Casella di testo: Santuario Diocesano dell’ Eucaristia
 
Monastero del Sacro Cuore - Via Trento 27 - Vigevano  (PV) 
 
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Casella di testo: Ordine Adoratrici Perpetue del SS. Sacramento

 

 

 

 

 

 

 

 

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Eucaristia Luce del Mondo

 

 

 

 

 

 

 

                  

Pasqua di Resurrezione del Signore, Anno C

 

 

21 aprile 2019

 

 

 

 

 

Il primo giorno della settimana, al mattino presto [le donne] si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro e, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. Mentre si domandavano che senso avesse tutto questo, ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante. Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva: "Bisogna che il Figlio dell'uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno"». Ed esse si ricordarono delle sue parole e, tornate dal sepolcro, annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo. Anche le altre, che erano con loro, raccontavano queste cose agli apostoli. Quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano a esse. Pietro tuttavia si alzò, corse al sepolcro e, chinatosi, vide soltanto i teli. E tornò indietro, pieno di stupore per l'accaduto (Lc 24,1-12).

L’annuncio pasquale ci consegna, da quasi due millenni, una verità incredibile, sconvolgente, accolta da molti con fede e, da altri, con estremo scetticismo o con aperta ostilità: Cristo è risorto, Egli vive al di là della morte, è il Signore dei vivi e dei morti. In questo giorno, attorno al quale ruota l’intera vita del cristiano, viene annunciato lo straordinario evento della risurrezione di Cristo Gesù dai morti, si afferma la vittoria della vita sulla morte, si proclama che la vita non sarà distrutta ma trasformata. Questa, in sintesi, la realtà testimoniata dagli apostoli; l’annuncio che Cristo è vivo ed è l’Eterno Vivente si espande lungo il corso dei secoli da quel “primo giorno della settimana”, diventato il giorno inaugurale dei cieli nuovi e della terra nuova cui tutta l’umanità, interiormente rinnovata dalla grazia che promana dal Risorto, è protesa. La Chiesa, nata dalla Pasqua di Cristo, custodisce questo annuncio e lo trasmette in vari modi ad ogni generazione: nei sacramenti lo rende attuale e contemporaneo ad ogni comunità riunita nel nome dei Signore e con la propria vita di comunione e di servizio si sforza di testimoniarlo davanti al mondo intero. "Il primo giorno della settimana, al mattino presto [le donne] si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato". L’evangelista non si limita a riferire un fatto che, dal suo punto di vista, è “vero” sul piano eminentemente storico, ma intende rileggerlo in senso squisitamente biblico e ne offre una chiave d’interpretazione prettamente teologica, avendo ben presente il testo del libro della Genesi, dove viene descritta la creazione: «...e fu sera e fu mattina: primo giorno». Luca si richiama così alla creazione e vuol far comprendere che la resurrezione di Gesù non è interpretabile come una mera rianimazione di un cadavere, ma una nuova creazione ad opera di Dio: la resurrezione è un vero e proprio atto creativo da parte di Dio. Questo concetto è mirabilmente espresso dalla forma ottagonale dei battisteri risalenti al periodo classico dell’arte romanica (XI-XII secolo della nostra era), per richiamare la risurrezione, come anticipato secoli prima da s. Ambrogio, il quale assegnò al numero 8 un valore simbolico intuitivo: «... era giusto che l'aula del Sacro Battistero avesse otto lati, perché ai popoli venne concessa la vera salvezza quando, all'alba dell'ottavo giorno, Cristo risorse dalla morte». Secondo la Genesi, furono sei i giorni effettivi della creazione, suggellati dal settimo giorno dedicato al riposo di Dio, il sabato, mentre l'ottavo è il dies Domini (il giorno del Signore o Domenica), il giorno in più, quello dell'eternità, sancito appunto dalla resurrezione di Cristo Signore. Oltre a ciò, l’ottagono è la figura geometrica compresa fra il quadrato, simbolo del mondo materiale ed il cerchio, simbolo del mondo celeste. Grazie al battesimo, ricevuto nel nome di Cristo, l’uomo è al contempo cittadino del mondo e cittadino della patria celeste. Le donne che vanno al sepolcro con gli aromi per onorare il corpo di Gesù non sono nominate; solo in seguito sapremo che sono "Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo". Da questo elenco manca una donna, la madre degli apostoli Giovanni e Giacomo, i figli di Zebedeo, la quale, a quanto pare, seguiva Gesù per interesse e per ambizione, tanto da far scatenare dai due giovani un’accesa polemica con gli altri apostoli con la pretestuosa richiesta di sedere uno alla destra e uno alla sinistra del Messia. L'ultima volta che questa donna compare nei vangeli è al momento della crocifissione, ma con la morte di Gesù si sono ormai perse tutte le speranze di gloria e di ambizione. "Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro e, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù". Le tombe erano quasi sempre scavate nella roccia e venivano chiuse ponendo una pietra sopra. Mettere una pietra sopra significava la fine di tutto. Le sorprese sono due: la pietra sollevata e l'assenza del corpo di Gesù. Chi mai avrebbe potuto prendersi la briga di rimuovere una pietra così pesante per trafugare il cadavere di un condannato a morte mediante l’obbrobrioso patibolo della croce, destinato per lo più ai delinquenti della peggior specie, agli schiavi ed ai traditori? Mentre si domandavano che senso avesse tutto questo, ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante. Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva: "Bisogna che il Figlio dell'uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno»". Queste sorprese provocano un’ansia crescente nelle donne e necessitano di una spiegazione, la quale arriva attraverso l'apparizione di due persone sulla cui identità Luca non lascia trapelare nulla, se non che il loro aspetto era "sfolgorante". L’evangelista sembra fare riferimento all'apparizione di Mamre (Gen 18,1-16) dove il Signore Dio, insieme ad altri due personaggi ignoti, accetta l'accoglienza generosa di Abramo. Qui i due personaggi si mostrano nuovamente e simboleggiano l'intervento di Dio per spiegare alle donne il significato di quella tomba vuota. Di fronte alle donne impaurite, i due personaggi ricordano che per tre volte Gesù aveva annunziato la sua morte e la sua resurrezione, ma i discepoli non avevano capito assolutamente niente, perché essi seguivano Gesù animati da desideri di ambizione, litigando tra loro per sapere chi era il più importante. Un velato rimprovero: "Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto…" Gesù, dunque, è vivo proprio perché è passato attraverso la morte; Egli ha terminato la sua vita biologica per proseguire la sua vita in Dio. La morte, dunque, non diminuisce la persona ma la potenzia; ecco perché Gesù, ogni volta che parla della morte, usa paradossalmente termini assolutamente positivi. Fintanto che si sta orientati verso il sepolcro, fintanto che si piange il morto, non riusciamo a percepire la presenza di questa persona viva e vivificante accanto a noi. È qui, è con noi, ma noi, distrutti dalla sua morte, vediamo soltanto la sua tomba, vediamo soltanto il dolore e il pianto. Non ci accorgiamo che la persona cara ci sta accanto e attende soltanto che noi facciamo un semplice gesto: di voltarci dalla tomba, dal sepolcro, verso la vita. È quello che nel Vangelo di Giovanni succede con Maria di Magdala, la quale sta orientata verso il sepolcro e piange. Soltanto voltandosi, la Maddalena "vide Gesù". Alle parole dei due esseri sfolgoranti di luce, le tre donne (Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo) si ricordarono delle sue parole e, tornate dal sepolcro, annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Alla testimonianza di queste tre donne si aggiunge quella di altre donne, di cui l’evangelista non cita il nome e di cui non riferisce esplicitamente una presenza effettiva al momento del rinvenimento della tomba vuota. Forse la loro presenza non era ritenuta fondamentale dall’evangelista, cui premeva sottolineare che la testimonianza circa l’accaduto era da considerare valida in quanto resa da un numero legale di testimoni (due o tre). Qui sorge un problema. Secondo la legge ebraica, infatti, solo gli uomini potevano rendere una testimonianza legalmente riconosciuta. Le donne, per contro, non erano considerate affidabili e, per di più, erano trattate come esseri inferiori, che nella scala sociale occupavano a malapena un gradino superiore rispetto a quello occupato dagli schiavi e dai pagani. Inoltre, proprio a seguito dell'episodio di Mamre, durante il quale Sara, per schermirsi, aveva risposto con un’innocente bugia (Gen 18,15), alle donne non era consentito testimoniare e, se lo facevano, non erano credute. Infatti: "Quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano ad esse." I discepoli, da buoni ebrei, non credono alle donne. Ma qualcosa dell'insegnamento di Gesù è filtrato attraverso la scorza dura costruita dalla tradizione e, cosa sorprendente, il più zuccone di loro, Pietro, si rivela il più ricettivo: "Pietro tuttavia si alzò, corse al sepolcro e, chinatosi, vide soltanto i teli. E tornò indietro, pieno di stupore per l'accaduto". La corsa di Pietro è, per così dire, poco dignitosa; la corsa, nella mentalità orientale, fa perdere onore e dignità a chi la effettua, ma capire è così importante, così urgente per Pietro da fargli ignorare le conseguenze del suo atto. Egli entra nel sepolcro, vede solo il sudario in terra e… non comprende. Lentamente torna dagli altri discepoli e lungo il cammino elabora quello che ha visto e ne rimane stupito come lo erano state le donne. Ma a Pietro non appaiono i due personaggi; Pietro ha ricevuto per tre anni l'insegnamento di Gesù, avrebbe dovuto capire. Inoltre ha ascoltato la testimonianza delle donne, avrebbe dovuto credere. Ma Pietro non riesce a scrollarsi di dosso il manto soffocante della tradizione e rimarrà per lungo tempo nell'incertezza fino a quando, con un intervento diretto di Dio, dovrà cedere e convertirsi (At 10,9-17.34-43; cit.). La scoperta del sepolcro vuoto e la fede dei primi discepoli ha un significato molto importante nei vangeli. Essa vuol dire che la fede nel Risorto non si basa su prove oggettive, quali le sue apparizioni, e neppure la scomparsa del cadavere dalla tomba. I discepoli infatti credono perché finalmente, stimolati da un fatto di per sé privo di qualsiasi forza dimostrativa, improvvisamente colgono il significato delle Scritture, secondo le quali egli doveva risorgere. In realtà le Scritture non parlano esplicitamente della risurrezione del Messia: sarà a partire da questo evento che i primi cristiani rileggeranno le Scritture, ritrovando in esse quello che era diventato il punto centrale della loro fede. Tuttavia sono proprio le Scritture che, mettendo in luce il piano salvifico di Dio, mostrano che il suo inviato non poteva subire la sconfitta cocente della croce, anzi proprio questa doveva essere il segno più luminoso della sua gloria. Così viene affermato in modo fortissimo che la gloria di Dio si distacca radicalmente dalla gloria umana: mentre questa consiste nella sopraffazione dell'uomo sull'uomo, la gloria di Dio significa identificarsi con gli ultimi per portarli a una vita piena che non verrà mai meno (cit.).

