Casella di testo: Santuario Diocesano dell’ Eucaristia
 
Monastero del Sacro Cuore - Via Trento 27 - Vigevano  (PV) 
 
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Casella di testo: Ordine Adoratrici Perpetue del SS. Sacramento

 

 

 

 

 

 

 

 

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XXXI Domenica del Tempo Ordinario, Anno A

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato» (Mt 23,1-12).Ci risiamo con l’ipocrisia, un vizio sostanziale della vita di relazione tra gli uomini capace di incidere negativamente anche sul rapporto tra il credente e Dio. La raccomandazione di Gesù, rivolta ai giudei del suo tempo ed ai cristiani di oggi, è straordinariamente attuale ed applicabile a tutti gli ambiti della vita umana, civile e religiosa: osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Che pessima figura fanno i cristiani agli occhi del mondo quando si presentano, in pubblico, come sostenitori dei valori cristiani (rispetto della vita, fedeltà nel matrimonio, giustizia ed onestà nei rapporti con il prossimo, pazienza e prudenza nell’esprimere giudizi sugli altri ecc.) e poi, nella vita privata, non fanno ciò che dicono inducendo gli altri a tenersi alla larga da un cristianesimo considerato fasullo ed ipocrita. Il profeta Malachia, il cui nome significa “messaggero del Signore”, scrisse nella seconda metà del V secolo a.C., nel periodo della ricostruzione dopo l’esilio degli ebrei in terra di Babilonia (nella regione a sud dell’attuale Iraq). Il profeta sembra interessato soprattutto alle colpe dei sacerdoti, specie a quelle che compromettono la purità rituale. Il profeta accusa i sacerdoti del suo tempo di ostentare un comportamento ipocrita, rendendo vana la loro stessa funzione. Costoro non si danno premura di dare gloria al Signore, ma col loro insegnamento sono stati d’inciampo a molti usando parzialità di giudizio e di comportamento. Traduciamo: i sacerdoti d’Israele sono accusati da Dio di imporre al popolo l’osservanza scrupolosa ed ossessiva di regole umane, che pretendono di essere la corretta interpretazione della Legge divina, mentre loro trovano mille scappatoie per sottrarsi allo stesso obbligo ed agiscono come meglio pare a loro. Un bel ritratto dell’ipocrita perfetto (I lettura). Chi affida a Dio la propria vita non ha bisogno di assumere atteggiamenti da grand’uomo, ma resta quieto e sereno, come un bimbo svezzato in braccio a sua madre. Che motivo c’è di voler apparire ciò che non si è? Meglio lasciar fare a Dio, che come una madre premurosa ha cura delle sue creature e non lascia mancar loro nulla di ciò che necessario al loro benessere. Inutile arrampicarsi sugli specchi, alla ricerca di un’improbabile autosufficienza che, senza Dio, è una vana chimera (salmo responsoriale). La prima lettera scritta da Paolo ai cristiani della città greca di Tessalonica (51 d.C.) è anche il primo testo ispirato del Nuovo Testamento. L’apostolo delle Genti esprime tutto il proprio affetto nei confronti della comunità cristiana di Tessalonica, come una madre che ha cura dei propri figli. Egli si augura di essere riuscito a trasmettere a questi cristiani non solo il vangelo di Cristo, ma anche la propria stessa vita. Paolo sa molto bene che se le sue parole non fossero state accompagnate da una rigorosa coerenza di vita, anche la Parola di Dio avrebbe trovato molte difficoltà ad essere accolta dai cittadini di Tessalonica: voi ricordate infatti, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica; lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il vangelo di Dio. Come a dire: predicare bene e … razzolare ancora meglio! Proprio per questo anche noi rendiamo continuamente grazie a Dio perché, ricevendo la parola di Dio che noi vi abbiamo fatto udire, l’avete accolta non come parola di uomini ma, qual è veramente, come parola di Dio, che opera in voi credenti. Capita l’antifona? Un comportamento ipocrita da parte di Paolo avrebbe intralciato anche il lavoro di Dio (II lettura). Gesù, mite e misericordioso con i peccatori, i malati e le persone più sventurate del suo popolo, è severo ed arcigno nei confronti di farisei e scribi, i quali presumono di essere i perfetti, i migliori, i puri, i predestinati alla salvezza a motivo della loro istruzione religiosa e della loro capacità di rispettare fedelmente ed integralmente le oltre seicento norme che regolano la vita religiosa d’Israele. Mosè, il legislatore del popolo ebraico e uomo di grandissima levatura spirituale e morale, viene messo da Gesù in contrapposizione con scribi e farisei soprattutto per sottolineare la grande arroganza intellettuale e la profonda bassezza morale di costoro, i quali si arrogano il diritto di essere le guide spirituali dell’intera nazione ebraica. Perché Gesù ce l’ha così tanto con questi suoi avversari, che stanno tramando per farlo morire spacciandolo per eretico e sovversivo? Perché gli scribi ed i farisei sono degli ipocriti. Gesù non ha peli sulla lingua: Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. È