Casella di testo: Santuario Diocesano dell’ Eucaristia
 
Monastero del Sacro Cuore - Via Trento 27 - Vigevano  (PV) 
 
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Casella di testo: Ordine Adoratrici Perpetue del SS. Sacramento

 

 

 

 

 

 

 

 

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Tempo Ordinario anno C

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VI Domenica del Tempo Ordinario, Anno C

17 febbraio 2019

In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. 
C'era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone. Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete. Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v'insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell'uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.  Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione. Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete. Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi.
Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti» (Lc 6,17.20-26).

Il vangelo di Luca riporta il noto discorso delle beatitudini dopo che Gesù sul monte aveva scelto gli apostoli, uno per uno. L’episodio si inserisce nel contesto di una svolta radicale nella vita e nella missione di Gesù, il quale deve passare ora dalle parole ai fatti. La sua predicazione sta avendo un enorme successo, tanto da richiamare folle numerose desiderose di ascoltare i suoi insegnamenti, che lo qualificano come un rabbì autorevole ed apprezzato anche, se non soprattutto, per le sue idee “rivoluzionarie”. Con Gesù, infatti, l’identificazione di Dio altissimo col corpus legislativo contenuto nei primi cinque libri della Bibbia ebraica (la Torâh) sembra sul punto di spezzarsi e questo potrebbe essere il motivo per cui l’éstablishment religioso della nazione giudaica costituito dai sacerdoti, dagli scribi e dai farisei, sta andando letteralmente in fibrillazione. Quel predicatore itinerante galileo sta minando dalle fondamenta i rapporti di forza tra coloro che sanno leggere, interpretare e fare applicare la legge mosaica e coloro che a questa legge devono obbedire per non causare disordini in seno alla società ebraica e per non provocare l’ira di Dio, che ha già pesantemente punito il popolo eletto consegnandolo nelle mani di un potere straniero, pagano e sacrilego. Gesù è intenzionato ad organizzare una nuova «comunità» con la scelta degli uomini e la formulazione d’un indirizzo ben preciso e, dopo aver passato la notte in preghiera, quasi certamente ha parlato con i discepoli della missione che sta per affidare loro, stabilendo probabilmente cosa dovrebbero dire e come dovrebbero comportarsi per essere coerenti e credibili agli occhi del popolo. Sceso dal monte, Gesù si trova di fronte a una numerosissima folla, proveniente persino da regioni pagane (il litorale di Tiro e Sidone). Tutti vogliono ascoltarlo, toccarlo, sentirselo vicino. La folla è alquanto composita, persino contraddittoria, ma in una cosa sembrano essere tutti concordi: gli astanti si aspettano una vita in qualche modo diversa, nuova, se non migliore di quella che stanno quotidianamente vivendo, e sperano di trovarla attraverso quel giovane profeta venuto da Nazareth, il cui insegnamento ha la potenza persuasiva propria di chi parla con autorità e con cognizione di causa, non come i soliti rabbini che presiedono le sinagoghe in tutta la Palestina e che, pur sapendo citare a memoria il testo biblico, non sanno però fugare i dubbi e placare le inquietudini interiori del popolo che essi dovrebbero guidare, sostenere, illuminare ed incoraggiare nei momenti più critici della sua esistenza. Il discorso delle beatitudini è, a ben vedere, innovativo, sconvolgente, fuori da ogni schema mentale non solo per i contemporanei di Gesù, ebrei o pagani, ma anche per gli uomini della nostra società odierna. In Luca, a differenza di Matteo, il discorso è pronunciato da Gesù in pianura, potremmo dire a livello della gente, di quella gente stanca, sfinita, malata, disperata. Le parole che Gesù pronuncia non sono astratte, e non hanno il tono del manifesto di una nuova ideologia, neppure sono un'esortazione rivolta a una èlite di privilegiati. Le sue parole sono dirette a quei poveri, a quei malati, a quella gente che piange, a coloro che sono insultati e rifiutati, a chi mendica una parola per sé, a chi cerca di toccare con le mani almeno il lembo del mantello di quel profeta. In una parola, ai discriminati ed agli esclusi di ogni tempo e di qualsiasi luogo di questo tormentato pianeta, in cui a farla da padrone è il solito ricco, il raccomandato, il furbo, il prepotente, l’affarista, l’usuraio, il venditore di fumo, il fanatico, il delinquente, il dittatore, il terrorista e chiunque altro presuma di guidare le sorti dell’intero pianeta e di considerarsi un “dio in terra”. Le beatitudini enunciate da Gesù non nascono dalla condizione di miseria o di malattia in cui versavano i suoi attenti, ma risiedono nel fatto che Dio ha scelto di occuparsi di loro, prima che di altri. Insomma, con Gesù è giunto il tempo in cui Dio dà il pane a chi ha fame, trasforma in gioia il pianto e in allegrezza l'odio. Il regno è dei poveri, sin da ora, perché Dio sta con loro, specie con quelli che sono definiti dagli ebrei come anawȋm, ossia coloro che sono consapevoli della propria indigenza morale e debolezza psicologica, ma anche della propria fragilità in quanto creature umane e si affidano in tutto e per tutto alla provvidenza divina. Il vangelo non si lascia andare a un facile e superficiale moralismo circa i «poveri buoni», quasi che questa loro condizione disagevole li renda moralmente migliori degli altri. No; i poveri possono essere, come tutti, buoni o cattivi. La beatitudine di avere Dio vicino nasce dall'oggettiva condizione di povertà, che intenerisce il cuore del Signore. Così è per i malati e i deboli, per i prigionieri e i carcerati. Essi, pur nel dramma e nella sofferenza, non debbono essere più disperati: Dio li ha scelti come suoi amici e su di loro riversa la sua misericordia. Se proprio si vuole trovare nei poveri un aspetto soggettivo che facilita la vicinanza di Dio, questo lo si può individuare nel desiderio maggiore che essi hanno di qualcuno che stia loro vicino. Chi è ricco e sazio, chi riceve solo lodi, difficilmente attende un cambiamento radicale della propria vita, difficilmente sente il proprio limite e la radicale debolezza. E' facile che pensi di non aver bisogno di nessuno. Il vangelo procede per contrasti, aggiungendo ai quattro «beati voi», altri quattro «guai a voi»: guai a voi ricchi, guai a voi sazi, guai a voi che ora ridete, guai a voi quando tutti vi diranno bene. «Guai», perché in questi momenti è più facile sentirsi autosufficienti e per nulla bisognosi, neppure di Dio. Il ricco, che è in ognuno di noi, rischia di essere talmente ripiegato su di sé da restarne imprigionato. «Guai a noi», quando lasciamo prevalere il ricco che è in noi. Gesù non vuole esaltare la povertà in se stessa e neppure condannare la ricchezza in se stessa. La salvezza, non dipende dal proprio stato, ma nel sentirsi, o meglio nell'essere, figlio di Dio. Se noi ricchi ci avviciniamo a Dio, i poveri saranno beati, perché assieme al Signore avranno vicini anche noi come loro fratelli.

