Casella di testo: Santuario Diocesano dell’ Eucaristia
 
Monastero del Sacro Cuore - Via Trento 27 - Vigevano  (PV) 
 
Monastero del Sacro Cuore - Via Trento 27 - Vigevano  (PV) 
 
Monastero del Sacro Cuore - Via Trento 27 - Vigevano  (PV)

Casella di testo: Ordine Adoratrici Perpetue del SS. Sacramento

 

 

 

 

 

 

 

 

Contattaci     

 

 

 
 

Eucaristia Luce del Mondo

 

 

 

 

 

 

 

                  

Tempo Ordinario anno C

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

II domenica del Tempo Ordinario, Anno C

20 gennaio 2019

Gv 2,1-12

In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Non è davvero un caso che Gesù, il Volto misericordioso di Dio Padre, si sia rivelato all’inizio della propria missione pubblica tra gli uomini in occasione di una festa di nozze. Il rapporto sponsale tra Dio ed i popolo eletto è stato più volte sottolineato nei sacri Libri dell’Antico Testamento, per esprimere in modo icastico l’intimo ed esclusivo rapporto di amore tra Dio ed ogni singola anima da Lui creata, come liricamente espresso e rivelato nel sacro testo del Cantico dei Cantici, ma anche in altri libri sapienziali (Salmi) e nei libri profetici (specie Osea). Una festa di matrimonio allude, quindi, alla gioiosa accoglienza che in paradiso è riservata da Dio ad ogni essere umano che lascia questa vita, spesso segnata da lutti, delusioni, sconfitte, amarezze, tradimenti ed abbandoni, per fare ritorno alla casa del Padre portando con sé il peso gravoso ed angosciante dei propri peccati, ma anche quello lieve e fiducioso della speranza di essere perdonato da Dio, ricco di compassione, grazia e misericordia. Santa Giuseppina Bakhita ebbe a dire, prima di lasciare questo mondo in cui aveva conosciuto il lato peggiore degli esseri umani, capaci di ogni crudeltà pur di guadagnare soldi nella pratica dello schiavismo: “Me ne vado, adagio adagio, verso l’eternità… Me ne vado con due valigie: una, contiene i miei peccati, l’altra, ben più pesante, i meriti infiniti di Gesù Cristo”. Nessuna parola di odio o di rancore nei confronti di chi l’aveva torturata, calpestata ed offesa nella sua dignità umana e resa schiava, ma solo parole di fiducia in Colui che si è caricato sulle spalle il peso del male di tutti gli uomini. In Gesù, infatti, Dio si è fatto uomo per essere solidale in tutto e per tutto con le sue creature, sperimentando sulla propria “pelle” le gioie ed i dolori, le illusioni e le delusioni, l’entusiasmo e le frustrazioni di ciascuno di noi. Gesù è un uomo come noi, pur rimanendo Dio e, come ogni uomo, ha degli amici, prova veri sentimenti umani, si commuove, piange, gioisce, si rattrista, si adira e si entusiasma. Proprio all’inizio della vita pubblica di Gesù, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. La presenza di Maria lascia supporre che i due sposi novelli fossero dei parenti della Madre di Gesù, pure Lui invitato insieme ai suoi discepoli al banchetto di nozze, come d’uso in Palestina in tali circostanze di festa. All’epoca di Gesù, Cana doveva essere poco più che un villaggio, distante pochi chilometri da Nazareth ed è probabile che gli invitati alle nozze fossero poche decine di persone. In tali occasioni non si badava tanto alle spese, quanto piuttosto a fare bella figura con parentado e vicinato e non possiamo nemmeno escludere che quasi tutto i villaggio fosse presente alla festa dei due sposi novelli. Fatto sta che, proprio nel bel mezzo della festa, accadde l’imprevisto: venne a mancare il vino e la prima a cogliere lo smarrimento negli occhi dei servitori, fu proprio la Madre di Gesù. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». Il vino, al pari dell’uva, aveva un significato che trascendeva il puro piacere di allietare il palato con una bevanda sapida e, all’occorrenza, inebriante. Nell’Antico Testamento il vino era ritenuto il simbolo di tutti i doni provenienti da Dio, era la bevanda della vita che sa donare gioia e consolazione al cuore dell’uomo e può curarne le sofferenze. Con il vino (e con l’olio) si curavano anche le ferite e nei banchetti non poteva mai mancare la beneaugurante presenza del calice del vino, sul quale si pronunciava una preghiera di ringraziamento. Nella simbologia biblica, il vino indicava la gioia della vita futura ed esprimeva la pienezza di vita e di felicità che solo il Regno di Dio sa portare con sé. Oltre a ciò, la vite simboleggiava lo stesso popolo eletto, coltivato da Dio con amorevole cura per farne la sua “vigna” prediletta, la sua proprietà esclusiva e gelosamente custodita nonostante le infedeltà ed i tradimenti consumati dagli ebrei nel corso della loro storia. Con la venuta di Cristo, il vino diventa la bevanda per eccellenza dei “tempi nuovi”, inaugurati dalla Nuova Alleanza stipulata tra Dio e l’uomo nel segno del “sangue” versato da Gesù sulla croce e da Lui donato come bevanda eucaristica durante l’Ultima Cena.  Gesù ha dato inizio definitivo al Regno di Dio offrendo il vino, che è il suo sangue versato per noi e che ci unisce a Lui in un’alleanza eterna. Così, nella celebrazione dell’Eucaristia, il vino è offerto insieme al pane come segno del lavoro dell’uomo e del dono di noi stessi e come ringraziamento per i doni ricevuti da Dio; il sacerdote accoglie il nostro dono e lo presenta al Signore aggiungendovi un po’ di acqua. L’acqua ed il vino sono simboli del Battesimo e dell’Eucaristia, i due “grandi” sacramenti scaturiti dalla morte e resurrezione di Gesù. Lo Spirito Santo, invocato sul vino, lo trasforma in modo misterioso nel sangue di Cristo, che ci purifica da ogni peccato e, insieme al pane, trasformato similmente nel Corpo glorioso di Cristo, ci dona la gioia della comunione con Lui. Il panico per il vino che stava scarseggiando alle nozze di Cana era, così, comprensibile: i novelli sposi rischiavano una vita matrimoniale impoverita da una benedizione divina “a scartamento ridotto”, il che non sembra preoccupare molto la stragrande maggioranza degli sposi moderni, più intenti a programmare il viaggio di nozze nei paesi esotici e ad essere dotati del megaschermo televisivo ultimo modello che a porre le basi di un rapporto coniugale stabile e duraturo, indissolubile come insegna la dottrina cristiana. La presenza di Maria, però, è una garanzia. Non hanno vino. La conseguenza è implicita: caro Gesù, pensaci tu. La risposta di Gesù è apparentemente sorprendente, ma non scortese come qualcuno potrebbe pensare. Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». L’appellativo “donna” è di assoluto rispetto e niente affatto dispregiativo e rimanda a quanto sarebbe avvenuto ai piedi della croce, quando Gesù usò lo stesso appellativo per affidare l’apostolo Giovanni alle cure premurose ed affettuose di sua madre e, viceversa, per assegnare al medesimo il compito di proteggere filialmente Maria in una società radicalmente maschilista e poco propensa a proteggere le categorie sociali più deboli, come le donne rimaste sole. Gesù aveva la percezione che non fosse ancora giunta l’ora per manifestarsi, ma sua madre “forzò gli eventi” col suo cuore di mamma premurosa ed attenta ai più piccoli eventi ed imprevisti della vita. Quella di Maria è una presenza provvidenziale nella vita di ogni essere umano, a maggior ragione nella vita di ogni credente degno di tal nome. Gesù avrebbe manifestato la sua vera natura e lo scopo della sua presenza tra gli uomini con segni e prodigi ed il culmine della sua auto-rivelazione sarebbe avvenuta sulla croce, ma per Maria era importante rimediare ad una situazione apparentemente banale ma, per quei due giovani spossi, terribilmente importante. La frase di Gesù non scoraggiò Maria, la quale sembrò dare per scontato che suo Figlio non l’avrebbe mai delusa. Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». È tale la fiducia di Maria in Gesù, da “reclamare” il suo intervento qualunque esso sia o possa essere; davvero Maria è modello ed esempio di ogni virtù e, di queste, la fede non è certo la più facile ed istintiva, specie per l’uomo d’oggi, sempre più attratto dall’evidenza sensibile del mondo materiale e diffidente nei confronti delle esperienze spirituali, di cui manca il conforto della verifica mediante gli organi di senso. L’ateismo, teorico e pratico, dei giorni nostri è sempre più diffuso e, in alternativa, ci si rifugia nell’agnosticismo, in forza del quale non si esclude del tutto l’esistenza di un’entità superiore (chiamata Dio od in altro modo), ma la si considera del tutto indifferente ed ininfluente nelle vicende umane. Se poi a mediare il rapporto tra Dio e l’uomo è la Chiesa cattolica, allora la diffidenza diventa spesso aperta ostilità a causa delle immancabili ed evidenti pecche degli esponenti della gerarchia ecclesiastica, in particolare e dei comuni credenti, in generale. La fede nella Provvidenza divina è, invece, esemplare in questa “donna” scelta da Dio come Madre e capace di “forzargli la mano” anche quando non è ancora giunta l’ora. Or dunque, sollecitati da Maria, i servitori obbedirono al comando di Gesù e riempirono d’acqua sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri (per un totale di 600-700 litri, litro più, litro meno). E fin qui, niente di speciale, salvo il fatto che, per riempirle, c’è sicuramente voluto del tempo ed un bel po’ di movimento avanti ed indietro dal pozzo alla casa degli sposi. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Stranamente, il direttore del banchetto nuziale, non si era accorto di nulla e, forse, era abbastanza “brillo” di suo, ma non così “fuso” da non apprezzare la qualità sublime del vino servito dai servi per ultimo, dopo aver dato fondo ad un vino di qualità inferiore, esattamente il contrario di quanto avveniva di solito. Chi vuole banalizzare l’episodio del miracolo di Cana (l’acqua trasformata in vino in quantità sproposita rispetto alle reali necessità dei convitati a nozze), quasi spacciando l’accaduto una solenne “bufala” inventata dall’evangelista, non può o non vuole comprendere il significato simbolico del miracolo. L’evangelista Giovanni avrebbe potuto inventarsi di meglio della trasmutazione dell’acqua in vino per rendere più affascinante la figura di Gesù ed attraente il suo messaggio. Il miracolo di Cana può essere interpretato come simbolo dell’unione definitiva dell’uomo con Dio, grazie alla realizzazione del tempo messianico incarnato da Gesù, Dio divenuto Uomo per innalzare l’umanità creata alla gloria ed alla dignità della divinità creatrice; a Cana, Gesù “manifesta” (epifania) il suo essere divino e segna il passaggio dall’Antico al Nuovo Patto d’Alleanza tra Dio e gli uomini, dal vecchio al nuovo popolo di Dio, non più riconoscibile per l’appartenenza ad un gruppo etnico, linguistico e culturale specifico, ma per la fede in Cristo Signore. Al “banchetto messianico” sono invitati tutti gli uomini e non importa la loro provenienza sociale e culturale, ma la loro disponibilità a sedersi a mensa con Gesù e consumare con lui il “pasto eucaristico”, figura ed anticipazione della beatitudine celeste. Grazie alla mediazione di Maria, la “tutta santa” (pan-aghìa), la Madre scelta da Dio per sé e per l’intera umanità, gli apostoli che hanno assistito al miracolo di Cana sono diventati “credenti” in Gesù e da loro ha avuto inizio la storia della Chiesa (ecclesìa, “assemblea” dei credenti), il cui compito primario è testimoniare la sovrabbondante bontà e misericordia di Dio, il quale ricolma di doni naturali e soprannaturali i membri della comunità. Questi doni non sono un privilegio personale, un mezzo per l’affermazione di sé, ma un servizio per gli altri e sono frutto non delle forze umane, ma dello Spirito. Dalla testimonianza della Chiesa discende la trasmissione della fede in Cristo Gesù lungo il tempo ed il percorso tortuoso ed impervio della storia umana, fino alla fine di questo mondo, fino al giorno in cui Cristo stesso ritornerà per il giudizio finale.

