Casella di testo: Santuario Diocesano dell’ Eucaristia
Monastero del Sacro Cuore - Via Trento 27 - Vigevano  (PV)

Casella di testo: Ordine Adoratrici Perpetue del SS. Sacramento

 

 

 

 

 

 

beata Maria maddalena dell' incarnazione

la liturgia

 

 

La bellezza della Liturgia

in

Madre Maria Maddalena dell’Incarnazione

Fondatrice dell’Ordine

delle Adoratrici Perpetue del SS.mo Sacramento

 

12

 

 

«I gesti di adorazione che la Liturgia

chiede di osservare, corrispondono al riconoscimento

della Maestà del Signore

e dell’appartenenza dell’uomo a Dio».

(Lineamenta Sinodo Vescovi XI Assemblea Ord. n.59)

 

 

 

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© Federazione delle Adoratrici Perpetue

del SS.mo Sacramento

Anno dell’Eucaristia 2004-2005

 


 

INTRODUZIONE

SVILUPPO E MODELLI DI PREGHIERA NEI SECOLI

 

Nella storia della Chiesa si sono sviluppati lungo i secoli diversi modelli di preghiera che possono essere così schematicamente riassunti:

a) modello biblico e monastico antico Il modello «monastico antico» era ispirato nello stesso tempo dalla pratica della liturgia e dalla familiarità con la Parola di Dio tramite la LECTIO; la Parola di Dio non solo doveva essere proclamata e celebrata nella liturgia, ma bisognava che fosse letta, meditata, contemplata nella preghiera personale.

Essa diventava così il luogo abituale della «conversazione con Dio»: «quando leggo la Divina Scrittura – dice S. Ambrogio – Dio torna a passeggiare nel Paradiso terrestre». Non era però solo lettura delle Sacre Scritture, Antico e Nuovo Testamento, ma anche dei Santi Padri.

b) modello «devoto» In epoca medioevale irrompono forme della cosiddetta «devozione»: forme e iniziative (come Laudi, Inni, Via Crucis, Rosario…) attraverso le quali la preghiera usciva dalla Chiesa – dove la liturgia era meno compresa dal popolo – per raggiungere le case, le strade, il mondo della gente semplice.

Nasceva così il modello «devoto» - particolarmente raccomandato da S. Francesco - sempre nel solco della spiritualità e nella vita sacramentale della Chiesa, ma in forme e con un linguaggio di tipo poetico, affettivo, ricco di immagini, particolarmente gradito al popolo cristiano.

c) modello «ascetico» In età moderna – epoca di accentuata soggettività – incontriamo un tipo di preghiera meditativa particolarmente raccomandato nella pratica degli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio di Lojola: è una preghiera di discernimento della volontà di Dio, di obbedienza della libertà umana ad una decisione in concreto per Dio; inseparabile dunque da una istanza di conversione radicale.

Nasceva così il modello «ascetico», dove confluivano elementi oggettivi: come la meditazione dei misteri della vita di Cristo, la pratica frequente dei Sacramenti, in particolare Penitenza e Eucaristia, ufficiature e pratiche varie; atto a risvegliare nella preghiera volontà, intelligenza, memoria, sensibilità.

d) modello «mistagogico» Un quarto sviluppo, ormai agli inizi del XX secolo, è quello promosso dall’attuale movimento liturgico, sorto dal «nostro più vivo desiderio - come si esprimeva autorevolmente san Pio X - che il vero spirito cristiano rifiorisca in ogni modo e si radichi presso tutti i fedeli; per questo è necessario provvedere innanzitutto alla Santità del tempio, dove i fedeli si riuniscono proprio per attingere tale spirito alla sua sorgente prima e indispensabile: la partecipazione attiva ai misteri sacrosanti e alla preghiera pubblica e solenne della Chiesa» (Motu Proprio, 1903).

