Casella di testo: Santuario Diocesano dell’ Eucaristia
 
Monastero del Sacro Cuore - Via Trento 27 - Vigevano  (PV) 
 
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Casella di testo: Ordine Adoratrici Perpetue del SS. Sacramento

 

 

 

 

 

 

 

 

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XXII Domenica del Tempo Ordinario, Anno A

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni» (Mt 16, 21-27).

Tutti si aspettano, discepoli in testa, che Gesù sia finalmente il messia tanto atteso: potente, valoroso ed invincibile guerriero, capace di sbaragliare con l’aiuto dell’Altissimo i dominatori romani. D’altra parte, Gesù ha dimostrato di saper compiere prodigi inauditi e chi, meglio di Lui, potrebbe indossare i panni del liberatore promesso dai profeti? Pietro ha da poco espresso a Gesù il suo pensiero su di Lui: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Quelle parole gli sono uscite di bocca di getto, quasi senza che se accorgesse; gli sono scaturite dal profondo del cuore e Gesù gli ha confermato che la sua affermazione è venuta da Dio stesso. Ora, però, Gesù comincia a dire cose strane: deve soffrire molto per colpa delle persone più in vista del popolo ebraico, venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro si sente crollare il mondo sotto i piedi: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Il fedele apostolo si era già immaginato parte di un progetto trionfale ed ora il suo Maestro gli sta mandando in frantumi i sogni di gloria, perché parla di sofferenza e di morte in un momento in cui tutti si aspettano, invece, canti di gioia per una libertà riconquistata. Come se non bastasse la delusione provata nel sentirsi annunciare sofferenze e morte, Pietro si busca pure una lavata di capo da parte dell’amato Maestro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Pietro ha una visione distorta della missione del Messia e ciò non è frutto dell’ispirazione di Dio, ma della perversa mentalità di “satana” (letteralmente, avversario), il quale fonda tutta la propria malefica attività nel cuore dell’uomo sulla logica della violenza, della forza bruta, della prevaricazione, dell’orgoglio e del dominio. Al contrario, Dio è la quintessenza della bontà, dell’amore, del perdono e della misericordia e chi vuole compiere la volontà del Signore deve adeguarsi al suo modo di agire e di pensare, non a quello di “satana”. A questo punto, Gesù chiarisce il suo modo di qualificare i veri discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Pietro e, con lui, tutta la Chiesa (cioè, ogni “cristiano”), deve cambiare mentalità in modo radicale, deve convertirsi e volgersi totalmente al Messia reale, umile servo di Dio, non violento e pronto a soffrire, il cui incarico è portare su di sé il peso di tutti i peccati dell’intera umanità donando a tutti l’unica vera pace possibile, che scaturisce soltanto da Dio e non dalle dinamiche violente di “satana”. Per essere veri seguaci di Cristo, dunque, occorre rinnegare se stessi, respingendo la tentazione di mettersi al centro dell’attenzione del mondo e di considerarsi indispensabili al benessere materiale e spirituale dell’intera umanità, prendere la propria croce, dimostrandosi disponibili ad affrontare difficoltà, incomprensioni, derisioni e persino la morte pur di compiere fedelmente la volontà di Dio nel servizio dei fratelli e, infine, seguire Gesù, sposando in toto il suo modo di pensare e di agire. Il Vangelo deve diventare il vero vademecum dei cristiani, non solo un bel libro da esporre nella propria biblioteca e da esibire all’occorrenza quando si vuole fare sfoggio di cultura religiosa, citando a memoria delle belle frasi da usare alla maniera di saggi proverbi o di sentenze di condanna per l’ignoranza altrui. Conoscere a memoria il testo evangelico non significa essere, di conseguenza, dei cristiani veraci. Tra il dire ed il fare c’è di mezzo il solito classico mare di presunzione e di vanità da superare. La via della salvezza, percorsa da Gesù, è segnata dalla volontà del Padre: Egli è il Messia totalmente sottomesso al Padre, di cui compie il disegno di salvezza anche a costo di sacrificare la propria vita sulla croce. Avendo scelto l’umiltà del servo ed il dominio dell’umile, Gesù è stato respinto dalle autorità del suo popolo, che avrebbero preferito un messia ben diverso, potente e forte. Allo stesso modo, i cristiani devono resistere alla tentazione di costruirsi un Dio differente da quello della croce: chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. La croce, abbracciata da Gesù come simbolo estremo di servizio per il prossimo, è pur sempre uno strumento di sofferenza e di morte ma, anche per il cristiano desideroso di mettersi alla sequela di Gesù, essa è il mezzo prescelto da Dio per scoprire la sua volontà ed assumerla responsabilmente nella propria vita. Solo rinunciando alla propria volontà, si può essere disposti a compiere quella di Dio, il quale chiede a ciascuno di noi di svolgere nella vita un compito specifico che non può essere assunto da altri. A ciascuno la propria croce, nella consapevolezza che quando noi soffriamo anche Lui soffre con noi: «quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? Il Figlio dell’Uomo renderà a ciascuno secondo le sue azioni». Le parole non bastano più, una religiosità superficiale, basata sulla partecipazione stanca ed abitudinaria al culto della tradizione cristiana o sulla recita distratta di preghiere mandate a memoria come filastrocche infantili, non è sufficiente per salvarsi dal “regno di satana”. Per essere veri cristiani occorre accettare il peso della propria croce, il che implica la disponibilità ad accogliere l’altro ed a servirlo, amandolo come se stessi, eliminando comportamenti altezzosi ed egoistici che causano solo sofferenza al prossimo.

