Casella di testo: Santuario Diocesano dell’ Eucaristia
Monastero del Sacro Cuore - Via Trento 27 - Vigevano  (PV)

Casella di testo: Ordine Adoratrici Perpetue del SS. Sacramento

 

 

 

 

 

 

beata Maria maddalena dell' incarnazione

S. agostino

 

 

S. Agostino

- una vita, un ideale, una Regola -

e l’Ordine delle Adoratrici Perpetue

del SS.mo Sacramento

fondato da

Madre Maria Maddalena dell’Incarnazione

 

8

 

 

 

 

«Il motivo essenziale del vivere insieme è

di abitare nella stessa casa nel comune progetto di cercare

instancabilmente Dio, avendo un cuor solo e un’anima sola».

 (cfr. Reg. S. Agostino, 3)

 

 

 

 

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© Federazione delle Adoratrici Perpetue

del SS.mo Sacramento

Anno dell’Eucaristia 2004-2005


 

 

SANT’AGOSTINO - UNA VITA, UN IDEALE, UNA REGOLA –

E LE ADORATRICI PERPETUE DEL SS. SACRAMENTO

 

La vita di Agostino ci è abbastanza nota: egli stesso nelle sue Confessioni ce l’ha descritta in modo incomparabile. Nacque in una famiglia modesta a Tagaste, nella Numidia dell’Africa proconsolare (attuale Algeria), il 13 novembre del 354. Il padre, Patrizio, di professione «curiale» (esattore delle tasse), di religione pagana e di costumi rilassati, si convertì al Cristianesimo poco prima della morte. La madre Monica, al contrario, era una donna piissima che gli inculcò le prime verità cristiane e che con le sue preghiere molto influì per la conversione del figlio. L’Africa settentrionale, in quei tempi, essendo stata conquistata dai romani, era terra latina, e il latino non era solo la lingua ufficiale, ma anche la lingua che Agostino parlava in famiglia. Il Cristianesimo però, benché proclamato da Costantino religione di stato nel grande impero con l’editto del 313, impiegò molto tempo a penetrare la cultura pagana. Agostino, cittadino romano non di sangue ma di cultura e di educazione, fece i 4 primi studi a Tagaste, indi studi di grammatica a Madaura. Ma le cattive condizioni economiche lo costrinsero a tornare in famiglia. Essendo però di un’intelligenza notevole, il padre cercò e trovò chi poteva dargli aiuto per gli studi. A 17 anni poté così recarsi a Cartagine (allora grande città del Nord-Africa), per frequentare il corso di retorica. In questo periodo perse il padre e si diede ad una vita piuttosto dissoluta e peccaminosa, come testimonia lui stesso affermando di aver proferito in gioventù queste parole: «Signore, dammi la castità, ma non adesso»(1). Si legò, senza matrimonio ma con fedeltà, alla donna con la quale convisse per quattordici anni, e che gli diede il figlio Adeodato. Frequentava da due anni il corso di retorica, quando conobbe come testo scolastico l’Ortensio di Cicerone, che esercitò su di lui una profonda impressione: «Quel libro, devo ammetterlo, mutò il mio modo di sentire, mutò le preghiere stesse che rivolgevo a Te, Signore, suscitò in me nuove aspirazioni e nuovi desideri, svilì d’un tratto ai miei occhi ogni vana speranza e mi fece bramare la sapienza immortale con incredibile ardore di cuore. Così cominciavo ad alzarmi per ritornare a Te»(2). Scoperse così la vocazione dell’uomo: amare e possedere la sapienza, cioè Dio. Certo, non aveva scoperto ancora la sua vocazione religiosa, non conosceva allora i consigli evangelici, la via proposta da Cristo. Ma si scatenò in lui l’inquietudine che lo portò, inconsapevolmente, verso quella meta: «Ci hai fatti per Te, Signore, e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in Te»(3). I successi scolastici, la carriera, l’amore di una donna non lo appagavano più. Cominciò a staccarsi, prima dal desiderio delle ricchezze, per possedere solo la sapienza. Tentò di cercarla nella Bibbia, ma basandosi unicamente sulla ragione, senza l’aiuto della fede e senza alcuna guida, presto abbandonò anche questa, quasi disgustato da certe oscurità e contraddizioni trovate nei Testi Sacri mal tradotti. Invece di avvicinarsi alla Chiesa Cattolica, si lasciò sedurre dalle dottrine dei manichei, suscitando la contrarietà della madre che non cessava di «inzuppare la terra con le sue lacrime, dovunque si inginocchiasse a pregare»(4). Monica, cercando l’aiuto di persone pie e ragguardevoli per convincere Agostino a tornare sulla retta via, fu assicurata da un vescovo con parole profetiche che «il figlio di codeste lagrime non potrà andar perduto»(5). Agostino rimase nel cerchio dei manichei per circa nove anni, ma come uditore (l’equivalente del catecumeno cristiano), a differenza degli eletti - i manichei perfetti -. Il fondatore di questa setta, Mani (sec.III), originario della Persia, si era presentato come apostolo di Cristo, ma in realtà la sua dottrina era diretta a screditare la Chiesa Cattolica e a dimostrare le contraddizioni della Sacra Scrittura. I suoi seguaci predicavano Cristo, ma negavano l’Incarnazione; insegnavano la sapienza, ma senza cominciare dalla fede; professavano il moralismo, ma senza riconoscere la responsabilità del peccato. Non si riesce oggi a capire come Agostino, uno spirito così grande, abbia potuto provare gusto ed ammirare la vita «casta e perfetta» che ostentavano. Tardi si accorse di quanto fosse falsa questa immagine. Comunque, non divenne mai un seguace convinto di questa setta, ma rimase un pensatore tormentato e un cercatore della verità, che non riusciva né a trovare la pace interiore né a liberarsi dai lacci della sensualità, ignorando che ciò è dono di Dio. L’incontro tanto atteso con Fausto, vescovo manicheo reputatissimo, invece di dissipare i suoi dubbi, gli provocò un’amara delusione che lo portò al distacco graduale dalla setta. Deluso tanto dal manicheismo quanto dal Cristianesimo della madre, rozzo e irragionevole, ancor meno lo soddisfaceva la sua attività di professore in eloquenza che esercitava a Cartagine. Nel 382 decise di trasferirsi a Roma, dove si diede alla filosofia scettica, arrivando alla conclusione di sapere di non sapere (Socrate). Continuò a insegnare, riscuotendo successo e attirando l’attenzione di Simmaco,  prefetto della città. Questi propose Agostino per un posto di professore di retorica a Milano e, con l’appoggio di influenti manichei (sebbene si fosse già sganciato da tale religione), nel 384 arrivò a Milano. Era giunto il tempo della grazia che doveva spingerlo verso la luce. Difatti, qui conobbe il definitivo disincanto dal manicheismo e superò il suo scetticismo nella ricerca della verità. Attirato dalla fama del vescovo Ambrogio, diventò assiduo ascoltatore dei suoi discorsi: «Mentre aprivo la mente ad apprezzare quanto bene parlasse, entrava anche nel cuore con quanta verità parlasse»(6). Si convinse così della falsità delle accuse dei manichei contro la Chiesa Cattolica, dell’importanza della fede per raggiungere la sapienza, e mutò radicalmente il suo giudizio sulla Bibbia. Dopo circa tredici anni, quanti erano trascorsi dalla lettura dell’Ortensio, riconobbe la meta delle sue ricerche: Gesù Cristo. Mancava fare il passo decisivo: donarsi tutto. 6 - Confessioni 5, 14. 