Casella di testo: Santuario Diocesano dell’ Eucaristia
 
Monastero del Sacro Cuore - Via Trento 27 - Vigevano  (PV) 
 
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Casella di testo: Ordine Adoratrici Perpetue del SS. Sacramento

 

 

 

 

 

 

 

 

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Tempo di Avvento - Anno liturgico B

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                                                                                                                                      I domenica di Avvento, Anno B

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!». (Mc 13,33-37)

Nonostante la crisi economica, che rende incerto il nostro futuro prossimo e nonostante le tragedie, che affliggono il presente, c’è ancora qualcuno che racconta ai bambini la favola di Babbo Natale, quasi a volerli anestetizzare di fronte alla cruda realtà della vita d’ogni giorno, rimbambendoli con le luci dei centri commerciali e coi regali natalizi. Perché non raccontare a questi figli, sempre più viziati ed incapaci di soffrire e di rinunciare al superfluo ed all’inutile, che a Natale si celebra la “nascita” di Dio come uomo, venuto su questa terra per amare, gioire, piangere, soffrire e morire come qualsiasi altro essere umano di questo pianeta, col solo scopo di riscattare ogni singolo uomo dalla sciagura del male, salvandolo dai suoi fallimenti e dai progetti di autodistruzione? La favola di Babbo Natale è certamente più innocua e meno impegnativa. Fin troppo ovvio e drammaticamente sconcertante. Tanti cristiani hanno dimenticato di augurare “buon compleanno” a Gesù, Figlio di Dio, nostro fratello e nostro Salvatore. Il profeta noto come “Terzo Isaia”, fu attivo verso il 537-520 a.C., ossia dopo il ritorno degli ebrei dall'esilio babilonese. I suoi oracoli erano prevalentemente rivolti contro l'idolatria ed annunciavano profeticamente la conversione delle nazioni pagane. Il profeta si rivolge a Dio riconoscendolo come padre e redentore del popolo eletto, di cui rispetta la libertà di tentare per proprio conto una via verso un’improbabile salvezza: ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore. Perché Dio si comporta così? Perché lascia che il suo popolo si scorni contro clamorosi rovesci e sciagure? Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Il profeta vede il degrado morale del suo popolo, il quale ha preferito confidare nelle proprie forze piuttosto che fidarsi di Dio e desidera che il Signore intervenga direttamente per mettere ordine in tutti gli aspetti della vita sociale e religiosa d’Israele, mostrando i muscoli se necessario, proprio come aveva già fatto in passato quando aveva liberato gli ebrei dalla schiavitù d’Egitto: “Quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, tu scendesti e davanti a te sussultarono i monti”. L’ira di Dio nei confronti degli ebrei è ampiamente giustificata dai peccati che costoro commettono abitualmente, ignorando gli inviti del Signore alla conversione e ad una vita onesta e pia: tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. Il profeta, però, non perde la fiducia nel Signore ed interpretando i sentimenti della parte più sana del popolo eletto, consapevole dei propri errori e delle proprie iniquità, si rivolge a Lui con un sussulto di amore riconoscente: ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani. Quando l’uomo deciderà di accorgersi di essere “solo” della nobile argilla nelle mani di Dio e di non essere lui il protagonista della storia ed il costruttore del proprio destino? (I lettura). Il salmista si rivolge a Dio con cuore trepido, perché sembra che Egli se ne stia in disparte, sdegnosamente seduto sui cherubini ed avvolto nel suo splendore, quasi indifferente alle sorti del suo popolo: tu, pastore d’Israele, risveglia la tua potenza e vieni a salvarci. Non è tanto Dio ad essersi distratto, quanto il popolo eletto ad essersi allontanato da Lui comportandosi in modo indegno e presuntuoso: Dio degli eserciti, ritorna! Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna. Il salmista conclude con una promessa di fedeltà al Signore, che deve scaturire dal profondo di un cuore convertito e rinnovato: da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome (salmo responsoriale). Anche se la comunità cristiana di Corinto è irrequieta ed alcuni suoi membri sono più amanti delle discussioni ed innamorati di se stessi che del vangelo e della croce di Cristo, tuttavia nulla manca a quella comunità ecclesiale: la testimonianza di Cristo si è stabilita tra voi così saldamente che non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Anche se i cristiani di Corinto sono ancora all’inizio del cammino di fede in Cristo Gesù, tuttavia sono stati arricchiti, per