III Domenica del Tempo Ordinario, Anno C

27 gennaio 2019

Lc 1,1-4; 4,14-21

Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teofilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nazareth, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore». Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

Secondo la testimonianza resa dall’apostolo Paolo di Tarso, Luca era un suo discepolo convertito dal paganesimo ed esercitava la professione di medico. Un uomo di scienza, dunque, abituato a confrontarsi con la realtà quotidiana dell’umana sofferenza ed incline a seguire il metodo empirico, tipico della sua professione. Sull’osservazione attenta dei fenomeni naturali, sull’analisi critica ed obbiettiva del concatenarsi degli eventi, sulla valutazione rigorosa dei sintomi e della loro ripetitività nell’ambito delle varie patologie, si basa ancora oggi il cosiddetto “occhio clinico” che permette ad un medico di essere un professionista serio ed affidabile, oppure, in caso contrario, un mestierante di scarso valore. Dovendo affrontare il difficile compito di raccogliere notizie veraci sul Gesù di Nazareth per comporre un libro che, sinteticamente, ne tratteggiasse le notizie biografiche e storiche essenziali e, soprattutto, ne descrivesse la dottrina e ne rivelasse l’indiscutibile valore morale e soteriologico, il medico Luca rimase fedele al modus operandi tipico di un uomo di scienza: indagini accurate, ricerca dei testimoni oculari, confronto delle testimonianze, compilazione ordinata dei fatti e delle circostanze ambientali e storiche, ricostruzione accurata delle azioni e delle parole attribuite a Gesù. Il “vangelo” composto da Luca doveva essere, nelle intenzioni dell’autore, un testo inattaccabile dal punto di vista storico, aderente alla realtà, ineccepibile dal punto di vista delle testimonianze riportate e verace. In altri termini: su Gesù tutto si può dire, ma non che sia un personaggio fittizio, frutto della fantasia malata di qualche squilibrato; sta ai lettori del “vangelo” credere o no che Egli sia veramente ciò che ha affermato di essere, cioè il Messia e Figlio di Dio, che è stato ucciso su una croce ed è veramente risorto. Luca non ha dato per scontato che dalla lettura del suo “vangelo” scaturisse tout court la fede dei lettori in Gesù Cristo, ma ha probabilmente inteso fornire uno strumento di riflessione e di conversione a chiunque si voglia riconoscere nel misterioso Teofilo, citato nel prologo del suo “vangelo” ed il cui significato è davvero un programma: amico di Dio, innamorato di Dio. Nomen omen, come direbbero i latini: un nome che è anche un augurio ed uno stile di vita. Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teofilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. Il cristiano, cioè colui che ha scelto consapevolmente di credere a Gesù ed in Gesù, non fonda la propria fede su un personaggio inventato, ma su una persona realmente esistita e che, grazie alla sua resurrezione, continua ad esistere e ad essere presente nella storia concreta di ogni essere umano. La fede in Gesù non è, pertanto, una scommessa, ma un dato di fatto reale e concreto che si fonda su fatti concreti e reali. L’ateismo e l’incredulità sono, quindi, un problema dell’uomo, non un problema di Dio che, grazie all’incarnazione del suo Verbo nella persona umana di Gesù, si è concretamente e storicamente messo a disposizione dell’uomo rendendosi visibile, verificabile, sperimentabile e, soprattutto, ascoltabile. Chi ascolta le parole di Gesù, ascolta la Parola stessa di Dio e chi ascolta gli insegnamenti di Gesù, ascolta il volere stesso di Dio creatore. Chi ascolta solo se stesso, invece, non può avere in sé la vita eterna e rischia l’eterna dannazione. Gli insegnamenti, ricevuti dal cristiano in materia di fede, sono solidi, hanno un fondamento concreto e sono trasmessi senza variazioni arbitrarie da venti secoli, ma solo chi è veramente “Teofilo”, cioè amico di Dio ed innamorato di Dio, li sa accogliere con fedeltà e secondo verità.