8 «Mi disgustava - scrive - la mia vita nel mondo. Era divenuta un grave fardello per me, ora che non mi stimolavano più a sopportare un giogo così duro le passioni di un tempo, l’attesa degli onori e del denaro. Ormai tutto ciò mi attraeva meno della tua dolcezza e della bellezza della tua casa, che ho amato (Sal 25, 8). Ma ero stretto ancora da un legame tenace, la donna»(7). Intanto Agostino, che aveva ripreso la lettura del Vangelo, si trovò davanti all’invito di Gesù alla castità volontaria per il Regno dei cieli. In più, un giorno sentì per caso la storia di Antonio e dei suoi monaci, nonché dell’esistenza di un monastero a Milano, sotto la guida di Ambrogio, cose tutte che fin’allora aveva ignorato. Altri esempi lo trascinavano: due soldati a Treviri, avendo letto la vita di Antonio, decisero improvvisamente di rinunciare al matrimonio - erano già fidanzati -, e di consacrarsi al servizio di Dio. Il dramma affettivo che viveva tra i due amori, tra lo spirito e la carne, è difficilmente immaginabile. Colui che doveva conquistarlo definitivamente a Cristo fu San Paolo: dalle Confessioni ci è nota la celebre scena del giardino, quando, raccolto in meditazione, udì una voce di fanciullo che gli sembrò cantasse: «Tol l e , lege! - Prendi, leggi!»(8). Prese le Lettere dell’Apostolo che teneva sempre accanto a sé, aprì a caso e trovò: «Non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri»(9). Il cuore sbattuto di Agostino non seppe più resistere. Rinunciò al matrimonio e, adducendo motivi di salute, abbandonò anche l’insegnamento. Si ritirò a Cassiciacum con alcuni cari e con la madre che lo aveva raggiunto nel 385. Fece ancora ritorno a Milano, ma solo per iscriversi tra i battezzandi della successiva Pasqua, e per ricevere il Battesimo dal vescovo Ambrogio insieme al figlio e agli amici. Era l’anno 387, il trentaduesimo della sua vita. «Tardi Ti ho amato, o bellezza antica e tanto nuova, tardi Ti ho amato! Ecco, Tu eri dentro di me, io stavo al di fuori: e qui ti cercavo, e deforme quale ero, mi buttavo su queste cose belle che Tu hai creato. Tu eri meco, ed io non ero teco, tenuto lontano da Te proprio da quelle creature che non esisterebbero se non fossero in Te. Mi chiamasti, gridasti, e vincesti la mia sordità; folgorasti il tuo splendore e mettesti in fuga la mia cecità; esalasti il tuo profumo, lo aspirai ed anelo a Te; ti degustai, ed ora ho fame e sete; mi toccasti, ed ora brucio di desiderio per la tua pace»(10). D’ora in poi, Agostino sarà servo di Dio (11). Il monachesimo si andava diffondendo in Italia e nelle Gallie. Ma le sue origini si perdono nei deserti lontani dell’Egitto, della Siria e della Palestina, dove fece la sua prima apparizione verso la fine del III sec. Lo stesso termine «monaco» deriva dalla parola greca monos che significa «solo». Era uno stile di vita adottato da solitari, o anacoreti, che seguendo la chiamata del deserto si erano ritirati dalla società per attendere alla preghiera, alla meditazione e alla penitenza. Contribuirono a sviluppare questo movimento le stesse persecuzioni dei primi secoli dell’era cristiana. Nel corso del sec. IV apparvero in Egitto due diversi modelli di vita ascetica, ognuno dei quali ispirò una distinta tradizione monastica. Uno fu il modello della vita eremitica dei solitari, che ebbe come capo Antonio (c.a 251-356), e prese il suo nome da eremos, la parola greca per «deserto». L’altro modello fu quello della vita cenobitica, che è la vita ascetica praticata all’interno di una comunità organizzata o monastero che i cristiani di lingua greca chiamano coenobium, dalla parola koinos che significa «comune». L’iniziatore del cenobio cristiano fu Pacomio (c.a 292-346), che per le sue comunità che contavano centinaia di monaci e di monache scrisse la prima Regola monastica dell’Oriente. La vita cenobitica fu poi perfezionata da Basilio (329-379), che come vescovo di Cesarea aiutò a portare il movimento monastico sotto la gerarchia della Chiesa, e dispose che i monaci attendessero anche ad opere di carità. Sorsero così nella cerchia dei monasteri, ospizi, ospedali e collegi. La raccolta di consigli lasciati da S. Basilio per l’organizzazione della comunità cenobitica gli diede un grande prestigio nella Chiesa orientale, dove venne considerato il padre del monachesimo orientale. La conoscenza del movimento monastico, che si era diffusa attraverso le province orientali dell’impero durante il IV secolo, venne trasmessa all’Europa occidentale tramite vari canali. L’interesse fu risvegliato dalla diffusione di testi sui monaci del deserto, da migrazioni in Occidente di vescovi rifugiati come Atanasio, di asceti come Cassiano e Girolamo, da racconti portati da pellegrini e viaggiatori. La Vita di Antonio di Atanasio fu l’opera che più di ogni altra provocò un’impressione profonda e duratura sui lettori occidentali, e che insieme ad altri testi attirarono il primo flusso di seguaci. Così, nel 360 Martino di Tours fondò in Gallia il primo monastero occidentale. Agostino fu solo uno dei primi di una lunga schiera di cristiani occidentali che dovevano rimanere affascinati dal deserto di Antonio. Dopo il Battesimo decise di tornare in Africa, insieme ad alcuni amici che condividevano le sue stesse aspirazioni: «Tu che fai abitare in una casa i cuori unanimi, associasti alla nostra comitiva anche Evidio, un giovane nativo del nostro stesso municipio. Agente nell’amministrazione imperiale, si era rivolto a Te prima di noi, aveva ricevuto il Battesimo e quindi abbandonato il servizio del secolo per porsi al Tuo. Stavamo sempre insieme ed avevamo fatto il santo proposito di abitare insieme anche per l’avvenire. In cerca anzi di un luogo dove meglio operare servendoti, prendemmo congiuntamente la via del ritorno verso l’Africa »(12). Durante il tragitto, a Ostia, quando erano in procinto di imbarcarsi, avvenne la morte della madre. Agostino differì la partenza e fece una sosta a Roma per circa un anno, onde studiò le consuetudini della Chiesa Cattolica e conobbe più da vicino la vita monastica. Visitò diversi monasteri  sia di uomini che di donne, ammirandone il modo di vivere, soprattutto l’esercizio della carità, su cui la sua attenzione si fermò in modo particolare. «Ho visto  io stesso - scrive - un cenacolo di santi, e non erano pochi, a Milano, di cui era superiore un sacerdote, persona ottima e dottissima. Pure a Roma ne ho visti parecchi, in ciascuno dei quali è preposto a  quelli che vi abitano, vivendo in cristiana carità, santità e libertà, uno che spicca su tutti per gravità, prudenza e scienza divina… Soprattutto vi si custodisce la carità. Tutto viene ordinato ad essa: il vitto, i discorsi, l’abito, il volto. Ognuno concorre e coopera per stabilire l’unità della carità. Violare la carità si ritiene un delitto, come sarebbe violare Dio stesso; se c’è qualcosa che resiste alla carità viene estirpato e gettato via, se qualcosa la offende non si permette che duri un solo giorno. Sanno tutti che la carità è tanto raccomandata da Cristo e dagli Apostoli che dove essa manca tutto è vacuità, dove è presente tutto è pienezza»(13). Ormai tutte le altre vie possibili, per Agostino si erano unificate in una sola. Tornava quindi a Tagaste, da dove era partito dodici anni prima come «fanciullo sbal-