XXIII Domenica del Tempo Ordinario, Anno A

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro»
(Mt 18, 15-20).

Le relazioni umane, da quelle familiari a quelle sociali, sono ormai avvelenate da un sostanziale egoismo che mettono tristemente gli uni contro gli altri, con la conseguente distruzione del nucleo familiare, cellula fondamentale di ogni società umana e l’inquinamento dei rapporti tra tutte le componenti di una qualsiasi organizzazione sociale. Anche la Chiesa non è immune da questo clima di diffidenza e da atteggiamenti non proprio “fraterni”. La correzione fraterna, raccomandata da Gesù, sta diventando una chimera anche per una comunità cristiana perché sta prevalendo l’idea che ciascuno deve farsi gli affari propri. Il concetto molto “laico” di privacy sta, in realtà, mascherando una diffusa indifferenza verso il prossimo. Il profeta Ezechiele era un sacerdote ebreo vissuto a cavallo del VII-VI secolo avanti Cristo; deportato a Babilonia prima della distruzione della città di Gerusalemme (586 a.C. circa), egli fu investito da Dio del dono della profezia, esercitata soprattutto mediante azioni simboliche la cui stranezza aveva indotto i suoi connazionali, deportati insieme a lui in Mesopotamia (attuale Iraq), a giudicarlo un po’ strambo, se non del tutto fuori di testa. Ovviamente, Dio la pensava diversamente. Avendo costituito Ezechiele come sentinella per gli Israeliti ed ammonendolo di avvertirli da parte sua. L’empio è colui che sceglie di vivere violando apertamente e volontariamente la legge di Dio. Ebbene, anche agli empi Dio vuole donare una chance di salvezza. Il compito di Ezechiele era quello di ammonire gli empi del suo popolo, invitandoli alla conversione e, al tempo stesso, si sentì ammonire lui stesso da Dio: se il profeta si fosse sottratto, per timore o convenienza, al compito ricevuto da Dio, sarebbe stato responsabile della rovina dell’empio (I lettura). Il salmista invita ad ascoltare la voce del Signore Dio, roccia della nostra salvezza ed a non indurire il cuore quando ci chiama a convertirci a Lui, che è nostro pastore e guida. La comunità dei credenti è popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce alla salvezza (salmo responsoriale). Paolo non ha molti dubbi circa l’estrema semplicità della morale cristiana, che ogni credente deve mettersi bene in testa senza tante elucubrazioni mentali. Gesù, infatti, ha insegnato che l’intero Decalogo è sintetizzabile in un solo comandamento: l’amore (per Dio e per il prossimo). Chi ama, ribadisce Paolo, non può fare alcun male al suo prossimo (II lettura). Sono due i messaggi lasciatici da Gesù nel vangelo odierno. In una comunità di credenti, la fede è distribuita in modo disomogeneo: c’è chi vive intensamente il suo rapporto con Dio e chi, invece, si ferma sulla soglia della chiesa, senza mai entrarci se non per partecipare, da spettatore distratto, a qualche matrimonio o funerale; c’è chi si professa credente, ma non praticante e chi vive molto ai margini della comunità dei credenti per motivi ideologici, psicologici o culturali. Gli scandali che coinvolgono anche gli uomini di Chiesa sono, a dire il vero, più una concausa, che la vera causa dell’allontanamento di molti battezzati dalla fede o dalla pratica religiosa. Qualunque sia la causa della colpevole lontananza da Dio da parte di tanti cristiani, Gesù chiede ai suoi seguaci di comportarsi con carità e delicatezza nei confronti di chi commette una colpa. La correzione fraterna richiede cautela e misericordia, se si vuole riportare in seno alla Chiesa quanti se ne sono allontanati, spesso per colpa del comportamento incoerente di chi si professa “credente e praticante”. Compito di una comunità cristiana che si rispetti è di riformare la “famiglia di Dio”, facendo sì che nella Chiesa tutti si sentano veramente fratelli e figli dell’unico Dio, il quale si è rivelato come una famiglia di Tre Persone che l’Amore unisce in un Solo ed Indivisibile Dio. Il secondo insegnamento concerne la presenza certa del Signore nella comunità che prega. Se presumiamo che la realtà soprannaturale della Chiesa si fondi sui grandi numeri, siamo fuori strada. Per essere vera comunità cristiana o assemblea (in greco, ekklesìa, da cui deriva il vocabolo italiano Chiesa), bastano “due o tre riuniti nel suo nome” per domandare qualunque cosa a Dio Padre nel nome di Cristo Signore (vangelo). Non lamentiamoci se le nostre chiese sono sempre più deserte e se i fedeli che frequentano le cerimonie religiose si contano sulle dita di una mano; chiediamoci, piuttosto, se ci può essere del demerito da parte nostra quando qualche nostro fratello fa fatica a varcare la soglia della chiesa a causa dei nostri comportamenti poco caritatevoli od apertamente incoerenti. Attira più mosche una goccia di miele che un litro d’aceto! Gesù ha una sola preoccupazione: salvare il salvabile, anche al di là di ogni più rosea speranza e di ogni logica umana. Il peccatore non deve essere condannato in primo grado, ma deve avere le sue occasioni di riscatto ed è necessario fornirgli tutte le possibilità per ravvedersi e convertirsi dal suo errore. Gesù se le inventa tutte, pur di non dover pronunciare una parola di condanna. Ciò che interessa a Gesù è la correzione amabile, cordiale, senza alzare la voce e senza ergersi a giudici intransigenti della debolezza altrui, perché nessuno è infallibile od immune da colpa. Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo. Inutile fare le sceneggiate, che ottengono lo scopo di far inalberare il fratello e di renderlo ostinato nel suo errore per partito preso; un po’ di psicologia, sembra suggerire Gesù, non guasta mai. Meglio chiarirsi a quattr’occhi e senza orecchie indiscrete, perché si sa molto bene che i pettegoli non mancano mai e che sono sempre pronti ad aggiungere del loro: una colpa piccola si trasforma, nella mente dei linguacciuti e dei petulanti, in tragedia. Gesù, però, non è uno sprovveduto e sa benissimo che la natura umana è ribelle. Se il fratello, ammonito con delicatezza ed invitato con dolcezza a cambiare atteggiamento, non recede da un comportamento scorretto, o apertamente peccaminoso, non bisogna scoraggiarsi; per pronunciare sentenze di condanna, c’è sempre tempo. Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Forse non si è stati sufficientemente convincenti o, forse, chi cerca di correggere il fratello è stato, a sua volta, occasione egli stesso di scandalo in qualche altra occasione. Quindi, meglio essere prudenti e ricorrere all’aiuto di qualcun altro; due o tre testimoni seri e di sicuro affidamento possono essere, di solito, sufficienti a far ricredere l’errante ed indurlo a riflettere sui propri errori. E se così non fosse? Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità. L’assemblea dei credenti ha la suprema autorità per giudicare chi si rende responsabile di errori in materia di fede o di morale. L’assemblea presieduta dal responsabile della comunità dei credenti (il vescovo, in greco epìskopos, è colui che sorveglia e sovrintende la comunità), rappresenta l’ultimo grado di giudizio cui può eventualmente appellarsi il peccatore, sempre che lo voglia per davvero: se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. Quando ogni tentativo di “correzione fraterna” sia risultata inefficace, meglio affidare il peccatore al giudizio inappellabile di Dio, che scruta le profondità del cuore degli uomini e nulla si lascia sfuggire. Si può farla franca davanti al giudizio degli uomini, ma non davanti al giudizio di Dio. Ognuno di noi ha un suo “tempo” per sbagliare, ricredersi, pentirsi, convertirsi e cambiare atteggiamento, ma quando giunge la nostra ora di lasciare questo mondo ed i giochi sono fatti, non si può più tornare indietro. Ciò che è fatto è fatto. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. Il perdono di Dio si rende attuale attraverso il perdono dei suoi ministri, i sacerdoti, mediante il sacramento della Riconciliazione, ma se l’uomo si sottrae al perdono di Dio non ha scampo. Ciò che è perdonato sulla terra, è perdonato anche in cielo, ma ciò che non è perdonato in terra non può essere perdonato neppure in cielo. Impartita la lezione sulla correzione fraterna, Gesù passa ad una seconda lezione: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro. Pregare da soli è buona cosa, ma pregare il Padre almeno in due o tre è molto, molto meglio. Ci lamentiamo perché le nostre chiese sono sempre più deserte, ma non è il numero dei credenti a rendere un’assemblea (o chiesa) più credibile o migliore testimone di Dio agli occhi del mondo. Non contano per Dio le folle numerose di credenti più o meno convinti, ma Egli apprezza la qualità del cuore di chi lo cerca e si rivolge a Lui con amore filiale. Per essere Chiesa, basta essere due o tre riuniti nel suo nome per pregare e per amare, poiché dove sono due o tre riuniti nel suo nome, lì è Lui in mezzo a loro. Ma allora, Dio si accontenta di salvare poche persone, i cosiddetti “eletti”? No di certo, Dio vuole salvare proprio tutti gli esseri umani, altrimenti che senso avrebbe avuto la morte in croce di Suo Figlio? Il discorso da fare è un altro. Non sono le grandi folle che fanno “grande” la Chiesa di Cristo, ma è Dio, il quale col suo Amore infinito ci dimostra di poter compiere strepitosi prodigi di salvezza anche partendo da piccoli numeri, da piccole comunità di credenti come potrebbe esserlo una qualsiasi famiglia umana, composta da due (i coniugi) o tre persone (mettiamoci pure anche un figlio, come minimo). Non per nulla Dio è una “famiglia” di tre Persone che si amano al punto tale che i Tre sono Un solo, unico ed indivisibile Dio. Neppure i più grandi santi venuti sinora al mondo possono, per virtù propria, convertire anche un solo peccatore perché, senza Dio, sono anch’essi dei semplici uomini ed inclini al male come tutti gli altri. Solo la grazia di Dio può addolcire i cuori più induriti e piegarli al suo volere, pur scegliendo di raggiungere l’intelligenza, la volontà e la capacità di amare di ciascun uomo attraverso le preghiere, i sacrifici e le sofferenza dei santi. Quando entriamo in chiesa, non facciamo il conto di chi c’è e di chi manca, non perdiamoci in chiacchiere inutili ed evitiamo i pettegolezzi; cerchiamo, piuttosto, di sintonizzarci coi sentimenti di amore, di fiducia, di riconoscenza e di speranza che ogni singolo credente porta dentro di sé con l’intenzione di depositare tutto il proprio essere, fragile e peccatore, ai piedi dell’altare di Cristo. Non ci salviamo da soli né siamo amati da Dio perché portatori di qualche eroica virtù; siamo tutti nella stessa barca e remiamo tutti verso la medesima direzione, che è Dio e Lui soltanto, fonte di ogni bontà e di ogni bene. Ricordiamoci, almeno qualche volta, di lasciare sulla soglia della chiesa la nostra ambizione ed il nostro egoismo ed accostiamoci all’altare di Dio con la disponibilità ad offrirgli le nostre miserie in cambio del suo perdono e, tutti insieme, ad elevare a Lui il nostro canto di lode e di ringraziamento senza pretendere di essere più puri e più santi degli altri. Il resto lo fa sempre e soltanto Lui, il santissimo ed onnipotente Signore.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