VII Domenica del Tempo Ordinario, Anno C

24 febbraio 2019

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «A voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l'altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Dà a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo; perché egli è benevolo verso gl'ingrati e i malvagi.  Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio» (Lc 6,27-38).

Gli insegnamenti di Gesù, contenuti nel brano evangelico odierno, sono la diretta conseguenza di quanto enunciato dalle beatitudini, definite dai commentatori del passato come Magna Charta del cristianesimo. Gesù per primo ha messo in pratica quello che ora comanda a noi; di conseguenza, dobbiamo amare il prossimo come Dio ama noi. Il comandamento dell'amore riguarda innanzitutto chi ci fa del male, cioè i nemici e ciò che Egli richiede da noi è affatto scontato e facile da attuare. Istintivamente, ogni essere umano è indotto a difendersi dal “nemico” e, se possibile, a passare al contrattacco oppure a mettere in atto misure preventive drastiche allo scopo di neutralizzarlo, se non di eliminarlo del tutto. L’amore verso il nemico è espresso, in modo incisivo, dal vocabolo greco agàpe, che significa letteralmente “amore fraterno, disinteressato, smisurato”, tale e quale è l'amore con cui Dio ama tutte le sue creature in quanto Egli stesso è, per definizione, principio e fonte dell’amore. Senza l’amore di Dio, nulla potrebbe sussistere nell’intero universo creato e l’amore per il nemico è misura e cifra per verificare il livello della nostra comprensione del mistero di Dio: chi non ama il nemico, non conosce Dio né può affermare di amarlo veramente. L'amore per il nemico è il fondamento pratico del cristianesimo, che in altre parti del vangelo si esprime con l’invito al perdono. Se vogliamo, la capacità di amare e perdonare i nemici è la vera “novità” del vangelo annunciato da Gesù, che il cristiano ha il dovere morale di abbracciare, accettare, condividere e mettere in pratica, anche se costa terribilmente in termini di sofferenza e di rinuncia alla vendetta. Paradossalmente, Gesù ama i peccatori perché odia il peccato mentre noi tendiamo ad odiare i peccatori perché amiamo il peccato. Se non amiamo i nemici, siamo nemici di Dio stesso, che li ama perché sono suoi figli. Separarsi dai nemici è separarsi da Dio, che nella sua misericordia si è unito a loro: l'inimicizia deriva quasi sempre dall’egoismo, che induce ad asservire il prossimo ed a strumentalizzarlo per piegarlo al proprio interesse. In concreto, il nemico più detestabile non è quello che abita lontano dal nostro orizzonte sociale, ma quello che abita dentro il perimetro di casa nostra e con cui abbiamo a che fare nella nostra quotidianità. È più facile e comodo inscenare manifestazioni di protesta e di solidarietà per sostenere i diritti di chi vive lontano dalla nostra realtà quotidiana, ma è oltremodo difficile accettare e difendere i diritti di chi vive accanto a noi condividendone le ambizioni, le difficoltà, l’emarginazione, la disperazione, la solitudine, la debolezza ed anche la miseria materiale o morale. Ciò non deve impedirci di combattere il male e di denunciarne le conseguenze sul piano individuale e sociale, ma occorre essere disponibili a “non gettare via anche il bambino insieme all’acqua sporca”. L'amore si esprime più nei fatti che nelle parole e ciò si traduce meglio rispettando il nemico mediante l’amore e non umiliandolo col disprezzo e l'odio. Il perdono per il male ricevuto non deve essere assunto come un atteggiamento di superiorità nei confronti di chi ci ha offeso, ma deve essere inteso come una mano idealmente tesa in segno di pace e di accoglienza anche della