lottato dalle onde e portato qua e là da  qualsiasi vento di dottrina»(14). Come per San Paolo, anche per lui la via verso Damasco, verso la luce, era stata lunga, molto lunga. Con il Battesimo aveva ricuperato la vista (15) e ora vedeva chiaro. Vedeva Cristo, ed intravedeva anche un modo di amare Lui ed il prossimo, prima di ogni altra cosa, insieme ad altri, «vivendo concordi nella medesima casa, ed avendo un’anima sola ed un sol cuore protesi verso Dio»(16) - è ciò che noi chiamiamo oggi l’ideale monastico di Agostino, e di cui stava per mettere la prima pietra. E lo fece vendendo tutto, una volta tornato alla casa paterna, e distribuendone il ricavato ai poveri, in tutto fedele al suo modello di Gerusalemme: «Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno»(17). Poi, stabilendosi fuori della città, «vi dimorò circa tre anni e insieme con quelli che s’erano a lui uniti viveva per Iddio nei digiuni, nelle preghiere e nelle buone opere, meditando giorno e notte la Legge del Signore, e delle verità che Dio rivelava alla sua intelligenza nella meditazione e nell’orazione egli faceva parte ai presenti e agli assenti, ammaestrandoli con discorsi e con libri»(18). Del piccolo gruppo faceva parte anche il figlio Adeodato, ma per breve tempo, poiché presto morì. Questo loro vivere lontano dal mondo, in una solitudine che sapeva di monachesimo, esercitandosi nella virtù per rendersi simili a Dio, viene reso da Agostino con l’espressione: «nella tranquillità… indiarsi» (19). Amava questo genere di vita, vi coinvolgeva altri e, nella paura di venirne distolto - racconta lui stesso - si asteneva dal visitare città prive di vescovi per evitare che venisse proposta la nomina della sua persona (20). Ma siccome a Tagaste i suoi concittadini, con continue richieste che lui non sapeva rifiutare, disturbavano molto il raccoglimento e l’intensa contemplazione tanto desiderata, pensò di cercare altrove un luogo più adatto dove potesse fondare un monastero e, sul principio del 391 si recò ad Ippona. Entrato nella Chiesa udì il vescovo Valerio, ormai vecchio, che proponeva al suo popolo la scelta di un sacerdote capace di accontentarli, soprattutto per la predicazione. L’arrivo di Agostino non era passato inosservato. I fedeli, che ben sapevano chi fosse, lo afferrarono e lo costrinsero ad accettare l’ordinazione sacerdotale. In lacrime, accettò. «Il servo, dirà più tardi, non deve contraddire il suo padrone»(21). Accettò di essere mandato, inviato, ma non rinunciò di rimanere con il Signore (22). Divenne apostolo, ma volle rimanere monaco. Conoscendo il suo desiderio, il vescovo Valerio gli donò un orto e, «fatto dunque presbitero, non tardò ad istituire presso la chiesa un monastero e prese a vivere con i servi di Dio secondo la maniera e la regola stabilita ai tempi dei santi Apostoli…; ciò che egli aveva fatto già prima ritornando d’oltre mare al suo paese»(23). Questo monastero di laici in cui unì per la prima volta la vita religiosa al sacerdozio, resterà la miglior espressione del suo ideale di vita monastica. Quando nel 397 dovette succedere nell’episcopato a Valerio, per non disturbare la vita del monastero e poter disporre di una maggiore ospitalità soprattutto a favore dei vescovi di passaggio, si ritiro nell’episcopio che trasformò in un monastero di chierici. Il contemplativo Agostino guarderà sempre con nostalgia al suo monastero, mentre il vescovo Agostino saprà aggiungere all’otium sanctum di Tagaste un forte sensus Ecclesiae, che farà di questa comunità episcopale il seminario della chiesa d’Africa a cui diede numerosi chierici e vescovi. Essendo ispirati dallo stesso ideale e istituendo a loro volta dei monasteri, contribuirono molto all’unità della Chiesa, come ci racconta il primo biografo di Agostino, Possidio, anche lui proveniente da questo monastero prima di diventare vescovo di Guelma. Col tempo fondò anche monasteri di vita religiosa femminile, tra i quali quello di Ippona dove fu superiora sua sorella. «Sono solito godere di voi - scrive loro -, e fra tanti scandali, di cui abbonda questo mondo, trovo in voi di che consolarmi: pensando al vostro grande numero, e alla vostra unione, al casto amore… il mio cuore, scosso da molte tempeste, prodotte da tanti mali, trova un qualche riposo»(24). Il monachesimo agostiniano si diffuse rapidamente in Africa, contando alla morte del suo fondatore circa 46 monasteri. A questi anni, dopo il 396, appartiene la maggiore attività di Agostino sia come vescovo che come scrittore, che durò sino alla fine della vita, e per cui la Chiesa lo riconosce come il maggiore dei padri e il primo dei quattro grandi dottori dell’Occidente. Per quasi quarant’anni combatte contro tutti gli avversari della Chiesa e li vinse - manicheismo, donatismo, pelagianesimo, arianesimo -, affidando il suo desiderio di unità alle comunità che fondò, affinché la vivessero profondamente. Ci lasciò moltissimi scritti dei quali l’opera più ampia e profonda è il trattato De Trinitate, scritto fra il 399 e il 419. Agostino ha sviscerato questo mistero per quanto è possibile ad intelligenza umana, e dopo di lui niente di nuovo è stato aggiunto. Ma le due opere più note sono le Confessiones, terminate verso il 400 – più che un’autobiografia, un lungo colloquio con Dio, scritto da un santo -, e De civitate Dei, finita nel 426, che è una teologia della storia temporale ed eterna dell’umanità (le due città). Verso la fine della sua vita, Agostino fu contristato dai mali che si erano abbattuti sulla sua patria - i vandali invasero l’Africa e assediarono Ippona -, e visse profondamente quel dramma: «Nel terzo mese dell’assedio, oppresso dal dolore più che dagli anni, morì il 28 agosto del 430, tenendo fisso lo sguardo in quella città celeste di cui aveva scritto la storia meravigliosa »(25). Il suo corpo riposa nella chiesa agostiniana di San Pietro in Ciel d’oro, a Pavia. «Quanto vi sarà grande quella felicità in cui non vi sarà nessun male, non mancherà nessun bene e si loderà Dio, che sarà tutto in tutti… Là riposeremo e vedremo, vedremo ed ameremo, ameremo e   loderemo. Ecco ciò che sarà, nella fine senza fine»(26). La Regola di Agostino è ritenuta la più antica dell’Occidente. In Africa, dopo un primo periodo in cui fiorì la vita eremitica, sorsero nel IV sec. i primi