XXIV Domenica del Tempo Ordinario, Anno A

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello» (Mt 18,21-35).

“Il peccato dell’uomo è un pugno di sabbia, la misericordia divina un mare sconfinato” (s. Serafino di Sarov). L’uomo fa terribilmente fatica a riconoscere i propri errori ed a perdonare i torti subiti, ma è propenso, piuttosto, a giustificare le proprie debolezze ed a vendicarsi per aver ricevuto un danno dal prossimo. È davvero difficile mettere in pratica il precetto evangelico del perdono, ma su questo punto Gesù è stato irremovibile: se non sappiamo perdonare, non entreremo nel Regno di Dio, nel quale non trovano cittadinanza la ripicca, l’ira, il risentimento, la vendetta e l’astio. L’autore del Siracide ci consegna un elenco di raccomandazioni per non incorrere nel giusto castigo di Dio, precisando che rancore e ira sono cose orribili coltivate da ogni uomo nel proprio cuore in quanto tutti sono peccatori per natura. Chi matura dentro di sé sentimenti di odio e di vendetta farà, prima o poi, i conti con Dio, il quale tiene sempre presenti i peccati di ciascuno. Come è possibile pretendere di essere aiutati dal Signore nelle nostre necessità materiali e spirituali se non si ha misericordia per i nostri simili? Ricordandoci di ciò che ci aspetta alla fine della nostra vita, è meglio esprimere sentimenti di perdono e di misericordia per non dover subire il severo giudizio di Dio (I lettura). Il salmista ci invita a non dimenticare i benefici ricevuti da Dio in termini di misericordia e di perdono perché, pur avendone tutti i sacrosanti motivi, non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe. Nessun uomo, infatti, è immune da colpa (salmo responsoriale). Con la solita incisività di pensiero, Paolo ci rammenta che in questa vita nessuno di noi vive o muore per se stesso, ma che il vero ed unico fondamento della nostra esistenza è solo il Signore, il quale ha inteso dare un senso compiuto alla nostra esistenza facendo di noi dei redenti, dei salvati, cancellando la nostra colpa mediante il dono della propria vita sulla croce. Cristo è morto ed è ritornato alla vita per essere il Signore di tutti noi, Padrone incontrastato della nostra vita e della nostra morte (II lettura). Pietro si avvicina a Gesù per fargli una domanda “esistenziale” di grande importanza per la vita dell’uomo, sia a livello individuale che sociale. Il verbo usato dall’evangelista non è casuale, perché tra l’uomo, qualunque uomo, impersonato da Pietro e l’Uomo Gesù c’è uno scarto di valore tale da segnare una vera distanza abissale, dal momento che Gesù è anche Dio. Gesù è la Legge fatta persona umana e ciò che Egli dice all’uomo ha valore di legge universale, che tutti gli uomini devono osservare se vogliono raggiungere la vita e la felicità eterna. «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». Pietro la prende un po’ alla larga. Per prima cosa, non considera se stesso come un peccatore alla stregua di tutti gli esseri umani, ma si mette cautamente nei panni di un giusto che viene offeso da un “cattivo” fratello. Il comportamento di Pietro sembra un tantino imprudente, perché evita di considerarsi lui stesso colpevole di qualche ingiustizia nei confronti del prossimo, ma Gesù fa finta di nulla e lo lascia parlare, perché sa già dove l’apostolo vuole andare a parare: quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte? Il perdono richiede una grandezza di cuore ed un’apertura di mente tali da vincere l’animalesco istinto della vendetta. Perdonare una volta sarebbe già tanto, ma sette volte è uno sproposito inaudito, perché equivale ad un sonoro sempre. Devo dunque perdonare “sempre”? Pietro non si aspetta certo il genere di risposta che Gesù sta per dargli: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette». Per il significato simbolico dei numeri, la risposta di Gesù significa che bisogna perdonare all’infinito. Senza eccezioni. Per esprimere meglio il significato della sua affermazione, Gesù ricorre ad una parabola. Un re è creditore nei confronti di un suo servitore per una cifra esageratamente grande: diecimila talenti. Una quantità di denaro impressionante per quei tempi, anche per un uomo facoltoso (equivalente a 55 milioni in oro delle vecchie lire, 30 mila euro attuali), specie se consideriamo che la paga giornaliera di un bracciante o di un operaio di allora non raggiungeva nemmeno i 10 centesimi attuali! Quando il re convoca il servitore per farsi restituire il debito, costui comincia ad esibirsi in una “sceneggiata” del tutto comprensibile, avendo il re appena sentenziato che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Una vita rovinata, chissà per quanto tempo. Forse per sempre. Il servitore, prostrato a terra, lo supplica dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Sembra di rivivere la piaga dell’usura dei nostri giorni. La fortuna del servo, carico di debiti, è di avere come padrone un re magnanimo, di buon cuore, che si commuove e si lascia convincere non a dilazionare la restituzione del debito, ma a cancellarlo del tutto. Il gesto di inaudita generosità del re rassicura il servo, ma ne fa emergere anche una brutta qualità, perché costui è una vera canaglia. Appena uscito, quel servo trova uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Debitore di una cifra spropositata, il servo del re è a sua volta creditore di pochi spiccioli nei confronti di un collega di servitù, ma non ha un cuore altrettanto generoso nei confronti del compagno di sventura. Una guerra tra poveri, insomma. Invece di applicare lo stesso metodo del re, che gli ha condonato tutto, il servo graziato si comporta come un vero criminale della peggior specie: fece gettare in prigione il collega suo debitore, fino a che non avesse pagato il debito. Il diavolo fa le pentole ma dimentica i coperchi: visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. La cattiveria non paga mai, anche se fa più rumore del più grande gesto di bontà. Saputo dell’accaduto, il re convoca il servo malvagio e non si limita a rifilargli una ramanzina ma lo consegna addirittura in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. La parabola suggerisce una morale: Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello. Le cronache quotidiane ci consegnano schegge di violenza e reazioni di vendetta da far rabbrividire di vergogna una qualsiasi società che pretende di essere civile, segno che la lezione di Cristo ha inciso ben poco nella nostra quotidianità. Lo scandalo diventa più vergognoso quando sono le stesse comunità ecclesiali a diventare teatro di ripicche, gelosie, calunnie, vendette ed incomprensioni. Attenzione: se Dio non paga di sabato, paga di domenica (nel senso che il giudizio di Dio pende su chi non sa praticare la misericordia ed il perdono e paga con la stessa moneta). La comunità cristiana non è composta da gente immune da colpa, ma da redenti, da salvati, da perdonati e proprio per questo deve essere luogo di misericordia e di perdono.