Dopo aver ricevuto il battesimo di penitenza per mano di Giovanni Battista, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Gesù non fa mai nulla per caso o perché costretto dagli eventi. La sua libertà nel decidere cosa fare, cosa dire e come rapportarsi con la gente che incontra, è sempre sovrana ed in perfetta identità di vedute con lo Spirito, il quale “lo spinge” a ritornare in Galilea, presso la sua gente, da cui raccoglierà più delusioni che soddisfazioni, specie dai suoi familiari. L’aforisma, attribuito a Gesù, diventerà proverbiale lungo il corso dei secoli: nemo propheta in patria (nessun profeta è troppo gradito in casa propria). C’è da chiedersi come mai la missione pubblica sia iniziata proprio dalla Galilea, una regione di confine sospettata dalle autorità religiose giudaiche di essere abitata da individui poco raccomandabili a causa di frequentazioni pericolose con i vicini pagani. La predicazione stessa di Gesù in Giudea sarà vista con molto pregiudizio da sacerdoti, scribi e farisei proprio a causa della sua regione di provenienza ed il suo insegnamento sarà considerato al limite tra l’originale pericoloso e l’eretico. I tempi ed il modo di agire di Dio sono sempre misteriosi e Gesù non si sottrae alla logica “misteriosamente” provvidente del Padre. Gesù spargerà semi di bene e di bontà in tutta la Palestina (suddivisa in tre regioni, Galilea, Samaria e Giudea), ma ovunque raccoglierà un po’ di successo, specie tra la gente comune e, soprattutto, tanta incomprensione da parte delle autorità religiose del suo popolo. Non c’è quindi da meravigliarsi se anche i cristiani siano destinati a seguire le sorti del loro Maestro, allorquando raccolgono più persecuzioni che approvazioni in ogni epoca storica a causa della loro fede e della loro coerenza. I cristiani capaci di mimetizzarsi e di spacciarsi per credenti “illuminati” e “moderni” perché sposano le ideologie e le scelte etiche del mondo cosiddetto laico, ostile alla Chiesa ed all’insegnamento evangelico, forse non sono poi così tanto cristiani, ma molto probabilmente dei semplici opportunisti, anche se appartengono a vario titolo alla gerarchia ecclesiastica. Ad ogni buon conto, saranno soprattutto i miracoli a fare di Gesù una star presso la sua gente, anche se i soliti sapientoni non mancheranno di insinuare il dubbio che sia tutta opera del diavolo e non di Dio, facendo di Gesù un invasato e non un uomo che parla ed agisce in nome di Dio. Quanto all’insegnamento del Maestro galileo, molti saranno affascinati dalle sue parole, alcuni lo riterranno un grande profeta al pari di Giovanni il Battista, qualcuno avanzerà l’ipotesi che con Gesù si sia realizzato il sogno degli antichi profeti circa la venuta del Messia, ma molti altri lo riterranno un pericoloso mistificatore, un soggetto da eliminare quanto prima per il suo modo rivoluzionario di concepire la fede ed il rapporto con il Dio dei padri. Venne a Nazareth, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. In realtà, Gesù si comporta sempre come il più pio degli ebrei e di sabato non manca mai di presenziare alle funzioni religiose presso la sinagoga. A Nazareth, il paese natale dei suoi genitori, Gesù è ormai conosciuto anche come predicatore itinerante e come taumaturgo, oltre che come figlio di Giuseppe, il falegname e di Maria. Forse a causa della sua recente notorietà, che in Galilea va accrescendosi giorno per giorno, i concittadini di Gesù non si meravigliano che egli si alzi per leggere la lettura sacra del giorno e ne attendono il commento con una certa curiosità. Forse è stato il rabbino stesso di Nazareth ad invitare Gesù a commentare la Parola di Dio (la Bibbia), come atto di deferente rispetto nei confronti di un concittadino diventato così famoso. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore». Il testo del giorno è tratto dal profeta Isaia, il quale annuncia e prevede propria la venuta del Messia (che significa unto o consacrato con l’unzione, al pari dei re d’Israele), il cui compito ricevuto da Dio sembra essere prettamente di natura morale, ma che in Israele molti hanno frainteso, interpretandolo in chiave politica. Le categorie sociali, citate dal profeta, sono portatrici di deficit morali, ma come non scorgervi un richiamo alla situazione politica del momento? In fin dei conti, gli ebrei non sono forse stati resi poveri, prigionieri, oppressi e ciechi a causa della prepotente ed oppressiva dominazione romana? Come non scorgere nel lieto annunzio (“vangelo”) di Isaia l’allusione alla liberazione dal dominio di Roma? Questo è ciò che si aspettano gli ebrei al tempo di Gesù, il quale, con gesti misurati e quasi già pregustando l’amaro calice del rifiuto da parte degli abitanti di Nazareth, riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di Gesù si posano calmi su ciascuno dei presenti, che egli conosce moto bene e li osserva. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Un silenzio denso di attesa. Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato. Non è solo il brano tratto dal profeta Isaia a dirci che in Gesù si è realizzata la sua profezia messianica, ma è tutta la Sacra Scrittura a raccontarci che la Parola di Dio si è incarnata in Cristo Gesù e che non è più solo un testo scritto, che tanti autori hanno composto dietro ispirazione divina. La Sacra Bibbia non è solo una raccolta letteraria che narra le vicende storiche, culturali e religiose di un popolo, ma, nel suo insieme, è la rivelazione che Dio ha fatto di se stesso all’uomo. Nella storia del popolo eletto, nelle sue sofferenze, nella sua fede, nelle sue gioie e speranze, nelle liriche dei suoi poeti, nelle canzoni popolari, nelle sue preghiere e nelle riflessioni dei suoi saggi, noi possiamo leggere in filigrana la nostra storia personale, la nostra vita fatta di alti e bassi, di gesti virtuosi e di miseria morale e nella Bibbia, Parola di Dio rivelata e scritta, possiamo incontrare in ogni nostro oggi il Volto di Dio, resosi visibile in Gesù di Nazareth per dire a ciascuno di noi che la sua è Parola di vita e di verità e che nulla, senza di Lui, ha davvero senso e scopo.