 

II Domenica di Pasqua, Anno C

28 aprile 2019

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome
 (Gv 20, 19-31). 

 

Al mattino di quel primo giorno della settimana (con molta probabilità il 9 aprile dell’anno 30 dell’era cristiana), la tomba di Gesù è stata trovata vuota dalla Maddalena e, poi, anche da Pietro e Giovanni. Gli apostoli sono riuniti nel cenacolo, dove tre giorni prima hanno consumato con Gesù l’ultima Cena, durante la quale il Maestro ha donato loro la sua Persona come cibo eucaristico; per timore dei giudei, gli apostoli hanno chiuso per bene la porta d’ingresso con sbarra e chiavistello. Non ci sono tutti: mancano all’appello dei fedelissimi di Gesù il traditore Giuda Iscariota, che si è impiccato per la disperazione e Tommaso, detto Didimo (gemello). Stanno commentando i recenti avvenimenti riguardanti la tragica fine del loro Maestro e, soprattutto, la scoperta del sepolcro vuoto, con l’aggiunta della notizia che Maria Maddalena dichiara, con fare stralunato, di aver proprio “visto” Gesù vivo ed in carne ed ossa, anche se non si è lasciato “toccare” da lei. Le voci sono eccitate, perché la notizia è di quelle davvero clamorose, ma all’improvviso cala un silenzio assoluto. Dal nulla, appare tra i discepoli la figura del Maestro, il cui volto è sereno e gioioso, trasfigurato, che non ha nulla a che vedere con quello sofferente ed angosciato della notte della sua cattura nel giardino del Getsèmani. «Pace a voi!». La voce è quella familiare e ben nota, ascoltata per tre anni di seguito in tutte le contrade di Palestina e con tutte le tonalità del caso: a volte quasi sussurrata, a volte decisa ed autorevole, talvolta rotta dall’emozione e talaltra brusca ed irata. Gesù era un uomo profondamente buono e mite, ma davanti alle ingiustizie palesi e meschine consumate dalle persone arroganti e prepotenti del potere politico e religioso ebraico o di fronte all’uso improprio del Tempio, la casa di Dio Padre, era capace di andare su tutte le furie e non le mandava a dire. Shalòm aleikhèm. L’augurio di pace, pronunciato da Gesù con tono gioioso e quasi allegro, scende come un balsamo su quei cuori rudi, abituati alle comuni sofferenze del vivere quotidiano, ma duramente provati dalla tragica morte del loro amato Maestro. La sorpresa è tale da lasciare tutti i presenti senza fiato, ma con l’animo in subbuglio: ma allora, è vero, Gesù è vivo! Gesù vede l’evidente imbarazzo dei suoi discepoli e la loro gioia repressa, quasi temessero di vivere un sogno, irreale come tutti i sogni belli e brutti che popolano i loro sonni. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Il saluto di pace è ripetuto da Gesù come per ridestare i discepoli dal loro stupore ed è seguito da un dono e da un comando. Gesù non perde tempo in chiacchiere inutili, perché il tempo della sua presenza “fisica” su questa terra sta per scadere e, prima di ritornare al Padre, deve dare le ultime disposizioni ai suoi fedeli seguaci, chiamati a continuare nel mondo la sua opera fino ai confini della terra e fino alla fine del tempo. Il dono dello Spirito Santo ed il potere di perdonare i peccati vanno di pari passo, perché solo Dio può concedere il perdono per il male commesso dall’uomo. Conferendo all’uomo questo potere, Dio dimostra di aver “lacerato” veramente, non solo in senso figurato, quel “velo” che nel Tempio di Gerusalemme indicava la netta separazione esistente tra l’umano ed il divino: Dio si è fatto uomo per rendere l’uomo “come Dio” e gli ha concesso il dono di essere, a tutti gli effetti, suo “figlio”. Tommaso, soprannominato “gemello”, è assente. C’è sempre qualcuno che manca all’appello quando Dio si presenta all’appuntamento con la storia dell’uomo ed è sempre quel solito “qualcuno” che ce l’ha con Dio per tutte le conseguenze disastrose del comportamento umano, o che lo accusa di essere altrove quando gli eventi della storia personale o sociale prendono una brutta piega. Sui banchi di una chiesa c'è sempre qualcuno che manca perché ha altro da fare e si perde l’appuntamento con il Signore; nessuno mai potrà prendere il suo posto. Tommaso non riesce proprio a credere ai suoi amici e colleghi: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Quanti di noi si possono identificare in Tommaso e nella sua fede “di buon senso”, che pretende di avere un occhio rivolto verso il cielo e l’altro verso il suolo, tanto per non perdere il contatto con la realtà, ma lo sguardo “camaleontico” non ha successo nei rapporti con Dio, il quale pretende tutto da noi, dal momento che a noi Egli ha dato tutto, ma proprio tutto, anche il proprio sangue e la vita stessa! Passano otto giorni, una nuova “domenica” e, questa volta, c’è anche Tommaso nel Cenacolo e questa volta Gesù appare nuovamente, solo per lui: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Anche il nostro vicino di banco, che la volta scorsa non era venuto a messa perché occupato in altre faccende, può ora rivolgersi a Gesù riconoscendolo ed invocandolo, come Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». È un’invocazione teologicamente perfetta, che scaturisce dal profondo del cuore di una persona che “scopre” Cristo dopo aver dubitato di Lui per tanti motivi: perché imbottito di pregiudizi, fuorviato da cattivi esempi o pessimi insegnamenti, respinto nel momento del bisogno da uomini e donne “di chiesa” bravi a riempirsi la bocca di belle parole, ma incapaci di un gesto di vera “carità cristiana”, oppure perché si è sempre fidato di un “Gesù buono” che risolve tutti i problemi perché mosso a compassione da fioretti e novene. Quando la fede rimane “bambina”, non sboccia, non sa spiccare il volo e può maturare solo se si fa esperienza del Risorto: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Non c’è bisogno di vedere Gesù a tu per tu, come concesso a Tommaso ed agli altri apostoli, né c’è bisogno di mettere le mani nelle sue ferite per credere; basta fidarsi di lui. Per chi crede senza bisogno di “vedere” a tutti i costi, Gesù ha confezionato una nuova, ultima “beatitudine”: beati quelli che non hanno visto e hanno creduto. Chi crede senza tanti sofismi ed equilibrismi dialettici ed intellettuali, chi crede anche contro ogni presunta dimostrazione “scientifica” che la fede è luce solo per anime semplici e credulone, da Cristo Signore è messo nella lista dei “beati”.

 

III Domenica di Pasqua, Anno C

5 maggio 2019

In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti. Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi»
(Gv 21, 1-19).

 