debolezza altrui, senza intendimenti moralistici, altrimenti si otterrebbe l’effetto contrario. Gesù ha insegnato che l’amore è vero, è “divino”, cioè libero, gratuito e disinteressato, se donato senza pretendere nulla in cambio. Il fondamento di ogni morale è "essere come Dio", proprio come ha fatto Gesù che ha amato i più bisognosi, i più disgraziati, i nemici, pur ottenendo in cambio offese, torture, percosse ed una morte infame ed oltremodo dolorosa. Per agire come Gesù, il Maestro, i cristiani devono essere aiutati dalla grazia divina, perché con le sole proprie forze non ne sarebbero capaci. Amare chi ci vuole male non è affatto semplice né facile; anzi, è trasparente la violenza fatta al nostro stesso istinto di sopravvivenza, al sacrosanto diritto all’autodifesa ed all’umano buonsenso e ciò rende il cristianesimo più adatto a persone coraggiose e capaci di fidarsi solo di Dio che a pavidi qualunquisti, disposti a confondere il cristianesimo col ritualismo ed il tradizionalismo tranquillo e senza rischi, piuttosto che a mettersi in discussione col vangelo. "Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro". Dio è il termine di paragone con cui occorre confrontarci per avere la certezza di essere dei credenti coerenti e credibili. Non è detto che ci si riesca, ma almeno non venga meno in noi il proposito di lasciarci plasmare da Dio per essere come lui ci desidera. L'uomo ha di Dio un’idea spesso sbagliata, perché tende ad immaginarselo come un giudice giusto, ma quasi insensibile alla naturale inclinazione al male di ogni essere umano. L'immagine di Dio che giudica con severità è l'ultimo idolo che Gesù riesce a togliere, facendoci vedere che il nostro male lo porta lui sulla croce. La croce di Cristo è l'unico "giudizio" possibile al Padre della misericordia che giustifica tutti e che vuole la salvezza di ogni singolo essere umano apparso su questa terra. Ne consegue che chiunque si erga a giudice dell’operato altrui, sbaglia sempre poiché il giudizio finale spetta solo a Dio. I giudici umani assolvono o condannano i loro simili sulla base di leggi sancite dai legislatori ed applicate, si spera, con rigore ed onestà, ma non possono presumere di sostituirsi a Dio acconsentendo ad una violazione dei diritti umani elementari che, anche per un detenuto, sono inalienabili. L’insegnamento di Gesù è inequivocabile: Dio lascia a noi il giudizio su noi stessi e questo giudizio è lo stesso che pronunciamo sugli altri. Se non giudichiamo gli altri, Dio non giudica noi. Se non condanniamo gli altri, Dio non condanna noi. Se perdoniamo agli altri, Dio perdona a noi. Gesù ci insegna come dobbiamo comportarci nei confronti di quelli che non ci amano: non giudicate, non condannate, perdonate, date. E questi quattro comandamenti vanno praticati con una generosità sovrabbondante, smisurata, perché con la misura con la quale misuriamo, sarà misurato a noi in cambio da Dio. La giustizia degli uomini, giusta e sacrosanta, non potrà mai sostituirsi del tutto a quella divina; così, chi è vittima di un atto criminoso, ha il diritto di ottenere giustizia dagli uomini ma, se vuole accogliere il vangelo di Cristo e conformarvisi, non deve esprimere desideri di vendetta, permettendo piuttosto al suo cuore di aprirsi al perdono.

VIII Domenica del Tempo Ordinario, Anno C

3 marzo 2019

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt'e due in una buca? Il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non t'accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello: Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello. Non c'è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo. L'uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore» (Lc 6,39-45).