il solito ritornello, valido oggi come allora. Quanti cristiani, anche quelli più impegnati nelle varie attività pastorali od investiti di incarichi speciali, inducono tante persone ad allontanarsi dalla Chiesa a causa del loro comportamento scostante ed incoerente, perché dicono ma non fanno, provocando scandalo e suscitando reazioni di ostilità agli insegnamenti stessi della Chiesa. Cosa fanno di così grave i farisei e gli scribi per meritarsi la tirata d’orecchi da parte di Gesù? L’osservazione di Gesù è impietosa: “Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla genteNon solo i farisei impongono alla gente comune un numero spropositato di regole da osservare, pena l’impurità legale che l’obbligherebbe a sottoporsi ad una serie interminabile di riti di purificazione, col risultato di farla sentire sempre indegna di accostarsi col cuore e la mente a Dio, ma loro stessi, che pure osservano fedelmente e puntigliosamente quelle stesse regole, lo fanno “solo” per farsi vedere ed ammirare dagli altri e per essere considerati dei puri, degli eletti, dei predestinati alla salvezza. Quasi quasi, dice Gesù, i farisei pretendono che Dio li ringrazi perché essi sono così bravi. Per di più, per ostentare la loro presunta santità di vita e la loro purezza di cuore, i farisei danno un accurato ritocco anche ai loro abiti, poiché allargano i loro filattèri e allungano le frange. I filatteri (detti, in ebraico, tefillìm) erano piccole teche di cuoio a forma cubica che contenevano dei sottili rotoli di pergamena su cui erano trascritte delle citazioni bibliche e che si legavano al braccio sinistro e sulla fronte mediante legacci. Il rituale per indossarli era ed è, tuttora, molto complesso e minuzioso. Si legava innanzitutto una teca al braccio, al di sopra del gomito di fronte al cuore, avvolgendo accuratamente i legacci attorno all'avambraccio, alla mano e al dito medio. Si passava poi all'altro astuccio, suddiviso in quattro piccoli scompartimenti, ciascuno con un suo rotolino su cui era scritto un brano biblico: lo si applicava al centro della fronte annodandolo dietro il capo. Il tutto rimandava al famoso testo del Deuteronomio (6,4-7) detto “Shemà, Israel (Ascolta, Israele), che riporta la raccomandazione fatta da Dio agli ebrei di ricordare, amare ed osservare i suoi precetti in ogni istante della loro vita. Quanto alle frange, dette in ebraico zizìt) esse erano delle nappe o treccine di tessuto munite di un cordoncino violaceo o blu poste ai quattro angoli della veste esterna. Queste frange sono ancor oggi applicate dagli ebrei soprattutto al loro mantello ufficiale di preghiera, detto talled o tallit. Anche in questo caso il significato spirituale dell'ornamento era suggestivo, come spiega la Bibbia: "Le frange saranno per voi un segno: vedendole, vi ricorderete di tutti i comandamenti del Signore e li metterete in pratica. Così non vi smarrirete seguendo i desideri dei vostri cuori e dei vostri occhi che vi trascinano all'infedeltà" (Nm 15, 38-39). I farisei avevano preso talmente alla lettera queste raccomandazioni di Dio da tradurle in oggetti concreti da portarsi addosso, salvo poi tradire lo spirito della legge con comportamenti tutt’altro che coerenti. D’altra parte, l’ostentazione e l’ipocrisia sono come le due facce di una stessa moneta, chiaramente fasulla. Un altro comportamento tipicamente “farisaico” irrita Gesù: i farisei, infatti, si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. Costoro fanno di tutto per farsi vedere. Non vi sembra che anche nelle nostre comunità cristiane ci siano personaggi di questo genere? Certo, non sta a noi giudicare coloro che si comportano in tal modo per farsi notare dagli altri, considerandosi superiori al resto dei fedeli, ma state tranquilli che Dio sa leggere assai bene le loro intenzioni e le giudica per quello che valgono: moneta fasulla. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato. Il messaggio di Gesù è fin troppo chiaro: nessun essere umano può pretendere di prendere il posto di Dio e del suo Cristo. Chi avanzasse una simile pretesa, sarebbe da considerare un “falso dio” (come tanti dittatori ed ideologi del presente e del passato) ed un “falso cristo” (come tanti profeti di sventura del nostro tempo, che pretendono di conoscere persino il giorno della fine del mondo e che si spacciano per guide religiose dell’umanità). L’ultima riflessione di Gesù pesa come un macigno sulle nostre tiepide coscienze “cristiane”: chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato. Chi vanta un incarico di prim’ordine ha la tentazione di essere “servito e riverito” dai comuni mortali, ma si sbaglia di grosso. Come Gesù è vero Re nel servizio e nella dedizione totale agli esseri umani, sino al punto di aver sacrificato la propria vita su una croce per la salvezza di tutti, così il cristiano deve essere, a modo suo, un umile servitore ed un “re d’amore” nell’ambiente in cui vive ed opera come testimone di Cristo Signore.