Dopo la morte di Gesù, la terra è crollata sotto i piedi dei suoi fedeli seguaci. Solo l’esperienza della resurrezione del loro Maestro li ha rianimati; per ben due volte essi lo hanno visto “vivo e vegeto”, seppure coi segni terribili della sua passione, cioè i fori dei chiodi alle mani ed ai piedi e lo squarcio lasciato dalla lancia sul suo petto. Davanti a quelle ferite, non più sanguinanti, ma indelebili tracce del dolore inaudito sofferto dall’Uomo-Dio per amore degli uomini, lo scettico Tommaso si è inginocchiato, quasi schiacciato dal peso della propria incredulità ed ha proclamato il suo atto di fede, divenuto l’atto stesso di fede di tutta la Chiesa universale: Signore mio e Dio mio. Gli apostoli portano nel cuore la gioia indicibile della certezza che il “loro” Gesù è vivo, anche se non sanno ancora spiegarsi il mistero del suo ritorno in vita, ma ora devono tornare alle loro antiche abitudini quotidiane, abbandonate tre anni prima per seguire il Maestro. Essi devono pur sempre mangiare per sopravvivere e la maggior parte di loro riprende in mano gli attrezzi di un lavoro tramandato per generazioni nel loro clan familiare: la barca e la rete a strascico. L’ambiente di lavoro è quello solito, il lago di Galilea (che è chiamato in vari modi, Lago di Gennèsaret per la sua forma a cetra o Lago di Tiberiade, la maggiore delle città che si affacciano sulle sue rive), la cui estensione è tale da essere denominato “mare” con una certa enfasi. Sulla barca si ritrovano in sette (ne mancano all’appello quattro, forse dediti, come Matteo il gabelliere, ad altre professioni, mentre uno ha pensato bene di togliersi la vita per la disperazione ed il rimorso per il proprio tradimento): Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Il gruppo degli apostoli non si è sfaldato dopo la tragedia del Gòlgotha, ma ciascuno di loro cerca di dare un senso a quanto è successo anche rifugiandosi nella quotidianità della propria vita e del proprio lavoro. Pietro non perde l’abitudine al comando ed alla libera iniziativa e si trascina dietro il resto del gruppo: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Una notte in bianco, trascorsa facendosi cullare dalle onde del lago e parlando sottovoce, per non spaventare i pesci attratti dalla fioca luce della lampada ad olio che penzola dalla barca, senza la soddisfazione di pescare un misero pesciolino. Una pesca a vuoto, come tante altre nella loro lunga esperienza di pescatori. Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. L’alba accoglie i pescatori, sui cui volti è dipinta la delusione del fallimento, gli occhi appesantiti dal sonno. Sulla riva del lago c’è un uomo piuttosto mattiniero, forse un acquirente di pesce fresco che non è possibile accontentare. È Gesù, ma nessuno di loro lo riconosce. Neppure quella voce, a loro così familiare, suscita in qualcuno il minimo sospetto circa la sua identità. Lo sconosciuto chiede se hanno a bordo qualcosa da mangiare, ma il loro sconforto è più eloquente di mille parole. Il pesce sembra essere scomparso da quel lago capriccioso, spesso così generoso e, talvolta, tanto avaro di soddisfazioni. «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». Non è un consiglio, ma un ordine e come tale viene recepito dai pescatori, i quali nemmeno obiettano al tizio sulla riva che è inutile tentare di pescare qualcosa dopo una simile nottata. Cosa cambia gettare la rete da babordo o da tribordo? Forse nulla ma, come spinti da una forza interiore, Pietro ed i suoi compagni obbediscono senza fiatare e, con loro grande sorpresa, la rete si riempie di una grande quantità di pesce, tanto da non riuscire a tirarla su dall’acqua. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Il discepolo, che riconosce Gesù grazie a quel prodigio, è probabilmente Giovanni, un giovane ardente ed appassionato verso il quale Gesù ha sempre mostrato una certa predilezione ed assimilabile ad ogni vero discepolo che è oggetto dell'amore personale di Gesù e che, a sua volta, corrisponde a tale amore. Il miracolo è una splendida immagine della missione apostolica: essere "pescatori di uomini". Tale missione è gratificata da un’enorme fecondità, che trova il suo segreto e la sua sorgente nella parola di Gesù e nella sua presenza ed ha come obiettivo quello di radunare tutti gli uomini nella Chiesa. All’improvviso, anche Pietro riconosce Gesù (ormai divenuto, per tutti, il Signore, ossia il “risorto”, il vincitore della morte e padrone della vita) e si rende conto della propria indigenza spirituale e morale, sottintesa dall’evidenza di trovarsi “svestito” davanti a Lui. Le operazioni di pesca sono piuttosto impegnative ed un pescatore non può essere impacciato nei movimenti a causa di abiti ingombranti, adatti solo per altre situazioni della vita quotidiana, per cui Pietro e gli altri compagni sono soliti indossare il minimo necessario quando manovrano la rete, ma l’evangelista coglie un significato più profondo nel disagio manifestato da Pietro al cospetto del Signore. Pietro sa benissimo di aver rinnegato Gesù e si porta in cuore il peso della sua vigliaccheria. Sa già cosa l’aspetta. Il gesto di gettarsi in mare e di nuotare spedito verso riva incontro a Gesù, ben si adatta al carattere di Pietro, che vuole affrettarsi senza indugio a riconciliarsi col suo Signore e Maestro, anche se deve adeguarsi ai “tempi” di Dio. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. I pesci trascinati a riva sono 153 e tutti grossi: il numero 153 ha una portata simbolica. Pare che a quell'epoca i naturalisti distinguessero 153 specie di pesci. Una missione quindi universale: raccogliere la grande varietà di popoli e razze umane nell'unità della Chiesa, simboleggiata dall'unica rete che non si spezza, nonostante la grandissima quantità di pesci. Con loro grandissima sorpresa i discepoli, che scendono a terra trascinando la pesantissima rete, scoprono che sulla spiaggia è già acceso un bel fuoco di brace su cui sfrigola del pesce e, lì accanto, un paniere pieno di pane. Il pesce sulla brace non è quello appena pescato; è un di più, è il frutto della premura di Gesù nei confronti di coloro che egli ama e per i quali ha donato la sua vita sulla croce. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti. Come non ricordare il miracolo dei pani e dei pesci moltiplicati, come non ricordare il gesto del pane spezzato la sera dell’ultima cena? Il "Signore" con squisita delicatezza ha preparato ai suoi discepoli la colazione ed in questo momento conviviale essi accolgono l'invito di Gesù ("Venite a mangiare"), percependo la sua presenza. Ed Egli "si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro...". Il linguaggio e tutta la scena richiamano l'Eucaristia. Ogni domenica anche a noi è dato di rivivere la medesima esperienza durante la celebrazione eucaristica (o santa Messa), da molti purtroppo sopportata e subita come un peso, come un “obbligo” morale, da molti altri evitata, da altri ancora vissuta con distrazione e distacco, per tradizione e senza slancio interiore. Con questo gesto “eucaristico”, Gesù introduce i suoi discepoli di ogni tempo ad entrare in intima e perfetta “comunione” di vita e di intenti con Lui, che è il Signore di tutti, dei vivi e dei morti, degli uomini e di tutti gli esseri viventi che nell’intero universo traggono la vita da Lui, Parola eterna e creatrice del Dio vivente. Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi». Pietro è alla resa dei conti. Probabilmente egli si aspetta un rimprovero da parte di Gesù, una bella tirata d’orecchi per il suo comportamento vile, una solenne ramanzina. Niente di tutto questo. Per tre volte egli ha rinnegato Gesù e per tre volte Gesù gli chiede se lo ama. Gesù sa benissimo che Pietro è caduto nell’errore per debolezza e fragilità umana, ma che a modo suo lo ha sempre amato sinceramente, ma vuole che sia Pietro stesso ad avere la piena coscienza del suo rapporto con Lui. Per assumere sulle proprie spalle il peso di essere pescatore e pastore di uomini, Pietro deve prima chiarire a se stesso se davvero ama Gesù più degli altri. Altrimenti non può essere il vicario di Cristo di fronte a tutti gli uomini. L'esame non è sul quoziente di intelligenza, sulle competenze professionali, sulle capacità organizzative, ma sull'amore personale a Lui, Gesù. Accettare e svolgere il servizio di pastore (vescovo, prete, diacono, catechista, animatore, educatore, qualunque altro servizio anche il più umile o nascosto nella Chiesa e nella società) è un grande atto di amore a Gesù: Se mi ami, pasci. Ma anche: se non ami Gesù, non sei in grado di assumerti tale servizio, non reggi. Se a Gesù anteponi il tuo orgoglio, il tuo egoismo ed i tuoi vizi, non puoi svolgere il tuo servizio al Signore, ma sei schiavo di te stesso e della tua fragilità e non sei più credibile né come pastore, né come credente. Gesù non cerca collaboratori a mezzo servizio, ma uomini e donne che sanno amare pur nella consapevolezza della propria umana debolezza. Pietro è rattristato dal fatto che per tre volte il Signore gli rivolga la stessa domanda: mi ami? Gesù vuole guarire il suo “vice” dal suo peccato di viltà, ma lo vuole anche confortare: grazie al suo aiuto ed alla sua intercessione presso Dio Padre, Pietro è destinato ad un futuro di gloria e su di lui e sulle sue fragili spalle umane poggerà il peso gravoso della Chiesa di Cristo fino alla consumazione del tempo. Le persecuzioni, gli scandali, l’odio e la malvagità degli uomini nulla potranno contro Cristo e la sua Chiesa. "Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo!". Queste parole non significano soltanto che Gesù conosce la misura dell'amore di Pietro per Lui ma, più profondamente, che Pietro è consapevole di ricevere da Lui la forza di amarlo al di là di tutto e sopra tutto, persino ben oltre i propri meriti e difetti. Pietro ama Gesù, ma sa che Gesù gli dà la forza di poterlo amare e che non cesserà di comunicargli questa capacità di amarlo.

 

IV Domenica di Pasqua, Anno C

12 maggio 2019

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10, 27-30).