XXV Domenica del Tempo Ordinario, Anno A

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi». (Mt 20,1-16)

La parola meritocrazia è tanto brutta da pronunciare quanto apprezzata dalle moderne società, che vogliono premiare i cittadini più meritevoli per ingegno, capacità e dedizione al lavoro, garantendo loro un futuro roseo e ricco di soddisfazioni e di remunerazioni, senza il traballante appoggio delle sciagurate raccomandazioni. Tutto umanamente molto giusto e pedagogicamente apprezzabile, ma nel campo dello spirito le cose non funzionano esattamente così: il vangelo di oggi si conclude con una frase ad effetto, che fa arricciare il naso ai benpensanti delle società più evolute del nostro tempo: gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi. Nel Regno di Dio le cose funzionano, dunque, tutte alla rovescia. Il profeta Isaia (quello noto agli studiosi come Deutero-Isaia), ci consegna una raccomandazione di tutto rispetto: Cercate il Signore, mentre si fa trovare. Già, perché il Signore bussa molte volte alla porta della nostra esistenza per farsi ascoltare e per farsi cercare da noi come sostegno insostituibile dei nostri sogni, progetti e speranze ma, purtroppo, arriva per tutti il momento in cui sfumerà anche l’ultima occasione della nostra vita per cercare e trovare il Signore, abbandonando ogni gesto empio ed ogni pensiero iniquo. Il termine peccato rende bene il significato di empietà e di iniquità relativamente alla condotta morale di tutti gli esseri umani. La misericordia ed il perdono di Dio non mancheranno mai per coloro che si convertono e chiedono perdono a Lui delle proprie colpe, ma è inutile cercare delle scappatoie alla sua giustizia, confidando nelle nostre buone intenzioni. Il modo di pensare di Dio, infatti, è molto diverso dal nostro e la nostra scala di valori è molto differente dalla sua. Noi diamo valore all’apparenza, Dio invece apprezza la sostanza del nostro operato (I lettura). Il salmista contempla la grandezza di Dio, che è misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore e desidera benedirlo e lodarlo in eterno e per sempre poiché egli è buono verso tutte le sue creature. Chiunque invochi il Signore Dio con sincerità di cuore e di mente, può contare su di Lui (salmo responsoriale). L’apostolo Paolo è molto affezionato ai cristiani della comunità della città di Filippi, dai quali ha ricevuto segnali molto confortanti di fedeltà al Vangelo da lui predicato. A costoro, l’apostolo regala una lettera ricca di affetto e di osservazioni assai interessanti dal punto di vista teologico e morale. Gesù è il chiodo fisso di Paolo, il quale ha messo al centro della propria esistenza la Persona umana e divina di Cristo, al punto da dichiarare che la sua unica ragione di vita è vivere con Gesù e morire per Gesù. Paolo sa di non avere un carattere facile ed è consapevole di aver commesso molti errori nella sua vita, ma di una cosa è certo: Cristo sarà glorificato nel suo corpo, sia che egli viva sia che egli muoia perché, al pari di ogni cristiano, egli è stato completamente trasformato da Gesù e dalla grazia di Dio, nonostante le proprie fragilità umane. Ognuno vive sulla propria pelle le contraddizioni della natura umana, ma su un punto il cristiano non deve transigere: comportarsi in modo degno del vangelo di Cristo. Anche i nemici di Cristo devono poter riconoscere “a naso” un vero cristiano non tanto dalle parole che dice, ma dal comportamento, che deve essere coerente con quanto ha insegnato Gesù. Questa è l’unica ragione per cui valga veramente la pena di vivere: essere testimoni credibili di Cristo agli occhi del mondo intero (II lettura). Per far comprendere quanto grande sia la bontà del Padre suo, Gesù ricorre ad una parabola che farebbe rizzare i capelli anche ad un sindacalista dalle vedute più radicali. Il regno dei cieli è simile a … Ci risiamo. Gesù vuole far capire ai suoi discepoli di allora, di oggi e di domani non cos’è Dio, ma chi è Dio. La nostra società, che tutto consuma e nel modo più rapido possibile, si è ormai abituata a “cosificare” tutto, anche Dio e le realtà spirituali, perdendo il senso del rapporto personale che, tutt’al più, può essere assunto come surrogato di una realtà virtuale. Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Il ritratto di Dio, tratteggiato da Gesù, ha come sfondo un paesaggio bucolico, in cui spicca una vigna a malapena illuminata dai primi raggi di sole all’alba. Un padrone di casa, la sua vigna, l’alba di un giorno come tanti, i lavoratori a giornata in trepida attesa di essere assunti per uno stipendio dignitoso. Il proprietario della vigna esce di primo mattino per cercare dei braccianti, i quali, in cambio di un compenso giornaliero concordato, devono prestare la loro opera nella vigna sino al tramonto. Costoro accettano liberamente il contratto di lavoro, ma il padrone si vede costretto ad uscire in orari diversi per cercare altra manodopera e persino un’ora prima del tramonto trova braccianti disposti a lavorare nella sua vigna. Questi ultimi sono stati costretti a bighellonare perché nessuno li ha ingaggiati fino a quel momento e, pur di guadagnare qualcosa, hanno accettato un lavoro part-time, seppure poco remunerativo. Fin qui, nulla di strano. È al momento di pagare lo stipendio ai braccianti che avviene il “fattaccio”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi. Il padrone della vigna incarica il fattore di pagare gli operai partendo dagli ultimi arrivati: un denaro ciascuno, la somma pattuita con i braccianti ingaggiati all’alba. Se il padrone ha pagato un denaro agli ultimi operai della giornata, chissà cosa avrà in mente di dare a quelli che si sono rotta la schiena lavorando dodici ore di fila! Un’aspettativa più che legittima, ma il proprietario della vigna riesce proprio a deludere gli operai della prima ora, che ricevono lo stesso compenso ricevuto da quelli che hanno lavorato un’ora sola. I braccianti assunti all’alba mugugnano amareggiati: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Anche noi ci comportiamo così con i convertiti dell’ultima “ora”, pensando di dover godere di maggior considerazione e rispetto per il solo fatto di essere “sempre” andati in chiesa, di aver “sempre” frequentato l’oratorio e le catechesi del parroco, di aver “sempre” prestato il nostro aiuto nell’organizzare cene, pellegrinaggi e processioni o per aver fatto le pulizie in chiesa. Il nuovo che arriva ci porta via, in fondo, un po’ di spazio e di visibilità agli occhi della comunità parrocchiale o di questo o quel gruppo pastorale. Chi giunge ultimo nel Regno di Dio non è detto che sia meno degno di entrarvi rispetto a chi vi ha avuto accesso molto tempo prima di lui. Quanto hanno ancora da imparare dalla generosa bontà di Dio tanti cristiani bigotti ed infingardi delle nostre sempre più asfittiche comunità ecclesiali! La risposta del padrone della vigna è tagliente. “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi. L’invidia è una gran brutta cosa, specie se affonda le sue radici nel cuore di un cristiano, che deve solo ringraziare e lodare il Signore perché col suo amore raggiunge e trasforma la vita degli uomini di ogni lingua, razza e cultura. Il Regno di Dio è composto, innanzitutto, da persone in relazione tra loro, ma non in condizioni di assoluta parità e, poi, è anche arricchito da un contesto ambientale in cui ognuno svolge un proprio ruolo: Dio è il padrone di casa che organizza il lavoro e provvede al giusto compenso per l’opera prestata, gli uomini sono i lavoratori a giornata che devono pulire, potare, curare, raccogliere i frutti della vigna, che è l’immagine del popolo di Dio. Il padrone è mattiniero e si mette in cerca di operai alle prime luci dell’alba; sembra proprio che Dio abbia fretta di prendersi cura del suo popolo e non ha paura di farsi “aiutare” dagli uomini, al punto di andare a cercare ovunque dei lavoratori per la sua vigna ad ogni ora del giorno. La salvezza non ammette ritardi, intoppi o neghittosità di nessun tipo e Dio è un padrone preciso, meticoloso ed anche generoso, oltre che giusto, come riferisce la parabola e, per giunta, non obbliga nessuno a lavorare per lui, ma sa apprezzare il lavoro dei suoi collaboratori, anche quando questi sono più interessati al “denaro” che a fare gli interessi del padrone. E che dire del fatto che il padrone della vigna paga allo stesso modo gli operai della prima ora e quelli dell’ultimo scorcio di giornata? Dio è fatto così, gli “ultimi” occupano un posto particolare nel suo cuore: quelli colpiti da sventure, o che fanno fatica a vivere, che hanno visto i loro sogni infrangersi contro la dura realtà del vivere quotidiano, che restano senza lavoro e non sanno come fare a mantenere la famiglia, che sono colpiti da una malattia che non lascia scampo, che sono costretti da gente senza scrupolo a vendere la propria dignità pur di sopravvivere, che muoiono dimenticati da tutti. L’elenco degli “ultimi” è lungo, interminabile, ma chi si preoccupa mai di costoro in una società che dedica le prime pagine dei rotocalchi solo a chi è bello, forte, fortunato, ricco e famoso? Dio sì, anche se qualche sapientone che campeggia dagli schermi televisivi ci vuole raccontare un’altra storia, la propria, non quella di Dio che ama gli uomini con un amore impossibile, ma vero. Perché poi dà così tanto fastidio pensare, credere o sperare che ci sia lassù od in mezzo a noi Qualcuno che ci ama per davvero? La logica del tutto umana, secondo la quale chi prima arriva meglio s’accomoda, emerge prepotentemente dalla parabola. Il vero cancro che distrugge le relazioni umane ed il rapporto tra l’uomo e Dio è l’invidia, vera figlia del diavolo. Con questa bella ed intrigante parabola, Gesù ci dice dunque “chi è” Dio (o Regno di Dio: è la stessa cosa), cioè un Padre buono, premuroso, generoso, innamorato degli uomini, giusto e misericordioso, che comprende la sofferenza di chi si trova all’ultimo posto e che non fa preferenze di merito, tanto da rovesciare la scala di valori preferita dagli uomini, i quali premiano chi arriva primo e manco degnano di uno sguardo chi si piazza all’ultimo posto. Gli operai della prima ora fanno venire in mente, col loro comportamento ed i loro mugugni, certi personaggi delle nostre comunità ecclesiali, che per il solo fatto di non perdersi una messa nemmeno nei giorni feriali o perché sono dediti a mille attività pastorali, presumono di dover ricevere qualcosa in più degli altri, dimenticando di essere al servizio del Signore e non di se stessi. Anche a costoro va il monito di Gesù: gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi.

