mondo migliore per sé e per la propria discendenza. Fede e scienza non si contrappongono in modo antitetico, ma si completano ed integrano a vicenda, poiché l’uomo non è solo un’entità materiale e neppure un essere puramente spirituale, ma un unicum di corpo e di spirito, coi piedi ben piantati per terra e con la mente proiettata verso l’eternità, da cui proviene in quanto figlio di Dio. Il vangelo odierno ci suggerisce che la malattia può essere assunta come immagine esemplare della vicenda umana e, in quanto tale, interessa ciascuno di noi. Quando siamo lontani da Dio e ripiegati nella condizione di peccato (nessuno è immune dalla tentazione di compiere scelte di male), siamo come dei ciechi incapaci di metterci in relazione d’amore col nostro prossimo e con Dio; per guarire da questa “cecità” spirituale, non possiamo fare altro che “riscoprire” Dio e cambiare sistema di vita, abbandonando le logiche del peccato. Il profeta Geremia (I lettura) visse la tragica esperienza della distruzione di Gerusalemme e del suo tempio, costruito quattro secoli prima dal re Salomone, per mano delle armate del re babilonese Nabucodonosor (586 a.C. circa). Le sue profezie non valsero a salvare la città a causa dell’ostilità della classe dirigente politica e religiosa ebraica, della diffidenza del re Sedecia e del risentimento diffuso nella popolazione, irritata dal tono “apocalittico” delle sue predizioni, peraltro puntualmente verificatesi. Nonostante l’imminenza della tragedia, che avrebbe travolto il popolo eletto di lì a poco, Geremia non fece mancare la speranza di una futura ripresa. Dio non avrebbe abbandonato del tutto il suo popolo ed avrebbe posto fine alle sue sofferenze dopo un periodo di “purificazione”, segnato dalla conversione e dal ritorno al rispetto della sua legge: Innalzate canti di gioia per Giacobbe, esultate per la prima delle nazioni, fate udire la vostra lode e dite: "Il Signore ha salvato il suo popolo, il resto d'Israele". Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra. Non tutti gli abitanti di Gerusalemme e del regno di Giuda si salveranno, ma solo un “resto”, una percentuale numericamente scarsa ma temprata dalla prova e disposta a scommettere ancora sull’intervento provvidente del Dio dei padri. Deportati in quel di Babilonia affranti e distrutti nel morale (partiti nel pianto), gli ebrei ritorneranno in patria in gran folla, accompagnati da consolazioni morali e spirituali seppur segnati nel fisico da una lunga servitù durata circa sessant’anni (fra loro sono il cieco e lo zoppo), pronti ad imboccare una strada dritta in cui non inciamperanno e che allude ad una leale osservanza della legge mosaica. Il tutto, condito dalla certezza che Dio è un padre per Israele. Anche il salmista riprende il contrasto fra la tristezza di chi è stato costretto all’esilio e che ha vissuto la speranza del ritorno in patria come un sogno quasi irraggiungibile, ma che, grazie all’intervento di Dio, ha provato la grande gioia del ritorno a casa (salmo responsoriale). L’autore della lettera agli Ebrei mette a confronto, da una parte, l’operato dei sommi sacerdoti scelti fra gli uomini per offrire doni e sacrifici per i peccati e che, nonostante la loro funzione di mediatori umani tra il popolo eletto e Dio, sono anch’essi dei poveri peccatori bisognosi del perdono di Dio e, dall’altra, la dignità e la grandezza di Cristo, Sommo Sacerdote per eccellenza, tale non per appartenenza ad una stirpe sacerdotale umana (discendenza da Aronne), ma per filiazione divina: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato». Tale condizione rende Cristo il sommamente puro, il sommamente giusto ed innocente, unico e vero Mediatore tra Dio e gli uomini (II lettura). Il figlio di un certo Timèo era un mendicante cieco che stazionava nei dintorni della città di Gerico e che sopravviveva grazie all’elemosina di persone di buon cuore, impietosite dalla sua disgrazia. Di certo, molte persone di passaggio non lo degnavano nemmeno di uno sguardo ma, anzi, lo giudicavano severamente pensando che si fosse, in qualche modo, meritata la sua disgrazia per colpe proprie o per colpe commesse nell’ambito del suo parentado. Questa era la diffusa credenza dell’epoca. Una malattia od una menomazione fisica doveva “necessariamente” essere frutto di qualche stortura morale. Bartimèo, che era cieco ma che ci sentiva benissimo, colse la notizia che il trambusto, causato dalla folla in avvicinamento, aveva un “nome” diventato da qualche tempo popolare e sulla bocca di tutti: Gesù. Urlando con tutto il fiato e la rabbia repressa che aveva in corpo, a causa della sua menomazione fisica, Bartimèo si rivolse a Gesù chiamandolo Figlio di Davide e chiedendogli di aver pietà per la sua disgrazia. Forse Bartimèo era davvero convinto che Gesù fosse il “messia” atteso da Israele, se non altro perché di Lui si raccontavano prodigi e guarigioni che avevano dello straordinario, o forse si basava sul semplice “sentito dire”. Gesù sembrava essere davvero una “brava” persona, uno che non disdegnava di frequentare malati e peccatori, emarginati di ogni tipo e persone semplicemente in ricerca di Dio o bisognose di una buona parola. La cecità di Bartimèo era una sciagura per la quale egli non si dava pace. Probabilmente era una cecità secondaria ad una tracomatosi, malattia degli occhi molto diffusa ancora oggi presso certe popolazioni povere del cosiddetto Terzo Mondo, afflitte da problemi igienico-sanitari di portata endemica. Forse Bartimèo era davvero convinto che la sua cecità gli fosse stata appioppata da Dio per “purgare” qualche mancanza morale sua o dei suoi familiari. Resta evidente il fatto che Bartimèo volesse “uscire” da un simile disagio fisico e psicologico e che ritenesse Gesù in grado di poterlo aiutare. Nonostante il clamore della folla, Gesù sentì quel grido che invocava pietà ed aiuto: chiamatelo! Gesù non si avvicinò al cieco, ma lo fece chiamare e portare da Lui. Talvolta i Signore si serve delle persone a noi più vicine per farci incontrare con la sua misericordia e ciò non deve far dimenticare la grave responsabilità di ogni comunità cristiana, che deve sempre favorire l’incontro delle persone con Dio e mai impedirlo per colpa di atteggiamenti indifferenti od ipercritici, tipici di chi giudica il prossimo o lo discrimina per ciò che pensa, che dice o per quello che fa. Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». La gente interpellata da Gesù chiamò il cieco, gli fece coraggio, lo invitò ad alzarsi e lo accompagnò da Colui che l’aveva chiamato. Questo è il compito di ogni vero credente, che si mette a disposizione del Signore per farlo conoscere a tutti e farlo incontrare con tutti. Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. L’atto di alzarsi e di gettare via il mantello simboleggia la decisione di “convertirsi” a Cristo e di cambiare radicalmente modo di pensare, di vivere e di rapportarsi con Dio e col prossimo. Bartimèo ascoltò l’invito della gente, si lasciò guidare verso Gesù e si fidò di chi lo accompagnava e, poi, si “affidò” a Gesù con fiducia: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Bartimèo doveva “decidere” senza indugi o ripensamenti se seguire Gesù fino in fondo o se rimanere nella sua condizione di cecità, spirituale prima ancora che fisica. Una volta che ebbe deciso di affidarsi a Gesù, Bartimèo non poteva più tornare indietro ed accontentarsi del minimo. E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». Bartimèo aveva perso la vista ed ora voleva vedere di nuovo ed in questa sua richiesta si può cogliere il significato simbolico della sua cecità, determinata da un allontanamento da Dio, vera Luce che illumina il cuore e la mente di ogni persona che vive assecondandone la volontà in ogni aspetto della propria esistenza. Bartimèo riconobbe in Gesù il Maestro (rabbunì) da seguire, ascoltare, imitare per poter essere in sintonia con Dio e con la sua santa volontà e provvidenza e, quindi, per tornare a vedere di nuovo. A Gesù bastava l’atto di fede di Bartimèo, deciso a cambiare vita fidandosi della sua Parola: «Va', la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada. La guarigione di Bartimèo ebbe una logica conseguenza: egli divenne un fedele discepolo del Signore, testimoniandone con la vita la misericordia e l’infinita generosità.