cenobi di uomini e di donne, che pur seguendo certe norme, non avevano però una vera e propria Regola. Fu Agostino il primo a prepararla, esercitando così non poca influenza sullo sviluppo del monachesimo occidentale. Si è molto discusso sull’autenticità della sua Regola, sulla data di composizione e su chi fossero i suoi primi destinatari. Oggi i pareri sono unanimi nell’ammettere la sua autenticità, collocandone la data di composizione attorno al 397-400. Riguardo ai primi destinatari, cioè al testo originale, si dà la priorità alla Regola diretta ai monaci (Regula ad servos Dei), e non alla variante femminile della medesima, contenuta nella Lettera 211 rivolta da Agostino alle monache di Ippona. Secondo il Van Bavel (27), la Regola dà l’impressione di essere come il sommario di conferenze orali tenute da Agostino ai suoi monaci, offrendo alcuni principi essenziali cui ispirare tutta la vita religiosa, senza particolari spiegazioni e senza fissare un regolamento della giornata. Un altro punto che ha suscitato divergenze di pareri è un documento antichissimo chiamato Ordo (o disciplina) monasteri. La tradizione manoscritta lo fa precedere la Regola che di per sé suppone, ma non contiene un regolamento monastico. L’Ordo unito così alla Regola è un complemento necessario in quanto contiene brevi disposizioni liturgiche per la recita del divino ufficio, l’orario per la lettura e il lavoro e altri vari precetti intorno alla vita comune. Oggi non ha più valore pratico, pur rimanendo un documento venerando. Non sappiamo con precisione se è stato scritto da Agostino e nemmeno se egli l’abbia conosciuto ed approvato. Certo è che le prime parole dell’Ordo che sono restate nel testo della Regola esprimono lo spirito e il pensiero di Agostino, e ci dicono quale posto occupa per lui la carità nella vita monastica: «Prima di ogni altra cosa, fratelli carissimi, amiamo Dio e amiamo il prossimo, perché sono questi i principali comandamenti datici dal Signore »(28). La Regola è breve, ma vuole sostenere un grande ideale, frutto di una lunga esperienza di vita. Il bisogno di trovare la bellezza, la sapienza, vivendo in amicizia vera e profonda, portò Agostino lungo gli anni a riconoscere nella vita religiosa la via delle sue ricerche, liberandosi da ciò che è terreno per potersi dedicare allo studio, alla contemplazione, alla lode di quella «bellezza tanto antica e tanto nuova»(29), che fu «la passione più profonda e più costante dell’animo agostiniano, perdutamente invaghito in essa fin dall’età di diciannove anni»(30). Questo amò e propose ai suoi di amare, attraverso una vita contemplativa cenobitica (o comune) piuttosto che in un’altra forma di vita religiosa, e vediamo perché: «Ma Ti domando perché desideri che gli uomini che Tu ami vivano insieme a Te? - Per cercare insieme le anime nostre e Dio. Così sarà facile, a chi ha trovato per primo la verità, condurvi gli altri senza fatica… Io non amo per se stessa se non la sapienza: tutto il resto - la vita, la quiete, gli amici - voglio averlo o non averlo in relazione alla sapienza. Ma quale misura mai potrà avere l’amore di questa bellezza, del cui possesso non sono affatto geloso, ma anzi cerco molti che assieme a me la desiderino, la bramino, la posseggano e insieme a me ne godano, certo che mi saranno tanto più amici quanto più l’amata ci diventerà comune?»(31). «L’amore di questa bellezza» necessitava però una Regola di vita, e nello scriverla Agostino si è basato sulle conoscenze attinte nei monasteri di Roma e di Milano, sull’esperienza di circa dieci anni di vita monastica, sulla meditazione delle Scritture che alimentarono il suo mondo spirituale e i suoi desideri. Soprattutto però lo ispirò quel passo degli Atti degli Apostoli che ci descrive la prima comunità cristiana di Gerusalemme(32), e da cui prese tre principi: l’unione dei cuori nell’amore, la comunione delle cose e la distribuzione dei beni a ciascuno secondo il proprio bisogno. Non sappiamo quando cominciò a fissare lo sguardo su questo passo, ma è ben chiaro che esso diventò il fondamento della vita monastica agostiniana e della Regola che comanda fin dall’inizio: «La prima cosa per la quale vi siete insieme riuniti è che viviate unanimi nella medesima casa e che abbiate un’anima sola ed un sol cuore protesi verso Dio»(33). Questo primo precetto contiene in sé tutte le prescrizioni che seguono, poiché Agostino «sapeva molto bene che il proposito di abitare insieme in santa concordia ha per sorgente la carità, per fine la carità, per esercizio quotidiano la carità »(34). Il Dottore della carità così assume la sua Regola: «Ti viene imposto un breve precetto: Ama e fa quel che vuoi. Se conservi il silenzio, conservalo per amore; se gridi, alza la voce per amore; se correggi qualcuno, correggilo per amore; se perdoni, perdona per amore. Abbi nel cuore la radice dell’amore, e da questa radice non potrà procedere se non il bene»(35). È sempre nel nome della carità che ha voluto chiudere la Regola, unificando moderazione e rigore, interiorità e fraternità, autorità e amicizia sotto l’arco di questa virtù che diventa così la prima e l’ultima parola del suo ideale di bellezza: «Il Signore vi conceda di osservare questa regola con amore, quali innamorate della bellezza spirituale, esalanti il buon profumo di Cristo»(36). Agostino voleva che questo profumo riempisse tutta la casa (37) diventando profezia, Corpo mistico, Chiesa, e così fu, poiché la sua spiritualità fece sorgere in ogni tempo delle forme di vita religiosa che si richiamano a lui, e unificò sotto la stessa Regola centinaia di Ordini e Congregazioni. Ancor oggi, oltre agli Agostiniani, forse un 20.000 religiosi seguono fondamentalmente la sua Regola, e molte più sono le istituzioni femminili che si rifanno a lui come a Padre. «Questo dolce suono, questa soave melodia - è soave nel canto ed è soave nell’intelligenza - ha generato anche i monasteri. Risuonò per tutta la terra, e quelli che erano divisi si sono riuniti… Per primi abitarono insieme quelli che (a Gerusalemme) vendevano tutto ciò che avevano e ne davano il prezzo agli Apostoli, come si legge negli Atti degli Apostoli… Dunque loro furono i primi ad ascoltare (queste parole): Ecco com’è bello, come giocondo, il convivere di tanti fratelli insieme (Ps 132, 1)primi