grazia di Dio, di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza, in virtù dei quali essi giungeranno saldi nella fede e moralmente irreprensibili sino al momento in cui troverà pieno compimento il giorno del Signore nostro Gesù Cristo. Prima o poi questo giorno arriverà ed è meglio tenersi pronti (II lettura). Tutti gli uomini desiderano vivere a lungo e, possibilmente, in buona salute e senza problemi economici o di altro genere. Per pochi fortunati le cose vanno proprio così, ma per la maggior parte degli abitanti del pianeta la vita non è così rosea, vuoi per problemi di salute, vuoi per difficoltà di relazione sociale, vuoi per problemi di lavoro, di ristrettezze economiche o, peggio, perché pagano sulla propria pelle delle scelte politiche scriteriate stabilite da altri (dittature, guerre, atti di terrorismo, disastri ecologici causati dall’uomo e via discorrendo). Per quanto la vita media si sia notevolmente allungata, almeno nei paesi più evoluti, arriva per tutti il momento di lasciare il posto alle nuove generazioni; l’eterna giovinezza rimane una chimera e non c’è lifting che tenga. I trucchi della chirurgia plastica non consentono di allungare la vita nemmeno di un secondo e, prima o poi, bisogna fare i conti col proprio destino e rassegnarsi a lasciare questo mondo per altri lidi. Gesù ce lo ribadisce nel vangelo odierno: Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. Nessun essere umano, anche il più ricco di questo mondo, ha la garanzia di essere ancora vivo il giorno dopo, ma il pensiero della morte non deve impedirci di sognare e programmare il nostro futuro, altrimenti resteremmo paralizzati ed ingabbiati in una sorta di drammatico fatalismo, che impedirebbe il progresso e la realizzazione di un mondo migliore, in cui far vivere le future generazioni. Ciò non toglie che una riflessione sulla nostra natura mortale possa essere un valido aiuto nell’impedirci di attuare scelte morali discutibili, di cui dovremo ben rendere conto a Dio al termine della nostra vita e di cui necessariamente dobbiamo chiedere perdono, finché ne siamo in tempo. Dio, infatti ci ritiene responsabili del tempo che ci ha messo a disposizione per sfruttarlo nel modo migliore, rendendo il nostro pianeta una degna abitazione per l’intero genere umano: il Signore è come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Ognuno di noi svolge un ruolo importante in questo mondo, non importa quale professione eserciti e neppure se sia una persona di successo o di basso profilo; a ciascuno il suo compito, purché lo faccia bene e con impegno. È ora di smetterla con studenti svogliati e fannulloni, con professionisti che mirano solo al guadagno sfruttando al massimo il minimo impegno professionale, con politici che si preoccupano di mantenere i propri privilegi invece di occuparsi del bene comune, di preti che si limitano a svolgere lo stretto indispensabile del proprio ministero, di casalinghe che passano la maggior parte del loro tempo a spettegolare invece di prendersi cura della propria casa e della famiglia, con i laici impegnati nelle attività pastorali che aspirano ad essere acclamati e coccolati invece di rimboccarsi le maniche e svolgere il proprio servizio alla comunità senza pretendere alcun riconoscimento, con l’operaio che s’inventa ogni scusa per non andare a lavorare, facendo gravare sulle spalle dei colleghi il peso del turno di lavoro o coi pensionati che, pur avendo ancora le energie fisiche e mentali, si disimpegnano da qualsiasi forma di interesse o di servizio sociale e familiare, riducendosi a vivere come zombie in attesa di finire al cimitero. Un cristiano è e rimane “testimone” di Cristo a qualsiasi età ed in qualsiasi condizione di vita e non può presumere di comportarsi da spettatore al cospetto delle vicende di questo mondo. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Il modo peggiore per presentarsi al giudizio di Dio è mostrare una coscienza “anestetizzata”, addormentata, indifferente alle sciagure che affliggono l’umanità ed alle strutture politiche, economiche e sociali che calpestano la dignità umana di chicchessia. Gesù ci dà la sveglia e ci mette in guardia dall’andare in ferie con la testa e col cuore: Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate! Un cristiano che non prega mai, neppure per sbaglio, che si ricorda di Dio solo quando si trova alle strette con qualche problema di salute o con altra necessità materiale, che si impigrisce nella vita spirituale e si scoccia di celebrare degnamente il “giorno del Signore” sprecando ogni sacrosanta “domenica” in faccende che non sono di assoluta importanza (cosa è più importante di Dio?), come potrà mai giustificarsi davanti al Signore quando dovrà inevitabilmente incontrarsi con Lui?