 

XXXI Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: "Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza". Il secondo è questo: "Amerai il tuo prossimo come te stesso". Non c'è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all'infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l'intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo (Mc 12, 28-34).

 

 L’amore è il vero filo conduttore di tutti i Libri che sono stati scritti e raccolti in quella sorta di “biblioteca” di carattere storico, spirituale e morale che è la Bibbia (che in greco significa, appunto, “i libri”). La Bibbia ci racconta dell’amore di Dio per l’uomo, un amore fatto di tenerezza, compassione, perdono, misericordia, pazienza, con qualche intervento punitivo finalizzato a correggere l’umanità dalle distorsioni di tale amore, orientato dagli uomini più verso le creature che verso di Lui, che è il Creatore ed il Signore di tutto ciò che esiste su questa Terra e nell’intero universo creato, ma il sacro Libro ci narra anche le tante sfumature dell’amore come le intende un qualsiasi essere umano: passione  ed attrazione fisica, amicizia, dedizione e dono di sé all’altro. Il Cantico dei Cantici è un testo poetico che esalta l’amore tra l’uomo e la donna, lasciando intendere che, all’origine di tale sentimento forte e tenace, ma anche fragile ed incostante perché tale è natura creaturale dell’uomo, ci sia proprio come modello da imitare l’amore di Dio per gli uomini. Al tempo stesso, la Bibbia ci svela la profondità dell’amore che unisce l’uomo a Dio, nonostante l’ombra lunga del peccato che, complice il “padre di ogni menzogna e, lui stesso, definito come il menzognero, cioè il diavolo”, cerca di frapporre mille e mille ostacoli a questo rapporto, rendendolo, da parte dell’uomo, complesso, difficile, incostante, pieno di dubbi e carico di sofferenza. Sì, perché l’uomo vorrebbe agire, pensare e programmare la propria vita facendo a meno dell’ingombrante presenza di Dio ma, tutto sommato, ne sente la mancanza quando le vicende umane gli si rivoltano inesorabilmente contro, sprofondandolo ancor più nella disperazione e nel buio del proprio limite di creatura, imperfetta e provvisoria. “Amore” è un vocabolo assai usato ed abusato, assai spesso frainteso nella sua valenza e nel suo significato. Sbirciando nei dizionari (il Devoto-Oli, per citarne uno a caso), troviamo questa definizione: dedizione appassionata, esclusiva ed istintiva nei confronti di una persona, che porta a condividere con questa sentimenti ed emozioni e a desiderarla dal punto di vista fisico (come si può notare, si tratta di un sentimento confinato a livello fisico e psicologico; nulla più). Oppure, su Wikipedia: un sentimento intenso e profondo, di affetto, simpatia ed adesione, rivolto verso una persona, un animale, un oggetto, o verso un concetto, un ideale. Oppure, può semplicemente essere un impulso dei nostri sensi che ci spinge verso una determinata persona (una definizione che coinvolge anche attrazione per un “concetto, un ideale”; come si può escludere, quindi, la componente razionale dell’essere umano?). Si tratta, a ben vedere, di definizioni che in realtà non definiscono cosa sia l’amore, ma solo come viene vissuto ed inteso concretamente dall’uomo del nostro tempo, riconducibile ad un sentimento più “passivo” che attivo. Così si esprimeva lo psicologo americano Wayne W. Dyer: l’amore è la capacità e volontà di permettere alle persone a cui si vuole bene di essere ciò che vogliono essere, senza resistenza o pretesa alcuna che esse diano soddisfazione. Se ne deduce che l’amore è un sentimento che non mira al possesso dell’altro, che è e rimane pur sempre una “persona” e che non è un semplice “oggetto” del proprio desiderio (materiale, sessuale o psicologico che sia), ma implica ben altro: l’amore esclude, di per sé, atteggiamenti egoistici, i compromessi, le pretese, le prevaricazioni, le gelosie. L’amore non è possesso, ma è dono di sé all’altro, fatto in modo disinteressato e senza pregiudizio alcuno. La sacra Bibbia si spinge molto oltre, come vedremo. Gli ebrei professavano la fede in un Dio unico, totalmente altro dal mondo materiale da Lui stesso creato con bontà gratuita, assolutamente innominabile e non riproducibile mediante immagini, seppure elaborate dall’abilità artistica e dall’immaginazione dell’essere umano. Tre volte al giorno ogni pio ebreo era tenuto a recitare la preghiera contenuta nel libro del Deuteronomio e nota, dalle parole iniziali, come lo shemà Israel: “ascolta, Israele”. Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore. Tale preghiera contiene gli elementi essenziali della fede degli ebrei, cioè la professione d’un Dio unico (monoteismo), il compendio di tutta la Legge nel comandamento dell’amore e, in un passo successivo, il ricordo dell’alleanza sinaitica. Il timore del Signore (non la “paura”, ma il profondo rispetto, la totale dedizione e venerazione per il Dio dei padri) si esprime attraverso l’osservanza delle leggi e dei precetti del Signore, da cui nessuna generazione del popolo ebraico deve sentirsi o ritenersi esentata: Temi il Signore, tuo Dio, osservando per tutti i giorni della tua vita, tu, il tuo figlio e il figlio del tuo figlio, tutte le sue leggi e tutti i suoi comandi che io ti do e così si prolunghino i tuoi giorni. L’amore verso Dio deve coinvolgere l’essere umano nella sua interezza ed integralità, senza tentennamenti e senza eccezioni: con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze (I lettura). Il salmista dà sostanza al significato dell’amore del credente nei confronti di Dio: Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore. Mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio; mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo. Chi ama il Signore Dio, ossia chi sceglie liberamente di affidarsi al suo amore lasciandosi guidare da Lui in ogni circostanza felice od avversa della propria vita, poggia il proprio essere ed il proprio esistere su salde fondamenta e non vacillerà mai, nemmeno di fronte alle tragedie più assurde ed incomprensibili, perché sa che nulla delle proprie speranze, lacrime, delusioni, cadute e piccole o grandi rivincite andrà perduto (salmo responsoriale). La vicenda umana di Gesù Cristo suggerisce proprio la sconfinata dimensione del “cuore” di Dio, che ha cura delle proprie creature con un amore immenso di cui ha dato prova attraverso le azioni ed il comportamento del proprio divin Figlio, il quale intercede per noi presso di Lui non con i limiti umani dei sommi sacerdoti ebrei, fragili peccatori al pari di ogni essere umano, ma con la potenza che gli deriva dal fatto di essere santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli. Proprio perché Cristo