IV Domenica del Tempo Ordinario, Anno C

3 febbraio 2019

In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarèpta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino (Lc 4,21-30).

Il vangelo odierno è la continuazione di quello commentato domenica scorsa. Gesù si trova nella sinagoga del villaggio d’origine dei suoi genitori, Nazareth, un piccolo villaggio mai citato dai testi sacri che compongono l’Antico Testamento e, quindi, una perfetta nullità agli occhi degli ebrei, specie dei dotti e sapienti studiosi della Sacra Scrittura. La recente fama acquisita da Gesù, dopo aver compiuto prodigi nella vicina e più importante città di Cafarnao, ha ringalluzzito i cittadini di Nazareth, i quali hanno ascoltato in assoluto silenzio e con trepida attesa le parole del loro illustre concittadino. Nelle loro orecchie risuonano ancora le ultime parole dette da Gesù, al termine della lettura del testo di Isaia: Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato. Quindi? Gli abitanti di Nazareth si aspettano un seguito, che si raccordi con quanto detto dal profeta Isaia e che, a quanto si dice in giro, Gesù ha già, almeno in parte, messo in opera: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore. In effetti, tra i presenti c’è chi rende testimonianza a quanto Gesù ha detto e fatto fuori dal loro villaggio; infatti, gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca. I cittadini di Nazareth sono certamente meravigliati, ma anche gelosi di tanta sapienza e di tanto potere taumaturgico espressi da “uno di loro”. E che mai? Non è costui il figlio di Giuseppe? Non è forse Gesù il figlio di un modesto carpentiere del villaggio, un giovane come tanti di loro, senza risorse finanziarie tali da consentirgli di frequentare le scuole rabbiniche di Gerusalemme e senza nemmeno avere alle spalle un clan familiare di prestigio? In fin dei conti, Gesù è proprio come quasi tutti loro, senza un passato glorioso da rivendicare, né un presente denso di speranze e neppure un futuro di prospettiva. Da dove gli proviene, dunque, tanta sapienza e da dove gli deriva il potere di compiere i prodigi di cui molti vanno parlando? E perché Gesù ha operato miracoli a Cafarnao e non a Nazareth? E poi, che faccia tosta: Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato. È ben chiaro a tutti che Gesù, conosciuto da tutti come il figlio di Giuseppe il carpentiere, si sta arrogando il privilegio e l’onore di essere il Salvatore, il Messia atteso da secoli. La meraviglia, che anima le menti e turba i cuori dei cittadini di Nazareth, è solo apparentemente un termine positivo; in realtà, la loro “meraviglia” esprime sgomento, ostilità, incredulità ed anche approccio superficiale alla statura religiosa e morale di Gesù, di cui si sottolinea solo la modestia della sua origine e della sua parentela. Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria». In buona sostanza, gli abitanti di Nazareth vogliono verificare coi propri occhi se è proprio vero ciò che si dice di Gesù in giro per la contrada, voglio vedergli compiere miracoli prima di credere alle sue parole ma, da fine psicologo, Gesù comprende molto bene che, alla base dell’ostilità dei suoi concittadini, c’è l’invidia ed una buona dose di ignoranza mista a cattiveria, che facilmente si alimenta di pettegolezzo e di calunnia, spacciati per ragionevolezza e buon senso. Gesù prende con ironia la “meraviglia” scandalizzata dei presenti e cita un proverbio ben noto nell’antichità, anche al di fuori dei confini della Palestina: medico, cura te stesso e, quindi, non allargarti troppo e vola basso. Prima facci vedere cosa sai fare davvero e poi ne riparliamo. Lasciata l’ironia, Gesù si fa serio e rinfaccia ai suoi concittadini la loro incredulità preconcetta e maliziosa: In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Gesù si auto-definisce “profeta” e, in quanto tale, teso con tutto il proprio essere a compiere una missione nel modo en nei tempi voluti da Dio stesso, che lo ha inviato. Il vocabolo “profeta” deriva dal verbo greco prò-fàino: profeta è colui che “parla in nome o per conto di” Dio. Nel contesto storico, culturale e religioso dell’Antico Testamento, il vero profeta si distingue dal falso profeta perché rappresenta la coscienza critica del popolo, non parla o non agisce seguendo i canoni della ragionevolezza e del buon senso comune, ma è un uomo che, per dare voce alla Parola di Dio, va spesso controcorrente perché si cura esclusivamente degli interessi di Dio e non degli uomini. Compito del profeta è quello di denunciare vizi, abusi, ingiustizie, iniquità, idolatrie ed appropriazioni indebite del diritto divino. In tal senso, il profeta è colui che sollecita e provoca la conversione dell’uomo a Dio ed alle sue sante leggi e che rende presente ed attuale alla mente ed al cuore dell’uomo il timore per il “giudizio di Dio”. È chiaro che una tale declinazione dei compiti del profeta dia tanto fastidio agli esseri umani, specie a chi detiene una qualsiasi forma di potere, perché nessun uomo vuole sottostare alle regole imposte da un ipotetico Essere supremo e tali da restringere la libertà individuale, che spesso sfocia nell’arbitrarietà del giudizio e del vincolo etico e morale. Come conseguenza del suo modo di essere e di agire in nome e per conto di Dio, il profeta è colui che si schiera principalmente dalla parte dei deboli, degli indifesi e degli oppressi, di chi non ha voce in capitolo e, proprio per questo, egli è chiamato ad essere responsabile degli uomini di fronte a Dio e, viceversa, responsabile di Dio di fronte agli uomini. Un mediatore, un punto d’incontro tra cielo e terra, tra umano e divino. Di più: il profeta è l’uomo della speranza, della fiducia, dello sguardo proiettato con ottimismo sul futuro, perché nel momento stesso in cui denuncia l’infedeltà dell’uomo alla Legge di Dio, egli rammenta ed evoca la fedeltà di Dio alla sua alleanza con l’umanità e