Casella di testo: Santuario Diocesano dell’ Eucaristia
 
Monastero del Sacro Cuore - Via Trento 27 - Vigevano  (PV) 
 
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Casella di testo: Ordine Adoratrici Perpetue del SS. Sacramento

 

 

 

 

 

 

 

 

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Eucaristia Luce del Mondo

 

 

 

 

 

 

 

                  

Solennità della S.S. Trinità, Anno C

 

 

 

16 giugno 2019

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà» (Gv 16, 12-15).

Il mistero di Dio, che è Uno ma in Tre Persone uguali e distinte (uguali per quanto riguarda la natura divina e distinte per quanto riguarda le “operazioni divine”) è la “pietra d’inciampo” che Dio sembra aver voluto porre di proposito davanti alla presuntuosa intelligenza dell’uomo. Un enigma insolubile, una provocazione. In realtà, Dio si è rivelato per quello che è realmente: una comunità di Persone, che si amano a tal punto da essere un Unico ed indivisibile Dio. L’amore, che è la vera essenza dell’Uni-Trinità di Dio, è l’unica ragione per cui l’uomo può aspirare ad essere non un elemento del tutto marginale di questo universo, ma il vertice stesso della creazione, in quanto chiamato alla salvezza ed a divenire membro amato della Famiglia di Dio, che è Padre e Figlio e Spirito Santo: Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Solo l’Amore di Dio riesce a creare com-unione (unione con), armonia, pace, felicità, eterna beatitudine e può riparare i guasti causati dal male, che si annida nel cuore dell’uomo provocando odio, divisione, conflitto e sofferenza. Le parole di Gesù fanno parte di quella sezione del vangelo di Giovanni che gli esegeti chiamano il libro della rivelazione (13,1-17,26). Gesù, nei discorsi di addio, manifesta una profonda intimità coi suoi discepoli chiamandoli amici e promettendo loro lo Spirito Santo, il cui compito è aiutarli nell'accogliere il mistero della sua Persona. I discepoli, poi, sono invitati a crescere nell'amore verso il Maestro che si offre totalmente a loro. L’esistenza di un Dio che è, al contempo, Uno solo ma anche Tre Persone, è il frutto della rivelazione cristiana e si tratta di un mistero che i teologi hanno cercato in qualche modo di spiegare ricorrendo a delle analogie, mediante le quali non si riesce nemmeno a scalfirne la superficie. Il Mistero della S.S. Trinità è così e basta. Prendere o lasciare, credere o non credere. Non c’è da lambiccarsi troppo il cervello. A rivelare il mistero trinitario è Gesù stesso, il quale si è definito Figlio di Dio ed ha svelato l’esistenza di una terza Persona divina: lo Spirito Santo, definito Paràclito, termine che in greco significa “colui che si chiama a fianco (di qualcuno)”, una sorta di “avvocato difensore” o anche “consolatore”, in grado di sostenere, incoraggiare ed aiutare chi è nel bisogno. Dalle parole di Gesù si deduce che lo Spirito Santo ha anche il compito di perpetuare e di chiarire l’insegnamento di Gesù, di far comprendere il mistero relativo alla sua Persona ed alla sua incarnazione ed opera redentrice mediante il mistero pasquale. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. L’insegnamento di Gesù, durato tre anni, ha detto molto di Dio e del mistero trinitario, ma non ha detto “tutto”. Inutile insistere più di tanto con persone dalla “testa dura” e tardi di comprendonio, più intente a fare calcoli su come occupare i posti chiave del nuovo Regno annunciato da Gesù che a comprendere fino in fondo la sostanza del suo insegnamento, di cui non sono ancora capaci di portare il peso. Allo Spirito Santo è demandato il compito di contestualizzare ed attualizzare le parole di Gesù nei tempi e nei modi che riterrà più adatti ed opportuni, senza nulla aggiungere e nulla togliere a quanto Gesù ha già detto: ci sono cose che solo l’esperienza di vita aiuta a capire, come la tragica esperienza della croce, dapprima rifiutata con orrore dai discepoli e, poi, intesa nel suo vero significato alla luce della resurrezione del Signore Gesù. La croce, infatti, non è il fine ultimo della sequela di Cristo, ma solo il mezzo per arrivare a comprendere appieno il significato di un amore vissuto fino alle estreme conseguenze e la via per raggiungere la gloria del Risorto. Il cristianesimo non è la religione della tristezza, del sacrifico e della rinuncia fine a se stessi, ma della gioia e della pienezza di vita; non celebrazione della sofferenza e della morte, ma della vita oltre la vita e dell’eterno abbraccio di Dio. In fondo, nel mistero trinitario, Dio dice chi è veramente: una “famiglia di amore”, di cui tutti gli esseri umani sono a chiamati a far parte. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. La rivelazione di Gesù si è svolta in due fasi: la prima connessa con la sua vita terrena e l’altra collegata al suo ritorno al Padre dopo la sua morte e resurrezione. La prima fase è ormai completata, ma è rimasta oscura e piuttosto enigmatica per l’incapacità dei discepoli di coglierne il senso profondo, per cui si rende necessaria un rivelazione ulteriore, che coincide con le apparizioni di Gesù risorto fino al giorno della sua ascensione al cielo. Gesù, però, non porta a termine questa ulteriore rivelazione, ma l’affida allo Spirito Santo il quale porta a termine la rivelazione di Gesù, diventando così il mediatore della rivelazione completa e definitiva. Nell’Antico Testamento, Dio è descritto come pastore e guida del popolo di Israele nell’esodo dall’Egitto; Gesù si è proclamato buon Pastore che conduce le sue pecore; ora è lo Spirito della verità ad essere presentato come colui che guida i discepoli alla piena verità circa il mistero della redenzione. L’insegnamento dello Spirito scaturisce dall’ascolto della rivelazione stessa di Gesù, cioè non contiene elementi nuovi rispetto ad essa; egli «annunzierà le cose che vengono», cioè farà comprendere nel loro vero significato gli eventi concernenti la crocifissione e la glorificazione di Gesù alla destra del Padre, o meglio farà sì che ogni generazione futura comprenda in funzione della propria situazione di vita il significato di ciò che Gesù ha detto e fatto. Mentre Gesù aveva il compito di condurre gli uomini al Padre, lo Spirito li guiderà a Gesù rendendo attuale per tutti i tempi il suo insegnamento. Lo Spirito non ha dunque il compito di annunziare cose nuove, che servano ad integrare o ampliare quanto Gesù ha già detto, ma di dare una più piena e personale comprensione delle parole di Gesù. La sua funzione specifica sarà quella di far assimilare ai discepoli la rivelazione di Gesù, per abilitarli alla loro missione. Certamente lo Spirito non sarà un informatore sui fatti concreti della storia o un mago che predice il futuro. Quello che lo Spirito Santo ci fa capire è il traguardo, il compimento della storia, dove la storia va a finire, perché questo compimento della storia non è altro che il Cristo risorto. Se noi riusciamo a vedere la Croce di Gesù come una vittoria, non c’è niente che ci possa portare via la fede; se riusciamo a vedere anche nel male, anche nel massimo dell’abbassamento, della sofferenza, dell’umiliazione la gloria di Dio, la bellezza di Dio, allora la fede è sicura e fondata” (cit.). Non c’è nessun rischio o paura del futuro che ci possa togliere la fede perché se è possibile avere fede quando le vicende della vita ci fanno sentire in croce, allora è possibile avere fede in qualunque situazione. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Riprendendo l’insegnamento di Gesù e facendolo comprendere a tutti coloro che intendono seguirlo per farne il paradigma della propria esistenza spirituale, religiosa ed anche sociale, lo Spirito rende gloria a Cristo stesso trasformando i suoi discepoli in creature nuove, modellate sull’esempio del loro Signore. Grazie all’azione dello Spirito Santo, il cristiano diventa, a tutti gli effetti, un alter Christus (un altro Cristo). Come Gesù ha dato ai discepoli le parole che il Padre gli ha dato, così il Paràclito dà ai discepoli le parole che Gesù gli dà in quell’eterno presente trinitario che racchiude in sé l’oggi degli uomini. Le parole del Padre dette da Gesù e ripetute dal Paràclito sono spirito e vita, vita della Trinità e sono tutto. Il Paràclito ci apre l’orecchio e noi ascoltiamo i Tre che ancora una volta ripetono al nostro cuore: “tutto quel che è mio è tuo e il tuo è mio” e anche noi possiamo ripetere a loro Tre, con gratitudine inesprimibile ed imperituro amore: “tutto quel che è vostro è mio e il mio è vostro”. Per la sua intima unione con il Padre, Gesù è stato il rivelatore per eccellenza del Padre e la guida verso di lui avendo svolto la sua missione di glorificazione del Padre attraverso l’annuncio e l’attuazione del suo disegno di salvezza; di riflesso lo Spirito santo glorificherà Gesù manifestando la sua grandezza alla destra del Padre. Come il Padre comunica al Figlio in modo pieno la sua verità/fedeltà, così il Figlio comunica allo Spirito quanto ha ricevuto dal Padre perché lo annunzi agli uomini. Con queste espressioni l’evangelista vuole affermare che, durante la sua vita terrena Gesù non ha potuto comunicare pienamente ai suoi discepoli il suo insegnamento. Solo alla fine, posti di fronte al suo gesto supremo di amore, liberati dai condizionamenti di un rapporto ancora troppo umano e terreno, essi cominceranno a capire in profondità chi egli è veramente e qual è il progetto per il quale ha speso tutta la sua vita. Con l’andare del tempo, sulla scorta dei ricordi ricevuti dai primi testimoni e illuminati dalle esperienze fatte, i credenti hanno capito sempre meglio non solo la persona di Gesù, ma anche le implicazioni del suo insegnamento nelle nuove situazioni in cui venivano a trovarsi. Questo progresso nella conoscenza è stato attribuito da Giovanni e, in genere, dal cristianesimo primitivo all’opera dello Spirito, in cui trova forma l’attrattiva profonda che l’esempio e le parole di Gesù hanno esercitato nei credenti. Il vangelo di Giovanni è esso stesso un tentativo di esprimere la vita e l’insegnamento di Gesù alla luce di questa nuova e più profonda comprensione che è data dallo Spirito. Perciò è chiamato “vangelo spirituale” (cit.). Sorretti e guidati dallo Spirito di Dio, possiamo rivolgerci alla Santissima Trinità con la ferma speranza di essere un giorno riuniti insieme agli angeli, ai santi ed a tutte le anime di coloro che ci hanno preceduti nella fede, per contemplare, lodare e ringraziare eternamente il nostro Dio, che ci ha creati, redenti e santificati ed assunti nella gloria del cielo: Ti adoriamo, Unico e vero Dio, Uno ed indivisibile nella sostanza ed umilmente rivolgiamo la nostra preghiera di lode e di ringraziamento a Te, che sei nostro Padre e nostro Creatore; onore e gloria a Te, Dio, che sei Figlio e nostro Redentore e che per la nostra salvezza hai assunto la nostra natura umana ed hai conosciuto la sofferenza e la morte, per poi risorgere ed ascendere al cielo; lode perenne a Te, Dio, che sei Spirito Santo e che santifichi la nostra fragile natura umana, nobilitandola coi tuoi santi doni e sostenendola con la tua fedele ed incessante presenza. Gloria, lode ed onore a Te, Uno e Trino Signore!