XXXII Domenica del Tempo Ordinario, Anno A

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora». (Mt 25,1-13)

 

La nostra società, tecnologicamente sempre più evoluta e protesa verso grandi traguardi con la conquista dell’infinitamente piccolo (microcosmo) e dell’infinitamente grande (macrocosmo), si sta paurosamente impoverendo, perché ha mandato in frantumi i valori spirituali nella vana speranza che, per sopravvivere in questo universo, sia sufficiente dominare il mondo materiale. L’uomo è un illuso ed un inguaribile ottimista se pensa che sia sufficiente allungare di qualche decennio la propria esistenza per essere felice, spedendo nella polverosa soffitta dei propri ricordi un Dio divenuto scomodo perché osa parlare alla sua coscienza. Per l’autore ispirato, la “sapienza” non è un concetto astratto ma è l’attributo proprio di Dio, che è la somma sapienza cui l’uomo può accostarsi non per essere come Dio, ma per essere da Lui riempito di un frammento della sua eterna ed infinita sapienza. Da parte dell’uomo ci vuole un piccolo sforzo di ricerca, quasi un’inezia, perché il resto lo fa Dio con sovrabbondanza di grazia e di gratuità: la sapienza è splendida e non sfiorisce, facilmente si lascia vedere da coloro che la amano e si lascia trovare da quelli che la cercano. Certo, l’uomo deve smettere di rincorrere le apparenze e di affidarsi ai ciarlatani di questo mondo, che si spacciano per sapienti ma che, in realtà, sono solo dei furbacchioni capaci di rubargli il portafoglio e pure l’anima! Nel farsi conoscere previene coloro che la desiderano. Chi si alza di buon mattino per cercarla non si affaticherà, la troverà seduta alla sua porta. La “sapienza”, cioè Dio, è a portata di mano: basta desiderarla con tutto il cuore e con tutto il proprio essere, perché è discreta, non è invadente e non alza la voce. Chi pensa che Dio sia un prepotente ha sbagliato tutto (o ha sbagliato chi gli ha insegnato a pensarla così; in fin dei conti, anche chi parla di Dio può farlo a sproposito per ignoranza o malafede). Riflettere su di lei, infatti, è intelligenza perfetta, chi veglia a causa sua sarà presto senza affanni; poiché lei stessa va in cerca di quelli che sono degni di lei, appare loro benevola per le strade e in ogni progetto va loro incontro. Chi riflette su Dio non perde del tempo inutilmente, ma agisce da persona intelligente ed è degno di essere coinvolto nel suo progetto di salvezza. E vi pare poco? (I lettura). L’anima di un uomo, che si tiene alla larga da Dio, è come un deserto su cui non piove mai. Il salmista afferma di avere sete, proprio come la terra arida del deserto: ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua. Quando l’uomo si ripiega su se stesso, presumendo di poter fare a meno del suo creatore e Signore, non si rende conto che l’amore di Dio vale più della propria vita, la quale senza di Lui non ha alcun senso né scopo. Molti uomini, che per un certo periodo della loro vita si sono tenuti lontano dal Signore, quando l’hanno ritrovato e riscoperto, come saziati dai cibi migliori, con labbra gioiose lo hanno lodato con gioia ed entusiasmo; quante notti insonni ed agitate da un profondo tormento interiore hanno accompagnato il ritorno a Dio di queste persone. Si può benissimo vivere senza Dio, ma si tratta di una vita “d’inferno”, senza speranza di perdono e senza un barlume di vero e gratuito amore (salmo responsoriale). Quando san Paolo scrive la sua prima lettera ai cristiani di Tessalonica (51/52 d.C.), le comunità cristiane sono in ansiosa attesa del ritorno glorioso di Cristo (o parusìa); anche l’Apostolo delle Genti condivide questa convinzione dell’imminente fine del mondo e ne parla con toni di trepida speranza: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Animo, dunque, e niente paura: non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti. La resurrezione di Gesù