L’intento del movimento liturgico è sfociato nella riforma liturgica del Concilio Vaticano II. Oggi è particolarmente viva l’istanza di un modello di preghiera cristiana ricalcante l’antico modello «mistagogico », in cui armonizzare insieme riti, rimando alle Scritture e impegno morale e ascetico di vita cristiana.1 Per quanto quest’ultimo «modello» interessi da vicino l’esperienza dei nostri attuali Monasteri, vogliamo concentrare la nostra attenzione sui primi tre poiché, data l’epoca e il contesto storico in cui si è sviluppato l’itinerario spirituale di Madre Maria Maddalena dell’Incarnazione, tali modelli sono entrati tutti, sia pure in misure diverse, nell’esperienza della prima comunità monastica delle Adoratrici. Sebbene al tempo di Madre Maria Maddalena non fosse possibile una familiarità diretta con la Parola di Dio tuttavia il modello antico è entrato nella formazione religiosa sua e della comunità di Terziarie Francescane, grazie alla mediazione di alcuni buoni testi, curati specialmente dai Gesuiti e tuttora reperibili nel Monastero di Ischia di Castro, che riportavano passi biblici e patristici con relativo commento. La rilettura dei testi patristici e l’approfondimento della vita liturgica troverà larga eco in quel tempo grazie a una corrente di riforma che avrà la sua massima espressione nel Sinodo di Pistoia, del quale - data l’importanza - parleremo più avanti con maggior accuratezza. La formazione della Madre, di stampo francescano, favoriva certamente il modello devoto. Via crucis, pratiche varie di pietà popolare, recita di uffici divini devozionali (ad es. quello della Passione o quello dell’Addolorata) accompagneranno anche la vita di preghiera delle prime Adoratrici. Il contatto con i gesuiti fu intenso per Madre Maria Maddalena, tanto a Ischia che a Roma. A Ischia si sono ritrovati te9 sti con gli esercizi ignaziani comunemente usati dalle Monache per loro crescita spirituale e testi che trattano di dottrina Eucaristica, raccomandando la comunione frequente.

 

 

BREVI CENNI CIRCA LO SVILUPPO DELLA LITURGIA NEI SECC. DAL XVI AL XVIII

RIEPILOGO STORICO

 

(che ci aiuta a inquadrare correttamente lo sviluppo della Liturgia nei secoli di nostro interesse)

IL RISVEGLIO DEGLI STUDI LITURGICI (SEC. XVI)

Dopo un lungo periodo di decadenza, il sec. XVI segna un fresco e promettente risveglio degli studi storico-liturgici e ciò per varie ragioni. Da una parte l’invenzione della stampa aprì nuovi e più vasti campi all’attività letteraria, dall’altra il movimento protestantico di riforma, contestando alla Chiesa le sue più care e preziose tradizioni dogmatico-liturgico, la Messa, i Sacramenti, le Cerimonie, il culto dei Santi e della Vergine, la Preghiera per i morti, obbligò i teologi cattolici allo studio delle origini cristiane e delle istituzioni ecclesiastiche per difenderne autorevolmente la legittimità.

I GRANDI LI T U R G I S T I (SECC. X V I I - X V I I I )

Il fervore per gli studi liturgici iniziato nel sec. XVI non si affievolì nei secoli seguenti (secc. XVII-XVIII) ma crebbe e si intensificò a tal punto da fare di quest’epoca il periodo classico della letteratura liturgica. L’edificio scientifico della liturgia poteva nelle sue parti costruttive essere ormai innalzato mediante gli sforzi tenaci e intelligenti d’una pleiade di studiosi il cui severo metodo scientifico ha dato alle loro opere un valore che è ancora oggi altamente apprezzato. Riguardo alle liturgie occidentali, furono non pochi i dotti che in questo periodo scoprirono e pubblicarono nuovi e importanti documenti illustrandoli con una critica generalmente vasta e sicura.2 A questa premessa storica molto sintetica circa lo sviluppo della Liturgia dopo la riforma di Pio V (Bolle: Quod ad nobis 1568 e Quo primum 1570), abbiamo creduto opportuno inserire un breve prospetto del Movimento Liturgico che trova la sua origine proprio negli anni dell’adolescenza di Madre Maria Maddalena. Data la cultura della Madre è certo improbabile che Ella fosse a conoscenza delle istanze innovatrici di un Sinodo qualefu quello di Pistoia (1786), pur tuttavia tali indicazioni non saranno di certo sfuggite a don Giovan Antonio Baldeschi, vista la sua «passione per la liturgia» né a Mons. Menochio o agli altri sacerdoti, vicini alla Comunità, dei quali abbiamo notizia nel Summarium. Il Sinodo com’è noto verrà condannato nel 1794 con la Bolla Auctorem fidei di Pio VI, pur tuttavia alcune tra le prescrizioni in esso redatte diventeranno normative nella Chiesa soprattutto attraverso il Concilio Vaticano II. Riporteremo alcuni brani significativi del Sinodo che trovano un singolare riscontro con alcune espressioni presenti del Direttorio del 1814.