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, Anno C

23 giugno2019

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C'erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste (Lc 9, 11b-17).

La festa odierna, nota anche come “Corpus Domini”, fu istituita ed estesa a tutta la Chiesa dal Papa Urbano IV (in seguito al miracolo eucaristico di Bolsena - 1263) con la Bolla "Transiturus" del'11 Agosto 1264. Ebbe subito una grande popolarità, che si accrebbe col Concilio di Trento, quando si diffusero le processioni eucaristiche e il culto del Santissimo Sacramento al di fuori della Messa, in evidente contrasto con la tradizione protestante, secondo cui la presenza reale e sacramentale di Cristo nelle Sacre Specie non perdurava oltre il sacro rito della Messa. Il brano evangelico odierno si colloca nel contesto della missione di Gesù nei villaggi della Galilea (Lc 9,1-6) e dell’invio dei dodici apostoli in aiuto alla sua opera di evangelizzazione. Attorno a Gesù si è radunata una folla numerosa, calcolata dall’evangelista intorno a cinquemila uomini, escludendo quindi donne e bambini, che, secondo la cultura sociale del tempo, non fanno testo. Tutta questa gente è portatrice di qualche bisogno, spirituale, psicologico ma anche fisico, nel senso che sono presenti molti malati, i quali si aspettano di essere guariti dal Maestro, galileo come loro.  Al termine della giornata, trascorsa a seguire e ad ascoltare Gesù, la folla comincia ad avvertire il tipico languore della fame. I discepoli se ne accorgono ben presto e chiedono a Gesù di congedare la folla: che ognuno provveda da sé. Gesù, però, mette alla prova i suoi discepoli e suggerisce loro di trovare essi stessi la soluzione al problema, provvedendo a reperire il cibo per tutta quella gente. Ma cosa possono fare i poveretti con cinque pani e due pesci? Eppure proprio a questo vuole condurci il racconto, a comprendere come quel poco possa arrivare a sfamare una folla di entità corposa e dall’appetito verosimilmente formidabile. In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Evidentemente, non tutti i presenti sono portatori di qualche malattia del corpo, ma tutti sono malati “dentro”, nel profondo del loro cuore, al punto da avvertire il bisogno di ascoltare Gesù, il quale parla di Dio e della sua compassione per tutti gli uomini, segnati dal peccato e dalla miseria spirituale. Le sue parole curano le ferite dell’anima e, spesso, anche quelle del corpo. Non tutti guariscono e molti si chiedono perché, anche i discepoli, ma Gesù ha già spiegato più volte il motivo dell’apparente inefficacia del suo potere taumaturgico: la mancanza di fede. Il miracolo, che Gesù sta per compiere, dovrebbe suscitare la fede in tutti i presenti, ma non tutti sapranno scuotersi dalla propria incredulità e troveranno mille argomentazioni per non ammettere la nuda e cruda realtà dei fatti. Questi sono i contrastanti punti di vista della folla, ma per Gesù è tutto diverso. Gesù sa che tutta quella gente sente il bisogno della misericordia divina e, quindi, l’accoglie e la stringe a sé parlando del Regno di Dio e del suo Amore per gli uomini e cura i malati, per dimostrare che nulla può fermare la misericordia di Dio, se non l’ostinazione dell’uomo a rifiutarla. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Pur di ascoltare Gesù, la folla si è “dimenticata” di mangiare e si è attardata fino al tramonto, ma i discepoli si lasciano sopraffare dal “senso pratico” della vita. Tutta quella folla sterminata è adesso, per loro, un problema e in un attimo hanno cancellato le emozioni della giornata e l’intima soddisfazione nel registrare il successo incassato dal loro Maestro. Il “buon senso” dei discepoli non appartiene al modo di agire di Gesù, come dimostra la risposta da Lui data. Voi stessi date loro da mangiare. Gesù non si limita a suggerire una soluzione, ma comanda di risolvere il problema e questo spaventa i suoi discepoli, secondo i quali c’è un solo modo per sfamare tanta gente: comprare il pane. Già, ma mancano i soldi e, soprattutto, non è ciò che desidera Gesù, cui preme far capire agli uomini che non basta loro saper gestire autonomamente ciò che possiedono, poiché i beni materiali prima o poi si esauriscono e, come insegna la storia, c’è sempre qualcuno che agisce da ingordo prepotente e mira a possedere ciò che non potrà mai realmente usare. Nel cuore dell’uomo ci sono desideri che i beni materiali non possono soddisfare e che danno la misura dell’impotenza umana a realizzare la vera felicità su questa terra. Gli uomini devono imparare a fidarsi di Gesù ed a lasciar gestire a Lui il poco che essi possiedono in termini di qualità morali e doti naturali. Che saranno mai cinque pani e due pesci al cospetto di ben cinquemila uomini? I discepoli sono smarriti davanti all’enormità di una simile impresa, ma Gesù non si scompone. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. L’evangelista Luca, nel raccontare l’accaduto, ha in mente due episodi narrati nella Bibbia. La suddivisione di cinquemila persone in gruppetti di cinquanta evoca quanto fatto da Mosè, che per primo diede da mangiare ad una folla sterminata ed affamata nel deserto del Sinai, dopo la fuga dall’Egitto (Nm 1-4), ma c’è anche un rimando al profeta Eliseo, che con pochi pani sfamò una moltitudine di gente ed ebbe pure modo di raccogliere degli avanzi (2Re 4,42-44). Gesù non esclude dal suo operato l’intervento dell’uomo, ma se ne serve per portare a compimento l’azione sua propria. Infatti, Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste. L’evangelista interpreta la benedizione e la distribuzione dei pani e dei pesci in chiave eucaristica, quasi un’anticipazione di ciò che avverrà nel cenacolo nell’imminenza della passione di Gesù, il che sottolinea la correlazione tra il “dono” del pane spezzato ed il significato sacrificale del banchetto conviviale, incentrato sul “rendimento di grazie” (o eucaristia). La celebrazione eucaristica è banchetto, è convivialità, ma resta sempre banchetto sacrificale, Mistero pasquale. Ai discepoli è chiesto di distribuire ciò che Gesù ha donato a loro con la stessa generosità con cui Egli ha dato se stesso per la loro salvezza e santificazione. Il fulcro dell’Eucaristia è l’amore generoso del Signore, perché è Lui che dona se stesso in cibo spirituale attraverso il “pane eucaristico” ed ai discepoli spetta il compito della distribuzione di tale dono all’umanità affamata di Dio e del suo perdono. Quanto più siamo nutriti da lui, tanto più siamo chiamati a dare quanto ci è stato dato. Qualche esegeta ha voluto ravvisare nei cinque pani e due pesci un richiamo ai sette sacramenti, che si fondano proprio sull’istituzione dell’Eucaristia, culmine e fonte della vita sacramentale di ogni cristiano. L’evangelista non specifica come sia avvenuto il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma possiamo intuire che sia stato il gesto stesso compiuto da Gesù a compiere il prodigio: le sue mani benedette (sulle quali il Padre ha posto, cioè, ogni sua benedizione) hanno spezzato quel pane benedetto trasformandolo in pane condiviso e sovrabbondante, capace di sfamare una folla sterminata ed affamata, al punto da eccedere il bisogno materiale di ciascuno dei presenti. La mediazione dei discepoli, che materialmente hanno eseguito la distribuzione del pane eucaristico, è del tutto secondaria; essi hanno semplicemente eseguito un servizio, hanno fatto pervenire il pane a tutti i presenti diventando testimoni, non artefici, del miracolo eucaristico, constatando coi propri occhi la sovrabbondante generosità del dono di Dio. Ben dodici ceste hanno raccolto gli avanzi lasciati da tutte quelle persone, loro stesse incredule davanti a tanta abbondanza di cibo. L’atto dello spezzare il pane eucaristico, compiuto da Gesù, è segno di una condivisione che parte da Dio e che gli uomini sono tenuti ad imitare, perché senza reciproco perdono e senza disponibilità a farsi carico dei bisogni l’uno dell’altro non esiste rendimento di grazie (questo significa la parola “eucaristia”), non esiste una vera assemblea di credenti (o Chiesa), non ha senso la fede.