 

Il testo del vangelo odierno è molto breve e va debitamente contestualizzato per comprenderlo meglio. Gesù si trova a Gerusalemme durante la festa giudaica della dedicazione del Tempio, che cade verso la fine di dicembre (in tale occasione si commemora la riconsacrazione del Tempio, violato dai siro-ellenisti, ad opera di Giuda Maccabeo nel 164 a.C.). Le parole di Gesù sul rapporto tra il Pastore (Cristo) e le pecore (la Chiesa) appartengono a un vero e proprio dibattito fra Gesù e i giudei. Questi rivolgono a Gesù una domanda chiara e reclamano una risposta altrettanto precisa e pubblica: “Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente” (10,24). Non è la prima volta che i giudei pretendono da Gesù un’affermazione inequivocabile circa la sua vera identità, ma Egli risponde sempre in modo allusivo. Anche in tale occasione, Gesù evita di rispondere in modo diretto perché sa che i suoi avversari lo ucciderebbero seduta stante, ma ricorre alla parabola del buon pastore (Gv 10,1-21). I giudei non ne comprendono il significato o, per lo meno, fingono di non capirlo e preferiscono rimanere nel dubbio; un messia in abiti dimessi non è di loro gradimento, tanto più se galileo e pacifista come quel Gesù che sta dando loro tanti grattacapi. Il linguaggio di Gesù non è per noi così immediato, perché abbiamo perso memoria della vita agricola e pastorale, ridotta ormai ad una realtà rurale circoscritta e ben lontana da quella abitualmente vissuta nelle città industrializzate del nostro tempo. Anzi, il paragonare i credenti ad un “gregge di pecore” ci lascia perplessi perché stride con la nostra mentalità moderna, incline a considerare la pecora non come simbolo di mitezza e di obbedienza, bensì come espressione di ottusità e di viltà. Occorre fare uno sforzo di comprensione e calarci nella realtà sociale del tempo di Gesù, il quale, rivolgendosi a persone che vivevano di agricoltura e di pastorizia, conoscevano assai bene il valore, anche economico, di un gregge numeroso e ben tenuto. È evidente che la parabola va intesa dal punto di vista dell'uomo che condivide quasi tutto con il suo gregge. Il pastore conosce bene le sue pecore, vede ogni loro qualità e ogni difetto e le chiama persino per nome (come facciamo noi, oggi, coi nostri animali domestici). Le pecore, dal canto loro, sperimentano la guida del loro pastore e rispondono alla sua voce e alle sue indicazioni. Si fidano di lui. Data questa premessa, mi sembra di poter affermare che i giudei abbiano ben compreso il senso della parabola di Gesù, solo che rifiutano di credere in Lui ed alle sue parole perché non vogliono appartenere al suo “gregge”, non vogliono essere suoi seguaci perché Egli è un Pastore molto diverso da come se lo sarebbero aspettato. Gli chiedono se è proprio Lui il Messia tanto atteso, ma sanno bene che Gesù non rispecchia il loro ideale di “messia” condottiero e conquistatore di popoli. Essi neppure immaginano che il messianismo incarnato da Gesù ha una valenza puramente spirituale e morale: a loro basta ed avanza la Legge mosaica e va bene un Dio che sta solo dalla loro parte. Che il resto del mondo andasse pure all’inferno! A questo punto, le parole di Gesù sono luce e vita solo per chi vive all'interno della comunità, mentre per chi decide di restarne fuori sono un enigma che sconcerta. All'incredulità dei giudei Gesù contrappone il comportamento di coloro che gli appartengono e che il Padre gli ha dato, ma sottolinea anche la peculiarità della relazione che Egli contrae con chi crede in Lui ed a Lui si affida, proprio come una pecora fa col suo pastore. Le pecore di Gesù ascoltano la sua voce: si tratta non solo di un ascolto esteriore, ma di un ascolto attento, di un ascolto obbediente. Nella parabola del buon pastore, questo ascolto esprime la confidenza e l'unione personale e molto intima delle pecore al Pastore. L'aggettivo “mie” non indica soltanto il semplice possesso delle pecore, ma mette in evidenza che le pecore appartengono al Pastore in quanto Egli ne è il legittimo proprietario. Ecco, allora, stabilirsi una comunicazione intima tra Gesù e le pecore: “e io le conosco”. Non si tratta di una conoscenza intellettuale; nel senso biblico, “conoscere qualcuno” significa soprattutto avere un rapporto personale con lui, vivere in un certo qual modo in comunione con lui. Una conoscenza che non esclude i tratti umani della simpatia, dell'amore, della comunione di natura. In virtù di questa conoscenza d'amore, il Pastore invita i suoi a seguirlo. L'ascolto del Pastore comporta anche un discernimento, perché tra le tante voci possibili, la pecora sceglie quella che corrisponde a una precisa persona (Gesù). In seguito a questo discernimento, la risposta si fa attiva, personale e diventa obbedienza. Questa proviene dall'ascolto. Quindi tra l'ascolto e la sequela del Pastore sta il conoscere Gesù. La conoscenza, che Gesù dimostra nei confronti delle sue pecore, apre un itinerario che conduce all'amore: “Io do loro la vita eterna”. Per l'evangelista, la vita è il dono della comunione con Dio. Mentre nei sinottici la “vita eterna” è connessa con il futuro, nel vangelo di Giovanni indica un possesso attuale. La relazione d'amore di Gesù si concretizza anche per l'esperienza di protezione che l'uomo sperimenta: le pecore “non andranno mai perdute”, chiara allusione alla perdizione eterna. L’evangelista aggiunge che “nessuno le rapirà”, il che suggerisce il ruolo della mano di Dio e di Cristo che impediscono ai cuori delle persone di essere rapiti da altre forze negative. Nella Bibbia la mano, in alcuni contesti, è una metafora che indica la forza di Dio che protegge. Inoltre, il verbo “rapire” suggerisce l'idea che la comunità dei discepoli non sarà esente dagli attacchi del male e delle tentazioni, ma anche che la presenza di Cristo assicura alla comunità la certezza di una stabilità tale da permetterle di superare ogni tentazione di paura. Inserito nel tempo della Pasqua cristiana, il testo evangelico odierno apre il cuore e la mente dei credenti alla speranza (ed alla certezza) che nulla andrà perduto della loro vita e delle loro esperienze in ambito affettivo, relazionale e spirituale.

 

V Domenica di Pasqua, Anno C

19 maggio 2019

Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 31-33a. 34-35).

 