resta per sempre, (Egli) possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore (II lettura). Un altro Libro del Pentateuco, il Levitico, contiene la seconda parte del comandamento dell’amore: «Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lv 19,18). Non si può pensare di amare Dio senza amare anche gli uomini, che costituiscono il “prossimo” di ciascuno di noi. L'amore del prossimo appare indissolubile dall'amore di Dio: i due comandamenti non sono, in realtà, che uno solo, ossia il vertice e la chiave di volta di tutta la Legge, come ci ricorda il Vangelo odierno. In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: "Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza". Il secondo è questo: "Amerai il tuo prossimo come te stesso". Non c'è altro comandamento più grande di questi». L’amore (o charitas) per i propri simili, cioè il prossimo, è quanto di più bello, affascinante e gratificante ci possa essere in questo mondo, ma anche il più difficile da realizzare perché implica, da parte di ciascuno di noi, la rinuncia ad un “pezzo” importante del nostro orgoglio e del nostro egoistico interesse. La carità fraterna diventa il contenuto e la realizzazione di ogni esigenza morale (Gal 5,14; Rm 13,8s.; Col 3,14); è, in definitiva, l'unico comandamento (Gv 15,12; 2 Gv 5), l'opera unica e multiforme di ogni fede che pretende di non essere morta (Gal 5,6.22): «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Chi ama Dio, ami anche il suo fratello» (1 Gv 4,20s.). Non si potrebbe affermare con più chiarezza che, in sostanza, non c'è che un unico amore (cit.). L’amore per il prossimo ha una valenza squisitamente religiosa e non può confondersi con una pur lodevole filantropia, che induce anche gli atei ad interessarsi ed impietosirsi delle persone più sfortunate e deboli al punto da indurli a donare parte dei propri beni materiali od a creare strutture di solidarietà umana. Il cristiano ama il prossimo perché vuole imitare Dio, il quale è la sorgente stessa dell’Amore ed ama tutti senza distinzione (Mt 5,44; Ef 5,1 s.25; 1 Gv 4,11s.). “La questione del legame tra amore di Dio e amore degli uomini è sempre al centro della vita cristiana. Essa è tanto chiara e precisa nella sua formulazione teorica, quanto problematica e instabile nella sua traduzione pratica ed esistenziale. In ogni epoca della storia della Chiesa, questa realtà essenziale corre il rischio di essere parzialmente velata spostando l'ago della bilancia sull'uno o sull'altro dei due poli: Dio-prossimo. Oggi, per esempio, i cristiani sono portati a mettere in pieno valore le esigenze dell'amore fraterno senza frontiere, ma si preoccupano molto meno di sapere in che cosa il vero amore fraterno è identico all'amore di Dio. Capita, allora, che ci si inganna sulle dimensioni integrali dell'amore fraterno stesso. Dove Dio non ha più il posto che gli compete, comincia a perdere d'importanza anche la relazione verso il prossimo. Di fronte alla fame, l'ingiustizia e l'oppressione c'è il rischio di una risposta di violenza; per risolvere i problemi della sovrappopolazione, si suggerisce una pianificazione indiscriminata delle nascite o l'aborto legalizzato; di fronte alla crisi della famiglia, si propone come rimedio il divorzio; ad un malato inguaribile che soffre, si suggerisce l'eutanasia. D'altra parte un vero amore verso il prossimo richiede inevitabilmente un concreto impegno nel mondo e nella lotta di liberazione dell'uomo da ogni forma di schiavitù. C'è stata, in un passato non molto lontano, una spiritualità e una mistica che, per sottolineare l'altro polo, l'amore di Dio, ha predicato la fuga dal mondo e il disprezzo delle cose; ha parlato di una scelta ineluttabile tra Dio e il mondo, rischiando di lacerare il cuore del cristiano in due amori antitetici. I cristiani nella Chiesa hanno il compito di manifestare agli uomini i segni autentici dell'amore che ha salvato il mondo. Essendo corpo di Cristo, la Chiesa non cessa mai di essere questo segno; ma dipende dalla fedeltà dei cristiani che questo segno dispieghi tutta la sua potenza di significazione. L'uomo moderno, più di quelli che l'hanno preceduto, aspira ad una maggiore pace e giustizia, e a questo compito storico mobilita le sue energie. Volere la pace e la giustizia, però, è volerne i mezzi. La retta intenzione e le belle parole non bastano. Bisogna fare delle scelte sul piano dell'azione individuale e collettiva, in funzione di una analisi realistica dei dati del problema in tutta la loro complessità. È su questo campo che si gioca l'avvenire della Chiesa, la sua credibilità di fronte al mondo, specialmente ai giovani, la sua fedeltà al vangelo, che si riassume nel comandamento dell'unico amore” (cit). A sua volta, Gesù incassa il commento favorevole dello scriba, una persona onesta e non accecata dal pregiudizio come tanti suoi colleghi, ostili all’insegnamento del Maestro galileo, da loro considerato alla stregua di un “eretico” e di un sovvertitore della fede e della legge ebraica. Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all'infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l'intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo. Chi ama veramente Dio con tutta la forza del proprio essere, si spinge a servirlo umilmente nei fratelli, i quali costituiscono un “prossimo” assai spesso petulante, noioso, ostile, maleducato, irriconoscente, profittatore, falso e vendicativo, vizioso, arrogante o malvagio. Questo per dire che l’amore orientato verso Dio può essere gratificante, ma anche incerto e carico di dubbi (nessuno ha mai visto Dio, Gv 1,18), anche se proprio Gesù lo ha rivelato (Gv 5,37; 6,46; 1 Gv 4,12), mentre l’amore per il prossimo è tutt’altro che facile e richiede una totale assimilazione della nostra volontà con quella di Cristo, il che comporta un notevole sforzo per tacitare i nostri piccoli e grandi egoismi per accogliere e condividere le difficoltà, le problematiche esistenziali e le debolezze caratteriali e morali dell’altro. Oltre a ciò, l’amore verso il nostro prossimo esige gratuità, rispetto della libertà altrui e la rinuncia ad aspettarsi anche solo un briciolo di gratitudine, proprio come ha fatto Gesù che, per amore, ha donato la propria vita sia per gli amici che per i suoi torturatori e carnefici. Solo questa realizzazione dell’amore è in grado di “cambiare il mondo” e di opporsi alle logiche del male dei singoli individui e di intere società umane. Chi sa donare agli altri ciò che vorrebbe ricevere per sé (rispetto, comprensione, pazienza, onestà, verità, perdono, generosità, calma, solidarietà), senza pretendere nulla in cambio, sperimenta su di sé la grandezza e la misericordia di Dio stesso, come ha insegnato il Signore Gesù, il Volto umano di Dio.