II domenica di Avvento, Anno B

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Come sta scritto nel profeta Isaìa: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo» (Mc 1,1-8).

Le conseguenze delle malefatte dell’uomo in ambito politico, sociale, economico, personale e familiare sono sotto gli occhi di tutti. Famiglie distrutte, relazioni sociali inquinate dal sospetto e da comportamenti di rivalsa, crisi economiche interminabili, mancanza di fiducia nel futuro, atteggiamenti criminali sempre più diffusi persino tra minorenni, sfruttamento delle persone per alimentare e conservare i mercati del vizio, violenze d’ogni genere sbattute sulle prime pagine dei giornali, disastri ambientali spesso favoriti da comportamenti maldestri o apertamente malandrini dell’uomo, sono il risultato della mancanza di una vera solidarietà umana o, se si vuole, l’effetto di un egoismo assurto a stile di vita ateo e disumano. È ora di cambiare rotta. Il profeta denominato “Secondo Isaia” profetizzò e scrisse verso il 550-539 a.C. durante l’esilio del popolo ebraico in quel di Babilonia e la sua opera si concentrò soprattutto su oracoli di esortazione e di speranza rivolti al popolo oppresso; egli è noto anche come il profeta del “servo sofferente di Dio”, di cui annunciò la venuta e la morte violenta come evento necessario per liberare l’umanità dalla schiavitù del male. Il popolo d’Israele ha già pagato abbastanza per i suoi errori e per aver scelto di affidarsi ai poteri umani piuttosto che fidarsi di Dio: la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati. Dio punisce, ma non si accanisce come fanno gli esseri umani. Per bocca del proprio inviato, Dio invita il suo popolo a “convertirsi” ed a ritornare a Lui: nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Per eliminare ogni asperità e tortuosità dal proprio cuore, ogni uomo deve fare “silenzio” dentro di sé per saper “ascoltare” Dio e la sua Parola di salvezza. Il deserto fa paura, perché se ne temono i pericoli, ma è impensabile presumere di sentire la voce di Dio nel frastuono delle proprie emozioni, per non parlare del chiasso che proviene dal mondo esterno. Solo facendo piazza pulita delle proprie presunzioni e pretese di autosufficienza, l’uomo può veramente prepararsi ad accogliere il Signore e la sua volontà di salvezza: allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato. L’inviato del Signore annuncia con forza e coraggio che il Signore sta arrivando tra gli uomini per condurli al sicuro nel suo regno (I lettura). Per il salmista non ci sono dubbi: il Signore annuncia la pace e la salvezza a chi vuole ascoltarlo ed essergli fedele. Solo vivendo nel timore del Signore è possibile realizzare un vero cambiamento del mondo: amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo. La vera giustizia scaturisce da Dio ed è inutile cercarla nelle varie espressioni culturali umane, le quali ne contengono, semmai, un infinitesimale frammento (salmo responsoriale). La seconda lettera attribuita all’apostolo Pietro si prefigge di rafforzare la vera fede dei cristiani, tramandata loro con fedeltà dagli apostoli e di metterli in guardia dalle false dottrine degli eretici, i quali non credono nel ritorno glorioso di Cristo (parusìa) e si sottraggono alle conseguenze morali che ne derivano. Costoro si comportano in modo scostumato, non tenendo conto del severo giudizio divino che pende sul loro capo. Contrariamente a quanto asseriscono gli eretici, i veri seguaci di Cristo non devono dimenticare che per il Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno. Egli non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con ciascun essere umano, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi. Se Cristo non torna immediatamente a spazzare via i malvagi di questo mondo, lo fa solo per dare loro il modo ed il tempo di convertirsi, ma prima o poi Egli ritornerà, come ha promesso. Non si illudano i peccatori, che vedono lo scorrere dei secoli senza che si verifichi l’annunciato giudizio universale, perché a tempo debito ciò avverrà ed allora sarà troppo tardi per chi ha scelto di non credere alla parola del Signore. Il giorno del Signore verrà come un ladro e coglierà molti impreparati, ma i cristiani devono vivere la loro quotidianità coltivando la certezza che Cristo verrà ad inaugurare nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia, per cui, nell’attesa di questi eventi, occorre fare di tutto perché Dio ci trovi in pace, senza colpa e senza macchia (II lettura). L’inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio coincide, secondo Marco, con la predicazione di