 

ma non i soli infatti non giunse solo a loro quest’amore e questa unità dei fratelli: questa carità esultante giunse anche ai posteri… »(37).

 

 

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1 - Confessioni 8, 7.

2 - Ibidem. 3, 4.

3 - Confessioni 1, 1.

4 - Ibidem 3, 11.

5 - Confess. 3, 12.

7 - Confessioni 8, 1.

8 - Ibidem 8, 12.

9 - Rom 13, 13-14. 10 - Confess. 10, 27.

11 - Cf. Rom 6, 22.

12 - Confessioni 9, 8.

13 - De mor. Eccl. cath. 1, 33, 70-73.

14 - Ef 4, 14.

15 - Cf. Atti 9, 18.

16 - Cf. Reg. 3.

17 - Atti 2, 44-45.

18 - POSSIDIO, Vita di S. Agostino, 3° ed. M. Pellegrino, Alba 1955, pp. 48-49.

19 - Cf. Ep. 10-2 ed. Città Nuova.

20 - Serm. 355, 2.

21 - Serm. 355, 2; POSSIDIO, Vita, 3-4, pp. 48-53.

22 - Cf. Mc 3, 14-15.

23 - POSSIDIO, op. cit., 5, pp. 52-53.

24 - Ep. 211, 2-3.

25 - P.G. FRANCESCHINI, Manuale di Patrologia, Milano 1919, pp. 414.

26 - De civ. Dei 22, 30, n.1 e 5.

27 - Cf. The Rule of St. Augustine – with Introduction and Comm. by T.J. VAN BAVEL, O.S.A. – Darton, Longman & Todd, London, 1984.

28 - Reg. 1.

29 - Confess. 10, 27.

30 - Cf. TRAPE’, La Regola - Ed. Ancora, 1971, Cap. I.

31 - Solil. 1, 12,20 - 13,22 . (6) - Atti 4, 32.