 

XXXII Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere» (Mc 12, 38-44).

 

Protagoniste della liturgia odierna sono due vedove, una esempio di ospitalità disinteressata in tempi calamitosi e compensata da un miracolo compiuto dal grande profeta Elia e, l’altra, esempio di generosità nonostante le proprie miserevoli condizioni sociali ed economiche, gratificata da un commento ammirato di Gesù. Queste due donne, colpite da un grave lutto familiare che le ha letteralmente distrutte sul piano sociale ed economico, sono assunte come figure simboliche del perenne contrasto fra poveri e ricchi, in un mondo che strizza gli occhi ai potenti per ingraziarseli e li chiude per non vedere la miseria di chi stenta a sopravvivere o non riesce a sollevarsi da una condizione di indigenza materiale e morale. Nella scala sociale, gli uomini mettono all’ultimo posto gli emarginati, gli indigenti, gli sfortunati, gli incapaci, chi non riesce ad alzare la testa ed è oppresso da una vita piatta ed insignificante. Questi “poveri” sono, al contrario, i prediletti da Dio, il quale rovescia la scala dei valori e li colloca al primo posto nel suo Regno, relegando agli ultimi posti (ma anche escludendoli del tutto dalla salvezza per loro demeriti), quelli che in questo mondo sono etichettati come dei fortunati perché fruiscono di ricchezze, agi, privilegi e visibilità a motivo del loro potere e del loro benessere materiale. Perché Dio agisce così, quasi contro logica? Perché privilegia il povero e “bastona” il ricco, se non in questo mondo, nell’altro? Perché Dio legge nel cuore dell’uomo e lo valuta per quello che egli “è” e non per quello che egli “ha”. È giusto che l’uomo si sforzi di migliorare la propria condizione umana, che sia operoso e che conquisti una condizione di benessere materiale, ma non a scapito delle esigenze della propria anima né a scapito della dignità altrui e dell’altrui diritto al rispetto, alla libertà ed alla promozione sociale. Il profeta Elia (I Lettura) è in fuga dal suo Paese a causa della persecuzione architettata contro di lui dalla regina Gezabele, un straniera pagana andata in sposa al re di Samaria, Acab. Giunto a Sarèpta, un paese della Fenicia, a sud di Sidone, Elia trova ospitalità presso una vedova del luogo. L’ebreo Elia è accolto da una donna pagana, la cui condizione sociale non è tanto dissimile da quella delle tante vedove che vivono in Israele. La struttura sociale del tempo, maschilista e patriarcale, non conosce la solidarietà nei confronti di una donna rimasta senza marito. O questa si risposa quanto prima, oppure scende parecchi gradini nella scala sociale, specie se non ha figli. La vedova di Sarèpta, da questo punto di vista, è un po’ più fortunate di altre vedove, perché ha un figlioletto ma i tempi sono tragici. Sulla regione imperversa una carestia che dura da anni e manca la materia prima per sopravvivere: il cibo. Ovviamente, il pane scarseggia solo sulla mensa dei poveri ed i ricchi, a partire dai membri della casa reale, non si fanno mancare né il pane né il companatico. Solo la povera gente è destinata a morire di stenti (non è tanto cambiata questa situazione ai giorni nostri, nei paesi più poveri e flagellati da guerre, carestie e dall’avidità di pochi, che calpestano il diritto alla sopravvivenza dei più sfortunati e reietti di qualsiasi società umana). Elia chiede da mangiare alla vedova pagana la quale, pur nell’indigenza del momento, dimostra una generosità difficile da trovare fra parenti, figuriamoci fra stranieri che si odiano cordialmente e non solo per motivi religiosi o politici. Cosa saranno mai un pugno di farina nella giara e un po' d'olio nell'orcio ed un po’ d’acqua da bere per tre persone, che aspettano di morire chi a causa della povertà e chi per colpa della cattiveria umana? Eppure l’uomo di Dio, Elia, invita la donna a non scoraggiarsi ed a preparare una piccola focaccia prima per lui e poi, una per ciascuno, per lei e per suo figlio. La donna si fida del profeta e lo serve, subito accorgendosi che la farina nella giara e l’olio nell’orcio non calano affatto, anzi. "La farina della giara non si esaurirà e l'orcio dell'olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia sulla faccia della terra"». Come si conviene a chi è abituato a stringere la cinghia, faticando a mettere insieme la colazione con la cena, alla vedova fenicia ed a suo figlio non sono necessarie grandi quantità di farina e di olio per sopravvivere, ma basta quel poco che non cala mai finché dura i periodo della carestia. La generosità gratuita della vedova di Sarèpta (e di suo figlio) è ricompensata dal Signore per mano del suo profeta: la vita in cambio di un pugno di farina e di un po’ d’olio, offerti anche a costo di accorciare di qualche giorno la loro stessa esistenza per senso di ospitalità nei confronti di uno straniero. Quanto ci sarebbe da imparare da questo episodio anche da parte di tanti politici, imprenditori, banchieri, ricchi più o meno nobili ed affaristi dei nostri giorni, più interessati a corrompere od a farsi corrompere pur di accumulare più ricchezze e più potere alla faccia della miseria, che affligge la maggior parte dell’umanità. Il salmista (salmo responsoriale) si fida della fedeltà di Dio, che non abbandona gli oppressi, gli affamati, i prigionieri, i malati, le persone socialmente più deboli come l’orfano e la vedova ed i forestieri e che, a tempo debito, darà la giusta paga ai malvagi di questo mondo iniquo, ingiusto, corrotto, prepotente e disumano. Prosegue la lettura della Lettera agli Ebrei (II lettura), il cui autore prospetta il significato sacrificale della morte di Cristo, nelle vesti di Sommo Sacerdote che offre se stesso come vittima sacrificale per la salvezza di tutti gli uomini. Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». Il giudizio di Gesù non è tenero nei confronti di quegli scribi (uomini di cultura, che sanno leggere e scrivere, che conoscono le Scritture e che le sanno interpretare, a loro dire, ma senza essere capaci di coglierne lo spirito), il cui comportamento è ipocrita e superbo perché costoro si pavoneggiano sfoggiando abiti ricercati, sempre alla ricerca del consenso popolare e pronti a sfruttare ogni minima occasione, come sinagoghe e banchetti per occupare i primi posti, ossia per far sapere a tutti che, senza di loro, il mondo crollerebbe all’istante e che la società ebraica non potrebbe sopravvivere. Non solo, costoro hanno la pessima abitudine di prendere di mira le persone socialmente più deboli, come le vedove, per farsi pagare profumatamente le interminabili preghiere recitate, con ostentazione, durante la veglia del caro estinto od in occasione del funerale e di varie commemorazioni del defunto marito. Questa gente riceverà una “condanna più severa!”. Gesù non usa tanti giri di parole per esprimere il suo giudizio di condanna. La corsa all’ostentazione, al lusso, all’esibizione del proprio potere all’interno della società umana e, purtroppo, anche della comunità ecclesiale, sono un malvezzo diffuso anche ai giorni nostri e nulla cambierà nei secoli a venire, perché questi atteggiamenti appartengono alla vanità dell’essere umano.  Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». Gesù e i suoi discepoli, seduti dinanzi alla sala del tesoro del Tempio, osservano che tutti lasciano lì la loro elemosina. I poveri gettano pochi centesimi, i ricchi gettano monete di grande valore e, qualcuno di costoro, ne lascia anche in quantità ragguardevole, ma solo per ostentazione e non per generosità vera. Quanto lasciato da questi super-ricchi, in realtà, è solo il superfluo delle loro enormi ricchezze, accumulate spesso con inganni, truffe, corruzione, violenze private, intimidazioni o semplice scaltrezza. Il tesoro del Tempio riceveva molto denaro. Tutti portavano qualcosa per la manutenzione del culto, per il sostentamento del clero e per la conservazione dell’edificio. Una parte di questo denaro era usata per aiutare i poveri, perché in quel tempo non c’era la previdenza sociale. I poveri dipendevano in tutto e per tutto dalla carità pubblica. Coloro che avevano bisogno di maggiore aiuto, erano gli orfani e le vedove, poiché costoro non avevano nulla ed occupavano gli ultimi gradini della scala sociale, sperati solo dagli schiavi. Eppure, avendo poco o nulla, anche loro si sforzavano di condividere. Così, una vedova molto povera, mette la sua elemosina nel tesoro del Tempio. Appena pochi spiccioli, sufficienti per sopravvivere mangiando un tozzo di pane! Persino Gesù ne resta colpito. Cosa conta di più agli occhi di Dio: qualche spicciolo necessario per la propria sopravvivenza o la grossa somma del ricco, il quale si priva solo del superfluo? La logica umana è ben diversa ed assai lontana dalla logica di Dio, per il quale conta la gratuità, la generosità del cuore, la condivisione, la solidarietà sobria e non “pelosa” od ostentata, l’accoglienza, la ricerca continua del bene altrui. C’è una bella differenza tra filantropia ed amore vero per il prossimo; il filantropo è solo all’inizio di un percorso che può concludersi con destinazioni assai dissimili tra loro. O verso la “carità evangelica” o verso l’autocelebrazione narcisistica e l’autoassoluzione, utile questa solo per tacitare la propria coscienza “sporca”. La vedova, citata dall’evangelista come esempio di generosità genuina e conforme al cuore misericordioso di Dio, ha dato del suo necessario, in contrapposizione ai ricchi, che danno qualcosa della loro potenza e dei loro privilegi con ostentata e pomposa ricerca della propria gloria. Il gesto furtivo con cui la vedova getta in silenzio i suoi due spiccioli è un gesto di preghiera, di fede e di amore. L'obolo è insignificante, ma il dono è totale; tanto più grande quanto meno si ostenta, e anzi cerca di nascondersi. Gesù, che ha ammirato il gesto e l'ha lodato, non misura gli atti umani col nostro metro che si ferma alle apparenze. Egli non misura in cifre quello che doniamo; lo misura in amore, lo valuta secondo il metro dei valori interiori della persona; egli arriva al cuore. Donare così, come la vedova, è donare come fa Dio, il quale non ci dona della sua abbondanza (in questo caso sarebbe rappresentato meglio dai ricchi donatori che non dall'obolo della vedova), non ci dona di quello che ha, ma di quello che è: la sua stessa vita divina (cit.).