 

 

IL MOVIMENTO LITURGICO

 

PRIMA FASE DEL MOVIMENTO LITURGICO

 

I primi impulsi e le prime realizzazioni di un rinnovamento liturgico esistevano già, in maniera sorprendente per chiarezza di visione e tenacia di propositi, all’epoca dell’Illuminismo. È anche vero però che questi propositi non si sono realizzati e anzi sono talmente caduti nel nulla di fatto, da potersi affermare che non c’è in realtà alcun diretto rapporto tra le aspirazioni liturgiche dell’Illuminismo e quelle del nostro tempo. Non ultima ragione di ciò deve vedersi nel fatto che l’Illuminismo sia nelle sue tendenze manifeste, sia, in ogni caso, nelle sue correnti di fondo, si era lasciato troppo condizionare o guidare da elementi eterodossi. La conseguenza fu che la «restaurazione», per un connaturale rigido fatto reattivo, rifiutò proprio ogni riforma liturgica e si polarizzò in un conservatorismo tradizionalista. Il fenomeno dell’Illuminismo nella sua universalità comprende diverse correnti: l’Illuminismo antimetafisico e anticristiano degli inglesi, come Locke e Hume; quello della filosofia tedesca che si ricollegava al Leibniz della maturità e che si esprimeva per es. nel Kant degli anni giovanili; quello infine degli enciclopedisti francesi. Questi ultimi influiscono sull’Illuminismo italiano, che però si distingue per la sua opposizione al razionalismo cartesiano, all’antistoricismo e antispiritualismo, dichiarandosi a favore di una concezione religiosa e teistica, con ricupero di valori del passato: non per nulla solo in Italia si avrà un tentativo come quello del Sinodo di Pistoia (di cui si parla più sotto). Ma accanto a questo esisteva anche un Illuminismo cattolico, che in sé non può «considerarsi come distruttivo e ostile alla Chiesa e tanto meno superficiale e sciocco, come avverrebbe se non si tenesse conto di ciò che lo precedette e di ciò che di positivo, costruttivo e di spinta in avanti è nato da quegli sconvolgimenti ».

Nell’ambito dell’Illuminismo religioso, specie di quello cattolico, si possono distinguere quattro gruppi:

 

1. Gli aderenti a uno scetticismo radicale che giungeva ad una ostilità manifesta.

 

2. Una chiara accentuazione del contrasto tra il cristianesimo positivo e la cosiddetta religione naturale, ma senza giungere a una rottura.

 

3. Teologi di mediazione, che intendono mantenere l’edificio dogmatico ma spiegando i dogmi su un piano di religione morale.

 

4. Teologi e laici «che, partendo da una conoscenza profonda e onesta dei mali del tempo, si sforzavano di mutare la situazione. Essi propugnavano una riforma nel pensiero teologico e nella prassi, senza tuttavia toccare il dogma, anzi forse con le migliori intenzioni di metterne in evidenza la purezza e la chiarezza e in ogni caso sostenuti da un espresso proposito di rivalutare quel che è l’essenziale nella dottrina e nella vita cristiana».3

 

 

SINODO DI PISTOIA

 

Il Sinodo di Pistoia rappresenta dal punto di vista della storia della liturgia, il fatto indubbiamente più interessante in seno all’Illuminismo italiano.

Il Sinodo, che rappresenta il culmine dell’attività riformatrice del vescovo di Pistoia e di Prato, Scipione de’ Ricci, e del bresciano Pietro Tamburini, cervello e anima del Giansenismo italiano, ebbe luogo dal 18 al 28 settembre 1786. Purtroppo manca ancora uno studio serio, capace di mettere nella giusta luce le tendenze liturgico - riformatrici del Sinodo; è comunque certo che non si può formulare una esatta valutazione di esso se ci si limita alla lettura della costituzione Auctorem fidei di Pio VI che nel 1794 lo condannò, (DS 2600-; 2700), senza ricorrere direttamente agli atti e decreti del Sinodo stesso, facilmente accessibili nella collezione del Mansi. I voti di riforma espressi in quei documenti sono oggi quasi tutti realizzati, ad esempio: unicità dell’altare (Mansi 1039); la partecipazione attiva dei fedeli al sacrificio eucaristico (Mansi 1040); la comunione con le ostie consacrate nella stessa messa (ibidem); una minore stima della messa privata (ibidem); una limitazione nell’esposizione delle reliquie sull’altare (ibidem); significato della preghiera liturgica (Mansi 1074 s.); la necessità di riforme del breviario; la veracità e storicità delle letture; la lettura annuale di tutta la S. Scrittura; la lingua nazionale accanto al latino dei libri liturgici; la soppressione di molte novene e simili forme devozionali; il rilievo dato alla comunità parrocchiale contro ogni frazionamento (Mansi 1074-1079). Per conoscenza ne riportiamo qui ampi stralci, utili alla nostra indagine:

 

 

SESSIONE IV. DECRETO DELLA EUCARISTIA

 

V «Venendo poi il Santo Sinodo a deliberare sopra gli altari delle chiese crede opportuno lo stabilire i seguenti decreti: Poiché l’ordine de’ divini ufizi e l’antica consuetudine della Chiesa persuadono esser cosa conveniente, che in ciascun tempio sia un solo altare, piace perciò al Sinodo di ristabilire questo uso. Non si pongono sugli altari reliquiari o fiori, e qualora qualche chiesa possieda delle autentiche reliquie, queste si espongono alla venerazione del popolo sotto l’altare secondo il costume dell’antichità. Desiderando poi il Sinodo, che il Sacramento sia tenuto in luogo più atto a eccitare l’attenzione e la riverenza dei fedeli, vuole che si rinnovi l’antico uso di erigere in alto i Cibori, e che si conservi in essi, e che nel luogo ove sarà riposto il Sacramento, non vi sia alcuna pittura che non sia analoga al medesimo.

 

VI ...Quando poi noi diciamo che i fedeli hanno parte nel sacrifizio, intendiamo che essi offrono, immolano la vittima insieme col Sacerdote, ed offrono se medesimi con quello. E siccome tutta la liturgia non contiene che queste parti del sacrifizio, e la regola degli atti, coi quali debbonsi accompagnare le parti medesime; quindi è che secondo la dottrina dei Padri, la pratica dell’antichità e l’ordine medesimo e il tenore di tutte le liturgie, la liturgia è un’azione comune al sacerdote e al popolo. Persuaso di questi principi desidererebbe il santo Sinodo, che si togliessero quei motivi, per i quali essi sono stati in parte posti in oblio, col richiamare la liturgia ad una maggiore semplicità di riti, coll’esporla in lingua volgare e con proferirla con voce elevata. Ma poiché le circostanze delle cose non gli permettono di soddisfare questi suoi desideri, s’arresta a rinnovare la legge del concilio di Trento, nella quale si prescrive, che i pastori in ogni istruzione che fanno nelle feste nel tempo della Messa, spieghino qualche parte della Liturgia; e gli esorta ad introdurre nel popolo dei libri ove sia l’ordinario della Messa in lingua volgare, e a insinuare a quelli che sanno leggere, l’accompagnare con questo mezzo il sacerdote. Siccome poi una parte essenziale al sacrificio è la partecipazione alla vittima, il santo Sinodo desidererebbe, che i fedeli qualunque volta vi assistano, comunicassero. Non condanna però come illecite quelle Messe, nelle quali gli astanti non si comunicano sacramentalmente, atteso che essi partecipano in modo sebbene meno perfetto a questa vittima, ricevendola collo spirito. Vuole però che qualora alcuno sia disposto a comunicarsi, eccettuati i casi di grave necessità, communichi nella messa con particole consacrate in essa, e per conseguenza ingiunge a’ sacerdoti, che qualunque volta prevedano che alcuno disposto a communicare assista alla Messa, consacrino un conveniente numero di particole, e secondo il decreto del Messale romano comunichino dopo aver essi comunicato; ed avvisa i medesimi che si farebbero rei di peccato, qualora volendo un fedele comunicare nella Messa, non secondassero questo suo diritto, e lo privassero del frutto particolare, che provviene dalla comunione liturgica... ».

 

 

SESSIONE VI. DECRETO DELLA PREGHIERA

 

«Gesù Cristo per altro non solamente prega per noi come sacerdote, prega in noi come capo, ma è ancora pregato da noi come Dio. Poiché essendo egli insieme col Padre e con lo Spirito Santo vero Dio e Autore d’ogni grazia debbe essere ancora insieme col Padre e con lo Spirito Santo l’oggetto unico delle nostre preghiere, come lo è delle nostre adorazioni. E siccome sarebbe un errore anatemizzato oramai dalla Chiesa l’adorare in Gesù Cristo l’umanità, la carne o porzione di questa separatamente della divinità, o con una precisione sofistica, così lo farebbe ugualmente l’indirizzare ad essa umanità le nostre preghiere con una tal divisione o astrazione. Quindi soscrivendo pienamente alla lettera pastorale del nostro vescovo intorno alla nuova devozione al Cuore di Gesù de’ 3 giugno 1781, rigettiamo questa ed altre simili devozioni come nuove ed erronee, o almeno come pericolose; e volendo perciò che esse siano del tutto abolite nelle nostre chiese, sarà dovere de’ pastori esortare i fedeli ad adorare, invocare e pregare senza divisione Gesù Cristo principalmente ne’ suoi misteri, come ha sempre praticato la Chiesa.