XXVI Domenica del Tempo Ordinario, Anno A

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli» (Mt 21,28-32).

Il dramma spirituale vissuto da molti cristiani è il “conformismo”. Ci si accontenta di una pratica religiosa abitudinaria, di facciata, tradizionalista ed acritica, ma davanti ad una questione di fondamentale importanza per la propria fede, ci si nasconde e ci si appella al comune “buon senso”, adeguandoci a ciò che dicono o fanno tutti “gli altri”, generalmente poco benevoli nei confronti di Cristo e della sua legge. Che pena! Il profeta Ezechiele si rende portavoce di un contenzioso vivace tra Dio ed il popolo d’Israele. Gli ebrei accusano Dio di non fare il suo “dovere”, specie quando non “fulmina”, seduta stante, quelli che non rispettano la Legge. Poiché essi sono rispettosi di tutte le norme contenute nella Legge, non possono accettare l’idea di un Dio che “vive e lascia vivere” anche chi merita di morire per la propria malvagità. Dio, però, ribalta l’accusa e taccia gli ebrei di ipocrisia. Non sono forse loro, gli ebrei, a peccare di ottuso orgoglio e di criminale impazienza? Perché non consentire ad un “malvagio” l’opportunità di ravvedersi, di convertirsi e di cambiare modo di vivere in modo tale da potersi salvare? Per contro, anche un cosiddetto “giusto” può perdere la trebisonda e, rinnegando il proprio passato di giustizia e di fedeltà alla Legge del Signore, può saltare il fosso e fiondarsi nelle tenebre del male, da dove potrebbe anche non far più ritorno e perdere, così, la propria anima per sempre. Dio dà a tutti l’opportunità di salvarsi e lascia tutti liberi di rovinarsi con le proprie mani, poiché davanti alla libertà dell’uomo anche Dio si ferma e lascia decidere all’uomo cosa farsene della propria vita. Chi è in difetto, allora? Dio o l’uomo? (I lettura). Il salmista supplica Dio di non perdere l’abitudine di ricordarsi di essere misericordioso e, per contro, lo invita a non ricordarsi delle malefatte dell’uomo. Nella sua bontà, Dio indica a tutti gli uomini la via per salvarsi: la sua Legge. Chi osserva la Legge di Dio, infatti, facilmente trova la strada che conduce alla suprema felicità (salmo responsoriale). Paolo raccomanda ai cristiani di Filippi di non agire in seno alla comunità col solo scopo di mettersi in mostra, per vanagloria. È difficile non considerarsi superiori agli altri e mettersi al servizio del prossimo senza mirare ad un proprio tornaconto personale, ma è proprio ciò che deve fare il cristiano, se vuole avere gli stessi sentimenti di Cristo. Il bellissimo inno, che fa seguito a questa considerazione di “galateo” cristiano, ci spiega il succo della teologia di Paolo. In quanto vero Dio, Cristo Gesù si è letteralmente spogliato della propria sovranità divina per farsi uomo, anzi, l’ultimo degli uomini, al servizio di tutti ed è morto come uno schiavo, affrontando una morte infame come il peggiore dei criminali pur di non venir meno al proprio spirito di servizio a favore dell’intera umanità. Proprio per questa sua perfetta obbedienza al volere di Dio Padre, Cristo è stato assunto da Dio nella sua gloria ed è stato collocato al vertice supremo di tutto il creato, per essere riconosciuto come supremo Signore da tutti coloro che ancora vivono su questa terra, dagli esseri celesti e dalle anime che popolano l’oltretomba. Per rendere gloria a Dio Padre, tutti gli esseri dell’universo, appartenenti alla realtà materiale od a quella ultraterrena, devono dire e proclamare che Gesù Cristo è Signore! (II lettura). Davanti a sé, Gesù ha i “pezzi grossi” del suo popolo, quelli che comandano e che possono dire l’ultima parola su tutto, dalla religione alla politica. Per di più, costoro si sentono degli intoccabili, “dritti e duri”, un po’ come i parlamentari che reggono le sorti delle nostre nazioni, cui tutto è dovuto anche quando non se lo meritano affatto, innanzitutto perché sono al servizio della collettività e, in secondo luogo, perché hanno molto da farsi perdonare al pari di tutti gli altri. Orbene, Gesù ha parecchio da ridire sul comportamento etico e morale dei capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo e confeziona una gustosa parabola per