 

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo. Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell'ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre» (Mc 13, 24-32).

 

A causa del comportamento di tanti cristiani del passato e del presente e, presumibilmente, anche del futuro (poiché l’essere umano è quello che è, ossia affascinato dal piacere di vivere bene e senza preoccupazioni, curioso e capace di sondare e conquistare persino lo spazio cosmico ma anche sensibile al fascino del vizio, incline a porsi i grandi interrogativi esistenziali e, al tempo stesso, irresistibilmente attratto dalla materia sensibile, la quale spesso rende opaca la realtà nascondendo Dio invece di manifestarlo, od impedisce allo spirito di elevarsi alle grandi altezze dell’intelligenza e della conoscenza della verità), la fede cristiana è spesso incompresa, fraintesa, vilipesa, combattuta, odiata ancor più dei folli e distruttivi atteggiamenti degli esseri umani. Miliardi di uomini e donne vivono su un pianeta, che rischia di essere una polveriera pronta a saltare per aria da un momento all’altro per il sadico gusto di molti pazzoidi, afflitti da delirio di onnipotenza ed incapaci di capire che, distruggendo questo mondo per le loro manie di grandezza e di potere, distruggeranno anche se stessi ed il loro futuro. Il cristianesimo non è una religione qualsiasi, senza nulla togliere ai valori etici, morali, culturali e cultuali delle varie religioni professate dalla stragrande maggioranza della popolazione terrestre. Cristiano è colui che crede fermamente in un Dio che è essenzialmente una Persona, profondamente coinvolta nelle vicende umane al punto da essersi incarnata in un essere umano, Gesù Cristo, attorno al quale è “ricapitolato” l’intero universo, Principio e Fine di ogni realtà visibile ed invisibile, scopo ultimo di ogni vita esistente nel creato. In Gesù, Dio ha detto di Sé tutto ciò che Egli “è” ed ha rivelato il suo piano di salvezza, dal quale nulla e nessuno è escluso. In Gesù, Dio ha chiaramente fatto intendere che questa realtà materiale, di cui noi facciamo parte, non è la nostra definitiva sistemazione, ma è solo un passaggio verso i cieli nuovi ed una terra nuova che ci attendono oltre questa esistenza, dominata dai sensi e da un’intelligenza limitata, fragile e condizionata dal male. Per questo, il cristianesimo è “escatologia”, ossia un cammino verso il “futuro” inaugurato da Cristo Risorto, già presente nel nostro tempo terreno ma non ancora compiutamente realizzato. Solo “alla fine dei tempi” il futuro, disegnato da Dio per gli esseri viventi e per l’intero universo, sarà completamente realizzato e compiuto in Cristo, Re e centro di tutta la realtà redenta, Alfa ed Omega della Storia, fatta di tante innumerevoli e piccole storie personali che hanno attraversato il tempo e lo spazio, il cui inizio e la cui fine sono conosciuti da Dio soltanto e non dai tanti imbonitori, religiosi e non, che millantano una conoscenza che non appartiene ai loro miseri e miserabili orizzonti di conoscenza: “tutta la predicazione cristiana, tutta l'esistenza cristiana, e la Chiesa stessa nel suo insieme, sono caratterizzate dal loro orientamento escatologico” (Moltmann). Con la risurrezione di Gesù, infatti, il mondo e la storia sono entrati nella loro fase finale, nella pienezza dei tempi. Le promesse di Dio si sono compiute e i cieli e la terra nuovi sono già stati inaugurati. In Cristo, Dio ha già detto la sua parola definitiva; in noi è già stato deposto lo Spirito che è il seme delle realtà future. Comprendere ciò significa comprendere che il cristiano è l'uomo del futuro. Ciò significa non tanto che il cristiano è l'uomo che «aspetta il futuro» che gli sarà dato dopo la morte; ma piuttosto che è l'uomo che costruisce oggi il suo futuro. In un certo senso, dopo Cristo, tutto è fatto: non attendiamo più nulla di sostanzialmente nuovo (cit.). Ciò rende il cristiano un pellegrino su questa terra, in cammino verso la vera patria, che è il Cielo (o paradiso, che dir si voglia), ossia quel Regno dei Cieli che è Dio stesso, Uno e Trino Signore. Il cristiano non è una essere disincarnato, estraneo del tutto al mondo ed al tempo in cui è stato chiamato ad essere testimone del Risorto, ma è un profeta che rende presente ed attuale il progetto salvifico di Dio attraverso la propria testimonianza e la propria appartenenza al popolo di Dio, la Chiesa, vero sacramento universale di salvezza, in quanto Corpo mistico di Cristo Gesù, vero Uomo e vero Dio. Per questo il cristiano ha ricevuto da Cristo l’incarico di lavorare all’interno della società umana, di cui è membro, per trasformarla dal suo interno agendo come il lievito che fa crescere la pasta, come il sale che da sapore al cibo, come la luce che illumina un ambiente buio e pauroso. Il cristiano è l’uomo di pace, è il portatore della speranza, è il dispensatore dell’amore che contribuisce a costruire la città terrena, ma con “vista panoramica” sulla citta celeste. Il profeta Daniele è un personaggio leggendario, di cui l’autore dell’omonimo Libro biblico (scritto probabilmente nel II secolo a.C.) situa l’attività profetica durante il periodo della deportazione del popolo ebraico nel regno di Babilonia nel V secolo a.C. Il profeta ha una visione: l’arcangelo Michele (il cui nome significa “chi è come Dio?), colui che ha guidato le schiere celesti contro gli angeli ribelli a Dio e condannati alle profondità tenebrose del “luogo senza Dio” (l’inferno), ossia i diavoli, “vigila sui figli” del popolo di Dio i quali, alla fine dei tempi, riconoscibili perché saranno un tempo di terribile angoscia come mai vissuta in precedenza, saranno resuscitati, chi alla vita  eterna e chi alla vergogna e per l’infamia eterna (I lettura). Solo chi sarà rimasto fedele a Dio con una fede sincera ed una vita onesta potrà avere la certezza di riposare al sicuro, lontano da quel luogo oscuro ed angosciante che è “l’inferno” (salmo responsoriale). Non ci sono sacrifici di animali o ministri di culto che possano eliminare i peccati. Solo Cristo, che ha sacrificato se stesso al Padre ed alla cui destra ora siede per sempre, con un’unica offerta ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati, cioè quelli che sono stati lavati nel suo sangue mediante il battesimo e che sono stati perdonati, rendenti e resi, per così dire, degni di essere presentati davanti al trono di Dio. Al di fuori del sacrificio di Cristo sulla croce, della sua passione, morte e resurrezione, non c’è perdono, non c’è salvezza (II lettura). Gesù descrive la fine del mondo con termini tipici della letteratura apocalittica: In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Alludendo a quanti dei presenti saranno testimoni dei terribili eventi, che egli espone con grande pathos, si può dedurre che tali avvenimenti facciano riferimento anche alla distruzione del tempio e della città di Gerusalemme, avvenuta a distanza di nemmeno mezzo secolo da questa profezia: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Due profezie in una: la prima riguarda i tempi futuri, i tempi ultimi e, l’altra, i tempi del presente storico, del futuro prossimo. Agli occhi di Dio il tempo è assai relativo, poiché il passato, il presente ed il futuro dell’uomo non sono che un unico istante, per il quale noi ci arrabattiamo per cercare e costruire i nostri “spazi”, i nostri momenti di gloria, le nostre occasioni per un felice presente ed un tranquillo futuro, senza renderci conto che tutto passa e scorre assai veloce e che la nostra esistenza, pur lunga che sia, è solo un soffio, un battito di ciglia. Di memoria corta, noi uomini dimentichiamo in fretta la Parola del Signore e badiamo a prenderci cura degli affari nostri. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell'ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre. Ecco servito il pezzo forte della profezia di Gesù, le cui parole rimangono fissate per l’eternità nel profondo della nostra coscienza, dove abbiamo pensato bene di seppellirle con la speranza di no ascoltarle mai più. Illusi. A tempo debito, le parole di Cristo emergeranno dalla profondità del tempo e della memoria e saranno pronunciate come una sentenza di salvezza o di eterna dannazione. Quanto agli eventi della fine dei tempi, non affanniamoci a stilare previsioni, a cercare di scoprire i piani di Dio, ma viviamo bene il tempo che Egli ci ha donato di vivere operando il bene, respingendo il male con l’aiuto della sua grazia e col supporto della sua misericordia e del suo perdono.

 

XXXIV Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

Solennità di Cristo, Re dell’universo

 

In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giu­deo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno con­segnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce» (Gv 18, 33b-37).