Il brano evangelico odierno è la continuazione di quello letto, meditato e commentato nella domenica precedente, laddove si osservava che il giudizio definitivo ed inappellabile è prerogativa esclusiva di Dio, in quanto l’uomo che giudica un suo simile non è in grado, essendo pure lui peccatore, di capire e leggere distintamente nell’intimo del cuore le vere cause, le intenzioni ed i sentimenti che hanno indotto una persona a compiere atti contrari sia alla legge di Dio che a quella degli uomini e meritevoli, per ciò stesso, di condanna e di relativa pena. È certamente questo uno dei motivi principali per cui una condanna a morte è da considerarsi disumana e contraria alla legge divina, perché impedisce al colpevole di potersi eventualmente pentire e redimere qualora si sia reso responsabile di una gravissima colpa. Chi esercita la giustizia applica la legge degli uomini, si spera sempre in modo equo, ma non sono rari i casi di errori giudiziari e, pertanto, non si può più rimediare alle conseguenze di una pena capitale comminata per sbaglio, mentre è sempre possibile interrompere una detenzione ingiusta una volta accertato l’errore del giudice. La possibilità di giudicare implica necessariamente una differenza di qualità tra il giudicante e il giudicato e questa qualità è la giustizia. Ma chi può definirsi davvero giusto al cospetto di Dio? I problemi sorgono quando l’uomo si arroga il diritto di giudicare gli altri ritenendo di essere più giusto dei suoi simili e da ciò si comprende meglio l’invito di Gesù a non giudicare nessuno con la chiara ed evidente presunzione di volersi sostituire a Dio. Il cristiano, che ascolta, segue ed obbedisce a Gesù, non esprime alcun giudizio sui fratelli. Proprio per il fatto di essere fratello viene scartata ogni ipotesi di giudizio; infatti, i fratelli sono tali in quanto vivono sullo stesso piano. Un fratello non è superiore ad un altro fratello in Cristo. Fatta eccezione per l’attività giudiziaria legittimamente riconosciuta e conferita da uno stato di diritto, chi giudica il fratello presume solitamente di non avere bisogno della misericordia di Dio, che è invece necessaria per quegli "ingrati e malvagi" a cui lui pensa di non appartenere. Questo atteggiamento è la negazione della vita cristiana e Gesù lo afferma chiaramente ricorrendo ad un paradosso: Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non t'accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello: Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello. Quanto più si entra e si vive nella dimensione cristiana tanto più si diventa incapaci di giudizio e nel tempo sfuma qualunque desiderio di condanna del fratello. Dunque, è una questione di conversione e poi, una volta accolto il punto di vista Cristo come principio ispiratore della propria vita quotidiana, è solo questione di tempo. Quando il cristiano è pienamente consapevole della propria inclinazione al peccato e della propria debolezza morale, si rende sempre più conto di quanto sia urgente e necessaria per sé la misericordia di Dio Padre e può guardare al fratello con maggior benevolenza e compassione, specie se si convince che chiunque può essere perdonato solo grazie all’infinito amore di Dio per ogni singolo essere umano.  Quindi, non c’è più posto per il giudizio: l’accoglienza, la comprensione, la misericordia e il perdono sono, a questo punto, i vestiti dell’uomo nuovo, del discepolo di Cristo. Se è vero che il giudizio appartiene solo a Dio, il quale ha rimesso ogni giudizio al Figlio, è pure vero che il Figlio ha usato il perdono come metodo di giudizio, essendo venuto in questo mondo solo salvare l’uomo, non per condannarlo. La via scelta da Gesù per dimostrare la sua scelta di condannare il peccato, cioè il male insito nel cuore di ogni uomo ma di voler salvare a tutti costi il peccatore, è la croce, attraverso la quale il Padre ci ha garantito la vita eterna concedendoci il suo perdono. Gesù paragona la mancanza di misericordia alla cecità. L’uomo, in generale ed il cristiano, in particolare, è cieco quando dimentica di quanta misericordia è stato avvolto da Dio Padre. Se si desidera essere veri seguaci di Gesù, occorre liberarsi di tutte le travi e le pagliuzze che ci opprimono, sapendo che l’unica maniera per farlo è di stare ai piedi di quella croce su cui Cristo ha versato il suo sangue per la redenzione di tutti gli uomini, buoni o cattivi, giusti od ingiusti, santi o peccatori incalliti, credenti o non credenti. Chi poco, chi tanto, siamo tutti peccatori agli occhi di Dio e bisognosi della sua misericordia e del suo perdono ed i cristiani hanno il dovere di testimoniare la compassione di Dio per l’uomo ed il suo desiderio di salvare tutti, senza eccezioni e senza alcuna distinzione di razza, di appartenenza culturale o di fede.