32 - Reg. 3.

33 - Cf. TRAPE’, op. cit., Cap. II.

34 - Commento alla prima lettera di Gv, 7, 8.

35 - Reg. 48.

36 - Cf. Gv 12, 3.

37 - Enarr. in ps.132, 6.


 

 

 

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Le Adoratrici Perpetue del Ss. Sacramento, come numerosi altri Ordini, hanno adottato la Regola di Agostino. Tale regola ha subìto, lungo i secoli, diverse modifiche con l’aggiunta di norme provenienti da altre regole monastiche, le quali, sorgendo numerose, creavano spesso confusioni. Nel 1215 la Chiesa mise fine a questa creatività, stabilendo quattro Regole fondamentali, e cioè le Regole di Basilio (per l'Oriente), Agostino, Benedetto e Francesco. Dopo questo primo ricupero, la Regola di Agostino riacquistò definitivamente il suo vigore nel 1256, quando sotto di essa si unirono diversi nuclei di eremiti formando così un unico grande Ordine detto Agostiniano. Madre Maria Maddalena dell'Incarnazione scelse la stessa Regola per le Adoratrici e fu scelta non facile. Da Isabella Baldeschi, una delle giovani che avevanoseguito la Madre a Roma per la fondazione dell'Ordine, sappiamo che le suore confondatrici, provenendo dalle francescane, desideravano la Regola di Francesco, mentre per suggerimento di Papa Pio VII, benedettino, fu proposta invece la Regola di Benedetto. La Madre però le escluse tutte e due, a motivo delle molte penitenze prescritte, che avrebbero aggravato di troppo una vita di adorazione diurna e notturna. Difatti, nelle Costituzioni del 1818 troviamo: «Non vi sono in questo Istituto aspre e rigorose penitenze, né pratiche di particolare austerità. Si persuadano però le religiose Adoratrici che una penitenza assai gradita a Dio e molto giovevole per le anime loro sarà la prontezza ed esattezza nell'adempiere tutto ciò che viene prescritto nel Santo Istituto(1)». Per le Adoratrici del Sacramento dell'Amore, la Madre scelse la Regola di Agostino, perché basata non tanto sugli sforzi ascetici del corpo, quanto sull'ascetica dell'amore di Dio e del prossimo: «...(le Adoratrici) - scrive lei - devono unicamente bramare di piacere a Gesù Cristo loro Sposo, amandolo con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze, ed il prossimo come loro stesse(2)». Tale preferenza fu favorita anche dal fatto che il vescovo Bartolomeo Menochio, Sagrista e Confessore del Papa e Superiore delle Adoratrici quasi dagli inizi della fondazione, era agostiniano. Così, nel 1808 venivano stampate le prime Costituzioni sotto questo titolo: «La Regola di Sant'Agostino e le Costituzioni delle Religiose del Ss. Sacramento sotto la protezione di Maria Santissima Addolorata - Composte dalla Rev.da Madre Maria Maddalena dell'Incarnazione loro fondatrice». Infatti, ad un attento confronto tra la Regola(3), le Costituzioni e gli altri scritti della Madre, si nota come quanto Agostino dice circa gli aspetti principali della vita monastica - e cioè vita comune, povertà, castità, obbedienza -, è anche il pensiero di Madre Maria Maddalena, la quale, pur con espressioni proprie a lei e alla sua cultura, giunge alle stesse conclusioni. Un tema tanto caro ad Agostino, quello dell'unità nella carità, quello del cor unum, può essere esemplificativo. Afferma la Regola: «II fine per cui vi siete riunite è che viviate concordi nella medesima casa e abbiate un’anima sola ed un sol cuore protesi verso Dio(4)» e, spiegando il nome di monaco, Agostino completa il suo pensiero sull’essere «uno» della comunità: «Monos - scrive Agostino - vuol dire uno, ma non uno in qualsiasi modo; poiché anche nella massa uno è uno, ma, essendo egli insieme a molti, si può dire che è uno, ma non si può dire che è solo, cioè monos: monos infatti significa uno solo. Dunque coloro che vivono insieme in modo da formare un solo uomo, in modo che di loro si possa dire ciò che è scritto: avevano un 'anima sola e un cuore solo; che sono cioè molti corpi, ma non molte anime, molti corpi, ma non molti cuori, giustamente si possono dire monos, cioè uno solo... Ecce quam bonum et quam iucundum, abitare fratres in unum(5)». Promuovere l’unità della Chiesa fu una delle maggiori aspirazioni del santo dottore, prima come monaco, poi soprattutto come vescovo. Questo suo ideale così bene espresso nei testi sopra riportati, trova una felice corrispondenza nel carisma della Madre, la quale afferma: «II Ss.mo Sagramento dell’Altare, di cui Voi dovete essere nella Chiesa le adoratrici perpetue, per istituto particolare, è un Sagramento di unità(6)». A differenza degli altri Ordini, la vita comune delle Adoratrici ha le sue radici nell’adorazione di questo Sacramento di unità,  che le rende come un solo corpo mistico: «Si può dire anche che in questo  S. Istituto ciascheduna religiosa venga a fare in qualche maniera una perpetua Adorazione a Gesù nel Ss. Sagramento, benché sia fuori del suo Turno, mentre a dire di S. Giovanni Crisostomo, la carità, ch’è una virtù unitiva, di molte persone che amano, ne forma una persona sola; cosicché, essendosi tutte unite insieme per una santa mozione, e pio affetto, che le trasporta verso questo mistero, di adorare il Signore senza intermissione, esse non altro sono, che un corpo mistico, ed una sola persona ai piedi del Sacro Altare, di maniera che in qualunque degli uffizi si trovino le Consorelle Religiose, elle possono stare pur contente sul riflesso che una di loro sta davanti al Signore, che lo adora, lo ama, e che sta pregandolo per loro, e che esse stesse in qualche modo stanno a pregarlo insieme con lei, ad adorarlo, e ad amarlo(7)». Da queste parole si capisce qual è l'eccellenza della vita comune in questo Ordine: proprio in virtù del loro essere Adoratrici Perpetue, sia che esse lavorino, o cantino, o facciano qualunque altra cosa, sono in perpetua adorazione ai piedi del Sacro Altare! Così la loro comunità «nasce e si costruisce attorno all'Eucaristia, sacramento dell’amore, segno di unità e vincolo di carità (S. Agostino); si edifica nell'ascolto della Parola, nella preghiera e nella comunione fraterna, ad esempio e sul modello della chiesa apostolica(8)». Ancora nel Direttorio (pag. 32), la Madre spiega come l’unità del corpo mistico attorno all’Eucaristia comprende non solo la «comunità militante», ma anche la «comunità trionfante»: «Siccome poi la Carità è quella che ci unisce fra noi, e non potendosi essa togliere con la morte, che anzi si perfeziona in cielo, così avendo le Spose del Ss. Sacramento adorato nella loro Chiesa Gesù Cristo ricoperto agli occhi loro, lo adoreranno poi svelatamente in Paradiso... né mancheranno di pregare per le loro Consorelle Adoratrici, che sono qui in terra, e di domandare in grazia a Cristo Gesù, che come elle, così ancora le altre abbiano la stessa sorte di goderlo nella sua gloria dopo che per molto tempo lo avranno adorato, lodato ed amato nel mondo». Questa comunione, che nasce attorno all'Eucaristia e trascende lo spazio, il tempo e la morte, è tale da coinvolgere non solo quanti si vogliono bene in Cristo ma anche le loro cose, tanto che, prescrive la Regola di Agostino: le loro vesti staranno insieme nello stesso armadio(9). Anche la Madre escogita piccoli espedienti per alimentare il senso della vita comune. Sono soprattutto i suoi Avvertimenti di perfezione, ma anche altri scritti, che ci offrono singolari esempi come: salutare per prima la sorella, trattarla con sincerità e piacevolezza, giudicarla secondo la carità, perdonarla prima di entrare in coro ecc... La vita comune è tutto questo, ma nello stesso tempo non può fermarsi solo a questo, c'è una comunità ben più grande che le mura del monastero vorrebbero contenere: l'intera comunità umana, che Gesù innalzato nel cuore del Monastero, vuole attirare a sé (10). Infatti: «Se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste(11)». Così anche i tre tocchi di campana che scandiscono i turni di adorazione, sono un piccolo ma eloquente segnale rivolto non solo alla comunità monastica, ma a tutti