 

La solennità di Cristo, Re dell’universo, fu istituita da papa Pio XI in un contesto politico, sociale, culturale e religioso particolarmente difficile, turbolento, che stava risentendo dello scontro tra due opposte ideologie in ambito politico (il materialismo marxista ed il fascismo) ed anche all’interno della vita della Chiesa cattolica (il modernismo di stampo laicista da una parte, il rigurgito del cesaropapismo e del clericalismo più rigido, dall’altra). L’intuizione “teologica” del papa non poteva capitare nel momento peggiore per essere fraintesa, ad uso proprio, dagli opposti schieramenti. Da una parte si acuì l’ostilità ideologica di chi negava od osteggiava il primato di Dio e della Chiesa sul mondo, sempre più proteso a valorizzare l’aspetto materiale della realtà e l’autonomia dell’uomo da Dio e dai principi religiosi, in generale e, dall’altra, si accentuò il desiderio di un ritorno nostalgico all’antico ordine costituito, fondato sul mantenimento del potere, anche politico, da parte della gerarchia ecclesiastica quale unica interprete autentica della “volontà di Dio” circa ogni aspetto della vita umana. Per la propria parte, ciascuno pensava bene di “tirare la giacca” a Dio per affermare la bontà e la fondatezza delle proprie tesi, dimenticando che la questione della regalità di Gesù creò problemi ben più gravi allo stesso protagonista della “querelle” ideologico-religiosa del primo scorcio del ventesimo secolo. Proprio per aver confermato a Pilato, governatore romano, di essere “re, ma non di questo mondo”, Gesù concluse tragicamente i suoi giorni terreni su una croce, previa una feroce flagellazione, normalmente destinata a schiavi, delinquenti comuni ed agitatori politici, purché non fossero cittadini romani (costoro finivano per lo più, come s. Paolo, per rimetterci la testa con un colpo di spada o strangolati). Gesù, dunque, è davvero un Re, ma il suo Regno nulla ha a che fare o da spartire coi regni di questo mondo. Durante la sua vita pubblica, Egli si guardò bene dal prestare il fianco a qualsiasi interpretazione politica della sua missione tra gli uomini, anche se, a più riprese, la folla avrebbe voluto porgli sulla testa una corona, visti i miracoli da Lui compiuti, nella speranza che lo liberasse dal giogo romano. In che senso, dunque, Gesù è vero Re? Facciamo, prima di tutto, un “tuffo” nelle letture proposte dalla liturgia odierna. In una delle sue “visioni”, il profeta Daniele “vede” un personaggio misterioso, di aspetto umano, venire con le nubi del cielo. Già queste caratteristiche ne indicano un’origine del tutto particolare, indecifrabile, una sintesi perfetta tra il divino e l’umano. A costui furono dati, evidentemente da una Potenza suprema, di origine divina, potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano. Questo essere misterioso, simile a un figlio d'uomo, non esercita un potere paragonabile a quello dei re di questo mondo, perché non è effimero, ma il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai e il suo regno non sarà mai distrutto. Quale potere può essere eterno se non quello esercitato da Dio stesso, onnipotente ed eterno Signore del tempo, dello spazio e della storia? Colui che il profeta “vede in visione” possiede sia una natura divina e sia una natura umana (I lettura) e, come afferma il salmista (salmo responsoriale), il suo trono ed i suoi insegnamenti provengono dalle profondità eterne di Dio stesso. La visione di Daniele fa il paio con quella di un altro “veggente”, l’apostolo Giovanni, il quale identifica il personaggio umano e divino, visto dal profeta, con Gesù Cristo, primogenito dei morti e sovrano dei re della terra. Giovanni può ben testimoniare di aver visto Gesù risorto e vivo dopo aver presenziato alla sua vera morte sulla croce, colpito per giunta da una lancia che gli ha squarciato il petto: viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero, e per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto. Giovanni può ben dire “chi” è Gesù: Egli è l'Alfa e l'Omèga, Colui che è, che era e che viene, l'Onnipotente! (II lettura). Il brano evangelico odierno riporta il drammatico dialogo tra Gesù e Pilato, avvenuto in occasione del processo-farsa svoltosi nel pretorio antistante il tempio di Gerusalemme. Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Dopo che le guardie (romane) ebbero introdotto Gesù all’interno del pretorio, Pilato andò a sedersi sulla sedia curule, simbolo della sua funzione di giudice e, in conformità alla tradizione, iniziò l’interrogatorio con la domanda esplicita relativa all’accusa formulata dai capi giudei: Tu sei il re dei Giudei? Evidentemente i giudei si erano sbottonati di quel tanto da accusare Gesù di reato politico, l’unico verso il quale i romani si mostravano molto suscettibili e tale da giustificare una pena capitale senza tante lungaggini giudiziarie anche se l’accusa fosse stata rivolta contro un libero cittadino dell’impero. In quei tempi di “dittatura” imperiale, bastava spesso anche il semplice sospetto di una congiura contro lo stato, impersonato dall’imperatore, per far condannare a morte cittadini ben più importanti di Gesù nell’ambito della società romana. Il diritto processuale romano prevedeva, invece dell’escussione dei testimoni tipica del diritto giudaico, un interrogatorio particolarmente minuzioso dell’imputato da parte del giudice, specie se l’imputato era un cittadino romano. I cittadini non romani non erano trattati con altrettanto scrupolo e dovevano fidarsi del buon senso del giudice o del suo rigore morale. D’altra parte, il dibattimento giudiziario era pubblico e consentiva sufficienti garanzie all’imputato per difendersi dalle accuse. Nel caso di Gesù, non è dato sapere se l’interrogatorio sia stato condotto da Pilato in presenza del pubblico, almeno di qualche funzionario del governatore e di qualche soldato, ma il potere di cui era investito il governatore di una provincia gli dava il diritto di trovarsi a tu per tu con Gesù, senza testimoni intorno e senza che il giudizio fosse impugnabile per vizio di forma. Sei tu il re dei giudei? La domanda fatta a bruciapelo non sorprese ne scompose minimamente Gesù, che era ben consapevole dell’implicazione giuridica della domanda. Il Messia era diventato col tempo una figura prettamente politica, essendo identificato dai giudei, oppressi da una lunga dominazione straniera, con il liberatore del popolo ebraico; proclamandosi Messia, Gesù si sarebbe proposto come re della nazione giudaica in opposizione all’imperatore di Roma, con conseguenze ben immaginabili: imputazione di delitto per lesa maestà. Nel corso della sua predicazione pubblica, Gesù non si era mai proclamato “messia” e si era sempre tenuto ben distante dai pruriti della gente, che ammirata dei prodigi da lui compiuti, avrebbe voluto eleggerlo come proprio re. Gesù raccolse la sfida lanciatagli da Pilato, che da perfetto estraneo alla cultura ebraica, non conosceva bene il significato del termine “messia” o dell’equivalente “figlio di David”. Anche il titolo di “re dei Giudei” era scorretto, pur se comprensibile nella bocca di un non ebreo. Per il popolo giudaico, i re del loro passato erano indicati come “re di Israele”, non di Giuda (cf. Mc 15,32 e Mt 27,42). Gesù rispose: «Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul mio conto?». Da inquisitore, Pilato divenne inquisito perché Gesù voleva sapere da lui cosa ne pensasse della questione: il governatore era stato imbeccato dai giudei o era giunto per proprio conto a tale considerazione? La risposta immediata di Pilato non lasciò adito a