mettere il dito nella piaga della loro miseria morale, con stile ed eleganza verbale. Un uomo aveva due figli, croce e delizia di tutti i genitori di questo mondo. Mia nonna diceva: non auguro del male a nessuno, ma a tutti auguro di avere dei figli. Già, perché un figlio può regalare mille soddisfazioni ai genitori, ma quando butta male può regalare l’inferno su questa terra. Detto tra noi, può accadere esattamente anche il contrario. Quest’uomo ha una vigna, che nella simbologia biblica rappresenta il popolo eletto, ma nel contesto della parabola è quello che sembra essere: una semplice vigna, un podere da coltivare, rassodare, ripulire e curare. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Dio, il padrone della vigna, vuole la collaborazione degli uomini per diffondere il lieto annuncio della salvezza e per portare a tutti il segno tangibile del suo amore mediante gesti di solidarietà, di bontà e di rispetto della dignità umana di ciascuno, dal più piccolo al più grande, dal più povero al più ricco. La risposta del primo figlio è di quelle che farebbero cadere le braccia anche ad un santo: non ne ho voglia. Il che equivale a dire: arrangiati, io ho altro da fare. Quante volte ci verrebbe voglia di fare altrettanto quando ci viene chiesto di impegnare un po’ del nostro tempo in qualche attività pastorale, perché sappiamo già di dover lavorare con persone che ci stanno antipatiche o che hanno il pregio di parlare sempre alle nostre spalle per criticarci a prescindere. Nella parabola risuona, in modo fragoroso, il silenzio del padre, che non fa una piega e lascia fare al figlio, il quale si pente della propria rispostaccia ed esegue l’ordine del padre senza perdere altro tempo in chiacchiere. Per fortuna nostra, Dio non ci fulmina all’istante ogni volta che incassa un nostro “no” alla sua chiamata, ma ci lascia crogiolare nei nostri dubbi e ripensamenti dandoci tutto il tempo necessario per cambiare opinione e per esprimere in modo adeguato e maturo il nostro “si”, magari dopo aver toccato il fondo della nostra miseria umana ed aver sperimentato il peggio della nostra indolenza ed arroganza. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Il secondo figlio è un furbacchione, ma un ipocrita ed un opportunista. Pur di non fare discussioni col padre, gli dà subito la propria disponibilità a spremere sudore nella vigna, ma intanto sa già che non ci andrà, perché ha altro da fare che perdere tempo dietro alle viti. Costui non pensa che il padre se ne avrà a male, quando verrà a sapere di essere stato preso in giro e, contento della propria furbizia, se ne va per gli affari suoi. Allo stesso modo si comportano quanti assumono un incarico per vanità e poi, quando s’accorgono che c’è da far fatica, si tirano indietro senza nemmeno avere il pudore di scusarsi. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli». La parabola ha, ovviamente una sua morale e Gesù la spiega ai suoi attoniti interlocutori, che si sentono mettere sullo stesso piano degli esattori delle tasse (i pubblicani) e delle prostitute, ma con un’aggravante che suona come un insulto: queste due categorie di peccatori raggiungeranno la salvezza prima e meglio di loro, che si considerano superiori a tutti. I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Godano pure dei loro privilegi su questa terra, si ritengano pure delle anime elette perché hanno ricevuto in dono, alla loro nascita, di censo, educazione, posizione sociale elevata e visibilità pubblica, ma poiché il loro cuore è arido e la loro intelligenza è supponente, capi dei sacerdoti e anziani del popolo s’accorgeranno che Dio giudica le persone per quello che fanno, non per quello che dicono. Cosa conta appartenere ad una categoria di persone privilegiate e piene di sé, quando al momento di comparire davanti al tribunale di Dio saremo trovati “mancanti” d’amore e di disponibilità al servizio dei nostri fratelli? Gesù sembra avercela proprio con coloro che dicono, ma non fanno, proprio come certi cristiani “impegnati” che ci fanno una testa così con la loro parlantina, ma poi cadono sulla “buccia di banana” dell’amore per il prossimo. Della serie, predicare bene e razzolare male.