suscita la speranza. Il profeta è l’uomo dell’alleanza, è colui che comprende il modo di agire di Dio e ne coglie la presenza provvidente ed amorevole anche nelle tragiche vicende dell’umanità in senso generale e, particolare, del popolo ebraico, il popolo eletto. Il profeta legge ed interpreta la storia non come un concatenarsi di cause ed effetti (questo è il compito precipuo degli storici), ma come un dialogo spesso drammatico tra Dio e l’uomo e sa superare l’aspetto profano della storia trasformandola in storia sacra, indirizzata verso la perfetta osservanza e fedeltà all’alleanza stipulata tra Dio ed i suo popolo. Fatte queste debite premesse, risulta evidente come Gesù interpreti se stesso come la summa stessa della profezia e si riveli come il Profeta per eccellenza, l’unico e vero Profeta, il vero e perfetto Mediatore tra Dio e l’uomo, l’unico punto d’incontro tra cielo e terra, tra Dio e l’uomo, il centro stesso dell’universo, il principio e la fine di tutto ciò che esiste “in cielo, sulla terra e sotto terra” (per dirla con san Paolo). Detto ciò, Gesù sa benissimo che farà la stessa brutta fine di tanti illustri profeti della storia passata d’Israele: nemo propheta in patria (“nessun profeta è bene accetto nella sua patria”). A questo punto, avviene il colpo di scena. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarèpta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». Gesù cita due episodi della Sacra Scrittura, che vedono come protagonisti due grandi profeti della storia d’Israele, Elia ed Eliseo, che avevano beneficato, per volere di Dio stesso, non due credenti ebrei, bensì due pagani, a dimostrazione del fatto che Dio vuole estendere i benefici della sua bontà e del suo progetto salvifico anche chi è lontano da Lui, chi non ha fede o, peggio, chi gli è ostile ed è ciò che causa tanto pruriginoso fastidio anche ai cristiani d’oggi, non solo agli ebrei del tempo di Gesù. I cittadini di Nazareth, presenti nella sinagoga, vedono rosso. All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino. Lo stupore, per quanto si va dicendo in bene di Gesù, si trasforma repentinamente in odio a tutto campo, al punto che gli abitanti di Nazareth cercano di interrompere sul nascere la vocazione profetica del loro concittadino, tanto illustre quanto indesiderato, ma non fanno i conti coi piani di Dio. Gesù è inafferrabile, sovranamente libero di abbracciare il proprio destino nei modi e nei tempi stabiliti dal Padre, non dagli uomini: passando in mezzo a loro, si mise in cammino. La Parola di Dio è sempre in cammino e non si lascia intralciare da nessuna forza umana. Persecuzioni, dittature, ideologie totalitarie, fanatismi religiosi, pensieri laici variamente assortiti e formulati, scandali consumati persino dai credenti e tradimenti cocenti non fermano e non fermeranno mai la forza profetica e salvatrice del Verbo di Dio incarnato. Proviamo, ora, ad elaborare un raccordo tra l’attività dei profeti dell’Antico Testamento e la profezia incarnata da Gesù, estendendola alla vocazione profetica della Chiesa, Corpo mistico di Cristo-Profeta. Tutti i cristiani, in virtù del battesimo ricevuto, condividono la missione profetica di Cristo-Capo e devono, pertanto, saper leggere la storia con l’intelligenza illuminata dalla fede. Ogni epoca storica è contrassegnata da profonde lacerazioni in ambito socio-politico, culturale, religioso, con importanti ripercussioni nella vita personale e nelle condizioni psicologiche di ogni individuo, perché il “male” insidia l’intelligenza e le capacità di relazione di ogni essere umano, favorendo conflitti, intolleranze e reazioni spesso scomposte ed esagerate nei confronti di un prossimo considerato più un nemico da combattere, che un fratello da amare come se stessi. Negli eventi storici, il cristiano deve saper cogliere l’agire provvidente di Dio, che guida il destino di ogni essere umano e dell’intera umanità verso il compimento finale, conducendo tutto verso il suo Regno di giustizia e di bontà, allorquando tutto sarà ricomposto e riunificato o “ricapitolato” in Cristo Redentore, che con la sua incarnazione, passione, morte e resurrezione ha definitivamente sconfitto il Maligno, portatore di morte e distruzione. La fiducia nella realizzazione di cieli nuovi e terra nuova deve sostenere la speranza di ogni cristiano, chiamato a trasmettere la ferma convinzione che la Parola di Dio è verace e che mantiene ciò che ha promesso per bocca dei suoi profeti, in generale e, in particolare, di Cristo Gesù, incarnazione stessa della Parola di Dio. Il cristiano, come un qualsiasi profeta degno di tal nome, non deve chiudere gli occhi di fronte al male ed alle strutture di peccato (ideologie totalitarie ed atee, regimi dittatoriali, malavita organizzata, fanatismi politici e religiosi, organizzazioni votate allo sfruttamento ed allo sterminio di intere società e culture, lobbies economiche ecc.), ma deve smascherarle, denunciarle e combatterle con la forza delle idee, del diritto e della coerenza di vita. Oltre a rappresentare la “coscienza critica” della società in cui vive, il cristiano è anche un dispensatore di speranza ed un costruttore di ponti di relazione, un operatore di pace e di dialogo, capace di edificare una società fondata sull’altruismo e la solidarietà, in opposizione all’egoismo ed all’arrivismo, alla logica del profitto e del materialismo. Essere profeti, per i cristiani di oggi e di ogni epoca storica e di ogni luogo, significa anche sopportare le conseguenze subite da tutti i profeti e da Cristo stesso: persecuzioni, incomprensioni, derisioni, violenze e persino la morte. Non esiste profezia senza sofferenza e senza il pericolo di pagare la propria coerenza con la vita. Non c’è profezia se non c’è anche la disponibilità ad essere al servizio della Verità, che solo Dio esprime in modo assoluto e che solo grazie a Cristo possiamo sperimentare e provare a mettere in pratica.