 

XIII Domenica del Tempo Ordinario, Anno C

30 giugno 2019

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio. Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio» (Lc 9, 51-62).

A differenza dell’evangelista Giovanni, che descrive il ministero di Gesù articolandolo su diversi viaggi da lui compiuti tra Galilea e Giudea nell’arco di tre anni e sempre giustificati dall’esigenza di imprimere nuovi significati alle grandi festività ebraiche (la Pasqua, la festa delle Capanne, la festa delle Luci o hannukkàh, la festa del Raccolto o pentecoste), l’evangelista Luca sviluppa invece il suo racconto come un unico, lungo e grande viaggio di avvicinamento compiuto da Gesù verso Gerusalemme, la Città Santa d’Israele, nella quale andranno compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto. Il destino di Gesù è già segnato, sulla falsariga del martirio subito da tanti profeti ebrei del passato, uccisi proprio a Gerusalemme, il cui nome significa “città della pace”. Oggi, come al tempo di Gesù ed ancor più in là nel tempo, durante i secoli del regno di Davide e dei suoi discendenti, la pace non sta proprio di casa a Gerusalemme, una città dalle mille contraddizioni, luogo d’incontro e di scontro fra le tre grandi religioni monoteistiche del nostro tempo: ebraismo, cristianesimo e islam. Quando Dio ha scelto Gerusalemme come centro di irradiazione del cristianesimo e, prima ancora, come Città Santa del popolo ebraico e sede della sua Dimora (il Tempio eretto da Salomone), ha indubbiamente manifestato una buona dose di ironia. Gesù sa che la sua missione si concluderà su una croce, pronta ad attenderlo dopo un periodo di circa quaranta mesi di predicazione, di guarigioni miracolose, di scontri dialettici e teologici con le autorità religiose ebraiche, di sacrifici, di incomprensioni, di entusiasmi popolari travolgenti ma anche effimeri come i fuochi fatui. Quaranta mesi che fanno il paio coi quaranta giorni da Lui trascorsi nel deserto prima di affrontare la sua missione pubblica, coi quaranta anni vissuti nel deserto dal popolo ebraico in fuga dall’Egitto, coi quaranta giorni vissuti in solitudine da Mosè sul Sinai prima di ricevere le Tavole della Legge, coi quaranta giorni impiegati in cammino dal profeta Elia per raggiungere il monte Oreb. Il numero “40” esprime bene la pienezza di un tempo vissuto in totale sintonia col mistero di Dio, un tempo sufficiente per far coincidere i progetti dell’uomo con quelli molto più ampi, profondi e misteriosi del suo Creatore e Salvatore. Pur essendo vero Dio, Gesù è anche vero Uomo e, come tale, è soggetto ad umana paura: la croce evoca una sofferenza indescrivibile, un dolore che terrorizza anche i più coraggiosi e, soprattutto, rievoca quanto di peggio alberga nel cuore dell’uomo, come la crudeltà, l’odio, il gusto perverso e sadico di veder soffrire i propri simili e di calpestarne la dignità come persone. Gesù ha paura della croce e della morte, ma prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Il testo greco si esprime con maggior crudezza; il termine usato da Luca per spiegare la decisione presa da Gesù di mettersi in cammino può essere tradotto con “rese di pietra il suo volto”. A muso duro, diremmo noi. Luca ha iniziato il racconto della missione pubblica di Gesù in Galilea con l'episodio del rifiuto dei suoi concittadini di Nazareth (4,16-30), ora introduce il viaggio verso Gerusalemme ponendo ancora all'inizio un rifiuto, quello dei samaritani. La “bella notizia” (dal greco eu-anghèlion, da cui il termine italiano vangelo) della salvezza, voluta da Dio a favore di tutti gli uomini, invece di provocare gioia e speranza è causa di rifiuto e di conflitto e chi annuncia il “vangelo” rischia di fare la stessa fine di Gesù. Tutti gli evangelisti testimoniano che l'attività di Gesù si è svolta sotto il segno del contrasto e del rifiuto. Prima di arrivare a Gerusalemme, Gesù vuole preparare il terreno e fare in modo che la sua predicazione sia accolta ed accettata, pur sapendo che non sarà così scontato ed invia alcuni suoi discepoli come messaggeri davanti a sé per non cogliere impreparati gli abitanti della Città Santa. Dio non impone dall’alto il suo progetto di salvezza, ma cerca e vuole anche collaboratori umani, pur con tutti i loro limiti e difetti. I messaggeri, inviati da Gesù, devono attraversare la Samaria per recarsi in Giudea e coi samaritani non corre buon sangue. I samaritani sono considerati, dal resto del popolo ebraico, alla stessa stregua dei pagani essendo diventati, dall’epoca della dominazione assira, un popolo “misto”, inquinato da sangue straniero e dedito a principi religiosi e dottrinari spuri, se non del tutto paganeggianti. Oltre che dai suoi stessi connazionali, galilei e giudei senza tante distinzioni dal punto di vista puramente territoriale, Gesù è rifiutato anche dai samaritani (essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme) per motivi chiaramente politici e razziali, che gli sono estranei, se non del tutto indifferenti. L’intolleranza dei samaritani scatena l’ira dei discepoli di Gesù, specie di Giacomo e del fratello Giovanni, i figli di Zebedeo, i quali, ben conoscendo i poteri sovrannaturali del loro Maestro, gli dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio. All’ostilità dei samaritani Gesù non risponde come avrebbero voluto i discepoli con un castigo, bensì con la comprensione. Da rimproverare sono piuttosto i discepoli, che ancora non hanno capito la novità del Maestro, a loro volta prigionieri di quegli stessi pregiudizi che ora tanto li offendono. Chi di noi non vorrebbe, qualche volta, incenerire gli avversari che non la pensano come lui? Ci sono tanti motivi e tante occasioni per manifestare la nostra insofferenza nei confronti di chi ci discrimina e ci fa oggetto di astio, se non di vero e proprio odio, che vorremmo ripagare di ugual moneta, ma Gesù insegna a condannare più la nostra meschinità che a giudicare quella degli altri. Chi vuole essere suo discepolo deve avere la forza interiore di guardare oltre e di non lasciarsi invischiare nelle sabbie mobili del pessimismo, dell’insofferenza, della disperazione, della rivalsa. Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». Gesù è un personaggio che non lascia indifferenti. Molti restano affascinati dal suo stile di vita, si lasciano catturare dalle sue parole e manifestano il desiderio di seguirlo diventando suoi discepoli, ma Gesù non fa sconti a nessuno: chi vuole diventare suo discepolo deve sapere che, su questa terra, deve essere disposto ad affrontare la povertà, la fatica di una vita senza riferimenti materiali sicuri (ti seguirò dovunque tu vada), la precarietà e persino l’incertezza circa il proprio futuro e la propria incolumità fisica per amore suo. I poteri umani sono insofferenti nei confronti del vangelo e di Cristo, da cui sono assai lontani per scopi e metodi e chi vive in modo coerente la propria vocazione cristiana segue la stessa sorte del Maestro. A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio». In questo caso è Gesù che invita un passante a seguirlo ed a diventare suo discepolo, ma costui chiede il “permesso” di assolvere prima il proprio dovere di pietà filiale (permettimi di andare prima a seppellire mio padre). La risposta di Gesù è radicale e sconcertante: l’annuncio del Regno di Dio non ammette ritardi né dilazioni e viene prima delle esigenze della legge, persino di quella naturale della pietà filiale. Tralasciando il linguaggio paradossale usato da Gesù, non si tratta della questione di seppellire o meno i propri cari, ma di accorgersi che è giunta a tutti gli uomini una novità di vita che fa impallidire tutto il resto e che rende di secondaria importanza persino le consuetudini umane più lecite ed oneste. Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio». Un altro sconosciuto è disposto a seguire Gesù ma chiede il tempo di salutare quelli di casa. Il verbo greco significa salutare e lasciare. Gesù risponde con una specie di proverbio: «Chi ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, non è adatto per il regno di Dio». Se il contadino vuole arare non si può permettere di guardare indietro, ma deve stare bene attento a quello che fa per farlo bene. In altre parole, la sequela non sopporta rinvii, né distrazioni, né nostalgie, né uscite di sicurezza. Il cristianesimo non è adatto ai presuntuosi, che mettono in primo piano le proprie esigenze materiali e psicologiche e considerano le esigenze del Regno di Dio un fatto secondario di cui occuparsi a tempo perso; non è adatto a chi è spiritualmente pigro, agli indifferenti, ai razionalisti ipercritici, agli ambiziosi ed a chi sfrutta gli elementi secondari della religione per conquistare sicurezza e credibilità sociale. Verrebbe da commentare insieme a Pietro: chi potrà mai salvarsi? Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio.