 

XI ... Il mistero della Passione di Gesù Cristo dee certamente in modo particolare impegnare la nostra pietà e le nostre continue meditazioni. Sarebbe per altro desiderabile, e noi lo inculchiamo con tutta l’effusione del nostro cuore che questa medesima pietà e meditazione fosse sgombra da tutte le inutili e pericolose materialità, a cui vollero soggettarla i superstiziosi devoti de’ secoli vicini a noi, e dalle quali sarebbe troppo difficile renderle esenti perfettamente. Lo spirito di compunzione e di fervore non può certamente esser legato ad un determinato numero di stazioni, o a riflessioni arbitrarie spesso false, più spesso capricciose, e sempre piene d’inciampi».

 

 

DELLA PREGHIERA PUBBLICA

 

XXII ...Di qui ne viene l’obbligazione per ogni cristiano di prender parte alla preghiera pubblica, di entrare nello spirito e nella intelligenza delle orazioni e delle cerimonie della chiesa, degli Uffizi divini, e in specie del santo sacrificio della messa; di qui pure ne nasce per i pastori il dovere d’invigilare alla esecuzione di oggetti così importanti.

 

XXIII ...Prima di tutto però noi giudichiamo di dover cooperare con il nostro Prelato alla riforma del Breviario e del Messale della nostra chiesa, variando, correggendo e ponendo in miglior ordine i divini uffizi. Ognuno sa che Iddio, il quale è la verità, non vuole essere onorato con menzogne, e che per altra parte i più dotti e santi uomini, e i Pontefici medesimi in questi ultimi tempi hanno riconosciuto nel nostro Breviario, specialmente per quel che riguarda le lezioni dei santi, molte falsità, ed hanno confessato la necessità d’una più esatta riforma. Per quello che riguarda poi le altre parti del Breviario, ognun comprende, che a molte cose o poco utili o meno edificanti sarebbe necessario sostituirne altre tolte dalla Parola di Dio o dalle opere genuine dei Padri; ma soprattutto che dovrebbesi disporre il Breviario medesimo in maniera, che nel corso di un anno vi si leggesse tutta intiera la santa Scrittura. Il santo Concilio intanto adotta il saggio delle correzioni trasmesse dal vescovo ai sacerdoti con la pastorale del 1gennaio di quest’anno e rimette al vescovo medesimo il deputare alcuni dei nostri confratelli a compire questa santa opera.

 

XXIV ...Giacché poi noi sappiamo, che sarebbe un’opera contro la pratica aposto22 lica, e contro i disegni di Dio il non procurare al semplice popolo i mezzi più facili per unire la sua voce a quella di tutta la chiesa, crediamo bene di rilasciare al vescovo la cura di eleggere alcuni dei venerabili padri, che attendano alla compilazione di un rituale e di un manuale ad uso della città e diocesi di Pistoia, nei quali oltre alle istruzioni e spiegazioni necessarie, si trovino in latino ed in volgare le orazioni e riti della chiesa nell’amministrazione dei sacramenti, gli ufizi delle principali feste dell’ anno, l’ordinario della messa e tutto ciò che può più facilmente condurre alla istruzione e alla edificazione del popolo. In questo manuale si procurerà d’inserirvi ancora dei salmi e degli inni ridotti in poesia italiana, perché questi sieno sostituiti, per quanto è possibile, alle canzoni profane, e perché si possa avere quella istessa consolazione, che risentiva S. Girolamo in udire i laboriosi campagnoli di Betlem accompagnare con il canto dei salmi il loro travaglio».

Il Sinodo presentò pure un «Promemoria sulla riforma delle feste» secondo i criteri già illustrati per la Lombardia. Non bisogna però dimenticare che queste riforme erano inserite in un groviglio di concezioni dogmatiche dubbie e discutibili, che impedirono alle stesse loro giuste istanze centrali di avere adeguato sviluppo.