è ciò che rende il cristianesimo una fede gioiosa nel Signore che salva e che libera dall’angoscia della morte, la quale, pur nella sua ineluttabilità, tuttavia è il passaggio obbligato per raggiungere l’eterna felicità cui l’intera umanità è destinata, purché lo desideri con tutto il proprio cuore. Dio non delude mai le aspettative di chi crede in Lui con fermezza e fiducia:  prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore. Poco importa che Paolo ed i cristiani del suo tempo abbiano dovuto presto ricredersi sull’imminenza della fine del mondo; rimane il fatto che, presto o tardi, la fine della vita terrena arriva per ciascuno di noi e senza dover aspettare l’apocalisse finale (II lettura). Il regno dei cieli è simile a dieci vergini. Che strano paragone. Gesù non sa più cosa inventarsi per metterci in zucca il significato e l’importanza di Dio nella nostra vita; senza di Lui, infatti, la nostra esistenza diventa insipida, incerta, caotica e senza scopo. Gesù ci mette in guardia di fronte alla tragica realtà della morte, che colpisce tutti gli esseri viventi senza eccezione e senza distinzioni tra ricchi e poveri, tra gente famosa e gente qualunque, tra oppressori ed oppressi, tra vecchi e giovani. Per di più, ci tiene a ribadire Gesù, non sappiamo né il giorno né l’ora. Ma torniamo alle dieci vergini (che oggi sono diventate merce rara tra le nostre giovani, appassionate di twitter e di facebook, dei piercing e dei tatuaggi, degli abiti succinti e degli amori consumati troppo in fretta e, poi, gettati nel cestino dei ricordi come tanti kleenex …). All’epoca di Gesù, la sposa aspettava tutto il giorno l’arrivo del promesso sposo standosene in trepida attesa nella casa paterna, in compagnia di ragazze coetanee e rigorosamente vergini, che si premuravano di rendere meno spasmodica l’attesa del futuro marito e che avrebbero, poi, accompagnato in corteo la coppia degli sposi novelli alla loro nuova casa. Dopo il tramonto, lo sposo, reduce da lunghe ed estenuanti trattative coi futuri suoceri circa l’entità della dote della moglie e la qualità dei doni da portare nella propria casa, giungeva alla dimora della sposa accompagnato da un corteo di amici, parenti e musicanti; più a lungo erano durate le trattative coi suoceri, più tarda era l’ora in cui lo sposo raggiungeva la sua futura consorte e maggiore era la possibilità che quel matrimonio fosse fortunato. Ogni popolo ha le sue abitudini, ovviamente … Orbene, lo sposo della parabola arriva anche fin troppo tardi alla casa della promessa sposa ed alcune delle damigelle d’onore, che nel frattempo si sono addormentate tutte quante, s’accorgono di non avere olio a sufficienza per tenere accese le lampade con cui illuminare la strada che le avrebbe condotte all’abitazione degli sposi novelli. Una figura barbina. Niente luce, niente corteo di accompagnamento, niente festa. Per dare un’idea: sarebbe come se gli invitati ad un matrimonio dei nostri giorni rimanesse a piedi, con la macchina in panne e non potesse più raggiungere il ristorante per partecipare al pranzo di nozze! Una vera iattura. Le giovani damigelle d’onore, rimaste con le lampade spente, si rivolgono alle colleghe che, più avvedute, hanno tenuto da parte una scorta d’olio e chiedono di avere un po’ del loro olio. Niente da fare. Non ce sarebbe abbastanza né per noi, né per voi, rispondono le ragazze più scaltre; andate a comperarne dai venditori. E dove vanno a procurarsi dell’olio, di notte, quelle sfortunate ed improvvide scioccherelle? Certamente vanno a tirar giù dal letto qualche spazientito commerciante e, a suon di suppliche insistenti e petulanti, riescono a farsi dare la giusta dose d’olio per partecipare alla festa nuziale ma, giunte a casa dello sposo, hanno un’amara sorpresa. Lo sposo non le fa entrare. Dove sta la morale della parabola? Dobbiamo ricorrere al significato dei simboli.