 

XIV Domenica del Tempo Ordinario, Anno C

7 luglio 2019

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città». I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,1-12.17-20).

Questo brano è posto all’interno del viaggio verso Gerusalemme e fa il paio con l’invio dei Dodici (Lc 9,1-6). Mentre gli apostoli hanno svolto la loro missione presso il popolo d’Israele (suddiviso in dodici tribù, da cui deriva la corrispondenza coi dodici apostoli), i settantadue discepoli, scelti ora da Gesù ed inviati a due a due per tutte le città e le contrade, rendono l’idea di una dimensione universale della diffusione del vangelo, come intuibile da alcuni elementi narrativi presenti nel brano evangelico odierno: l’immagine della messe abbondante, che nell’Antico Testamento allude al giudizio finale su tutti i popoli; il numero simbolico di 72 (o 70) che, rispettivamente, nella versione greca dei LXX e nel testo masoretico della Bibbia simboleggia il mondo pagano, come risulta dall’elenco (riportato in Gen 10) dei popoli discendenti dai figli di Noè (Sem, Cam e Jàfet); l’allusione a Sòdoma, città simbolo del mondo pagano. I questo numero si può cogliere anche un riferimento all’episodio dello spirito profetico concesso da Dio a 70 anziani scelti da Mosè, cui vanno aggiunti due uomini rimasti nell’accampamento, per un totale di 72 uomini (Nm 11,24-30), dal che si può dedurre che, nella scelta di questi messaggeri, Gesù abbia voluto anticipare la futura espansione del vangelo a tutti i popoli della terra a partire dal giorno di Pentecoste e dal dono dello Spirito Santo. La missione, affidata da Gesù a questi settantadue discepoli, presenta delle peculiarità che risaltano subito ad una lettura attenta del testo evangelico: si tratta di una missione apportatrice di bene (entrando in una casa i discepoli devono augurare la pace e cioè la pienezza dei beni messianici, mentre entrando in una città essi devono annunciare il regno di Dio con le opere, guarendo i malati e con le parole); a tutti gli uomini viene offerta la salvezza di Dio, ma ci si deve anche rendere conto di cosa comporti un rifiuto del vangelo. In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Gesù non ha molto tempo a disposizione e la sua personale Pasqua di passione, morte e resurrezione si sta avvicinando a grandi passi, per cui avverte l’urgenza di far giungere l’annuncio della venuta del Regno di Dio anche negli angoli più sperduti della Palestina, quelli che sta preparandosi a raggiungere personalmente e quelli che, probabilmente non riuscirà nemmeno a sfiorare. L’invio dei discepoli a gruppi di due ha una sua logica. La dinamica della diffusione del vangelo richiede che il messaggero inviato da Gesù non lavori per proprio conto, ma sappia operare in comunione almeno con un’altra persona, anche per dare più sostanza e valore alla testimonianza resa a Cristo, come richiesto dalla Legge mosaica stessa, secondo la quale una testimonianza in sede giudiziaria è valida se resa concordemente da almeno due persone. Per estensione, l’annuncio del vangelo non è frutto di un’azione solitaria, ma è opera di una comunità di credenti, quantunque piccola, purché essa esprima comunione d’intenti e garantisca la presenza del Signore, come da Lui stesso affermato; "Dove sono due o tre lì sono io in mezzo a loro" (Mt 18,20). I discepoli di Gesù sono portatori di un “messaggio”, sono i precursori di qualcuno che è molto più importante di loro ed il loro compito è di preparare il cuore e la mente dei destinatari del contenuto del vangelo, di cui essi non sono né i protagonisti né gli ideatori. Ancora oggi, chi evangelizza i popoli della terra non parla da se stesso, non propone una propria dottrina, ma “riferisce” semplicemente l’insegnamento di Gesù in comunione con l’intera comunità dei credenti ed in armonia col Magistero della Chiesa, cui spetta il compito di vigilare affinché nulla venga tolto od aggiunto all’originario insegnamento di Cristo Signore. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Il mondo intero è un campo sterminato su cui gettare a piene mani il seme del vangelo, affinché produca frutti di bene, di amore fraterno e di pace, specie dove crescono solo frutti di malvagità, di egoismo, di violenza e di sopraffazione. Le vicende del nostro mondo odierno non sono poi tanti differenti da quelle vissute dai contemporanei di Gesù; in fondo, l’essere umano è sempre uguale a se stesso e non riesce a sollevarsi dalla cupidigia, dal vizio e dalla visione materialistica della propria esistenza, per cui identifica la felicità col possesso dei beni materiali, anche a costo di sottrarli con l’inganno e la violenza al proprio prossimo, visto come un nemico da eliminare e calpestare; grazie alle moderne tecnologie, oggi è più facile raggiungere gli angoli più remoti del pianeta e far conoscere il vangelo a tutti gli uomini animati da buona volontà, ma l’impresa dell’evangelizzazione rimane pur sempre un’opera titanica da realizzare. Gli “operai” addetti all’evangelizzazione sono sempre troppo pochi in rapporto alla messe sterminata di anime da istruire e salvare, strappandole dalle mani del maligno e, talvolta, quei pochi che lavorano nel “campo” del Signore non sono tutti all’altezza del compito loro affidato o per pigrizia, o per difetti psicologici strutturali, o per vizio e per qualche carenza morale e spirituale di troppo, o per semplice adattamento alla routine quotidiana. L’abitudinarietà uccide anche i più grandi propositi iniziali, non solo in ambito religioso. Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Il “vangelo” non è frutto del lavoro umano e non appartiene ad altri che a Dio stesso; pregare il signore della messe è una priorità per tutti i credenti i quali, implorando l’intervento e l’aiuto dei Dio affinché invii dei santi, credibili e coerenti annunciatori del Regno di Dio, riconoscono che le dinamiche della diffusione del vangelo della salvezza non sono soggette al loro diretto controllo, bensì al superiore volere divino. Chi annuncia la presenza salvifica di Dio nella storia umana, non si limita a trasmettere una verità compresa per illuminazione interiore o per superiore intelligenza personale, ma espone ciò che Dio ha fatto e fa ogni momento per la salvezza dell’uomo, attirando ogni singolo individuo a Cristo, per mezzo del quale ed in vista del quale la salvezza eterna è diventata realtà per ciascuno di noi. Quella rivolta al signore della messe è una preghiera che non si limita a chiedere di avere “più preti”, ma che realizza il desiderio di Gesù di condurre tutti a Dio perché ha compassione di ciascuno di noi. Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. Gesù non è un illuso e sa benissimo che gli uomini tendono a diffidare di chi impone loro regole di comportamento in contrasto con la loro volontà di autodeterminazione. Chi accetta di assolvere il proprio ruolo di messaggero del vangelo, deve mettere in conto di poter fare la stessa fine di Cristo, l’Agnello sacrificale immolato per il bene di tutti, che su di sé ha portato il peso tremendo del male e del peccato del mondo intero. La perenne lotta tra il bene (Dio) ed il male (satana) non si concluderà che alla fine del tempo e della storia. Si riconosce il vero cristiano dall’abito che indossa: la mitezza di Cristo e la sofferenza di chi si fa carico del peccato del mondo fino al sacrifico della croce, proprio come Gesù. Essere come Gesù e comportarsi come Lui, specie nei confronti delle avversità e dell’aperta ostilità del mondo, è ciò che fa più imbestialire il principe di questo mondo, simboleggiato dal serpente antico che è stato capace di separare l’uomo dal suo Creatore illudendolo di poter essere uguale a Dio. Chi annuncia il vangelo di Cristo deve essere libero da compromessi e, soprattutto, assai distaccato dalla visione materialistica della vita, per non lasciarsi lusingare dalle proprie capacità personali e dalla facilità di far leva sul proprio ascendente per rendere credibile il proprio messaggio. Il missionario cristiano dotato di facilità di parola, di preparazione culturale adeguata, di buona presenza, di affabilità e forza di persuasione, può presumere di