Nel Monastero di Ischia di Castro Madre Maria Maddalena dovette venire a conoscere alcune di queste istanze, dal momento che, nella biblioteca del Monastero stesso, è stato ritrovato un libro di spiritualità Eucaristica curato dal Tamburini. Del resto alcune delle norme qui menzionate interessarono da vicino il novello Istituto delle Adoratrici come ad esempio quella di erigere in alto i Cibori, o ancora la volontà di avvicinare i fedeli laici alle funzione liturgiche della Chiesa, di ricevere con più frequenza l’Eucaristia e di meditare quotidianamente la passione del Signore. Anche la questione riguardante la devozione del Sacro Cuore toccò da vicino la giovane comunità, nell’incisione riportata dal Direttorio del 1814 si ritrae una monaca adoratrice che addita il Santissimo Sacramento, sul mantello non compare l’effige del Sacro Cuore di Gesù che invece caratterizzerà la divisa successiva. Sarebbe inoltre interessante operare un confronto fra le sopra citate norme sinodali, in merito alla partecipazione dei fedeli alla celebrazione Eucaristica e i consigli offerti alle Adoratrici per una proficua partecipazione alla Messa riportati nel Direttorio del 1814.  Ci siamo qui contentati di evidenziare, mediante il grassetto, quegli elementi che si ritrovano negli scritti e nelle regole dell’Ordine o nella storia spirituale dello stesso. Nonostante lo scalpore suscitato dal Sinodo e la relativa condanna, alcune delle istanze sinodali erano certamente condivise dal clero più attento. Fu certo, comunque, grazie alla ventata di novità portata dal Sinodo che la comunità di Madre Maria Maddalena dell’Incarnazione, pur essendo costituita di sole donne, ottenne dalla Congregazione dei Vescovi e Regolari di poter rimanere pubblicamente e perpetuamente in adorazione davanti al Santissimo.

 

 

LA PAROLA ALLE FONTI DELL’ISTITUTO

 

Alla luce di quanto sopra indicato diamo un sguardo ora alle fonti dell’Istituto riportando anzitutto i testi delle Costituzioni del 1808.

Nella stesura delle Costituzioni, la Madre inserisce particolari norme per la preghiera e la recita dell’Ufficio che dimostrano quale fosse l’impronta che ella intendeva dare al suo nuovo Istituto. Nell’Ufficio divino, ad esempio, la Madre modificò l’organizzazione delle ore e dei tempi di riposo in modo da agevolare la rotazione dei turni di adorazione eucaristica e, al posto dell’Ufficio Divino, secondo il Rito e Breviario Francescano ella chiese la «recita dell’Uffizio, che sarà Uffizio Divino Ecclesiastico», per dare la possibilità ai fedeli di unirsi alla recita corale delle Monache:

Dovremo continuamente, facendo eco ai Cittadini del Santo Paradiso, occuparci nelle lodi del nostro celeste Sposo Gesù Sacramentato; ma siccome le cure nostre sono diverse, e molte le distrazioni alle quali soggiace l’umana natura, così avremo almeno premura di farlo nei tempi destinati alla recita dell’Uffizio, che sarà l’Uffizio Divino Ecclesiastico. [Cost. 1808 Cap XI §1 p. 47]

La Compieta finalmente si dirà tanto nell’Inverno, che nell’Estate mezz’ora avanti che si riponga Gesù Sagramentato nel Santo Tabernacolo, appunto perché esponendosi nella mattina colla lode di Prima, e Terza, termini l’adorazione del giorno con quella di Compieta. [Cost. 1808 Cap XI §X p. 51]

Negli orari poi la Madre ebbe cura di uniformarsi agli usi delle altre chiese locali:

 [Le Religiose] diranno Sesta, e Nona un’ora e mezza prima di pranzo, e rispetto al Vespro si convenga coll’uso delle altre Chiese. [Cost. 1808 Cap XI §1X p. 50]

Un’altra interessante innovazione riguarda il Canto monastico che all’epoca, soprattutto per le monache, era guardato con diffidenza perché considerato motivo di vanagloria e rivalità. La Madre chiese ottenne che la recita dell’Ufficio divino fosse per le sue monache in canto:

«Reciteranno Matutino a voce alta, eccettuato qualche urgente motivo che obbligasse la Madre Presidente ad ordinare diversamente, ma con pausa e concordia tale che la loro lode faccia eco ai Celesti Spiriti, e rechi gioja e contento a quei che l’ascolteranno; lo che avverrà, se si terrà dalle Sorelle nella recita la Presenza di Dio». [Cost. 1808 Cap XI §XIII p. 51-52]