Giovanni Battista, un lontano parente di Gesù di cui fu “precursore”. Giovanni era un asceta, che viveva nel deserto ormai da parecchi anni, ed ai più sembrava un personaggio piuttosto originale, se non del tutto strambo, perché era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. Il modo di vestire e di mangiare di questo “profeta”, venerato come un santo dalla gente comune e malvisto dalla corte di Erode Antipa perché oggetto dei suoi aspri rimproveri, stava ad indicare la provvisorietà del tempo a disposizione del popolo ebraico e l’impellenza di una vera conversione del cuore. Chi ama gozzovigliare e vestirsi in modo lussuoso si comporta come se il tempo della pacchia non debba finire mai e perde il contatto con la realtà, poiché non s’accorge della miseria che lo circonda e dell’ansia di rivalsa della povera gente. L’esperienza insegna che chi in alto sale, prima o poi in basso rovinando cade, col rischio di frantumarsi le ossa ed il proprio orgoglio. Era proprio questo, in buona sostanza, il contenuto del rimprovero rivolto da Giovanni al popolo ebraico: prima che sia troppo tardi, è meglio cambiare modo di vivere se non si vuole andare incontro alla rovina ed al tremendo giudizio di Dio. Alcuni secoli prima, il profeta Isaia aveva “visto” nelle sue visioni quest’uomo originale e lo aveva indicato come il messaggero di Dio, venuto appositamente a preparare la via al Signore predisponendo l’animo degli uomini ad accogliere la novità della bella notizia (questo significa la parola “vangelo”) della salvezza. Nella sua profezia, Isaia aveva definito Giovanni Battista come “Voce di uno che grida nel deserto: «Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri»”, quasi lasciando intendere che l’importanza di questo personaggio non sarebbe consistita nella sua dirittura morale o nel suo stile di vita, ma nella sua “missione di annunciatore”: una Voce, appunto, che rimbomba nel deserto di ogni anima rimasta priva della compagnia di Dio. L’immagine del deserto, così familiare a tanti popoli di questo pianeta (basti pensare agli abitanti del Sahara, del Kalahari, del deserto del Gobi e delle altre regioni desertiche piccole e grandi della Terra), suona “male” alle orecchie di chi è, invece, abituato al chiasso persino opprimente delle metropoli od al frastuono delle discoteche, dei concerti di massa, delle autoradio e della musica che esce a tutto volume dalle cuffie degli i-pod dei ragazzi del nostro tempo. Il deserto è pieno di pericoli insidiosi, ma può essere un luogo in cui si impara a percepire il sussurro del vento ed il flebile rumore dei granelli di sabbia che rotolano sui fianchi delle dune. Nel deserto si apprende l’arte di “ascoltare” il silenzio e si apprezza l’importanza di una “voce” amica, che tenga compagnia alla nostra solitudine. Dio non ama il chiasso e chi vive immerso nel rumore non riesce a percepire la “voce” di Dio che invita a cambiare registro, pena il rischio di finire male i propri giorni; la “conversione”, richiesta da Dio per bocca del Battista, consiste in una vera e propria inversione di marcia, un tornare indietro sui propri passi per abbandonare il sentiero della perdizione ed imboccare quello difficile, ma esaltante, della salvezza. Secondo un vecchio adagio, la strada che conduce all’inferno è larga, ben lastricata ed in discesa, indicando le scelte “comode e facili” del male che fanno precipitare gli uomini nell’eterna perdizione; per contro, recita l’adagio, la strada che porta al paradiso è un sentiero stretto, tortuoso, tutto in salita, faticoso perché chi vuole salvarsi deve compiere scelte di vita difficili, controcorrente, non condivise dalla gran parte della gente, impopolari ma coerenti con l’insegnamento ricevuto da Dio per  bocca di Gesù Cristo. Convertirsi, allora, significa abbandonare la strada comoda e tutta in discesa per imboccare il sentiero erto e stretto, che fa sudare le proverbiali sette camicie. Alla faccia di chi pensa che la fede cristiana sia adatta solo a gente smidollata e bigotta! Giovanni Battista, uno che si era abituato a compiere scelte “difficili” e pericolose, che lo avrebbero condotto dritto dritto nelle mani del boia, non era un presuntuoso. Egli sapeva di essere solo una “voce” e non il Messia: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Il compito del Battista stava giungendo al termine; l’acqua battesimale, mediante la quale egli voleva significare un gesto di penitenza, sarebbe stata presto sostituita dal “fuoco” dello Spirito Santo, che avrebbe trasformato radicalmente le anime degli uomini disposti ad accogliere il Figlio di Dio ed il suo insegnamento.