dubbi: era stato imbeccato, ma non aveva compreso la differenza tra “re dei giudei” e “re d’Israele”, che per lui poteva essere una sfumatura da nulla, ma non per i capi della nazione giudaica, i quali in Gesù avevano rifiutato di riconoscere il Messia, restauratore non solo della libertà politica del popolo ebraico ma anche del suo primato religioso su tutti i popoli della terra. Consapevoli che Pilato non avrebbe potuto comprendere il profondo significato del termine “messia”, la cui valenza religiosa era nettamente prevalente su quella politica, i giudei avevano consegnato Gesù al governatore accusandolo di cospirazione politica e non di pretesa restaurazione religiosa, il che avrebbe lasciato il romano indifferente alla questione dal punto di vista giuridico. Pilato rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?». Appunto. Pilato non era “giudeo” e, quindi, non comprendeva a fondo il nocciolo della questione, perché Gesù ed il popolo giudaico si collocavano su un piano troppo distante dal suo modo pragmatico e molto “romano” di fissare le categorie nelle quali incasellare la cultura, le credenze religiose e le abitudini di un popolo ritenuto, a torto o a ragione, troppo alieno alla mentalità del più illuminato dei romani. Possiamo immaginare il brivido di ribrezzo provato da Pilato nel pronunciare quelle parole: sono io forse giudeo? Un modo come un altro per dire: ma che razza di gente siete? Al governatore romano premeva solo ed esclusivamente la “forma” giuridica dell’indagine giudiziaria: cosa hai fatto? Il giudizio doveva basarsi su elementi concreti, non su fumose ed incomprensibili questioni riguardanti una credenza religiosa estranea al suo modo di pensare ed alla sua educazione religiosa, che possiamo senz’altro intuire molto “laica” ed assai poco speculativa. La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me. Tanto bastava a Pilato per supporre che ci fosse qualche elemento “criminale” così rilevante, da indurre le autorità giudaiche a sottoporre quell’uomo al suo insindacabile giudizio, ma che sfuggiva alla sua scrupolosità di interprete della legge romana. Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Il “regno” di Gesù non è di questo mondo, ma non è neppure estraneo a questo mondo, perché esso diventa visibile ovunque si dia ascolto alla “parola” di Cristo. Si tratta di un regno senza confini e senza limiti di tempo, che nessun esercito può o deve difendere perché si identifica con una Parola di verità che percorre il tempo e lo spazio, raggiungendo ovunque delle orecchie disposte ad ascoltarla. Il Regno di Gesù è Gesù stesso, purissimo Amore divenuto visibile agli occhi degli uomini senza essere in alcun modo colluso con le logiche di un qualsiasi potere politico. Gesù non ha bisogno di servitori armati per imporre al genere umano o per garantire la sopravvivenza del suo regno d’amore, ma corre il rischio di farsi accettare o respingere senza alcun tipo di ricatto. Ognuno è libero di accogliere Cristo o di combatterlo, di accettarlo o di ignorarlo. Pilato era un uomo crudele, vanitoso e prepotente, ma non era uno sprovveduto: «dunque, tu sei re?». Contavano i fatti, non le parole, ma Pilato non dovette accontentarsi di un “sì” o di un “no”. Senza esserne richiesto, Gesù diede una spiegazione alla sua “regalità”: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Così commenta s. Agostino: «Gesù risponde: Tu lo dici, io sono re. Usa l'espressione: Tu lo dici, come a dire: Tu hai una mentalità carnale e perciò non puoi esprimerti che così. E prosegue: Io per questo son nato, e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. […] Risulta quindi chiaramente che il Signore parla qui della sua nascita temporale mediante la quale, essendosi incarnato, è venuto nel mondo; non della sua nascita senza principio, per cui è Dio, per mezzo del quale il Padre ha creato il mondo. Egli afferma di essere nato per questo, e di essere venuto nel mondo, nascendo dalla Vergine, per questo, per rendere cioè testimonianza alla verità”. L’affermazione di Gesù è tipicamente semitica ed ha un valore rafforzativo: Tu lo dici; io sono re. È così e non può essere altrimenti, al punto che per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità». La regalità di Cristo gli è connaturale al pari della “verità”, che lo caratterizza in quanto egli è Dio come il Padre, da cui proviene e da cui è stato mandato su questa terra allo scopo di rendere testimonianza alla verità. Gesù viene da un altro mondo e su questa terra ha assolto il compito di rendere testimonianza alla realtà di quell’altro mondo, verso il quale sta ora per tornare. In queste affermazioni di Gesù sono implicite la sua preesistenza e la sua incarnazione, ma anche la rivelazione che Egli è l’unico ed autentico Inviato di Dio, di cui manifesta la volontà salvifica a favore degli uomini. La testimonianza, di cui parla Gesù, non ha un significato forense, ma spirituale, nel senso che Egli è venuto tra gli uomini solo per riferire loro ciò che ha visto ed udito dal Padre e che costituisce il fondamento della verità portatrice di salvezza. Le parole di misericordia e di perdono pronunciate da Gesù, oppure i miracoli da Lui compiuti per ridare la salute ai malati nel corpo e nello spirito e la vita ai defunti, testimoniano la volontà di Dio Padre che con amore si rivolge al mondo per donare la salvezza a tutto il mondo. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce. Anche Pilato è invitato a prendere una decisione a favore o contro Gesù, scegliendo la salvezza o la perdizione come qualsiasi altro essere umano venuto al mondo per lottare, soffrire, sperare, sognare e gioire, compiendo ogni giorno delle scelte libere e responsabili di bene o di male. Anche in ambito politico, certamente! “Il regno di Gesù, col quale si confronta il rappresentante del potere sulla terra, ha sempre indotto a precisare il rapporto tra le due sfere di ‘dominio’, che sono rappresentate da Gesù e Pilato. Le risposte vanno da una spiritualizzazione del ‘regno’ di Cristo ad un’istanza ‘politica’ che vi sarebbe implicita. Contro la prima concezione, che limita il regno di Cristo alla sfera celeste o al futuro escatologico, depongono la chiara affermazione che Gesù è re nel presente e la considerazione sugli uomini che ascoltano la sua parola, si sottomettono cioè sulla terra al suo regno. La seconda concezione, che per questa dimensione terrena del ‘potere’ di Cristo accetta un «tipo politicamente rilevante del regno di Gesù», è equivoca per lo meno in quanto Gesù rifiuta per sé un’attività terreno-politica. Soltanto nel senso lato che ogni azione umana, anche dei credenti in Gesù, ha un riferimento sociale, si può parlare di una rilevanza ‘politica’. Ma, poiché i discepoli di Cristo sono legati alla parola ed all’esempio del loro Signore, la sequela di Cristo diviene facilmente motivo di persecuzione a causa del suo nome; ma anche la persecuzione così subita è una necessaria testimonianza di fronte al mondo, che ha respinto il testimone della verità di Dio” (cit.). Pur non appartenendo a questo “mondo”, ma a Cristo Signore, ogni cristiano è cittadino di questo “mondo”, seppur di passaggio in direzione del Regno di Dio ed ha il diritto ed il dovere di contribuire al bene della società umana, in cui è inserito, vivendo nel modo più coerente possibile i valori della propria fede senza la pretesa di imporli con la forza, ma dimostrando con fatti concreti che l’insegnamento di Cristo merita di essere certamente conosciuto ed osservato come valore universale, perché ha a cuore il vero bene di ogni uomo.