ottenere buoni risultati nell’evangelizzazione grazie ai propri carismi personali, dimenticando che il protagonista assoluto della diffusione del vangelo è Cristo stesso. L’uomo che annuncia il vangelo è solo un “operario”, spesso inadatto ed incapace, che non deve confidare nei mezzi umani per ritenersi un missionario di successo od un fallito. Esporsi al mondo senza borsa, né sacca, né sandali e con la consapevolezza di essere come agnelli in mezzo a lupi, significa considerare Cristo ed il suo vangelo di salvezza come realtà sovrumane non controllabili dai poteri umani ed incorruttibili, su cui il potere demoniaco nulla può fare. Cambiano gli imperi, le strutture sociali, le ideologie, le regole di comportamento e le mode, gli equilibri politici ed i poteri economici, ma le esigenze del vangelo e le responsabilità dei discepoli di Gesù non cambiano. Gesù è sempre colui che salva e l’uomo colui che deve essere salvato, ricco o povero che sia, troglodita o conquistatore dello spazio, ateo o credente, abitante delle foreste pluviali o cittadino delle megalopoli. Quando la Chiesa si è lasciata tentare dalle logiche del potere umano ed ha creato sovrastrutture più adatte a queste che alle logiche del vangelo, ha generato mostri e non figli di Dio; la storia dei popoli è piena di esempi negativi e tragici, in cui la Chiesa ha trasmesso un’immagine assai deformata di se stessa. Più matrigna che madre. Non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. Il missionario del vangelo non deve perdersi in chiacchiere inutili, poiché il vangelo di Cristo deve raggiungere tutti gli uomini. È una questione di vita o di morte spirituale. Quella manifestata dal Signore è un fretta dettata da un amore appassionato per ogni creatura e dal desiderio insopprimibile che nessuna di loro vada perduta. Troppo grande è stata la sofferenza patita da Gesù e troppo prezioso il sangue da lui versato per fargli fare spallucce per un’anima finita tra le grinfie del diavolo. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Il discepolo di Cristo è esclusivamente portatore di “pace”, il dono messianico per antonomasia, che non si caratterizza solo per una mancanza di conflittualità, per l’assenza di discussione e neppure si appiattisce su un’assoluta uniformità di opinioni e di stili di vita ma è riconciliazione tra Dio e l’uomo e tra uomo e uomo. La vera pace si fonda sulla reciproca fiducia e sul rispetto assoluto dell’altro, è dono gratuito di sé all’altro, è accoglienza gioiosa e disinteressata, è capacità di costruire insieme strutture di comprensione e di collaborazione, di tolleranza e di armonia nel nome dell’unico Padre e Salvatore di tutti. Senza l’aiuto di Dio, l’uomo è incapace di elaborare e di concretizzare simili concetti di pace, poiché è condizionato dalla ricerca del proprio interesse e, per raggiungere i propri scopi, è capacissimo di fingere cordialità, compassione, interesse e solidarietà per i propri simili. Come dicevano i saggi latini, “se vuoi la pace, prepara la guerra”, sottolineando l’assoluta mancanza di fiducia nei confronti dell’avversario; la pace, che il cristiano ha ricevuto dal Risorto e che, a sua volta deve saper donare ad altri esseri umani, non può lasciarsi condizionare da calcoli egoistici e neppure da atteggiamenti remissivi e totalmente privi di senso pratico. Un conto è essere portatori di pace ed un altro è essere pacifisti senza criterio. Augurando la pace al mondo in cui vive, spera crede ed opera nel proprio contesto storico e culturale, il cristiano augura salvezza e riconciliazione, offre ed accetta il perdono, collabora per il bene di ognuno senza dimenticare che solo Dio è dispensatore della vera pace, che nessuna potenza diplomatica, militare, economica, culturale e religiosa di questo mondo può garantire. Per rendere testimonianza alla pace donata da Gesù a tutti gli uomini, i discepoli del Signore non devono sprecarsi in un attivismo frenetico, grazie al quale i credenti suppongono, alla fin dei conti, di essere degli efficienti costruttori di pace grazie alle loro capacità ed attitudini, ma devono saper accettare anche incomprensioni, rifiuti ed ostilità, accontentandosi di ciò che le persone di buon cuore sanno donare loro riconoscendone gli sforzi, la perseveranza e la fedeltà al vangelo predicato e vissuto senza contraddizioni. Predicare la Parola di Dio, accogliere gli esclusi dalla società (i malati) e confortare chi vive situazioni di disagio e di abbandono, manifestando solidarietà e comprensione è tutt’altro che facile, anche perché assai spesso i missionari del vangelo si sono limitati a trasmettere un corpus di verità e di dogmi dottrinali, piuttosto che un modo nuovo di vivere e di convivere, di agire e di pensare partendo dall’essenza dell’annuncio evangelico, che pone al centro la paternità di Dio e la fratellanza tra tutti gli esseri umani. La diffusione del vangelo, facilitata dall’uso delle armi e dall’imposizione di un nuovo ordine sociale, modellato su usi e costumi dei popoli europei o del mondo occidentale, non ha reso un buon servizio alla verità del vangelo di Cristo, anzi, ha favorito lo sviluppo di sentimenti di odio e di avversione a tutto ciò che “puzza” di cristiano! Certi atteggiamenti trionfalistici della Chiesa del passato hanno creato più danni che regalato vantaggi al cristianesimo ed all’annuncio della salvezza, donata da Dio a tutti gli uomini grazie alla passione, morte e resurrezione di Cisto Signore. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».  Gesù ha messo in debito conto che il suo messaggio può essere accolto o respinto e, pur rispettando la libertà di scelta di ciascun essere umano, inchioda tutti alle proprie responsabilità. Chi rifiuta la salvezza, offerta da Cristo, si espone ad un rischio gravissimo e la tragica fine di Sòdoma deve suonare come un monito neppur tanto simbolico. Dio è paziente ed è sempre pronto a donare perdono e salvezza, ma a tutto c’è un limite. S. Agostino ha sintetizzato la paziente attesa del Signore con una frase mirabilmente concisa e densa di verità: “Colui che ti ha creato senza di te, non potrà salvarti senza di te”. La conversione dell’uomo peccatore scaturisce ed è promossa da Dio, la cui volontà di salvezza si arresta davanti al libero arbitrio dell’essere umano. È il vero dramma della libertà umana, quand’essa viene esercitata volontariamente ed ostinatamente contro la libera gratuità del Signore. I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli». I settantadue discepoli, mandati da Gesù, ritornano a missione compiuta e ringalluzziti dal successo ottenuto non solo al semplice annuncio della venuta del Regno di Dio, ma anche per aver constatato di persona il loro potere contro le forze demoniache (simboleggiate dalle malattie), la cui sconfitta è già stata vista e vissuta da Gesù nella sua pre-esistenza divina; ciò che deve rafforzare i discepoli di Gesù nella loro quotidianità è che l’aiuto di Dio non verrà mai meno durante la loro attività missionaria, nonostante intrighi, violenze, inganni e soprusi perpetrati dal demonio e messi in atto da uomini ostili al vangelo e nemici di Cristo. Nonostante tutte le avversità affrontate e vissute nel corso della storia umana, i discepoli di Gesù supereranno tutti gli ostacoli non tanto in virtù di un potere morale conferito loro da Cristo, ma in forza del loro stato di servitori del vangelo e della loro intima comunione d’amore col Signore Gesù. Il discepolo di Gesù è un predestinato alla salvezza (il suo nome è scritto nel cielo), ma non deve mai dimenticarsi di essere un servo inutile al servizio del Re del cielo e dell’intero universo visibile e invisibile, il cui potere si estende su ogni essere creato, materiale e spirituale. In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Reiterando l’invio di altri settantadue discepoli in missione, Gesù esprime ancor di più l’ansia di voler raggiungere, sempre e comunque, anche gli angoli più sperduti del globo per far risuonare la gioia del suo annuncio di liberazione e di salvezza e spezzare la resistenza dei più riottosi, convincendoli a lasciarsi ammansire dalla potenza del suo amore misericordioso.