In pieno clima pasquale, la Liturgia ci propone la meditazione su un testo evangelico che fa riferimento all’Ultima Cena di Gesù, nell’immediata vigilia della sua passione e morte. Ciò non deve causare meraviglia, perché il contenuto della pericope odierna rimanda agli elementi fondanti della vita cristiana, che inizia con il battesimo il cui significato pasquale è evidente, in quanto rappresenta il passaggio dalla morte (peccato) alla vita (dello spirito) in virtù e per i meriti dell’evento pasquale di Cristo Signore. Il brano si compone di pochi versetti, ma risulta abbastanza complesso ed articolato, di non facile ed immediata comprensione. Quando (Giuda) fu uscito (dal cenacolo), Gesù disse: "Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Il contrasto fra Giuda il traditore e Gesù, che si lascia tradire per andare incontro alla “gloria” della croce, è stridente. Giuda Iscariota abbandona la “luce” della Parola di Dio fatta Persona e sprofonda nelle tenebre del male, dell’avidità, dell’arrivismo, dell’egoismo e della sete di potere da conseguire ad ogni costo. Giuda ha capito che con Gesù non si fanno soldi e che non si ottiene neppure un miserabile straccio di gloria umana: meglio chiuderla lì e consegnarlo a chi ha già fatto carte false pur di catturarlo e farlo fuori del tutto, perché uno come Lui sa solo destabilizzare il potere costituito, sia quello politico che quello religioso. Meglio 30 denari d’argento subito che l’illusione di un potere che non arriverà mai. Dopo che Giuda se n’è andato dal cenacolo, il turbamento di Gesù, al pensiero dell’imminente passione, si trasforma in esultanza, come se Egli avesse già superato la terribile prova della crocefissione e fosse ormai proiettato, con tutto il suo essere, nella gloria del Padre. Ora, cioè adesso, nel tempo presente, il Figlio dell’uomo è stato glorificato, anche se la passione è solo all’inizio e non è stata ancora consumata fino alla morte in croce. Lo sguardo di Gesù si spinge oltre il momento presente e già s’immerge nella gloria di Dio che, da lì a tre giorni si manifesterà pienamente mediante la resurrezione di quel suo corpo martoriato all’inverosimile e consegnato al silenzio tenebroso del sepolcro. Gesù “vede” come un fatto già compiuto la vittoria sul male e sulla morte e già si sente immerso nelle profondità insondabili ed eterne dell’amore del Padre. La Pasqua di Cristo è già iniziata ed ha inaugurato una nuova era, quella della redenzione, resa attuale mediante il sangue versato copiosamente, fino all’ultima goccia, durante la flagellazione e sul patibolo della croce. Tale affermazione di Gesù anticipa di alcune ore lo strazio del Gòlgotha e precede di pochi giorni il prodigio della resurrezione, per cui risulta di difficile comprensione da parte dei discepoli, i quali sanno bene che il Figlio dell’uomo, come insegna la Sacra Scrittura, fa riferimento ad un personaggio celeste che si manifesterà alla fine dei tempi, quando Dio instaurerà definitivamente la sua signoria sugli uomini tramite il suo “inviato” (altrimenti detto messia o figlio dell’uomo). Applicando a se stesso questo titolo “messianico”, Gesù sottolinea la propria appartenenza ad una condizione superiore a quella propria degli esseri umani: Egli proviene da Cielo e su questa terra si trova per compiere una missione speciale per conto di Dio Padre, pur sapendo benissimo che gran parte dell’umanità respinge la sua missione ed il suo ruolo di Redentore. La sua morte sulla croce esprime assai bene il rifiuto degli uomini a lasciarsi conquistare dall’amore di Dio ed a farsi liberare da Lui dalle pesanti catene del male e della morte dell’anima. Nello spazio di un paio di frasi, il verbo glorificare, coniugato in forma passiva ed attiva, al presente ed al futuro, ricorre ben cinque volte e lascia intendere che Gesù ha già portato a compimento la sua missione di redenzione e che la sua “gloria” comprende sia la morte in croce che la sua resurrezione; essa si estende ormai all’infinito e per l’eternità nel regno celeste, dove Egli siede alla destra del Padre. Infatti, ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Giuda Iscariota, l’apostolo traditore, è appena uscito dal cenacolo e, quindi, la glorificazione di Cristo è messa in diretta relazione con la sua morte, considerata come già avvenuta, ma non è certamente Giuda la causa di tale glorificazione, bensì Dio stesso, il quale, attraverso la passione e morte del Figlio, è stato glorificato Egli stesso. Glorificando il Figlio dell'uomo, Dio ha rivelato la propria gloria ed è, a sua volta, glorificato dalla croce abbracciata volontariamente dal Figlio. Questa rivelazione si attua attraverso la risurrezione di Gesù, la sua esaltazione, la sua ascesa presso il Padre. Ma grazie alla sua relazione con il Padre, il Figlio era già nella gloria. Con la resurrezione egli acquista un'altra gloria, quella di permettere che, attraverso di Lui, tutti i credenti partecipino alla vita stessa di Dio. Gesù, elevato da terra, attirerà a sé tutti gli uomini, specie i suoi discepoli presenti e futuri, per introdurli nella comunione con Dio, fino a quel momento accessibile solo al Figlio. A ben vedere, il fine ultimo dell’opera di redenzione progettata dal Padre e realizzata dal Figlio è quello di riunire l’umanità intera nell’unità con Dio in un eterno abbraccio d’amore. Nel Figlio suo, Dio Padre glorifica se stesso e, attraverso di Lui, si rivela all’uomo come principio eterno di purissimo Amore. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. La scelta della croce, attuata in modo libero da Gesù, avvicina l'ora della salvezza, non più solo promessa, ma presente. Allora il passato ritorna ad essere un futuro prossimo, poiché in Dio il passato, il presente ed il futuro sono tutt’uno ed il tempo della salvezza si dilata nell’eternità stessa di Dio e racchiude in sé il “tempo materiale” dell’intero universo. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Come un patriarca, Gesù raduna attorno a sé i suoi discepoli per consegnare loro il proprio testamento e si rivolge loro in modo affettuoso, chiamandoli figlioli. Annunciando la sua imminente partenza, Gesù crea di fatto una situazione del tutto nuova. Il rapporto tra Lui ed i suoi discepoli, da lì in poi, sarà diverso da quello vissuto sino a quel momento. I discepoli potranno continuare a vivere la loro amicizia ed intimità con Lui non più in modo “fisico”, concreto e diretto, ma attraverso una fede profonda e continuamente rinnovata, capace di travalicare il tempo e la sicurezza di un lontano aldilà e di penetrare nel profondo mistero del Figlio e della sua dipartita, cioè della sua tragica morte. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Gesù esprime, in tal modo, la stretta correlazione tra l’amore fraterno e la fede nella glorificazione di Cristo, racchiusa nel mistero della sua morte in croce e della sua resurrezione. Il comandamento nuovo rimanda all’idea di Alleanza, non più quella realizzata tra Dio ed il suo popolo tramite Mosè, ma quella definitiva ed irrevocabile portata a compimento da Gesù per mezzo del suo sangue, versato per la salvezza di molti. Appare chiaro il riferimento all’Eucaristia, anche se l’evangelista Giovanni non ne fa esplicito riferimento come i Sinottici. Il comandamento nuovo enunciato da Gesù è la sintesi di tutti i comandamenti divini contenuti nel Decalogo e riassunti da Gesù nell’amore per Dio e per il prossimo: l’amore che Gesù ha dimostrato nei confronti dei suoi discepoli e di tutti gli esseri umani, anche quelli più lontani dall’amore di Dio a causa dei loro comportamenti malvagi, deve diventare non solo un termine di paragone, un esempio da imitare per essere considerati giusti, ma la fonte stessa dell’amore per Dio e per il prossimo. L'amore del Figlio per i suoi discepoli genera il loro movimento di carità: è il suo amore, l'amore di Gesù, che passa in loro quando amano i fratelli e ne sono riamati. E' l'amore con il quale Gesù ama ogni uomo che rende possibile la fraternità ed impegna in questo senso ogni comunità cristiana. Un amore sempre nuovo, sempre gratuito e profondo, come l'alleanza che Dio rivela amando l'umanità e il mondo. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri. L’amore di cui parla Gesù non è un amore di tipo possessivo ed egoistico (che i greci definivano eros), ma un amore altruistico, capace di indurre chi ama a dare persino la propria vita per la persona amata (in greco, agàpe), proprio come ha fatto Lui morendo sulla croce non solo per le persone amate, bensì anche per chi lo aveva odiato a tal punto da ucciderlo in quel modo così orribile e degradante per la sua stessa dignità di Uomo. Morire per amore dei propri nemici è il massimo che un cristiano possa fare per essere un alter Christus, un altro Cristo. L’amore agapico deve essere il segno distintivo di ogni cristiano e la sua dimensione è universale, in quanto abbraccia tutto il creato e raggiunge anche coloro che sono ostili al nome stesso di Cristo Gesù. L'amore reciproco dei discepoli manifesterà a tutti, anche in un ambiente non credente o “nemico”, la loro appartenenza a Cristo, attraverso il quale ogni persona potrà passare dalla morte alla vita. L'amore, che la comunità cristiana deve saper interpretare facendone il proprio stile di vita, diventa così il volto del Risorto che continua a vivere nella sua Chiesa e rappresenta la virtù essenziale del cristiano, il quale attende il ritorno del suo Signore. L’amore agapico, praticato nel nome di Cristo Signore, è la vera fonte di speranza per un mondo che sembra andare alla deriva, incontro alla propria autodistruzione.

 

VI Domenica di Pasqua, Anno C

26 maggio 2019

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate» (Gv 14, 23-29).

 