Lo sposo è Gesù e la sposa è la nostra anima, che convola a nozze col Signore per entrare nella sua casa, il paradiso. Ognuno di noi, nel momento stesso in cui è venuto al mondo, sa che da questo mondo deve andarsene prima o poi. Meglio uscire di scena nei dovuti modi (il corteo nuziale), nella certezza che ci attende una nuova vita che dura per sempre e ci regala una felicità senza fine. Le dieci vergini simboleggiano l’attesa della venuta di Cristo al termine della nostra vita. Se ci comportiamo come le cinque vergini sagge e previdenti, facendo una buona scorta di vita onesta e timorata di Dio, al servizio del nostro prossimo, dedicandoci alla preghiera, alla vita sacramentale e ad una sincera pratica religiosa, abbiamo una buona probabilità di non essere presi alla sprovvista quando il Signore ci chiamerà a sé; se facciamo la parte delle vergini stolte, ebbene, abbiamo ben poco da sperare. Senza coltivare la fede, senza alimentare la speranza nell’amore e nel perdono di Dio, senza praticare l’amore per Dio e per il prossimo, senza ricorrere frequentemente e regolarmente ai sacramenti (confessione ed Eucaristia), senza preghiera assidua e quotidiana, senza testimonianza cristiana, diventa davvero dura salvarsi.

 

XXXIII  Domenica del Tempo Ordinario, Anno A

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”» (Mt 25,14-30).

 