III domenica di Avvento, Anno B

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa». Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando (Gv 1,6-8.19-28).

Visto l’andazzo degli eventi odierni, a livello nazionale ed internazionale, c’è poco da stare allegri. Eppure, proprio nel momento in cui tutto sembra andare gambe all’aria a causa di scelte politiche, economiche, sociali, diplomatiche e culturali a dir poco sciagurate o, quanto meno, imprudenti, ecco che irrompe nella nostra vita l’invito di Dio a rallegrarci ed a prendere parte della sua gioia, perché il regno del male ha le ore contate. Quando si ha il coraggio di far entrare Dio nella propria vita, persino il mondo corrotto dalla malvagità dell’uomo può apparire ed essere più bello e vivibile, nonostante tutto. Il Terzo Isaia è un inguaribile ottimista, ma il suo invito alla gioia, nonostante le difficoltà del tempo presente, è giustificato dalla consapevole certezza che Dio interviene sempre e comunque per appianare ostacoli e sbrogliare imbrogli:Lo spirito del Signore Dio è su di me […] mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore”. Troppo spesso l’uomo se le va a cercare, diventando responsabile delle miserie altrui, ma la provvidenza di Dio arriva a sanare tutti i guasti causati dall’uomo, anche se in ritardo rispetto al metro di giudizio tipico degli uomini. Il profeta è stupefatto della grandezza e della magnanimità di Dio e manifesta tutta la sua esultanza interiore con l’entusiasmo tipico delle persone semplici: “la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia”. Dio non ha premura di fare piazza pulita dei malvagi e non si comporta con l’atteggiamento vendicativo proprio degli esseri umani; Egli lascia che la terra produca i suoi germogli e concede ad ogni uomo il tempo necessario per pentirsi e cambiare vita, ma a tempo opportuno “farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutte le genti” (I lettura). Toccata dalla grazia di Dio, la Madre di Gesù fa esplodere tutta la sua gioia con un inno di ringraziamento e di lode al Signore di inarrivabile bellezza. Chi avrebbe mai speso un soldo bucato per una ragazza di una sperduta borgata di Galilea, di umili origini, povera e prigioniera dei pregiudizi sociali e religiosi della sua gente? Solo Dio poteva scommettere tutta la sua credibilità puntando su una ragazza di questo genere, perché a differenza degli uomini, per i quali contano solo le apparenze, la potenza del denaro e l’incanto del potere, Dio guarda nel profondo del cuore delle persone e ne misura la capacità di amare e di fidarsi di Lui: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva”. Maria non perde il senso della propria piccolezza di fronte al Creatore, ma si rende conto di essere stata misteriosamente scelta da Lui per condividerne i progetti e di essere, così, destinata ad una beatitudine senza limiti e senza confini: d’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata”. Maria comprende bene che Dio ragiona “alla rovescia”, perché “ricolma di beni gli affamati, rimanda i ricchi a mani vuote” e si rivolge ai “piccoli” ed ai “poveri di spirito” (espressione che traduce l’ebraico anawîm) della terra per mettere in atto il suo disegno d’amore, più facilmente accolto da chi è consapevole della propria estrema piccolezza e povertà davanti all’infinita grandezza di Dio e disdegnato, invece, da chi è troppo pieno di sé e delle ricchezze materiali: “di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono” e lo amano senza riserve e senza la pretesa di aver subito in cambio qualche favore extra (salmo responsoriale). A Tessalonica i cristiani sono in ansiosa attesa del ritorno di Cristo sulla terra; c’è un solo modo per accoglierlo degnamente, dice Paolo: “siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi”. Inutile sbraitare e dar fuori di testa, come fanno i fanatici di ogni tempo, compreso il nostro. Non sappiamo quando il giudizio di Dio piomberà sulla terra, né possiamo avere la presunzione di far dire alla Sacra Scrittura ciò che è frutto delle nostre attese o delle nostre frustrazioni. Una cosa è certa, Cristo ritornerà per presentare il conto a ciascuno, ma il modo migliore per prepararsi a questo evento è conservarsi irreprensibili per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Davanti al tribunale di Dio non varranno né le raccomandazioni né le solite furbate di chi sa di avere la coda di paglia, ma l’aver saputo