Il brano del Vangelo ci riporta al momento immediatamente precedente all’ora della Passione del Signore, al momento della Cena Pasquale. Gesù annuncia il suo commiato, riassume il senso della sua missione e prepara i discepoli all’impegno che li attende. Presentando la sua morte e risurrezione come un “viaggio”, Gesù anticipa che non sarà più in modo fisico presente tra i suoi. Questo “viaggio” è necessario per compiere il disegno del Padre: introdurre l’umanità nella famiglia di Dio, nella vita trinitaria. Inoltre è un duplice ritorno: ritorno al Padre, da dove era venuto per incarnare il progetto del suo amore; ritorno tra i suoi, anzi “nei” suoi, in una presenza nuova che è quella dello Spirito. Questi testi, anche se nel vangelo di Giovanni sono situati temporalmente prima della passione di Gesù, sono stati scritti diversi decenni dopo la sua risurrezione ed è proprio alla luce della Pasqua del Signore che noi dobbiamo leggerli. Noi viviamo, dunque, la dimensione di un Cristo glorioso, di un Gesù che ha già vinto la morte. Se uno mi ama, osserverà la mia parola. Il rapporto tra “parola” e “amore” è assai stretto e vincolante. Di per sé, la “parola” esprime l’essenza stessa di chi la pronuncia, ne caratterizza il profilo psicologico e ne rivela il vero pensiero, l’intima progettualità. Quando la parola dissimula in modo subdolo il vero pensiero di chi la pronuncia, prima o poi si tradisce da sé, perché alla parola non corrispondono i fatti millantati. Ora, Gesù è la Parola incarnata del Padre, il quale, per intima essenza, è Verità assoluta ed infinito Amore. Dio non può pronunciare falsità e mette in atto ciò che dice; in Dio, “parola” ed “azione” sono un tutt’uno. La Parola di Dio è, quindi, creatrice e redentrice insieme e chi ascolta Gesù entra in intima comunione d’amore col Padre e ne compie la santissima volontà. Per contro, chi non osserva e non ascolta la Parola di Dio esplicita il non-amore per il Signore e non può nemmeno definirsi credente. Chi crede, infatti, ascolta la Parola di Dio e la osserva, pur con tutti i limiti imposti dalla natura umana, fragile e peccatrice. Chi osserva la Parola, la rende efficace grazie al potere dello Spirito Santo, che la rende viva e la interiorizza nel credente. Parola e Spirito Santo vanno a braccetto, sono un binomio inscindibile, poiché la parola senza lo Spirito rimane vuota e lo Spirito, senza parola, è privo di contenuto. Dal momento che la forma dello Spirito è Gesù Cristo, il volto dello Spirito è il volto di Gesù.  Grazie alla potenza dello Spirito Santo, Cristo Gesù diventa una realtà viva ed intimamente inserita nella vita del cristiano: e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Il credente, che ascolta ed osserva la Parola di Dio (Gesù Cristo), è plasmato dallo Spirito Santo ed è amato dal Padre, diventando vero tempio della S.S. Trinità. Per significare l’intima comunione tra il credente e Dio, Uno e Trino Signore, Gesù ha usato l’immagine allegorica della vite e dei tralci (Gv 15). L’esistenza dei tralci in quanto tali e la capacità dei tralci di fare frutto, dipende dal loro rimanere nella vite, anzi questo rimanere è reciproco, come si può rilevare da tale sequenza: i discepoli rimangono nella Parola di Gesù - la Parola di Gesù rimane nei discepoli - i discepoli rimangono in Gesù - Gesù rimane nei discepoli. Il verbo “dimorare” esprime assai bene il messaggio biblico riferito all’uomo, la cui vera dignità consiste nel poter essere “dimora di Dio”. Il luogo della dimora di Dio, nella tradizione biblica, era la “tenda”, il “tempio”, “Gerusalemme”. In Giovanni la dimora di Dio è l’uomo stesso attraverso l’incarnazione di Gesù e il piano salvifico che Dio ha realizzato con il mondo degli uomini. In questo consiste l’avvincente mistero dell’inabitazione di Dio in noi mediante la Parola. Ogni volta che ci accostiamo alla Parola, Dio abita in noi, nella nostra vita. Il cristiano, allora, non è un semplice credente, un seguace della dottrina di Cristo, ma vera dimora di Dio, che è Padre e Figlio e Spirito Santo. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Gesù ripete, in forma negativa, il rapporto inscindibile fra amore ed ascolto della Parola: chi ama Gesù ascolta ed osserva la sua parola, chi non ama Gesù non ascolta e non osserva la sua parola, che è verità e vita. Se ne deduce che chi non segue Gesù, chi non crede in Lui ed alla sua parola afferma il falso quando proclama di credere in Dio, poiché la parola pronunciata da Gesù è la Parola stessa del Padre. Chi non ama Gesù non ama Dio Padre e si schiera dalla parte dei nemici di Dio. L’accoppiata fede-amore può davvero diventare una miscela esplosiva se male indirizzata e malintesa, in quanto la fede, ripiegata su se stessa, sorda alla parola di Dio e strumentalizzata per soddisfare le esigenze dei singoli individui o di interi gruppi sociali, può trasformarsi in odio cieco e violento contro gli uomini e, in definitiva, contro Dio stesso. In altre parole: quando la fede in Dio non produce amore ma sfocia nell’odio, non è vera fede, ma pretesa di identificare le proprie esigenze con una presunta volontà di Dio. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Per tre anni Gesù ha insegnato ai suoi discepoli tutto ciò che era essenziale per comprendere ed apprezzare la vera essenza di Dio, che è Padre amorevole e misericordioso, ma è davvero troppo limitata la loro capacità di accogliere l’insegnamento del loro Maestro e di familiarizzare con un’immagine di Dio molto diversa da quella profondamente radicata nella loro cultura religiosa. Ai discepoli occorre l’assistenza dello Spirito Santo, cui vengono attribuite le due funzioni fondamentali del nostro essere Chiesa: “insegnare e ricordare”, due verbi che esprimono non solo una funzione intellettuale, ma vitale che fa assimilare spiritualmente il significato di un discorso o di un’azione. Fare memoria è azione propria dello Spirito Santo, che funge da raccordo stabile e duraturo tra ciò che passato e che rischia di cadere nell’oblio ed il futuro, che nessun essere umano può controllare né manipolare. Solo lo Spirito può garantire che ciò che è avvenuto e che è stato detto nel passato conserva valore e significato anche in un remoto futuro; solo lo Spirito, per affermazione stessa di Gesù, ha il compito e la competenza di rendere perpetuo ed immodificabile ciò che Egli ha insegnato durante la sua missione sulla terra a vantaggio di tutto il genere umano del passato, del presente e del futuro e fino alla fine del tempo e della storia. Solo lo Spirito rende viva, efficace e duratura la presenza salvifica di Cristo nella sua Chiesa, nei sacramenti e nello stesso insegnamento del Magistero. Passando da questo mondo alla gloria eterna alla destra del Padre, Gesù ha passato, in certo qual modo, il testimone allo Spirito Santo affinché sostenga l’uomo nella sua rincorsa verso l’eterna gloria in Dio Padre. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. La pace è un bene che l’uomo sembra inseguire invano da quando ha fatto la sua comparsa su questo pianeta. Gesù lascia la sua pace prima di lasciare questo mondo, ma ci tiene a precisare che la sua è una pace ben diversa da quella che questo mondo può dare, perché pervicacemente proteso a stare alla larga da Dio e dalla sua legge, fondata sulla logica dell’amore, del rispetto e dell’accoglienza dell’altro. La pace del Cristo è la pace che deriva dalla realizzazione delle promesse messianiche, il che non può che venire dal Cristo glorificato, dal Cristo che va la Padre dopo aver donato in modo totalmente libero e generoso la propria vita sulla croce. La pace, che il mondo pretende di donare o, meglio, di imporre, si fonda piuttosto sulla ricerca del piacere e dell’interesse personale che non sul senso della giustizia e dell’equità ed è per questo che tale pace è sempre instabile, fragile e facilmente mandata in frantumi dai prepotenti, dai criminali, dai dittatori, dalle tante lobbies che controllano il mercato della droga, delle armi, della finanza spregiudicata e via dicendo. La pace che dà Gesù Cristo si basa sulla condivisione, l’attenzione verso il fratello, specie quello più sfortunato, solo ed abbandonato ed è una pace anche dalle innumerevoli difficoltà che scaturiscono dal voler dare sollievo e speranza a chi vive nel bisogno, materiale, psicologico o morale che sia. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Gesù sa benissimo che tra poche ore i suoi discepoli, anche quelli più fidati, quelli, per intenderci, della prima ora, lo abbandoneranno al suo tragico destino. Uno (Giuda Iscariota) se n’è già andato dal cenacolo per andare a consumare il suo tradimento, un altro (Pietro) lo rinnegherà, uno solo (Giovanni) lo assisterà nelle sue ultime ore sulla croce, mentre tutti gli altri se la daranno a gambe nel giardino del Getsèmani e si rintaneranno in luoghi sicuri e lontano da occhi ed orecchie indiscreti per non farsi stanare dai nemici del Maestro. Gesù non li rimprovera, ma li incoraggia a confidare nel suo amore misericordioso. Egli sa che dopo la sua resurrezione e, soprattutto, dopo l’invio dello Spirito Santo essi diventeranno dei testimoni coraggiosi e che tutti saranno pronti a versare il proprio sangue per amore del loro Signore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate. Il ritorno di Gesù al Padre deve causare gioia, non disperazione, perché dalla sua morte tutti trarranno vantaggio, a partire proprio dai discepoli, i quali vedranno coi loro occhi gli effetti prodigiosi della redenzione sul cuore e la mente degli uomini che accoglieranno la bella notizia della salvezza, procurata dalla passione, morte e resurrezione di Cristo. Gesù, inviato in questo mondo dal Padre per salvare gli uomini, ritorna a Colui che è l’origine dell’intero universo e fonte dell’eterno Amore, di cui Egli è la piena manifestazione rivelata all’uomo. Grazie a Gesù, l’intera umanità ha riscoperto la propria somiglianza col Creatore, che ci ha donato l’esistenza con eterno ed indefettibile Amore. Dio è Amore e noi siamo stati creati a sua immagine e somiglianza: ad immagine e somiglianza dell’Amore. A causa del peccato d’origine, l’uomo ha offuscato questa immagine di Dio che ciascuno porta dentro di sé, ma Gesù ce l’ha svelata e mostrata nuovamente ed in modo definitivo, dicendo a tutti noi che siamo i figli prediletti di Dio Padre, unici e irripetibili, addirittura meritevoli di ricevere il dono del sacrificio del Figlio suo Unigenito, nonostante il peccato che intride ed intristisce le nostra vita in questo mondo, avvelenato dal male, dall’egoismo e dalla violenza. Solo per poco i discepoli rimarranno soli dopo la dipartita di Gesù, ma dopo il suo ritorno da Signore, risorto e glorioso, essi potranno finalmente sperimentare cosa significa vivere pienamente la definitiva comunione con Lui, grazie ad una comprensione totale del mistero di Cristo e della redenzione per opera dello Spirito Santo.

 

Ascensione di Nostro Signore, Anno C

2 giugno 2019

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo gior­no, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto». Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio (Lc 24,46-53)