La vita è un dono inestimabile, che molti uomini sanno apprezzare e valorizzare, sfruttando appieno le loro doti personali, non importa se comuni od eccezionali, mentre molti altri la sciupano perdendosi nei meandri del vizio, delle facili illusioni e delle false speranze, avviluppandosi nel proprio egocentrismo. Sciupare i “talenti”, che Dio regala ad ogni uomo per farli fruttare a gloria del suo Nome, è da irresponsabili. Gli autori ispirati del libro dei Proverbi, i cui detti risalgono all’XI-X secolo a.C. e la cui redazione finale è del V secolo a.C., hanno consegnato alle nuove generazioni il frutto di una saggezza umana profondamente radicata nella sapienza di Dio. Il “proverbio” (in ebraico, mishlè) proposto dalla liturgia odierna ci consegna un ritratto della “donna perfetta”, che farebbe rizzare i capelli alle donne emancipate del nostro tempo, in massima parte refrattarie alle dinamiche del focolare domestico. Tuttavia alcune caratteristiche della donna ideale, tratteggiate dall’ignoto autore di tremila anni fa, possono essere del tutto accettabili anche alle donne moderne, sempre meno maschio-dipendenti: chi non vorrebbe una donna forte, saggia, previdente, instancabile, laboriosa, generosa, intelligente e sensibile alle miserie altrui come compagna della propria vita? Cambiano i tempi e le mode, gli ideali e le attitudini, ma una perla è pur sempre un oggetto di valore che fa la sua bella figura al collo di una donna affascinante. Eppure, anche le perle più preziose sono nulla al confronto di una donna che teme Dio e sa donare felicità  a chi le vive accanto. Persino la bellezza ed il fascino sono valori transitori e fugaci, che non reggono il confronto col pregio inestimabile di una donna che fa del timor di Dio il tratto distintivo del suo agire (I lettura). Temere il Signore o camminare nelle sue vie significa rispettare, amare ed osservare le sue leggi, facendole diventare il centro ispiratore della propria vita. L’uomo timorato di Dio è ricompensato dal Signore con una famiglia esemplare per dedizione e fecondità, nonostante le inevitabili difficoltà della vita (salmo responsoriale). Il giorno del Signore verrà come un ladro di notte, proprio quando uno meno se lo aspetta. Paolo mette in guardia i cristiani di Tessalonica dal farsi irretire dalle tenebre del male e dell’errore, e li esorta a rimanere nella luce che ha illuminato tutta la loro esistenza ed il loro essere e che proviene solo da Dio. Il clima d’attesa dell’imminente ritorno del Signore risorto, coinvolge pienamente anche Paolo, il quale ricorda loro che i cristiani devono essere vigili ed attenti a non farsi sorprendere dal giudizio di Dio (II lettura). L’avventura dell’uomo in questo mondo ha un inizio ed un’inevitabile conclusione; ci si affaccia alla vita con un vagito vigoroso e prepotente e la si lascia con il rantolo dell’ultimo soffio vitale, spesso in perfetta solitudine, abbandonati da tutti. Quello che conta, alla fine di una storia, è come si è vissuto tra il primo vagito e l’ultimo sospiro. La parabola, proposta dal vangelo odierno, ci racconta per l’appunto ciò che avviene durante il corso della nostra esistenza, quando il padrone parte per un viaggio e ci lascia con una manciata di talenti da far fruttare. Non si tratta di un regalo, ma di un atto di fiducia: avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni per farli rendere secondo le capacità di ciascuno. Infatti, a uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno. Non tutti siamo degli uomini o donne geniali o dotati di capacità fisiche o psicologiche straordinarie; anzi, per la maggior parte siamo in possesso di capacità comuni, ma sono molti coloro che portano sul proprio corpo e nella propria mente le ferite di una disabilità a causa della quale, per colmo di sventura, sono pure discriminati dalla società civile cosiddetta “normale”. Ebbene, a tutti e secondo la capacità di ciascuno Dio chiede di far fruttare i suoi doni e di non tenerseli egoisticamente per sé; del resto, i talenti fanno pur sempre parte dei suoi beni. I primi due servi fanno esattamente quello che il padrone si aspetta da loro: con intelligenza e spirito d’iniziativa, raddoppiano il capitale ricevuto dal padrone, il quale, valutando le diverse capacità di ciascuno di loro, aveva consegnato cinque talenti al primo e solo due all’altro. Dio sa benissimo che non siamo tutti dotati in egual misura, ma da tutti pretende impegno, fedeltà ed amore che ciascuno, a modo suo, sa e può dare. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone; pigro e buono a nulla, il terzo servitore segue la strada più comoda per non perdere, se non altro, l’unico talento ricevuto da un padrone temuto e per niente amato. Il padrone è talmente ricco che non s’accorgerà nemmeno di quell’unico talento rimasto infruttuoso; il servo infingardo non pensa alle conseguenze della sua pigrizia, cullandosi nell’illusione di passare inosservato come la sua anonima personalità. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Molti uomini vivono come se dovessero vivere per sempre su questa terra e non si rendono conto, presi dall’ansia di riuscire ad emergere e ad affermarsi nella loro vita sociale e professionale, che il tempo vola e, al momento opportuno, presenta il conto. Ai due servi, che hanno avuto l’accortezza e la forza di volontà di raddoppiare il capitale ricevuto in dote dal padrone, questi assegna in premio un posto accanto a lui nella sua dimora per condividere la sua gioia. Poiché il padrone della parabola allude velatamente a Dio stesso, è chiaro che Gesù stia parlando delle gioie del paradiso. Per contro, quando al rendiconto finale si presenta il servo fannullone, il padrone non prende tanto bene la sua inerzia e, soprattutto, la sua mancanza di fiducia e d’amore: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo. Questo servo, definito dal padrone malvagio e pigro, non viene punito in quanto ladro, ma perché è stato un “talento sprecato”. Tra i peccati di cui chiedere perdono a Dio c’è anche quello dell’omissione: in cima alla lista c’è l’omissione di amore. Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Davanti a Dio le scuse non hanno alcun valore. Egli sa benissimo che l’uomo è fragile e peccatore, ma l’ha dotato di intelligenza, di volontà e libertà in misura tale da consentirgli di avere spirito d’iniziativa, di riconoscere il bene, di agire per amore e di saper chiedere anche perdono per le proprie debolezze. Chi spreca malamente i suoi talenti, lo fa a ragion veduta e perché lo vuole, ma poi non può pretendere di sottrarsi alla giusta punizione, vivendo per l’eternità da arrabbiato (stridore di denti) e piangendo per la propria stupidità.