chiedere perdono per le proprie miserie umane (II lettura). L’iniziativa per ottenere la liberazione dalla schiavitù del male, raggiungendo così la méta della salvezza, non parte dall’uomo ma da Dio in persona, il quale manda i suoi inviati per svolgere compiti specifici e funzionali ai suoi progetti. Giovanni Battista venne come testimone per dare testimonianza alla luce e suscitare la fede nel Signore mediante uno stile di vita a dir poco insolito e, certo, ben poco attraente per la stragrande maggioranza delle persone; egli, infatti, viveva nel deserto, vestito di pelle di cammello, nutrendosi di miele selvatico e di cavallette. Roba da far venire il voltastomaco a quanti non si fanno mancare una buona pizza in compagnia di amici od una capatina al ristorante del centro per i più pigri, od all’agriturismo fuori mano per i più intraprendenti e buongustai, amanti della cucina casalinga. Per non parlare, poi, di chi veste abiti firmati, veri o fasulli che siano, purché griffati. Per essere uno spirito libero e tendenzialmente solitario, al Battista non mancava di certo una compagnia discreta, ma numerosa, quasi tutti i giorni; in prima fila c’erano i suoi discepoli, che condividevano con lui un ideale di vita ascetico e libero dai vincoli asfissianti di una società spiritualmente sclerotica, politicamente condizionata dall’oppressione romana da una parte e, dall’altra, dal fanatismo di frange violente e sempre più numerose degli indipendentisti ebrei e, dal punto di vista sociale, bloccata sull’appartenenza alle varie classi sociali che strutturavano il mondo ebraico: da una parte stavano gli esponenti della casta sacerdotale, in massima parte collusa con gli occupanti romani, dall’altra i farisei che si vantavano della loro conoscenza della Legge e della loro “purezza” legale perché erano capaci di osservare una marea di prescrizioni e divieti e, nel bel mezzo, i tanto disprezzati peccatori (prostitute, esattori delle tasse) e la massa degli emarginati (vedove, orfani, stranieri, mendicanti, malati gravi come i lebbrosi o portatori di gravi malformazioni). Molti erano attratti, loro malgrado, dall’atteggiamento “libero” del Battista, che ne aveva per tutti. Erano, infatti, note a tutto il popolo ebraico le sue invettive contro i cortigiani della casa reale, contro Erode Antipa che se la faceva allegramente con la nipote e cognata Erodiade e, forse, anche con la giovane figlia di quest’ultima (Salomè), senza risparmiare i soldati che si comportavano in modo violento ed oppressivo contro la povera gente, gli esattori delle tasse che facevano la cresta sui soldi dei contribuenti e tutti coloro che, in un modo o nell’altro, avevano bisogno di una sana e sincera inversione di rotta nei propri comportamenti. Tutti erano, a vario titolo, invitati alla conversione e Giovanni era disposto a versare sulla loro testa un po’ d’acqua come segno del loro pentimento (questo rituale era da tutti definito “battesimo di penitenza”). Folle di penitenti tenevano quotidianamente compagnia all’eremita Giovanni, che tutti temevano e rispettavano, compreso il re Erode Antipa, il bersaglio preferito dei suoi strali. Affascinati ed intimoriti, al tempo stesso, da questa figura carismatica che stava lasciando un segno tangibile nelle coscienze degli ebrei, i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Soprattutto, “Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?”. Ecco dove cascava l’asino. Per parte di padre, Giovanni Battista apparteneva alla casta sacerdotale ebraica, ma si comportava come se non gli importasse nulla del suo status sociale; anzi, persino i leviti ed i sacerdoti ricevevano da lui la loro bella razione di rimproveri perché ostentavano una “purezza” rituale che faceva a pugni con la purezza dei costumi. Quando si dice: belli di fuori e marci di dentro! Se non sei il Messia, sta’ al tuo posto (e non rompere, come diremmo oggi). Lo sguardo penetrante del Battista trapassò da parte a parte quegli ipocriti e la sua risposta fu tagliente: Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo. Tranquilli, disse il Battista, tra poco me ne starò zitto e non battezzerò più (ed infatti, ancora per poco e poi Giovanni sarebbe stato decapitato dalle guardie di Erode Antipa), ma dopo di me ne viene un altro che è più grande, più degno e più capace di me, ma nella vostra stoltezza non riuscirete a capire che Egli è il Messia promesso e sarete così sciocchi da farlo fuori.