Questa breve pericope “fa girare la testa”, tanto è piena zeppa di verbi di movimento. Per tre anni, tanto quanto è durata la sua missione pubblica in Terra Santa, con qualche breve ed estemporaneo sconfinamento al di fuori dei suoi confini (Libano e Decàpoli), Gesù ha macinato chilometri e chilometri su e giù per la Palestina, sempre a piedi, sfidando il sole cocente dell’estate, la pioggia e, talvolta, anche la neve d’inverno. Il breve tempo messogli a disposizione dal Padre per svolgere la sua missione tra gli uomini, ha determinato in Gesù l’urgenza di far giungere in ogni angolo della Terra Santa l’annuncio della salvezza, divenuta realtà “oggi e per sempre” grazie alla sua discesa dal cielo. Ora che il suo tempo sta per compiersi definitivamente e che sta per lasciare questo mondo da Re vittorioso sul peccato e sulla morte, Gesù trasmette ai suoi discepoli il suo stesso dinamismo e la fretta nel far risuonare il vangelo in ogni angolo della Terra, ricordando loro che lo scopo della loro missione tra gli uomini era già stato scritto da secoli e che bastava rileggere con occhi, mente e cuore nuovi la Sacra Scrittura: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno. L’annuncio di una salvezza donata da Dio non può prescindere da un evento tragico e sconvolgente come la sofferenza del Figlio di Dio. Perché Dio ha scelto un simile percorso per redimere l’umanità? Che senso ha il dolore, non subito per un drammatico concatenarsi di condizioni avverse, ma addirittura voluto, cercato ed accolto con la lucida logica di chi, innocente, vuole espiare le colpe altrui facendo di sé l’immagine stessa del male e del peccato? Sulla croce Gesù ha inchiodato le colpe di ciascuno di noi e ci ha fatto comprendere che l’amore di Dio per l’uomo non si è arrestato nemmeno davanti alla croce subita da suo Figlio ed inflittagli dalla malvagità umana. Ridotto ad un ammasso di carne sanguinante in ogni centimetro quadrato del suo corpo, sfigurato e contorto da un dolore inenarrabile, Gesù ci ha fatto il ritratto di ciò che è la nostra anima quando si consegna all’azione del maligno e si lascia travolgere da scelte di peccato. Dio non vuole che gli uomini si riducano allo stesso modo in cui essi hanno trattato Gesù, ma li vuole trasfigurati nella gloria così come Gesù è apparso trasfigurato dopo la resurrezione. Il Cristo risorto e glorioso ci fa comprendere in che modo Dio ha pensato ciascuno di noi quando ci ha creato, collocandoci in questo mondo per essere oggetto e, al tempo stesso, testimoni del suo amore provvidente, generoso e gratuito. Col peccato noi ci siamo ridotti ad essere, nel nostro intimo, delle caricature di noi stessi, immagine più del crocifisso stravolto dal dolore che del risorto, anche se molti di noi ricorrono all’opera del chirurgo estetico per apparire più belli fuori, ma pur sempre marci e putrefatti dentro. La sofferenza accompagna la nostra umana esistenza e la morte pende sulle nostre teste come un’inevitabile maledizione, cui cerchiamo di sfuggire invano facendo ricorso ai luminari della medicina e confidando nei progressi della scienza o rifugiandoci nelle ricette miracolose di santoni, stregoni e truffatori d’ogni specie. Il dolore e la morte sono sempre lì a ricordarci che siamo solo di passaggio su questa Terra e che solo la speranza nella resurrezione futura può dare un senso alla nostra caducità ed inconsistenza. Molti, anche tra coloro che si considerano dei credenti solo perché sono dei distratti praticanti del culto nei giorni di festa, affermano che nessuno mai è tornato dall’aldilà per dirci com’è e come si sta, dimenticando colpevolmente che Uno è tornato per farci vedere come si diventa, se gli si vuol credere: Cristo Signore. Questo è ciò che è scritto. Lo spirito, che da Dio viene, a Dio ritorna e l'amore donato non muore, risorge sempre. E nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. La parola di Gesù, pronunciata in un contesto storico ben preciso, è diventata storia essa stessa e non si ferma più. Dopo la dipartita di Gesù da questo mondo, la sua parola ha bisogno di annunciatori e gli apostoli vanno, mandati nel nome santo di Dio. Essi vanno a tutte le genti, che formano il nuovo popolo eletto, rimpiazzando quello ebraico, scelto da Dio per diventare la culla della fede nell’unico e vero Signore, creatore dell’universo e per accogliere il redentore del mondo. Esaurito il suo compito, l’antico popolo eletto ha ceduto il passo al popolo dei redenti, la cui dimensione è universale ed il cui compito è l’annuncio che la salvezza è ormai diventata realtà grazie a Cristo, morto e risorto per tutti e non solo per pochi eletti. Ciò che gli apostoli annunciano non è frutto di fantasia, ma è ciò che essi hanno veramente visto e sperimentato concretamente a Gerusalemme, diventata ormai un punto di partenza per l’annuncio del vangelo e non più il centro esclusivo di un rapporto privilegiato con Dio, considerato il fatto che, con la venuta di Gesù, il Tempio ha ormai perso la sua importanza quale luogo di culto dell’intero popolo ebraico. Di questo voi siete testimoni. Il compito degli apostoli e di ogni cristiano è quello della testimonianza, che in greco suona con un termine assai evocativo, martyrìa, da cui deriva il vocabolo “martire”, colui che testimonia il Signore Gesù anche a costo del proprio sangue. Il credente non può conoscere Dio se non tramite un’esperienza personale ed interiore della sua Parola, che è Cristo Gesù. Grazie, poi, all’intervento dello Spirito Santo, chi incontra Cristo nella propria vita e si mette al suo servizio, non può più esimersi dall’essere suo vero testimone (martire), anche a costo di dover rinunciare a ciò che più gli è caro, come la vita stessa, come assai spesso è avvenuto nel corso della storia bimillenaria della Chiesa. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto. Gesù sta per sottrarsi definitivamente alla vista dei suoi discepoli, ma non li lascia soli, ben sapendo che essi hanno bisogno della costante presenza di Dio per reggere il peso e la responsabilità del compito loro affidato. Ora è giunto il momento dello Spirito Santo di Dio, che ha il compito di accompagnare la Chiesa di Cristo lungo i sentieri tortuosi e spesso pericolosi della storia, fino alla fine dei tempi, rianimando di volta in volta quei cristiani che mostrano cedimenti nella fede, che si scoraggiano dopo una caduta a causa delle tante tentazioni che intralciano la vita spirituale, che hanno paura e temono per la propria incolumità, che si sentono inadeguati a svolgere il proprio dovere di testimonianza, che sono tiepidi ed indecisi di fronte alle sfide lanciate da ideologie atee ma travestite da umanesimo illuminato e razionale, che si adagiano su una pratica stanca ed abitudinaria del culto o che confondono la vita di fede con l’attivismo, più preoccupati di “fare” qualcosa diverso dagli altri che “essere” qualcuno diverso dagli altri. Il marchio indelebile del cristiano deve essere riconoscibile dal modo di parlare, di agire, di pensare e di essere “prossimo” agli altri, più che da un crocifisso portato al collo o dalla foggia degli abiti o dalle cariche ricoperte in seno alla Chiesa. Gesù se ne va ma non lascia soli i suoi, resta con loro, seppure in modo invisibile, attraverso il fuoco dell’amore portato dal suo Spirito. Rivestiti di Cristo e dello Spirito Santo, gli apostoli non avranno più paura delle avversità e della malvagità degli uomini ed affronteranno odio, persecuzione, sofferenza e morte per amore di Dio e per amore dell’uomo proprio perché ogni uomo è amato da Dio nonostante tutto ed al di là di tutto. Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Betània, villaggio alle porte di Gerusalemme, da cui dista pochi chilometri, è il luogo dell’amicizia e dell’intimità familiare. I fratelli Marta, Maria e Lazzaro hanno accolto e servito Gesù con amore e dedizione, regalandogli momenti di tranquillità e di calore umano e, in qualche modo, si è sdebitato con loro ridonando la vita a Lazzaro, morto già da quattro giorni e rinchiuso nel sepolcro. Il Risorto si commiata dai discepoli e da colui che Egli ha resuscitato, ma l’addio ha tutto il sapore di un arrivederci nel Regno del Padre, di cui la casa degli amici di Betània è una piccola icona vivente. Gesù alza le mani e benedice i suoi. Un gesto di saluto che è un dono. Dio non si allontana dai suoi, semplicemente li lascia per tornare in altra veste. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Colui che dal cielo era disceso, inviato dal Padre per redimere l’umanità peccatrice, al cielo ora ritorna: missione compiuta. I discepoli vedono allontanarsi Gesù verso l’alto ed ognuno, vedendolo sparire piano piano, fissa nella propria mente e nel proprio cuore il ricordo di una parola, di un gesto, di uno sguardo del Maestro rivolti a ciascuno di loro durante tre anni di convivenza talora esaltante e, talaltra, dura e dolorosa. Gesù è stato amato dalle folle per la sua bontà, ma è stato anche tanto odiato da chi ha visto in Lui un pericolo per il proprio potere ed i propri privilegi sociali. Il distacco da Gesù non causa tristezza nei discepoli e nei suoi amici, ma suscita in loro la speranza di rivederlo quanto prima, consapevoli di averlo sempre con loro ogni istante della loro vita terrena. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia. I discepoli di Gesù sono consapevoli che Egli fa parte, ormai, della sfera celeste e che, come dichiarato da uno di loro (Tommaso), è non più soltanto l’Uomo Gesù di Nazareth come essi lo hanno conosciuto, bensì il loro Signore ed il loro Dio. Con questa certezza, essi si recano a Gerusalemme portandosi dentro la gioia di un’appartenenza che vale più di tutti i tesori della terra. Vero Dio, Gesù ha portato in cielo anche la sua vera umanità, riaprendo quelle porte del paradiso che erano state chiuse a causa del peccato dei progenitori e che ora non si chiuderanno mai più. La gioia dei discepoli di Gesù scaturisce dalla consapevolezza di essere ormai parte integrante di un progetto di gloria, di cui riescono a malapena a cogliere la grandezza sconfinata. E stavano sempre nel tempio lodando Dio. Davanti allo scandalo della croce, i discepoli erano fuggiti a gambe levate nascondendosi agli occhi del mondo, per la paura di fare la medesima tragica fine del loro Maestro; ora non temono di farsi vedere in pubblico, di stare nel Tempio alla vista di tutti e, soprattutto, di lodare pubblicamente ed in coro il Signore Dio Altissimo, a dimostrazione che tutto il male, perpetrato ai danni del loro Maestro da parte delle autorità religiose giudaiche, non avrebbe mai impedito loro di proclamare la bella notizia (vangelo) della salvezza, divenuta realtà grazie alla passione, morte in croce e resurrezione di Cristo Gesù.

Solennità di Pentecoste, Anno C

9 giugno 2019

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14, 15-16. 23-26).