La parabola dei talenti contiene un insegnamento ed un avvertimento di grande importanza non solo per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini, perché allude al ritorno di Gesù per il giudizio universale. Quando ritornerà, egli esigerà di sapere da noi che ne abbiamo fatto del nostro tempo, della nostra vita e dei “talenti” che abbiamo ricevuto, cioè delle nostre capacità. Il premio per il buon uso sarà la partecipazione alla gioia del Signore nel suo Regno. La parabola ci consegna un insegnamento fondamentale: Dio non ci chiederà conto dei nostri successi personali, perché ciò dipende in buona misura dai talenti che abbiamo ricevuto, ma della fedeltà, della costanza e dell’amore con cui avremo assolto ai nostri doveri, anche se i più umili e i più consueti. Non tutti siamo dei geni né siamo tutti dotati di mezzi fisici o psicologici fuori del comune; ciò che conta e vivere sempre con coerenza, onestà e semplicità usando dei doni che Dio chi ha dato per migliorare noi stessi ed il nostro prossimo. Il terzo servitore, malvagio e pigro, si è fatta un’idea bizzarra del padrone (di Dio), definendolo un uomo duro, che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso. Dio non ci ha creato per fregarci in questa e nell’altra vita, ma per amarci di amore infinito ed infinitamente generoso e non sa che farsene di uomini che rifiutano pervicacemente di corrispondere al suo amore alla stregua del servo infedele, che ha pure la faccia tosta di dirgli in faccia di aver paura di Lui, quasi a giustificarsi della propria pigrizia e malafede. Non diamo a Dio ciò che è esclusivamente frutto della nostra iniquità e falsità. Bisogna saper rischiare qualcosa nel proprio rapporto con Dio, senza pretendere di vivere sempre di rendita, sotterrando i propri talenti in una vita banale e senza slanci. Dio si aspetta da noi una risposta gioiosa al suo amore generoso e fedele e non ama la pigrizia e la falsità; ognuno deve darsi da fare per affrontare le difficoltà, che abitualmente incontra nella propria vita. I talenti possono significare, oltre alle capacità naturali proprie di ciascun uomo, anche i carismi ricevuti dallo Spirito Santo, come pure il Vangelo, la rivelazione, e la salvezza che Cristo ha trasmesso alla Chiesa. Tutti i credenti hanno il dovere di ritrasmettere questi doni all’intero genere umano, non solo a parole ma soprattutto coi fatti.

 

XXXIV  Domenica del Tempo Ordinario, Anno A

Solennità di Cristo Re dell’universo

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna» (Mt 25,31-46).

 