IV domenica di Avvento, Anno B

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei. (Lc 1,26-38).

Mancano pochi giorni alla solennità della Nascita di Gesù Cristo, Figlio di Dio e della vergine Maria. Si tratta di una verità assai scomoda, respinta in blocco dal mondo incredulo di ieri, di oggi e di domani. Inutile farsi illusioni: meglio raccontare la favola di Babbo Natale, che non fa del male a nessuno perché, per l’appunto, è una favola, che raccontare alle nuove generazioni la storia di Dio che si è fatto Bambino per donare a tutto il genere umano la salvezza e la liberazione dal male. Credere a questo evento prodigioso, reso attuabile solo dal fatto che nulla è impossibile a Dio, comporta un radicale cambiamento di mentalità ed un mutamento sostanziale dei rapporti con tutti gli esseri umani, a qualunque razza, cultura, credo religioso o principio filosofico appartengono. Fa più danno alle nostre abitudini ed ai nostri pregiudizi un Dio che diventa bambino come un qualsiasi bambino del nostro pianeta, che non un paffuto e barbuto Babbo Natale dall’aria sorridente ed insipida, trainato dalle renne sulle rotte del cielo. Anche il re Davide dovette scontrarsi con la realtà di un Dio ben diverso da quello pensato a propria immagine e somiglianza; raggiunta la pace e la stabilità politica, economica e sociale in Israele, il re voleva ringraziare il Signore, che lo aveva aiutato e sorretto nel corso del suo lungo regno, costruendo in suo onore un tempio maestoso, ma il proposito del re fu capovolto da Dio stesso, il quale promise a Davide un discendente che avrebbe reso stabile quel regno, reso traballante dagli intrighi di corte. Per bocca del profeta Natan, il Signore Dio ricordò a Davide i benefici di cui lo aveva ricolmato e, a motivo della sua fedeltà nonostante le umane debolezze manifestate nel corso della sua vita, gli fece un ultimo dono: ho distrutto tutti i tuoi nemici davanti a te e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra […]. Il Signore ti annuncia che farà a te una casa. […] Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere e renderò stabile il suo regno.  Il discendente del re sarebbe stato come un figlio per il Signore, il quale sarebbe stato per lui un vero Padre. Cosa potrebbe desiderare di più e di meglio un essere umano, avviato al tramonto della propria vita, se non avere la certezza che il proprio “nome” sarà ricordato per sempre grazie ai propri discendenti? Quando l’uomo pensa di aver fatto il proprio dovere nei confronti di Dio, per il solo fatto di avergli dato fiducia, si deve rendere conto che ciò che ha dato a Dio è nulla in confronto a ciò che Dio ha donato e dona a lui continuamente e con una fedeltà impareggiabile (I lettura). È ciò che pensa anche il salmista, il quale riconosce che Dio è eternamente fedele all’alleanza che ha stipulato con l’uomo; l’esempio più noto a tutto Israele è proprio ciò che Dio ha fatto per il re Davide, avendogli promesso e garantito una discendenza cui avrebbe edificato il trono di generazione in generazione, rimanendole sempre fedele e conservandole sempre il suo amore (salmo responsoriale). Paolo si proclama testimone del mistero avvolto nel silenzio per secoli eterni e divenuto, ora, manifesto a tutta l’umanità per volere esplicito di Dio, cioè l’incarnazione del Figlio di Dio, come annunciato secoli prima dai profeti d’Israele. Seppur resa palese al mondo intero, la venuta di Dio nella storia dell’uomo rimane pur sempre un mistero d’amore inavvicinabile, al pari della sua infinita sapienza che l’uomo non può comprendere né presumere di imitare (II lettura). Solo Dio può sfidare le leggi della natura, fissate da Lui stesso e per piegarle al suo volere deve usare tutta la sua potenza. Per dare a suo Figlio una madre umana, che rimanesse intatta nel corpo e