XV Domenica del Tempo Ordinario, Anno C

14 luglio 2019

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così» (Lc 10, 25-37).

Gesù non ha vita facile con le persone più istruite del suo popolo, specie quelle che si presentano come le guide spirituali e morali d’Israele come i farisei, gli scribi ed i dottori della Legge. Costoro conoscono a memoria la Bibbia e ne sanno citare, all’occorrenza, anche i passi all’apparenza meno importanti. Tutto ciò che è scritto nella Bibbia è, invece, molto importante perché il sacro testo è la “regola” per la vita sociale, civile e religiosa del popolo eletto, la cui stragrande maggioranza pende dalle labbra dei dotti, dei rabbini (i “maestri” della Legge) per sapere come comportarsi nella vita di tutti giorni, senza incorrere in errori legali, anche involontari, tali da determinare uno stato di “impurità” che richiederebbe procedure di purificazione lunghe e complesse. Chi è legalmente “impuro” non può accedere al sacro culto della religione ebraica ed è sostanzialmente un “fuori legge”. Una miriade di norme fa camminare ogni ebreo sul filo del rasoio; la linea di confine tra ciò che puro ed impuro, legale ed illegale, è spesso impalpabile e facilmente violabile e ciò spiega il senso della domanda rivolta a Gesù da un dottore della Legge, il quale vuole mettere alla prova il rabbì galileo per vedere fino a che punto è davvero ferrato nella Legge mosaica. «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». La domanda riflette la tipica mentalità dell’uomo di Legge ebreo: la salvezza eterna non dipende tanto da un dono gratuito di Dio, ma da ciò che riesce a fare ogni pio credente per meritarsi la gratitudine di Dio. Alla domanda del dottore della Legge, Gesù risponde con una contro-domanda, come avviene di norma in ogni disputa rabbinica degna di tal nome. «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Nel corso della sua vita pubblica, Gesù ha insegnato a rapportarsi in modo diverso con Dio, sollecitando i suoi ascoltatori alla conversione del cuore ed al cambio radicale di mentalità. L’uomo non è un servo, ma un “figlio” di Dio e l’unica legge che regola un sano rapporto tra padre e figlio è quella dell’amore. Gesù stuzzica il suo interlocutore proprio su ciò che meglio conosce: la Legge mosaica. Cosa dice la Legge al riguardo? Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Il dottore della Legge risponde da par suo, citando i due più grandi comandamenti contenuti nel sacro Libro (Dt 6,5 e Lv 19,18), cioè l'amore per Dio e per il prossimo. Gesù fa i complimenti al dottore della Legge e gli conferma che questi due comandamenti sono, a tutti gli effetti, necessari per conseguire la salvezza eterna, sottintendendo che l’amore per Dio è inseparabile da quello per il prossimo. Così facendo, però, Gesù libera la religione dalla pratica del culto nel tempio e la fa calare nella concretezza della vita quotidiana, intesa come vita vissuta sotto lo sguardo amorevole e paterno di Dio. Il comportamento dell’uomo nella vita sociale e nei confronti di Dio è ormai un tutt’uno; è un controsenso essere credenti, osservanti delle leggi divine e cattivi cittadini. Comandando l'amore per il prossimo, la Legge mosaica intendeva come prossimo il membro del popolo eletto, il vicino di casa, il membro del clan, il familiare di casa, il collega di lavoro, il compagno di culto, colui che condivide la stessa fede e le stesse tradizioni, l’amico. Un'estensione del termine in Dt 10,19 vi includeva il forestiero che abita in Palestina, cioè l'immigrato, ma non era mai arrivato a designare anche lo straniero come tale, né tanto meno il samaritano protagonista della parabola che Gesù intende, a breve, utilizzare per spiegare il concetto di “prossimo” più ampio ed esteso possibile. Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». Gesù ammira la capacità di sintesi del dottore della Legge, il quale dimostra di aver colto il nocciolo del messaggio di salvezza contenuto nella Bibbia e lo incita a mettere in pratica quanto ha affermato. Non basta aver compreso la Parola di Dio, occorre calarla nella realtà quotidiana con un impegno che dura tutta la vita. Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». All’uomo di legge preme che Gesù rispetti fino in fondo le regole del dibattito tra rabbini e lo sollecita a delineare i limiti del comandamento dell’amore, rimanendo all’interno del popolo eletto. Per il dottore della Legge è sottinteso che non possono essere considerati “prossimo” tutti coloro che non appartengono al popolo eletto per fede e per circoncisione, come i romani ed i loro alleati pagani. Gesù non si lascia trascinare sul terreno della pura casistica ed amplia molto il concetto di “fraternità” umana, raccontando una parabola che la dice lunga sul suo modo di intendere e valorizzare il concetto di dignità umana e di libertà nei confronti delle consuetudini e dei pregiudizi umani. Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. L’episodio, narrato da Gesù, ha tutte le sembianze di un fatto di cronaca realmente accaduto, come succede anche ai giorni nostri. Gesù non specifica a quale gruppo etnico appartenga l’aggredito, né specifica l’identità degli aggressori. Ciò che conta, per Gesù, è descrivere un atto di violenza quotidiana e sottolineare una condizione di urgente bisogno di aiuto. L’ambientazione dell’accaduto non sembra casuale. La strada da Gerusalemme a Gerico era davvero molto pericolosa: 1000 metri di dislivello nel giro di 27 km, in un paesaggio desertico e pietroso, assai adatto agli agguati da parte dei malintenzionati. Il malcapitato finisce per essere derubato, pestato a sangue ed abbandonato sul ciglio della strada in gravi condizioni, privo di sensi e sanguinante da tutte le ferite subite dai briganti. Per puro caso, passano da quelle parti due uomini addetti al culto presso il tempio di Gerusalemme, un sacerdote ed un levita (ossia, un membro della tribù di Levi, che da secoli fornisce uomini consacrati alla cura specifica delle cose sacre connesse con l’esercizio del culto a YaHWeH; più semplicemente, i leviti svolgevano funzioni di servizio all’interno del tempio, tenendo in ordine e puliti i locali e gli arredi sacri utilizzati durante le funzioni religiose). Entrambi stanno tornando, probabilmente, dal tempio, dopo aver svolto il loro servizio liturgico, durato una settimana intera e stanno recandosi a Gerico, abituale residenza di molti sacerdoti e leviti e delle loro famiglie. Essi vedono il malcapitato sul ciglio della strada e tirano dritto passando oltre, senza manifestare un minimo sentimento di compassione. Hanno altro cui pensare, altro da fare. Forse gli abiti del ferito lo identificano come straniero, di cui non vale la pena preoccuparsi. Il poveretto “non è dei loro” e, se fosse morto, il semplice toccare un cadavere comporterebbe uno stato di “impurità” legale tale da richiedere noiose procedure di purificazione. Meglio passare oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Introducendo nel racconto la figura del samaritano compassionevole, Gesù ottiene lo scopo: scandalizzare i presenti e far loro rizzare le orecchie. I samaritani sono i “nemici” dei giudei, altrettanto odiati quanto i pagani romani perché sono degli eretici che si sono allontanati dall’antica fede dei padri. Eredi dell’antico Regno del Nord, spazzato via dalle armate assire sette secoli prima, i samaritani si sono mescolati coi dominatori assiri acquisendone usanze e credenze religiose, in forza delle quali essi si sono allontanati dall’ortodossia religiosa dei confratelli giudei, i quali li considerano al pari dei pagani o, peggio, come dei rinnegati. Sottolineando la compassione provata dal passante samaritano, Gesù vuole indurre gli ascoltatori a rovesciare il loro modo di pensare e di prendere atto di un amore capace di superare ogni barriera razziale, religiosa e culturale, un amore il più possibile simile a quello che Dio prova per ogni peccatore. Gesù è la personificazione dell’amore di Dio ed è la dimostrazione vivente di come Dio si fa prossimo a tutti gli uomini, anche a quelli più lontani da una retta fede e da una vita onesta. Il samaritano della parabola è semplicemente un uomo che si commuove per la sventura di un suo simile senza soffermarsi a chiedere la sua carta d’identità e senza disquisire sulle sue credenze religiose o sulle sue abitudini e differenze culturali. Egli soffre, semplicemente, per le sofferenze sopportate dallo sconosciuto riverso sulla strada e tanto basta per indurlo a prendere delle decisioni pratiche consequenziali, andando ben oltre lo stretto dovere di assistenza urgente. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Farglisi vicino già significa che egli non teme di compromettersi né dal punto di vista religioso né sul piano umano; oltre a ciò, le azioni svolte dal samaritano stridono col comportamento indifferente del sacerdote e del levita.  Egli fa ricorso alle risorse di pronto soccorso del suo tempo: il vino disinfetta le ferite e l’olio lenisce il dolore. Il samaritano non agisce sotto la spinta di obblighi religiosi né per obbedienza a qualche comandamento divino, ma fa del suo meglio per curare un uomo ferito indottovi da un senso di solidarietà umana, senza la quale l’idea della fratellanza tra gli uomini resterebbe un concetto privo di senso. Gesù propone il comportamento del samaritano come esempio di ciò che Dio fa a favore di ogni uomo ed addita il suo agire come pratica applicazione del contenuto dell’intera Legge, sintetizzata dal dottore della Legge nei comandamenti dell’amore per Dio e per il prossimo.  Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così». Il dottore della Legge ha chiesto a Gesù chi, secondo la Legge, sia il prossimo da amare e si aspetta che Egli esponga i casi limite, facendo le debite distinzioni tra chi meriti di essere considerato “prossimo” e chi debba essere trattato da nemico. Gesù stravolge la prospettiva discriminatoria del suo interlocutore e dimostra, con un esempio pratico, che il dovere di amare abbatte frontiere e differenze di fede e di cultura. Il concetto di “prossimo” non è soggetto a norme giuridiche, ma afferisce ad un amore concretamente vissuto e messo in pratica senza ingabbiare la compassione e la misericordia dentro i recinti invalicabili del pregiudizio e dell’odio razziale, religioso e culturale di alcun tipo. Se l’uomo non si comporta come ha insegnato Gesù Cristo, non avrà mai pace e sarà incapace di costruire ponti di dialogo, di collaborazione e di rispetto reciproco. Altro spunto di riflessione: il samaritano non si è fatto tanti problemi a considerare il ferito come suo possibile “prossimo”, ma si è fatto lui stesso “prossimo” alla vittima dell’aggressione e si è fatto carico delle sue sofferenze e delle sue ferite, trattandole come se fossero le proprie. Chi ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti? Il dottore della Legge evita di nominare il samaritano, ma afferma che è stato proprio lui a comportarsi come “prossimo” del ferito perché gli ha usato misericordia, gli è stato vicino, lo ha curato, lo ha fatto ospitare in un luogo protetto ed ha pagato per lui senza nulla pretendere in cambio. Il dottore della Legge ha voluto innescare una polemica con Gesù ed ha dovuto convenire con Lui che il suo concetto di “prossimo” doveva essere rivisto. Il prossimo è colui che “fa” misericordia e di volta in volta si rende vicino a chi si trova nel bisogno. Dal piano della discussione teorica, il dottore della Legge è stato condotto da Gesù sul terreno della concretezza della realtà quotidiana: «Va’ e anche tu fa’ così». Il resto è chiacchiera fine a se stessa, inconcludente e senza prospettiva di vita eterna.

XVI Domenica del Tempo Ordinario, Anno C

21 luglio 2019

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta» (Lc 10, 38-42).