quelli che il Signore vuole chiamare a raccolta attorno al suo altare. Agostino e la Madre, che avevano in loro gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù(12), hanno condiviso la sua stessa ansia, che «tutti siano una sola cosa, come Tu, Padre, sei in Me e Io in Te, siano anch'essi in noi una cosa sola(13)». E basterebbe ricordare gli ultimi quarant’anni della vita di Agostino, nel corso dei quali ha combattuto per vivere in comunione con gli eretici, per conoscere quanto a cuore gli stesse l'unità della Chiesa. In questo senso è interessante notare come la stessa Adorazione del Ss. Sacramento, insieme alla Solennità del Corpus Domini, è sorta come arma di difesa della Chiesa contro l'eresia di Berengario di Tours (sec. XI) che non riconosceva la presenza reale di Gesù sotto le specie eucaristiche, minando l’unità della fede della Chiesa! Da parte sua, Madre Maria Maddalena ha combattuto la stessa «buona battaglia »: «Oh! Fede santa - dice nell'Esortazione  alle sue Figlie -, occupa i nostri cuori, fa’ che siano tutti accesi di fiamma tale, che anelino in tutti i momenti di unirsi a questo Bene infinito, nostra gioia e nostro vero riposo; e rimanga pur anche in voi viva sempre la brama di veder presenti a questa nostra Adorazione uniti in uno stesso spirito di fede e comunione cattolica, ed accesi del Santo Amore tutti coloro [...] che fuori della nostra Cattolica Religione vivono immersi nella cecità e nell'empietà. «Come può trovarsi anima vivente, che non sappia riconoscere che questo suo Creatore ha voluto per tutti patire e morire, e per nostro conforto in questa valle piena di fango rimanersene vivo e vero come sta glorioso in Cielo, sotto gli accidenti di pane e di vino! Oh! amore, amore, sii da tutti conosciuto, adorato e ringraziato ogni momento in cotesto divinissimo Sagramento». Questa dimensione porta alla comunione generata dal Sacramento di Unità, e non per nulla la Madre ha voluto questo segno della campana che chiama all’unitas caritatis, che «si darà non solo nel giorno ma anche nella notte», perché anche «le persone del secolo» intendano( 14). La comunità umana ha sempre dimostrato di sentire questa con-vocazione e, facendo i suoi sforzi per interpretarla, ha pensato piuttosto ad un'unità di tipo nazionale, economico, culturale, sin dalla prima città costruita da Caino e la torre di Babele, e fino ad esempi più recenti…: «Venite - hanno detto gli uomini -, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il Cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra(15)». Come, del resto, si devono capire l'Imperialismo e la pax romana; lo Stato napoleonico con il suo motto: libertè, égalité, fraternità; l'Unione Sovietica e la ideale società comunista; l'ONU e la Dichiarazione dei diritti dell'uomo; il G8 e l'immaginario villaggio globale, se non come altrettanti tentativi dell'umanità dispersa a causa del peccato, di riunirsi in una perfetta vita comune, attorno a un bene comune, ma ignorando, talvolta, sia la causa della sua dispersione, sia la natura di quest'attrazione? Lo stesso hanno cercato anche Agostino e la Madre, insieme ai loro contemporanei, non basandosi però su una «legge fatta di prescrizioni e di decreti(16)», ma sull'ordo amoris, e consapevoli che «la ordinatissima e concordissima società di coloro che godono di Dio e mutuamente di se stessi in Dio (17)» (4) non è una città dell'utopia, ma è una realtà, benché non appartenente a questo mondo. Il suo mistero continuamente sfugge agli uomini pur attraendoli: ogni sforzo e tentativo per impossessarsene «sarà sempre qui in terra un abbozzo, un inizio, vorremmo dire un tentativo(18)». In questa luce cos'altro può essere la nostra vita comune se non un comune pellegrinaggio? Per questa ragione, dopo aver detto «abbiate un'anima sola ed un sol cuore», Agostino aggiunge: «protesi verso Dio», perché - dice lui - «il mondo in cui sei entrato è solo un viaggio. Sei venuto per uscire, non per restarvi(19)». Nel libro del profeta Zaccaria (20) si narra di un uomo con una cordicella in mano che vuol prendere le misure della Città di Dio per rubarne il segreto ed edificarla in terra, se fosse possibile. Ma proprio quando sta per incominciare, un angelo lo ferma. Stupore: «Gerusalemme sarà priva di mura»! Con altrettanto stupore si fermerà un giorno la stessa nostra storia alle porte di Gerusalemme, quando saranno compiuti i passi del suo vagare (21). Ma fino allora, ecco che tocca a noi oggi di suonare la stessa campana, avere in noi gli stessi sentimenti, e continuare lo stesso pellegrinaggio. A questo punto Agostino direbbe: «Ma forse mi vorresti domandare, perché Gerusalemme sarà priva di mura? Ti rispondo: perché la misura per l'amore di Dio è amare senza misura». Papa Paolo VI diceva alle monache: «Lemura delle vostre case diventano di cristallo (22)», ma per quanto papale sia la clausura, secondo le misure prese da Agostino, i monasteri che nascono e si costruiscono attorno al Sacramento dell'Amore di Dio saranno proprio così: monasteri privi di mura. Si potrebbero scoprire molte altre concordanze sul piano della vita comune e dell'unitas caritatis, tra Agostino e la Madre. Il fatto che siano arrivati alle stesse conclusioni può sembrare ai nostri occhi una scelta premeditata, umana. Ma sul piano superiore della storia, quello di cui ci parlano gli evangelisti(23) e dove tutto è già pronto, le cose stanno diversamente. Agostino, nella sua «Città di Dio», mostra il continuo intervento della Provvidenza divina nella storia dell'umanità, che dopo la caduta di Adamo si è divisa in due città, scaturite da due amori diversi e contrapposti. Su questo sfondo di continuo conflitto, solo l’amore di Dio può salvare la città quando soccombe per quelle grandi ribellioni dell'uomo che hanno tutte un solo nome: peccato originale, cioè amore di sé che giunge fino al disprezzo di Dio. Così fu ai tempi di Agostino, quando le eresie minacciavano di frantumare l'unità della Chiesa e del suo insegnamento, l'impero romano si andava sfaldando sotto la pressione dei vicini popoli invasori, scompigliando razze, istituzioni, leggi e costumi; quando i Goti saccheggiavano Roma nel 410 e Girolamo si chiedeva: «Se Roma può perire, che cosa può esservi di sicuro?». E così fu anche ai tempi della Madre quando il suo Ordine sorgeva quasi tra i piedi dei rivoluzionari francesi che nel 1808 invadevano Roma, diretti contro la Chiesa. Ora, per tornare al piano superiore, c'è qualcosa nella storia più grande della storia, con cui Dio la salva. Molti hanno cercato un punto d'appoggio per il mondo. Tra altri, Archimede cercava per mezzo della sapienza umana un punto d'appoggio per reggere la terra. A loro però non fu dato di trovarlo. Ma a noi Dio lo ha rivelato per mezzo dello Spirito( 24), perché in realtà un punto d'appoggio c'è, nel cuore della città, custodito giorno e notte nelle nostre Chiese: è l'Eucaristia l'Amore con cui Dio salva la storia. E questo non è un amore platonico, né idilliaco, ma un amore pasquale. E non viene né dalla Regola di Agostino, né dal carisma della Madre, perché nessuno possa vantarsene (25). Invece «in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati (26)». I cinquanta giusti non salveranno mai la città terrena, non rifaranno mai la pace con la città eterna, ma il Giusto - «Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l'inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in Se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della Croce, distruggendo in Se stesso l'inimicizia. Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di Lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito (27)». Questa è la testimonianza delle Adoratrici, e la loro testimonianza è vera (28), affinché «tutti gli uomini conoscano Te, Via, Verità e Vita, e diventino un solo popolo adunato nell'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, amandosi gli uni gli altri come Tu ci ami, o Signore. Amen (29)».