nell’anima dall’istante del concepimento fino al parto, Dio scelse una ragazza di Nazareth di nome Maria, una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe e le inviò un “messaggero” (traduzione del vocabolo greco “angelo”, ànghelos), il cui nome era tutto un programma: Gabriele significa, infatti, “forza di Dio”. Sono sempre più numerosi quelli che sorridono davanti ad un simile comportamento di Dio (anche tra i cristiani intellettualmente “più evoluti”) e prendono spunto dalle parole del vangelo per avvalorare le proprie tesi: la nascita di Gesù fu, sul piano storico, una fantasia bella e buona. Prevedendo le reazioni di tanti uomini dotti e sapienti di ogni tempo e le loro battute ironiche circa la natura della sua nascita, Gesù stesso, divenuto adulto, prese tutti in contropiede con una frase rimasta famosa: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25). Senza tanti preamboli, l’angelo si rivolse a Maria con un saluto forse più familiare di un ridondante “rallegrati” (che traduce il latino ave ed il greco kàire); tra di loro, infatti, gli ebrei si salutavano augurandosi la “pace”, che in ebraico suonava shalòm (un saluto forse meno allegro e confidenziale, ma certo meno banale del nostro “ciao”, contrazione dell’ossequioso “schiavo vostro” in uso alcuni secoli fa). Ciò che turbò Maria fu il seguito del saluto: piena di grazia: il Signore è con te”. Questo preambolo suonò strano ed incomprensibile alla giovane ragazza di umili origini, la quale restò intimorita da tanta solennità. L’evangelista Luca, che raccolse direttamente da Maria la testimonianza dell’accaduto, non soddisfa la nostra curiosità, perché non ci descrive l’aspetto dell’angelo e noi rimaniamo nel dubbio, con il sospetto che si sia inventato tutto, ma il racconto di Maria, tramandatoci da Luca, va preso in blocco: prendere o lasciare, credere o non credere. Fatto sta che quell’essere di origine non umana (togliamogli pure le ali, l’aureola ed il viso in estasi, l’aspetto efebico e l’andamento svolazzante e tutti i tratti tipici trasmessi dai pittori, grandi e piccoli, dei secoli passati), colse immediatamente il turbamento della ragazza. “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. Facciamo finta di non ascoltare i commenti stupidi di chi non crede; il risultato delle parole del messaggero di Dio è tutto lì da vedere: un bambino di nome Gesù, che crebbe, diventò adulto, predicò insegnando un modo di vivere fuori dell’ordinario ed un modo inaudito di rapportarsi con Dio, morì su una croce, fu sepolto e, poi … E poi, i suoi fedeli discepoli raccontarono una storia che aveva dell’inverosimile, testimoniando al mondo intero che quell’uomo di nome Gesù, nato a Betlemme da Maria e da tutti considerato figlio del falegname Giuseppe, cittadino di Nazareth in Galilea, morto ammazzato in quel di Gerusalemme, era RISORTO ed era VIVO. Ed era nientemeno che il SIGNORE! Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Per un attimo, Maria restò senza parola: com’è possibile una cosa così “enorme”? E poi, perché proprio a me? Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei. Un messaggero celeste, una promessa straordinariamente sconvolgente, una delle leggi fondamentali della natura completamente stravolta, un destino di gloria e di dolore indicibile e tutto in pochi secondi. Possiamo presumere che a Maria cedettero le ginocchia per il peso enorme di quelle parole e che, quasi senza accorgersene, ella si trovò inginocchiata davanti a quell’essere misterioso pronta, comunque, a pronunciare il suo “sì” sommesso ma deciso. Va bene, mi fido e accetto. Non una richiesta di favori, non una parola di commento in più; ancora una volta, come nella vita di ciascuno di noi, valse la regola del “prendere o lasciare” … E Maria “ha preso”, regalandoci il Salvatore del mondo!