Il breve brano evangelico di questa domenica è una piccola “perla”, da ammirare e gustare fino in fondo, perché ci dice che ci sono molti modi per essere discepoli di Gesù, come mirabilmente espresso dall’atteggiamento delle due sorelle amiche di Gesù, Marta e Maria, ma ci di indica anche quali siano le preferenze personali di Cristo. Accanto all’azione (come le attività pastorali, l’organizzazione degli eventi ecclesiali, la costruzione di comunità cristiane, le attività benefiche all’insegna dell’insegnamento evangelico e via dicendo), non sfigura affatto la vita contemplativa, l’ascolto meditato della parola di Dio, il silenzio interiore, la preghiera non solo comunitaria, ma anche quella personale. Sarebbe auspicabile il perfetto equilibrio tra questi due modi di essere discepoli di Cristo, ma non sempre le personali inclinazioni aiutano a trovare la giusta via di mezzo; l’importante è che, chi si fa in mille per organizzare, dirigere e praticare le innumerevoli attività pastorali che il mondo richiede, non si ritenga superiore a chi, invece, predilige una vita più ritirata e nascosta, segnata dai ritmi della preghiera, del silenzio e della meditazione o viceversa. Nella vita della Chiesa, tutti i cristiani sono importanti per quello che credono e per quello che fanno per il bene comune, ma nessuno è indispensabile: alla fine, siamo tutti servi inutili, seppur sempre al servizio del vangelo di Cristo. In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Gesù sembra avere l’argento vivo addosso. Egli ha fretta di portare a termine la sua missione di annuncio della salvezza (Regno di Dio) e, nello stesso tempo, sa che gli manca ancora poco tempo di vita terrena; a Gerusalemme, dove è diretto, lo aspetta la croce. L’evangelista Luca non sempre segnala le tappe percorse da Gesù nel suo viaggio di avvicinamento a Gerusalemme, ma più volte afferma che Egli è in cammino, alla continua ricerca di uomini e donne da incontrare per seminare nei loro cuori il seme del vangelo ed i suoi discepoli devono sapergli stare dietro, seguirne le orme in senso materiale e figurato. Anche quando si prende una pausa di riposo, Gesù ha sempre qualcosa da fare, come pregare e meditare in solitudine o, come in questo caso, sostare per un po’ presso l’abitazione di amici di vecchia data ma senza perdersi in chiacchiere inutili; l’urgenza del vangelo non ammette perdite di tempo. Anche la sosta a Betania, quindi, fa parte del suo programma missionario e la buona ed amichevole accoglienza, riservatagli dalle sorelle Marta e Maria, consente a Gesù di unire l’utile della predicazione al piacere di un po’ di riposo e di quiete. Leggendo tra le righe del racconto, pare proprio di capire che Marta svolga, a tutti gli effetti, il ruolo della padrona di casa (dal vangelo di Giovanni sappiamo che le due sorelle hanno pure un fratello, di nome Lazzaro, beneficiario di una prodigiosa resurrezione operata da Gesù quando era già stato deposto nel sepolcro e morto da ormai quattro giorni; Luca non ne fa il minimo cenno) e che sia una donna energica, di grande senso pratico e sempre indaffarata, poco propensa a perdersi in chiacchiere. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Al contrario della sorella tuttofare, Maria è una donna molto riflessiva, incline all’introspezione ed alla solitudine e, nella circostanza, tutta presa a non perdersi neppure una parola dell’insegnamento dell’amico Maestro. Maria ha l’atteggiamento vero e proprio della discepola di Gesù: ella se ne sta seduta ai suoi piedi ed ascolta, mandando a memoria ogni sua parola e custodendola nel profondo del cuore, per poterla poi tradurre nella pratica della sua quotidianità presente e futura. Apparentemente, Maria non fa nulla, ma il suo è il giusto atteggiamento di servizio alla Parola di Dio. Verrà il momento in cui anche Maria dovrà alzarsi in piedi e cominciare a servire Dio con la propria vita, ma non prima di aver ricevuto ogni parola uscita dalla bocca di Dio. Oggi, invece, si è molto più propensi a “fare” senza prima ascoltare, salvo poi arrestarsi di fronte ad un fallimento e mettere in discussione ciò che si è fatto, presumendo di poterlo rifare meglio grazie alle proprie capacità e senza misurarsi con ciò che Dio vuole veramente da noi; tante manifestazioni di depressione scaturiscono dall’incapacità di stare in silenzio con se stessi e di interrogarsi sul senso ultimo della propria esistenza, specie quando si esclude la presenza del Signore dalla propria vita spirituale e materiale, salvo poi ricorrere agli psichiatri per raccogliere i pezzi di un’umanità che si è frantumata, cozzando contro gli ostacoli del vivere quotidiano. Inevitabilmente, non si può vivere solo di “ascolto”, ma prima o poi occorre anche “alzarsi” e mettersi a “servire” il Signore nei fratelli, mettendo in pratica ciò che si è ascoltato, meditato, fatto proprio. Da un vero ascolto attento della Parola di Dio scaturisce tutto il resto. Alcuni santi ci hanno dato l’esempio, come s. Francesco, S. Ignazio di Loyola, madre Teresa di Calcutta per citarne solo alcuni, i quali hanno cambiato radicalmente il loro stile di vita dopo un’adeguata riflessione sul significato più genuino delle pagine del vangelo, seguendo ciascuno la propria indole e le proprie qualità psicologiche e culturali. Nessun santo è noiosamente ripetitivo, poiché la Parola di Dio non appiattisce, ma esalta le qualità di ogni credente indirizzandole verso il proprio fine: trasformare il cuore di ogni essere umano e renderlo conforme al piano salvifico del Signore. Prima di “dare”, ciascuno di noi deve “ricevere” e, prima di “dire”, deve “ascoltare” ciò che Dio vuole che noi facciamo e diciamo agli altri, altrimenti parleremmo a vanvera e faremmo ciò che piace a noi, non ciò che è necessario agli altri. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Tutta presa dalle proprie occupazioni (tenere in ordine la casa, cucinare, preparare la tavola, servire a mensa, controllare che non manchi nulla per il benessere degli ospiti), Marta si accorge tutt’ad un tratto di essere “sola”, come capita a quanti si assumono delle responsabilità di servizio e che, per tanti motivi (invidia, gelosia, smania di protagonismo, incomprensioni, conflitti d’interesse, maldicenze), inconsapevolmente inducono i loro collaboratori a fare un passo indietro, dando loro l’impressione di essere stati davvero lasciati soli. Spesso, è proprio questa la dinamica del “servizio”: spendersi per gli altri e non ricevere nemmeno una piccola gratificazione da parte di chi viene servito, oppure essere considerati troppo ingombranti da quegli stessi che, almeno a parole, si sono impegnati nella stessa attività di servizio a favore del prossimo. Marta si lamenta con Gesù perché permette alla sorella di lasciarla “sola” a servire gli invitati e lo sollecita a darle una mossa. C’è così tanto da fare, che una mano in più non è davvero di troppo. Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta». Gesù non perde l’occasione per impartire una piccola lezione di vita alla pur volenterosa Marta, seppur usando molta delicatezza nel rimprovero. Maria ha scelto di stare “ai piedi” del Signore e di ascoltarne l’insegnamento di vita, accogliendo la sua presenza in casa e le sue parole come un dono da serbare per tutto il resto della propria esistenza. Così facendo, ella ha scelto per sé la parte migliore non solo di quella giornata, ma dell’intera vita. Affannarsi ed agitarsi per molte cose, come sta facendo Marta, non è di per sé sbagliato, ma non è la cosa più importante della vita. Molti non si sentono veramente realizzati ed a posto con la propria coscienza se non fanno qualcosa, ma Gesù dice apertamente che la sua predilezione è rivolta proprio a coloro che sanno scegliere la parte migliore: stare con Lui. Il resto, è dato come un di più. Nella Chiesa, comunque, c’è posto proprio per tutti, per Marta e per Maria, per i contemplativi e per le persone d’azione, per chi sa annunciare il vangelo con le parole e per chi lo sa tradurre in pratica senza avere il dono dell’eloquenza, per i mistici ed anche per chi fa fatica a concentrarsi due soli minuti nella preghiera, purché a nessuno venga in mente di sostituirsi alla grazia redentrice di Cristo presumendo di salvare il mondo in virtù dei propri carismi. Tutti utili, tutti servi, nessuno indispensabile ed insostituibile, ma tutti uniti a Cristo con un cuor solo ed un’anima sola per compiere fino in fondo la sua volontà, specie al cospetto della cattiveria di questo mondo che vorrebbe persino estirpare dalle radici il nome di Cristo dalla faccia della Terra.

 

XVII Domenica del Tempo Ordinario, Anno C

28 luglio 2019

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: “Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione”». Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono. Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!» (Lc 11, 1-13).

