Casella di testo: Santuario Diocesano dell’ Eucaristia
Monastero del Sacro Cuore - Via Trento 27 - Vigevano  (PV)

Casella di testo: Ordine Adoratrici Perpetue del SS. Sacramento

 

 

 

 

 

 

beata Maria maddalena dell' incarnazione

la Clausura

 

 

La Clausura

nell’Ordine delle Adoratrici Perpetue

del SS.mo Sacramento

fondato da

Madre Maria Maddalena

dell’Incarnazione

 

10

 

 

«Nella solitudine e nel silenzio, mediante

l’ascolto della Parola di Dio, l’esercizio

del culto divino, l’ascesi personale...

- le monache di vita contemplativa -

offrono alla comunità ecclesiale una

singolare testimonianza dell’amore della

Chiesa per il suo Signore e contribuiscono,

con una misteriosa fecondità apostolica,

alla crescita del Popolo di

Dio». (Vita Consacrata, n. 8)

 

 

   La CLausura.PDF

 

 

 

© Federazione delle Adoratrici Perpetue

del SS.mo Sacramento

Anno dell’Eucaristia 2004-2005


 

 

STORIA DELLA CLAUSURA

 

La tradizione della Chiesa è unanime nel considerare come norma fondamentale per la vita religiosa un certo tipo di effettiva separazione. Tra i diversi mezziche hanno permesso di camminare verso la santità e l’unione con Dio, la clausura è stata uno dei più importanti, dei più fondamentali e dei più fruttuosi1 . Ma è solamente considerando l’insieme della sua evoluzione storica, che si può cogliere la clausura in tutta la sua ricchezza e in tutto il suo significato; le sue leggi, così come sono state promulgate dal vigente Codice di Diritto Canonico, rappresentano il frutto di una lenta maturazione operatasi nel corso dei secoli; nel Codice, infatti, si trovano tutti i principi che la compongono a partire dagli inizi del Cristianesimo2. In ogni caso, se le leggi della clausura non sono sempre state le stesse - perché le società, evolvendosi, hanno richiesto un’evoluzione della stessa - si può affermare che le ragioni profonde sulle quali si fonda non sono cambiate. Ma procediamo per ordine. La parola clausura fu inserita nel vocabolario giuridico della Chiesa soltanto a partire dal Medio Evo, con questo triplice significato: - ostacolo materiale che limita una proprietà; - spazio riservato a coloro che entrano o che vivono nel suddetto spazio;- insieme delle leggi ecclesiastiche relative al suddetto ostacolo e suddetto spazio. Nonostante il fatto che il termine clausura sia stato adoperato dall’epoca medioevale in poi, sarebbe sbagliato pensare che la sua origine sia un’istituzione di quel periodo. Infatti, essa è parte integrante della vita religiosa dei consacrati fin dall’inizio del monachesimo. In effetti, il primo decreto riguardante la clausura delle monache, che fu promulgato solo nel 1298 da Papa Bonifacio VIII, era stato preceduto da una lunga e venerabile esperienza di vita claustrale e le origini e le regole di questa esistevano già nel IV secolo in Egitto3. Non è sufficiente, dunque, scrivere la storia della clausura basandosi solamente sulla descrizione delle tappe relative alla sua legislazione; piuttosto, è importante riandare più lontano nel passato, per scoprire la sua ragion d’essere e cercare di coglierne il mistero, insito nel cuore stesso dell’esperienza religiosa.

 

 

IN ORIENTE

 

1.1. La vita di sant’Antonio: il paradosso della clausura

 Già agli inizi della vita monastica, la realtà della clausura è stata presentata con grande perspicacia da sant’Atanasio nella sua opera Vita di Sant’Antonio (357 d.C.)4. Per sant’Atanasio la separazione radicale dal mondo5 vissuta da sant’Antonio era l’elemento che lo distingueva dagli altri cristiani, i quali pure si sforzavano di vivere una vita di perfezione. Il biografo insiste sul profondo desiderio di solitudine che animava il padre dei monaci; infatti, siccome la gente lo ricercava con insistenza, un giorno disse che allo stesso modo dei pesci, che muoiono se restano a lungo sulla terra asciutta, così accade ai monaci che si attardano tra la gente, restano a lungo in compagnia degli estranei e perdono vigore. Perciò, come dunque il pesce deve affrettarsi al mare, così i monaci devono affrettarsi a ritornare sul monte, perché non accada che attardandosi all’esterno dimentichino le cose interiori.