Con questo metodo diranno l’Ufficio per le Sorelle defonte, presente in Coro il Cadavere, per l’anima d’ognuna delle quali la Madre Presidente farà celebrare numero 35 Messe… [Cost. 1808 Cap XI § XIV p. 52]

Tutte le ore però dell’Uffizio Divino, cioè  Prima, Terza, Sesta e Nona; Vespero e Compieta si canteranno dalle Religiose in canto Monastico, perché essendo questa lode del giorno, vieppiù grata riesca a Dio per il contento, che recherà al cuore delle Persone, che concorreranno all’adorazione di Gesù Sacramentato. Peraltro se in pratica il metodo di così cantare le Ore suddette riuscirà incomodo alle Religiose,allora potranno dirle conforme dicono nella notte il Matutino colle Laudi, cioè intelligibile,e con pausa. [Cost. 1808 Cap XI §XV p. 52]

Attendano perciò le Coriste a mantenere costantemente questo metodo di Salmeggiare, come anche l’uniformità sì nel genuflettere, che nell’alzarsi e chinarsi, ed in tutt’altro che riguarda l’esatto adempimento dell’Uffizio Divino. [Cap XI §XVII p. 53]

Proponiamo ora una raccolta di testimonianze tratte dal Summarium della Positivo Super Virtutibus. In esse si riscontra la grande attenzione che la Madre aveva per la recita dell’Ufficio Divino, quale preghiera della Chiesa che ci «assimila» agli spiriti celesti e potente mezzo di evangelizzazione e testimonianza per il popolo.

 

SR. MARIA CONCETTA DI SANTA TERESA

Una volta chiamò tutta la comunità, e ci disse averle Dio fatto conoscere che riguardo al Coro, (ma non ho ben presente se fosse riguardo al Coro o in generale, ma lo suppongo dall’effetto che cagionò in me come dirò) era più quello che ci acquistava il Diavolo che Domine Dio, e ci fece una, mi pare, forte, e commovente esortazione, la quale dovette produrre molto effetto, per me posso dire, che mentre stavo in Coro non vi fu pericolo che avessi distrazioni per timore di quanto ci aveva detto la Serva di Dio. A capo di otto giorni ci chiamò di nuovo dicendoci (credo per sempre più animarci) che le era andato il Demonio tutto costernato interrogandola, che cosa fosse accaduto, perché Egli aveva perduto più in quei giorni, di quanto aveva acquistato che si stava in religione. (Summ. § 513 p. 257)

 

SR. TERESA DEL SACRO CUORE DI GESÙ

Io so, che la Serva di Dio era zelantissima dell’onore, e della gloria di Dio, e della salute delle anime. Dirigeva le sue azioni tutte ad onore e gloria di Dio, ed inculcava alle Monache di prefiggersi si nelle loro azioni per unico fine l’onore, e la gloria di Dio, e ci faceva osservare tanto a me, che alle altre monache in comune, che bisognava indirizzare tutte le azioni alla maggior gloria di Dio, e che il Signore aveva voluto la fondazione del nostro Istituto appunto per riparare le ingiurie, che continuamente riceveva dagli uomini, e per riceverne maggior gloria. Procurava la Serva di Dio, che le monache recitassero il Divino Uffizio con somma attenzione, e che lo leggessero, e se vedeva qualche disattenzione ne provava grande dispiacere, e non mancava di opportunamente riprendere quella monaca, cui fosse occorsa tale disattenzione. Una volta, in mia presenza, severamente rimproverò una monaca, perché avea voltato un foglio del Breviario scartabellando, e recitava il salmo corrente a memoria, e le fece osservare, che così facendo si metteva a pericolo di non soddisfar alla recita del divino uffizio, e le soggiunse, che già altre volte l’avea avvertita di questo, e che se mancava ancora una volta, le avrebbe dato una mortificazione. (Summ. § 898 p. 438)

 

 

SR. TERESA DEL SACRO CUORE DI GESÙ

Sr. Maria Teresa ebbe la sorte di passarla più volte con lei [la Notte di Natale] ascoltando i suoi ragionamenti su tale Mistero fino al punto che, suonato il Mattutino, alcune religiose andavano cantando delle devote e commoventi pastorali a svegliare la Comunità… All’udirle, Madre M. Maddalena ancora più s’accendeva di gaudio che si diffondeva all’esterno in modo da rendersi visibile a tutte; e col massimo fervore si recava alla recita del Mattutino, salmeggiando con tutta l’effusione del cuore e non omettendo finché visse di cantare le tre ultime lezioni spettanti al suo ufficio di Superiora colla massima devozione ed energia, in modo che commoveva… (cfr.Ordine delle Adoratrici Perpetue del SS Sacramento, Notizie storiche, dal cap XXVI pag 313)

Si riporta qui, quasi a conclusione, un episodio che riferisce una divergenza di idee in tal senso tra la Madre Fondatrice e don Antonio Baldeschi. L’episodio dimostra da un lato il grande senso pratico di Madre Maria Maddalena, dall’altra l’attaccamento alla «vita liturgica» del Confessore della Madre.