La preghiera è uno dei temi assai cari all’evangelista Luca, il quale ci presenta Gesù come un esempio vivente di preghiera continua, intensa, intima, confidenziale e filiale con il Padre. Sollecitato da uno dei suoi discepoli, evidentemente colpito ed affascinato dal modo in cui vede il Maestro immerso in preghiera, ad insegnare a tutti loro come pregare, Gesù consegna ai suoi non solo una formula da recitare secondo le proprie necessità spirituali o nei momenti del bisogno, ma l’essenza stessa della sua intima comunione con Dio. Quando i discepoli di Cristo Gesù si accingono a pregare, devono rivolgersi al Dio del cielo come un figlio si rivolgerebbe al proprio padre. Dio ha parlato agli uomini in modo “paterno” inviando loro il proprio Figlio unigenito ed in Lui ha detto tutto di Sé. Allo stesso modo, quando gli uomini si rivolgono a Dio tramite la preghiera, devono parlare con Lui come un figlio farebbe col proprio Padre, con amore confidente e fiducioso e con cuore aperto, senza finzioni o secondi fini, certi che Dio li ascolta ed agisce sempre ed esclusivamente per il loro bene. Il modo migliore per pregare Dio Padre è quello di usare le stesse parole di suo Figlio, unico vero mediatore tra Dio e gli uomini. «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ogni “maestro” lascia un’impronta nei suoi discepoli. Lo ha fatto Giovanni il Battista e lo fa Gesù, non solo con l’insegnamento ma anche con l’esempio. La preghiera non è pura astrazione, è un atto pratico e si impara a pregare con l’esercizio quotidiano e seguendo l’esempio di Gesù e dei grandi maestri di vita spirituale, suoi imitatori. La richiesta dei discepoli di Gesù è del tutto comprensibile; essi sanno già pregare, sono abituati a recitare i salmi, come hanno insegnato loro in famiglia e nella sinagoga, ma ciò che li rende ansiosi di imitare il loro Maestro è il suo modo di entrare in intimo rapporto con Dio Padre, così intenso e profondo da fare apparire inadeguata ed assai limitata la preghiera di un qualsiasi mistico di loro conoscenza. Gesù sta dimostrando ai suoi discepoli che la preghiera non è tanto un modo di fare, ma un modo di essere; se i suoi discepoli vogliono imparare a pregare come Lui, devono capire che devono rapportarsi con Dio come veri figli, manifestandogli fiducia, obbedienza e totale abbandono alla sua volontà, rivolgendosi a lui come ad un Padre vero e proprio al punto da chiamarlo abbà, papà. Quando pregate, dite: “Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione”. Per molti pensatori moderni, Dio è un concetto astratto che colloca l’essere umano e la sua intelligenza su un piano di inferiorità nei confronti di un Essere della cui esistenza è ragionevole dubitare. Chi mai ha visto Dio o chi l’ha sperimentato coi propri sensi? Quale essere umano è mai tornato dall’aldilà per descriverci la vita oltre la morte? Come credere ai cristiani che professano la loro fede nel Cristo risorto e vivo per l’eternità in una dimensione non umana? Per molti, Dio è solo un “problema” filosofico, di cui si può dire tutto ed il contrario di tutto e chi crede in Dio è solo un illuso, una proiezione psicologica del proprio desiderio di affrontare e risolvere i problemi concreti della vita d’ogni giorno. Meglio un buon psicanalista che un’illusoria preghiera da rivolgere ad un improbabile “Dio” del cielo. Gesù, invece, ce ne rivela il vero Volto, ce ne spiega l’intima essenza e ci insegna come rivolgerci a Lui con fiducioso abbandono e tenero amore, senza perdersi in chiacchiere inutili e senza troppe elucubrazioni cervellotiche. Quando pregate, dite: Padre. Abbà, papà. Quando si rivolge al proprio padre, di solito un figlio lo interpella per chiedere qualcosa, un aiuto, un favore, un dono, una spiegazione, un consiglio, un’opinione. Per un semplice scambio affettuoso è più facile rivolgersi alla mamma che al papà, ma per Gesù non è così. Sia santificato il tuo nome: il Nome di Dio è già di per sé Santo ma, augurando a Dio che il suo nome sia santificato, impegniamo noi stessi a far trasparire nella nostra condotta la somma santità di Dio ed a renderle testimonianza, affinché nessun uomo osi bestemmiare il suo Nome a causa nostra. Venga il tuo regno. Invocando la venuta del Regno di Dio, chiediamo che Egli regni veramente nel nostro modo di essere, di pensare, di agire, di amare e di essere ognuno prossimo ai propri fratelli. Il Regno di Dio si rende evidente attraverso la nostra lotta al male, al vizio, alla perversione, all’inganno, alla truffa, alla violenza, alla sopraffazione, all’indifferenza verso gli altri, allo sfruttamento del prossimo, all’egoismo. Ogni credente contribuisce all’affermazione del Regno di Dio su questa Terra quando accetta di servire tutti gli esseri umani senza eccezione alcuna, se opera per il bene di tutti e se sa spendere la propria vita nell’amore disinteressato, donato a piene mani e senza nulla pretendere in cambio, ad esempio di Cristo che ha donato la propria vita anche per i suoi persecutori. Un amore così totale e totalizzante è sovrumano, supera le capacità psicologiche e morali anche dei santi e necessita di un cibo spirituale per irrobustirsi e sopravvivere a tutte le avversità della vita. Per questo dobbiamo continuamente ripetere: dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano. Se il cristiano non si nutre della Parola e del Corpo e Sangue del Signore, muore spiritualmente e perde la fede. L’invocazione di Gesù non esclude anche il bisogno di soddisfare la fame materiale, ma questa appare secondaria alla necessità di placare, prima, la fame spirituale di Dio e della sua Parola di verità: non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Se l’uomo non si allinea, prima di tutto, con la volontà di Dio e con le sue esigenze di fede, di amore e di ricerca della pace interiore, non sarà mai in grado di comprendere e di ovviare il bisogno di fame materiale dei singoli individui e di intere popolazioni, perché metterà sempre al primo posto i propri bisogni e mai quelli degli altri. Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono. Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Gli esempi, esposti da Gesù, spiegano il senso della preghiera e ci illustrano il modo di agire di Dio, seppure in modo allusivo e tenendo debito conto dell’enorme differenza che esiste tra il comportamento umano e quello di Dio. La domanda dell’uomo che, in piena notte, si trova nella condizione imbarazzante di dover ospitare un amico di passaggio, ci illumina sul senso di ospitalità dei popoli antichi e, allo stesso modo, la richiesta di un prestito di tre pani si spiega col fatto che questa quantità di pane costituiva il normale pasto di un adulto. Il “companatico” variava in base alle disponibilità economiche del singolo individuo o dei suoi ospiti, ma il pane costituiva l’essenziale per la sopravvivenza. L'uomo che, di notte, corre dall'amico è figura del discepolo di Cristo, invitato a pregare Dio sempre e comunque, con la piena fiducia di essere esaudito non perché l'ha stancato a forza di suppliche, ma perché Egli è davvero un Padre misericordioso e fedele alle promesse. Gesù suggerisce come deve pregare ogni suo discepolo: una confidenza totale in Dio, Padre amabile e giusto, pronta a spingersi fino a una certa sfacciataggine, cioè a "disturbarlo" in qualsiasi momento e ad insistere presso di lui in ogni modo, con la certezza di essere esauditi. L’ardore e l’insistenza della preghiera riflette l’amore dell’orante nei confronti di Dio, al quale si riconosce il potere di guidare ogni evento della vita e della storia conformemente alla propria infinita bontà e sapienza ed alla propria suprema volontà di bene nei confronti delle sue creature. Cosa chiedere a Dio con tanta insistenza e con fiducia totale? Cosa aspettarsi da Dio con la nostra preghiera? Innanzitutto, la preghiera deve riflettere un cammino interiore verso Dio, il bisogno crescente di vivere con e per Lui, di vivere conformemente alla sua volontà compiendo gesti di bontà che siano un riflesso, seppur pallido, del suo amore per tutti gli uomini: siate santi, come è santo il Padre vostro che è nei cieli. In secondo luogo, non appartiene allo spirito della preghiera del cristiano la richiesta di ottenere da Dio dei beni materiali, bensì il supremo desiderio di appartenere a Lui solo e di essere a Lui graditi in conformità alla sua bontà e santità. È giusto chiedere a Dio di saper compiere sempre e comunque la sua suprema volontà, senza pretendere che Egli indirizzi la nostra vita secondo i nostri desideri e le nostre ambizioni personali. Chiediamo, prima di tutto, che si realizzi il Regno di Dio tra gli uomini ed il resto ci verrà dato in sovrappiù. Come si realizza il Regno di Dio? Attraverso il riconoscimento della Signoria di Dio sugli uomini, il rispetto della sua santa legge, l’accoglienza fraterna del nostro prossimo, la lotta al male ed alle strutture di peccato, il rifiuto dell’egoismo e di una visione puramente materialistica della vita, l’accoglienza e la preservazione della vita di ogni essere umano, la conoscenza di Cristo e del suo Vangelo, l’accettazione del valore redentivo della croce di Cristo e del piano salvifico del Padre. Il resto (la salute, il lavoro, la tranquillità sociale ed economica, la buona riuscita dei nostri affari quotidiani) è un di più che ci condiziona l’esistenza se mettiamo Dio all’ultimo posto dei nostri pensieri e desideri. È un errore sostanziale chiedere a Dio dei “doni” e non chiedere Lui come Dono. Il desiderio di Dio è il più grande dono fatto all’uomo: solo Dio può colmare il desiderio del suo cuore. Se chiediamo a Dio di riempire di Sé i nostri pensieri, i nostri progetti di vita e la nostra stessa esistenza, la nostra preghiera sarà certamente accolta e soddisfatta. La preghiera, così intesa e vissuta, può veramente cambiare il cuore dell’uomo e metterlo in sintonia con la volontà di Dio e coi desideri del suo cuore di Padre. Nella preghiera l’uomo si scopre davvero “figlio” di Dio e da Lui accolto per quello che è, fragile creatura peccatrice ma amata immensamente dal Padre che sta nei cieli. La fiducia in Dio è l'anima della preghiera e la relazione filiale con Dio è il senso stesso della preghiera, grazie alla quale Dio riversa nel nostro cuore il suo stesso Spirito di Amore e di Verità. Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono! Ricevere lo Spirito di Dio significa vivere in sintonia piena e totale con la volontà di Dio, essere in tutto e per tutto simili a Gesù, vivere in pienezza la vita stessa di Dio ed essere già, nel nostro vivere quotidiano, cittadini del Regno dei cieli.