Ciò che colpisce negativamente della nostra società attuale è il diffuso materialismo, filosofico e pratico, l’affermazione urlata dei propri diritti, l’incapacità di contare fino a dieci per dare al prossimo l’opportunità di parlarci e di comunicarci un proprio disagio, il possesso avido dei beni materiali, l’insensibilità verso i più sfortunati, l’indifferenza per la vita propria ed altrui, il bisogno irrefrenabile di gridare la propria rabbia al mondo intero. Calma! Tanto, prima o poi, ci dovremo confrontare col giudizio di Dio e, in quell’occasione, tutta l’arroganza dell’umana natura si squaglierà come neve al sole della giustizia divina. Il profeta Ezechiele, membro della casta sacerdotale ebraica, visse da esiliato la tragica fine di Gerusalemme e del suo maestoso tempio, fatto costruire dal re Salomone e distrutto dalle armate di Nabucodonosor, re di Babilonia (587/586 a.C.). Per bocca del profeta, Dio annuncia il proprio intervento a salvaguardia della parte sana del popolo eletto: io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna […]; io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine. Questa chiamata a raccolta dell’intera umanità, attorno al suo Signore e Dio, suona come un monito. Gli uomini sono liberi di rapportarsi con Dio come figli o come nemici, ma non devono farsi soverchie illusioni qualora avessero deciso di fare a meno di Lui e delle sue premure amorose: andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia. Fino all’ultimo, infatti, Dio fa e farà di tutto per non abbandonare alcun essere umano al proprio destino e, pur di salvare anche i malvagi, Egli è disposto a trascurare le altre pecore, rimastegli fedeli e ben al sicuro nel recinto, pur di andare alla ricerca della pecora perduta. Ma quando il tempo è scaduto, persino Dio deve arrendersi al rifiuto più ostinato ed ostile: ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capri. Quando saremo giunti davanti al trono di Dio, al termine del tempo che ci è stato concesso su questa terra, la misericordia e la giustizia del Signore saranno così abbaglianti e veementi da indurci ad essere, noi stessi, giudici del nostro operato e non ci daremo certo una pacca sulle spalle, perché ricorderemo per filo e per segno i pensieri, le parole, le opere e le omissioni con cui, durante la nostra umana esistenza, abbiamo cercato di imbrogliare il nostro Signore e Dio (I lettura). Quando l’uomo accetta il Signore come suo pastore, tutto il resto diventa inutile, vuoto e senza senso, anche se si trattasse del meglio che il mondo può offrire. Quando l’uomo decide di stare in compagnia di Dio, bontà e fedeltà saranno compagne tutti i giorni della sua vita (salmo responsoriale). I cristiani di Corinto sono motivo di preoccupazione per Paolo, perché amano le discussioni fine a se stesse, sono litigiosi, non del tutto liberi dai condizionamenti di una cultura e di una religiosità pagana superficiale e superstiziosa da cui l’apostolo ha cercato, in ogni modo, di sottrarli. Ai vanitosi e turbolenti cristiani di Corinto, Paolo rammenta che solo da Cristo essi hanno ricevuto la vita, perché risorgendo Egli ha vinto la morte e ridonato a tutti gli uomini una nuova vita in Dio. Quando la storia dell’uomo sarà giunta alla sua fine, Cristo Gesù, primizia di coloro che sono morti, consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza. In ogni modo le potenze di questo mondo cercano di opporsi al Regno di Cristo ricorrendo a violenze e persecuzioni di ogni genere; è necessario infatti che Cristo regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte. La sorte del mondo, però, è segnata perché quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti (II lettura). Il giudizio di Gesù, “Re e Signore” dell’intero universo, va ben oltre i confini della fede ebraica e della stessa fede cristiana, perché abbraccia tutti gli esseri viventi dotati di intelligenza e di volontà e, quindi, di capacità di scelta, esistenti su questo nostro pianeta ed in qualche altro sperduto angolo dell’universo. Tutti passeranno al vaglio del suo giusto, misericordioso ed insindacabile giudizio. Ciò che già avviene al termine della nostra esistenza terrena e che si concretizza con una sentenza di salvezza o di condanna eterna in base alle nostre scelte e conseguenti azioni, compiute in questo mondo, accadrà a livello cosmico quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Il “giudizio universale” non è una balzana idea, partorita dalla mente perversa dei preti per soggiogare le coscienze ed esercitare una dittatura morale sull’intera umanità, ma un’esigenza di “vera giustizia” scaturita da Dio stesso, il sommamente Giusto e l’infinitamente Santo, per vedere il quale a faccia a faccia occorre essere santificati e giustificati. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli, senza distinzione di fede, cultura, razza, religione od appartenenza sociale. Il giudizio non verterà tanto su “cosa” si è creduto, ma su “come” si è creduto: Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Molti affermano di non credere in Dio e se ne fanno pure un motivo di vanto, vivendo concretamente il loro ateismo chi con coerenza, ma rispettando la fede altrui, chi invece con astio o con odio portato alle estreme conseguenze. Il giudizio di Dio ne terrà conto, ma basandosi solo sui “gesti” di giustizia che ognuno avrà compiuto o no nella propria vita: il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Credenti od atei, tutti saranno considerati “benedetti” e degni di ricevere in eredità il regno solo se avranno compiuto opere di misericordia verso Dio aiutandolo e soccorrendolo negli altri uomini, loro fratelli: allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Per contro, saranno bollati per l’eternità come “maledetti” e degni di arrostire tra le fiamme del fuoco eterno, realistica rappresentazione dell’eterna lontananza da Dio, quanti non avranno aiutato, soccorso e consolato Dio, il quale soffre attraverso le sofferenze degli uomini suoi figli: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. Ci sono dei presunti teologi da strapazzo, i quali vanno affermando che l’inferno non esiste e che tutti gli uomini saranno salvati solo per i meriti della passione e morte di Cristo sulla croce, quasi che il sangue versato da Gesù funzionasse come una bella spugna che tutto cancella e tutto dimentica. Nel vangelo odierno, dunque, Gesù ci anticipa la scena del giudizio universale; dal suo trono, sul qual siede come Re dell’intero universo, Egli giudicherà le azioni e le intenzioni di tutti gli uomini, non facendo distinzione di fede e di appartenenza a questa o quella religione; le pecore simboleggiano coloro che hanno saputo amare Dio attraverso gesti concreti di amore per il prossimo, mentre le capre rappresentano tutti quelli che, davanti alle esigenze materiali e spirituale dei fratelli, hanno chiuso gli occhi, gli orecchi ed il cuore facendo finta che questi non esistessero nemmeno. Ciò che molti uomini non vogliono sentirsi dire è il contenuto dell’ultima affermazione di Gesù: e se ne andranno, questi [i malvagi] al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna. I negatori dell’inferno sono serviti, insieme alle loro elucubrazioni teologiche da strapazzo. Non facciamoci illusioni; ogni debito di giustizia nei confronti di Dio dovrà essere saldato, con relativi interessi. Chi oggi ride di Dio e lo deride nei fratelli, avrà modo e tempo di rimpiangerlo per l’eternità.