 

 

 


 

1 - Cfr. Costituzioni 1818, pag. 39

2 - Cfr. Ibidem, pag. 39

3 - Cfr. Serie Oro n. 3, pp. 47-95.

4 - Reg. 3

5 - Enarr. in ps. 132, 2.

6 - Direttorio 1814, pp. 67 - Direttorio 1814, pp. 30.

8 - Costituzioni, Art. 70 9 - Regola 3010 - Cfr. Gv. 12, 32.

11 - Cfr. Mt. 5, 46-48.

12 - Cfr. Fil. 2, 5.

13 - Cfr. Gv. 17, 21.14 - Cfr. Costituzioni 1818, Cap. XII

15 - Gen. 11, 4.

16 - Ef. 2, 15.

17 - De Civ. Dei 19, 13.

18 - Cfr. TRAPÈ, op. cit., Cap II.

19 - Commento al Vangelo di Gv, 40, 10

20 - Cfr. Zc. 2, 5+.

21 - Cfr. Sal. 55, 9.

22 - Cfr. Discorso alle Monache, 28 ottobre 1966.

23 - Cfr. Mc.14,15.

24 - Cfr. 1Cor. 2, 10.

25 - Cfr. Ef. 2, 8-9.

26 - 1Gv. 4, 10.

27 - Ef. 2, 14-18.

28 - Cfr. Gv. 1, 19+.

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29 - Preghiera all’inizio dell’Adorazione

 

 

FINITO DI STAMPARE I L 26 GIUGNO 2005

- GIORNO ANNIVERSARIO DELLA PROMULGAZIONE

DEL DECRETO D I ALLARGAMENTO DELLA FEDERAZIONE

A I MONASTERI SPAGNOLI (1985) -

COI T I P I DELLA TIPOLITOGRAFIA

NAZIONALE SAI DI VIGEVANO