In questa domenica di Pentecoste ci viene proposto un brano del Vangelo di Giovanni che coincide in buona parte con quello che abbiamo già ascoltato la VI domenica di Pasqua. Ci troviamo dunque nella parte finale del discorso di addio, pronunciato da Gesù ai suoi discepoli durante l'ultima cena; Gesù saluta i suoi, ma al tempo stesso assicura che non li lascerà soli. La sua presenza continuerà in un modo diverso, ma non meno reale, assicurata dall'altro Paràclito, lo Spirito suo e del Padre. Se mi amate osserverete i miei comandamenti. Il discepolo che vuole dimostrare tutto il suo amore per il Maestro, deve farlo in modo concreto e coerente osservando, innanzitutto, i suoi comandamenti. Il richiamo al Decalogo, le Dieci Parole, è d’obbligo e tutti dovrebbero ricordare cosa dicono e contengono i Dieci Comandamenti, anche i non credenti, perché persino la legislazione umana fa riferimento, in modo più o meno chiaro ed evidente, alla Legge di Dio, specie là dove si fa divieto di uccidere, rubare, rendere falsa testimonianza, commettere adulterio ed agire con lo scopo di entrare in possesso dei beni altrui e delle altrui consorti legittime, oppure là dove si dà per scontato il rispetto per i propri genitori ed il rispetto per Dio (specie dove si raccomanda di non bestemmiare il suo Nome e di ricordarsi di santificare i giorni dedicati al culto sacro). È pur vero che la nostra società moderna ed ormai scristianizzata, se ne fa un emerito baffo del Decalogo e che persino in ambito legislativo viene considerato lecito ciò che prima era evidentemente esecrabile e considerato meritevole di condanna esemplare. Alcuni esempi? Non uccidere: oggi è lecito l’aborto e, in alcuni stati, è regolamentata dalla legge anche l’eutanasia. Non commettere adulterio: oggi è pratica diffusa il tradimento del coniuge, cui si pone rimedio con la prassi del divorzio regolato dalla legge, la quale protegge spesso il traditore e non il tradito. Non bestemmiare: basta depenalizzare il reato di bestemmia e di vilipendio della religione ed il gioco è fatto. Niente condanna. Onora il padre e la madre: basta leggere le cronache quotidiane per accorgersi che i rapporti tra genitori e figli si sono imbarbariti al punto che più nessuno fa una piega davanti alle violenze consumate in famiglia. Non dire falsa testimonianza: e chi si scandalizza più delle calunnie, spesso assunte da giornali e televisioni come verità assolute e senza nemmeno la decenza di chiedere scusa al calunniato quando la verità viene a galla? Ricordati di santificare il giorno di festa: vogliamo ricordare i centri commerciali, che sono diventati i templi moderni del culto dedicato al dio-commercio, in sostituzione delle chiese consacrate al culto di Dio e sempre meno affollate nel giorno del Signore, la domenica? Non desiderare le proprietà altrui e la donna del tuo prossimo: roba da medioevo, dai… A dire il vero, Gesù non si sofferma solo sulle dieci regole del Decalogo, ma va oltre. Il primo comandamento, cui Gesù fa riferimento nel suo discorso di commiato in occasione dell’ultima cena, è quello ricevuto dal Padre, il quale gli ha ordinato di offrire la propria vita in sacrificio di espiazione per il peccato degli uomini. Egli ricorda, inoltre, che parla su ordine del Padre e che questo comandamento è vita eterna. Proprio perché Gesù ha obbedito al Padre in modo totale, fino al dono della propria vita sula croce, egli è stato innalzato nella gloria. L’evangelista Giovanni parla anche di un altro tipo di comandamento, quello che Egli stesso dona ai suoi discepoli e che consiste nell’essere fedeli alle esigenze del suo vangelo ed a seguire il suo esempio, sintetizzando il tutto nel comandamento dell’amore reciproco. L'amore che si nutre nei confronti dei fratelli all'interno della comunità cristiana diventa il segno dell'amore che si ha nei confronti di Gesù. L'amore con cui ci ha amato Gesù diventa il modello e la fonte a cui ricorrere per il nostro amore nei confronti dei fratelli. E io pregherò il Padre e egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre. Compare con questo versetto, per la prima volta nel vangelo di Giovanni, un personaggio misterioso: il Paràclito. Il termine greco in sé significa “colui che si chiama a fianco (di qualcuno)”. Sarebbe dunque una persona chiamata a sostegno, a cui ci si rivolge per ottenere assistenza, quindi l'avvocato. Alcuni hanno inteso il Vangelo di Giovanni come un grande processo intentato dal “mondo” nei confronti di Gesù, una ricerca della sua vera identità e dei motivi della sua azione. Tale processo riguarderà anche i discepoli, i quali verranno giudicati e condannati dal mondo. Nei momenti più difficili il Paràclito interverrà in loro aiuto come difensore. Il contesto in cui Gesù comincia a parlare del Paràclito è la sua dipartita. Egli sta lasciando soli i suoi discepoli, essi non avranno più la consolazione della sua presenza. Il primo Paràclito è Gesù stesso. Andandosene manderà un altro Paràclito, che resterà sempre coi discepoli di Gesù, fino alla fine del tempo. Lo Spirito sarà con i discepoli, presso i discepoli, e nei discepoli. Egli è dato perché trasformi l'assenza di Gesù in una presenza "nello Spirito" e per eliminare lo stato di abbandono dei discepoli. Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Per godere della presenza di Gesù, i discepoli devono continuare ad osservare la sua parola, a meditarla, a viverla. In altre parole, i discepoli devono sempre amare Gesù e consentire sia al Padre che al Figlio di prendere stabile dimora nel loro cuore. Amando Gesù, i discepoli passati, presenti e futuri sono a tutti gli effetti il vero tempio del Dio Uno e Trino. Gesù si rivolge, infatti, non solo ai discepoli presenti nel cenacolo, ma si rivolge genericamente a chiunque sia disposto ad osservare la sua parola e ad amarlo, pur non avendo avuto la fortuna di vivere con Lui e di vederlo personalmente. A questi discepoli futuri, su cui si posa lo sguardo profetico di Gesù, Egli riserva l’ultima beatitudine prima di lasciare questo mondo: beati coloro, che pur non avendo visto, crederanno. C'è una relazione d'amore che unisce il discepolo al Figlio, il Padre e il Figlio al discepolo. Chi ha l'iniziativa dell'amore? Non il credente, come se, grazie alla sua fedeltà potesse provocare in Dio un amore a suo riguardo sino ad allora assente, ma il Padre. Dio porta a compimento l'amore che, per primo, ha manifestato agli uomini donando loro il Figlio unico perché possano avere la vita. E' un amore di cui essi sono oggetto sin dalla creazione del mondo. Il Padre entra in dialogo d'amore con il discepolo che, per la fede, è divenuto uno con il Figlio. Se dunque qualcuno ama Gesù e osserva la sua parola, Egli verrà a lui. Verrà a lui con il Padre perché essi sono una cosa sola. La venuta del Padre e del Figlio condurrà ad una "dimora". Questo è un termine denso di significati. La dimora per eccellenza era il Tempio di Gerusalemme, il luogo della presenza di Dio in mezzo agli uomini. Già il re Salomone durante la cerimonia di consacrazione del Tempio si chiedeva come fosse possibile che Dio, grande e infinito potesse ridursi a dimorare in una casa fatta da mani d'uomo. Che Dio sarebbe venuto ad abitare in mezzo agli uomini era anche una delle promesse più importanti fatte per bocca dei profeti. Il Verbo di Dio, attraverso la sua Incarnazione ha compiuto la promessa della presenza di Dio in mezzo agli uomini. Adesso è la volta del credente, che grazie alla sua unità con il Figlio, diventa dimora di Dio. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Il “mondo”, di cui Giovanni parla spesso nel suo vangelo in termini negativi, è quello rappresentato da quanti rifiutano la parola del Cristo e che rischiano di autoescludersi per sempre dalla comunione col Padre e con lo Spirito Santo. La comunità dei discepoli e il mondo si distinguono l'una dall'altro per la presenza o l'assenza dell'amore, cioè della comunione di vita con il Padre e il Figlio. Però non è ancora detta l'ultima parola. I discepoli sono mandati a predicare la Parola di Dio, essa sarà sempre proposta al mondo e sempre potrà essere accolta e suscitare nuova vita. La presenza reale del Figlio, dello Spirito e del Padre è, pertanto, strettamente legata all'ascolto e all'appropriazione delle parole di Gesù, che sono quelle del Padre. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel nome mio, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. La parola che il discepolo ascolta e osserva, può essere compresa solo grazie all'intervento del Paràclito, il Consolatore, cioè lo Spirito. E' grazie a Lui, mandato dal Padre che i discepoli potranno penetrare il senso della Parola di Gesù, appropriandosene esistenzialmente. Il ministero terreno di Gesù è terminato ma, grazie allo Spirito Santo, le parole di Gesù saranno chiare per i discepoli, molto più che al tempo in cui l'avevano ascoltate. Il Paràclito sarà mandato dal Padre nel nome di Gesù, ma anche Gesù è stato inviato dal Padre. Venuto nel nome del Padre, Gesù non ha "parlato da se stesso", ma secondo l'insegnamento ricevuto dal Padre. A sua volta il Paràclito non trasmette una propria dottrina, ma quella che ascolta da Gesù. Lo Spirito Santo ha due funzioni: insegnare e far ricordare. L'insegnamento dello Spirito consisterà nel ravvivare nei discepoli il ricordo delle parole di Gesù. Nella Bibbia il verbo "insegnare" ha il significato di interpretare autenticamente la Scrittura e di attualizzarla nel presente e nell'avvenire. Detto questo, non bisogna ritenere che sia il singolo credente a sentirsi autorizzato ad interpretare la Sacra Scrittura a proprio uso e consumo, bensì la comunità dei credenti in quanto Corpo mistico di Cristo. Nella Chiesa di Cristo, poi, la vigilanza sulla corretta lettura ed interpretazione della Scrittura è stata affidata da Gesù ai suoi apostoli, da cui deriva il collegio episcopale il quale, unitamente al Sommo Pontefice, esprime il Magistero della Chiesa, perennemente assistito dallo Spirito Santo. Nel vangelo di Giovanni la novità è che il Paràclito introdurrà i credenti nell'intera verità. Il Paràclito insegnerà questa rivelazione dall'interno delle coscienze, come mostra la precisazione "vi farà ricordare". Nel linguaggio biblico, "ricordarsi" implica non solo il ricordo di un fatto del passato, ma una presa di coscienza del suo significato. Facendo ricordare ai discepoli le parole di Gesù, lo Spirito non si dedica semplicemente a fissarne il contenuto in una memoria vacillante, ma ne fa cogliere il significato, fino ad allora rimasto oscuro, e permette di interpretarle in profondità, alla luce della Pasqua. Il ruolo interpretativo dello Spirito fa della comunità il luogo in cui la sua rivelazione è sempre di nuovo ricevuta e attualizzata in modo creativo nell'esistenza dei credenti. E' come dire che la parola di Gesù resterà viva nel corso dei secoli.