V Domenica del Tempo Ordinario, Anno C

10 febbraio 2019

In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono (Lc 5,1-11).

Quando Dio chiama qualcuno al suo servizio, non sempre sceglie i migliori, i più intelligenti, i più virtuosi, le persone dotate di maggiore fede o di spiccate qualità morali. Il modo di agire di Dio è, il più delle volte, incomprensibile e controtendenza, ben lontano dalla sana razionalità di un qualsiasi essere umano dotato di comune buon senso. Anzi, sembra proprio che Dio si diverta a scegliere e ad inviare in missione i personaggi più improponibili, quasi a volerci dimostrare che è sempre Lui ad agire nei cuori e nelle menti degli esseri umani, ben al di là dei pochi meriti e delle evidenti carenze psicologiche e morali dei suoi “apostoli”, inviati in ogni angolo della Terra per seminare la sua Parola di salvezza e di redenzione. La pericope odierna, tratta dal Vangelo secondo Luca, ci offre un saggio del modo assai originale scelto da Dio per irrompere nella storia dell’uomo. Gesù, a quanto pare di capire dal testo evangelico, ha già iniziato la sua missione pubblica da solo, percorrendo a piedi la regione montuosa della Galilea e battendo, in particolar modo, le rive del Grande Lago denominato in vario modo: mare di Galilea, lago di Gennèsaret o lago di Tiberiade. La fama si è già impossessata del personaggio: Gesù sta salendo rapidamente la scala della notorietà a motivo dei prodigi compiuti e del modo del tutto originale di parlare di Dio, senza fare sconti alle azioni oblique degli uomini, specie di quelli che pretendono di ergersi a guide intellettuali e morali del popolo ebraico. La folla, che si sta ammassando attorno a Gesù, sta ingrossando le sue fila ed arriva al punto da obbligare il rabbì galileo a salire sulla barca da pesca di Simone, un pescatore del luogo, ormeggiata a riva e di scostarsi di qualche metro dalla battigia, rimanendo seduto sull’imbarcazione per ammaestrare la gente che s’accalca sull’arenile per non perdere una sola parola da Lui pronunciata. Qualcuno si è spinto anche in acqua, incurante del fatto che si sta bagnando anche le vesti, tanto è rapito dall’insegnamento del Maestro: la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio. Dalle testimonianze rese dai quattro Vangeli canonici, pare di capire che la gente fosse davvero colpita dal contenuto dell’insegnamento di Gesù e dal suo modo di parlare di Dio in modo semplice ed intuitivo, ma anche col piglio di chi “parla con autorità” e non in modo asettico e distaccato come usavano fare tanti rabbini d’Israele. Gesù conosce bene Colui di cui sta parlando e col quale vive in perfetta unione di pensiero, di sentimento e di volontà e la gente percepisce istintivamente l’intimità con cui Gesù vive il suo rapporto con Dio, che egli ripetutamente chiama confidenzialmente “Padre”, termine che la Sacra Scrittura conosce e che usa raramente, utilizzandolo esclusivamente per sottolineare il rapporto del tutto singolare che intercorre tra Dio e l’intero popolo eletto, ma mai per esprimere la qualità del rapporto tra Dio (il totalmente “altro”, l’innominabile, l’assoluto trascendente, il creatore di tutto ciò che esiste nell’intero universo, l’inavvicinabile e l’irriproducibile con forme grafiche e pittoriche) ed il singolo individuo. Il modo con cui Gesù parla di Dio è assolutamente rivoluzionario e la gente comune rimane rapita ed affascinata, anche se qualcuno comincia a storcere il naso, specie gli scribi, i farisei ed i sadducei. Costoro leggono la Sacra Scrittura cogliendone più il significato letterale che quello spirituale e rimangono sedotti soprattutto dai risvolti legalistici, non da quelli squisitamente spirituali e morali del testo sacro. Ovvio che l’approccio di Gesù alla Sacra Scrittura cominci a dare fastidio agli “esperti” e studiosi professionisti della Bibbia, ma il popolino segue più volentieri gli insegnamenti di Gesù, che parla di un Dio misericordioso, amorevole, paterno e sempre pronto al perdono del peccatore e dell’emarginato. Il fatto, poi, che Gesù rimanga seduto sulla barca e non in piedi, come sarebbe logico aspettarsi da chi vuol farsi vedere ed ascoltare meglio da gente assiepata a riva, indica che Egli sta effettivamente svolgendo il suo compito di “Maestro” e che il suo insegnamento è da considerarsi assolutamente autorevole e degno della massima attenzione, nonché meritevole di adeguato apprendimento da parte dei discepoli, i quali, da bravi scolari, devono assimilare e memorizzare ogni particolare elemento dell’insegnamento del loro maestro. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Di fronte si trovano un provetto e consumato pescatore (che fin da ragazzo è abituato a pescare sulle capricciose acque del grande lago, solitamente quiete e pescose, ma spesso flagellate da improvvisi e forti venti provenienti dalle catene montuose del Libano) ed il figlio di un falegname (che, fino a prova contraria, non ha mai pescato un pesce in vita sua), per cui la richiesta di Gesù di prendere il largo e gettare le reti deve avere un significato più profondo, se dobbiamo dare credito alla risposta di Simone: sulla tua parola getterò le reti. Gesù ha già dimostrato di essere affatto banale e Simone ha avuto modo di coglierne l’originalità di pensiero e d’azione. Quel “falegname” di Nazareth non è quel che sembra, ma Simone non riesce nemmeno a spiegare a se stesso da dove gli provenga tale intima convinzione; di quell’uomo ha già sentito o visto abbastanza per soddisfare la sua balzana richiesta di prendere il largo di giorno e gettare le reti quando tutti sanno che, su quel lago, si pesca assai meglio di notte e, per di più, la notte appena trascorsa è stata un vero disastro. Ore ed ore trascorse a pescare il “nulla assoluto”. La situazione è davvero paradossale ma Gesù merita una chance, un po’ di fiducia. Mal che vada, saranno altre ore trascorse sul lago a gettare le reti ed a raccoglierle vuote, ma almeno un “falegname” non darà più lezioni di stampo professionale ad un “pescatore”. Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. Insieme ad altri compagni di pesca (Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo e suoi soci in affari), Simone e Gesù prendono il largo con due barche, con lo stupefacente risultato di pescare una tale quantità di pesce da far quasi affondare le due imbarcazioni. A Simone, che non è uno sprovveduto e che conosce bene la vita trascorsa sul lago ed i capricci della pesca, non sfugge l’enormità di ciò che sta avvenendo davanti ai suoi occhi: in tutta la sua vita non ha mai visto un tal numero di pesci cadere nelle sue reti tutti in una sola volta! No, non è la classica fortuna del principiante. Sembra quasi che i pesci siano accorsi in massa ad un comando silenzioso e potente di quell’uomo che, in piedi davanti a lui, sta guardando con fare divertito il ribollire dell’acqua intorno alla barca senza disdegnare di dare una mano ai pescatori a tirare a bordo delle due imbarcazioni tutto quel ben di Dio. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Compare qui, per la prima volta, il soprannome dato da Gesù a Simone: Pietro, che significa “roccia”. Simon Pietro cade in ginocchio, quasi sentendosi schiacciato dal peso della propria nullità davanti al potere misterioso di Gesù e consapevole di essere un peccatore, indegno di stare accanto ad una persona percepita, in modo intuitivo, come “santa e prediletta da Dio”. Lo stupore, che invade Simon Pietro, Giacomo e Giovanni, è molto di più di una semplice meraviglia al cospetto di un prodigio che supera i confini dell’umana comprensione: è la consapevolezza di aver a che fare col mistero stesso di Dio, è il timore di essere travolti dalla santità infinita di Dio a causa del proprio peccato, che rende l’essere umano così distante da Dio ed un perfetto zero assoluto. Lo stupore ed il disorientamento di Simon Pietro e dei suoi soci dura il tempo di un batter di ciglia. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono. Sembra quasi che Gesù voglia in qualche modo scusarsi con questi poveracci di tale sfoggio di onnipotenza; Egli li invita a non aver paura né della propria miseranda condizione di peccatori (quale uomo è immune da colpa alcuna?) né della loro vicinanza con l’assoluta santità di Dio, che Egli incarna in modo perfetto. D’ora in poi sarai pescatore di uomini. Simon Pietro dovrà rassegnarsi a “pescare” pesci più difficili da far abboccare all’amo: gli uomini. E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono. Nonostante l’arduo compito che li attende, i primi apostoli, chiamati da Gesù a seguirlo, lasciano tutto, affetti familiari, lavoro, casa, sicurezza sociale, amicizie, abitudini. Tutto per la fiducia accordata, lì per lì, ad un “uomo” che sogna di far accettare l’idea che Dio non è poi così lontano dagli uomini e che li ama di un amore paterno e fedele ogni oltre limite immaginabile. Mai più avrebbero immaginato, questi pescatori di Galilea, che la loro vita non sarebbe mai più stata come prima.