 

SR. MARIA CONCETTA DI SANTA TERESA

[Il Baldeschi] voleva che il velo grande delle Monache fosse piegato non come stava notato nella Regola a foggia di manto ma come lo portano le Maestre Pie. Non voleva che le Religiose prendessero cibo fino all’ora di pranzo, né che si stesse in qualche officio come di cucina, se non col vestiario compito, come si va agli atti comuni dicendo, che Esso avrebbe voluto fare la dispensiera col Piviale in dosso. Il che, avendolo detto a me, ed esortandomi la Serva di Dio a non rovinarmi l’abito religioso stando senza una sopraveste di tela fatta a guisa di Camicie che si teneva in qualche circostanza di faccende io le dissi il sentimento [del confessore] richiedendole un vestimento più logoro, e la Serva di Dio si mise a ridere e, alludendo al Piviale, soggiunse: «a te le frittelle!» e mi diede il richiesto vestiario. (Summ. §526 p. 261)

 

 

 

CONCLUSIONE

 

Da questa breve indagine si può dedurre come la Madre sia vissuta in un periodo di transizione, dove accanto all’urgenza di riforme vi era il pericolo di male interpretare la tradizione antica. Lo Spirito Santo seppe orientare la Madre a scegliere ciò che è buono e ad assumere per il nuovo Istituto tutto ciò che avrebbe poi, nei secoli successivi, favorito il culto Eucaristico e la sua diffusione nella Chiesa locale. Dallo stesso abito delle Monache, che Madre Maria Maddalena volle confezionato sul modello degli abiti di corte e non sul modello delle consuete tonache monastiche, si deduce che ella pensasse alla vita delle sue Adoratrici come una vita liturgica, simile a quella degli Angeli in Cielo. Seppe però mantenere molto senso pratico e curare nel dettaglio  l’organizzazione della vita comunitaria così costantemente interrotto dai turni di preghiera. Se la Messa, come risulta dai testi qui riportati del Sinodo che trovano un’eco fedele nel Direttorio del 1814, era il centro della vita spirituale del le Monache, l’ufficio divino era il mezzo privilegiato di evangelizzazione, il mezzo più efficace per attrarre tutti all’amore e alla venerazione della Divina Presenza di Cristo nell’Eucaristia. Si sono qui tralasciati quegli episodi e quegli esempi narrati nelle diverse biografie e citati nella Positivo da numerosi testimoni in cui si ha una riprova di come il canto monastico e l’azione liturgica, nonché la lettura degli Atti ad alta voce nella prima Chiesa del Monastero, fossero un potente mezzo di attrazione all’amore per Gesù Sacramentato. La Madre procurò non solo che l’Ufficio fosse recitato con pausa e concordia tale da far eco ai celesti spiriti, ma soprattutto che alla bellezza del Canto corrispondesse la bellezza della vita interiore di ciascuna monaca.

 

 

 

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1 Cantemus Dominus – Libro della preghiera e il canto delle comunità ambrosiane – pagg.14-15

2 Mario Righetti, Storia Liturgica vol. 1, Parte I, cap. V § 4, 5 pagg 86-88.

3 B. Neunheuser. Nuovo Dizionario di Liturgia voce: Movimento Liturgico 1-2.

 

 

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INDICE

 

- Introduzione

 

- Brevi cenni circa lo sviluppo della Liturgia nei secc. dal XVI al XVIII »

 

- La parola alle Fonti dell’Istituto »

 

- Conclusione »

 

 

 

 

 

FINITO DI STAMPARE I L 26 GIUGNO 2005

- GIORNO ANNIVERSARIO DELLA PROMULGAZIONE

DEL DECRETO D I ALLARGAMENTO DELLA FEDERAZIONE

A I MONASTERI SPAGNOLI (1985) -

COI T I P I DELLA TIPOLITOGRAFIA

NAZIONALE SAI DI VIGEVANO