 

1.2. I Padri del deserto:

la solitudine e l’intimità della cella Altri antichi documenti monastici, tra cui la Historia Monachorum in Egipto, la Storia Lausiaca di Palladio (420 d.C.) e, soprattutto, gli Apoftegmi o parole dei Padri del deserto, evidenziano l’importanza della clausura nella vita e nell’insegnamento dei primi monaci. I reclusi siriani del IV e V secolo, sia uomini che donne, praticarono anch’essi una stretta clausura; infatti, per evitare i pericoli dovuti al vagabondaggio dei monaci, essi attribuirono una grande importanza alla solitudine e all’intimità della cella. Inoltre, il monachesimo primitivo orientale, anche riguardo a questo, ha esercitato una profonda e ampia influenza sul monachesimo occidentale, attraverso la felice mediazione della regola di San Benedetto6.

 

1.3. Separazione dal mondo e verginità

Due correnti si svilupparono: la corrente eremitica prima, poi la corrente monastica cenobitica che affermavano il valore della verginità7. Il loro ideale comunque era convergente: aderire a Dio, «solo a Solo». Per questo motivo, la fuga dal mondo più vera, che caratterizzava il monachesimo primitivo, è stata la conseguenza logica della pratica della verginità cristiana che l’ha preceduta.

 

1.4. Il martirio e la clausura

 A causa della separazione dal mondo il monaco diventa l’erede del martire. Gli esempi lasciati dai martiri ispirarono la straordinaria fioritura dei primi grandi movimenti monastici del IV e V secolo d.C. L’imperatore Costantino, effettuando il cambiamento nella politica imperiale romana verso il Cristianesimo nel 313 d.C.8, pose definitivamente termine all’epoca del martirio: cominciò da allora il monachesimo a prenderne il posto. Il monaco è simile al martire, non solamente per la durezza della sua ascesi e per le sue rinunce e i suoi sacrifici, per la sua eroica perseveranza e per la sua consacrazione speciale alla Passione di Cristo, ma anche per il suo nascondimento volontario.

 

1.5. San Pacomio (284-346 d.C.) la clausura segno della «Koinonia»

Il monaco (monos = solo) viveva nell’eremo (eremos) solitario. San Pacomio, fondatore della vita cenobitica, è stato il primo a racchiudere «materialmente» la vita dei fratelli all’interno di un muro di cinta9 , nel cenobio (da koinos+bios = vita comune). Agli aspetti della clausura che erano già stati messi in evidenza, san Pacomio aggiunge che essa è contemporaneamente segno e sorgente di comunione fraterna. La clausura fu dunque per san Pacomio il mezzo per dare alla vita comune un contenuto e un’uniformità che prima non aveva mai conosciuto.

 

1.6. San Basilio (330-379 d. C.):

la clausura segno del doppio comandamento dell’amore

Dopo circa quarant’anni dalle prime fondazioni di san Pacomio, san Basilio10, dettò le regole per la vita monastica che costituirono la base del monachesimo orientale. Secondo queste ci si ritirava dal mondo per un motivo fondamentale: il precetto dell’amore di Dio! Amare Dio vuol dire fare la sua volontà, obbedire ai suoi comandamenti. Tutto ciò richiede un’attenzione costante, un cuore e uno spirito indiviso in una vita separata dal mondo. D’altra parte, l’amore per il prossimo richiama alla vita comunitaria. La separazione dal mondo e la vita in comune nascono dunque, per san Basilio, da questi due grandi comandamenti dell’amore e le regole della clausura non ne sono che la conseguenza.

 

 

2. IN OCCIDENTE

 

2.1. Antiche regole monastiche

Ancora prima di san Benedetto, a partire dal V secolo, troviamo regole cenobitiche composte in latino, probabilmente nel sud della Gallia, che mettono in luce l’esigenza della clausura. Queste sono: Regola dei quattro Padri (410 circa), Seconda regola dei Padri (427), Regola di Macario «Orientalis» (verso la fine del V secolo), Terza Regola dei Padri (circa 550), nelle quali troviamo ogni tipo di misura restrittiva che stabilisce le relazioni del monaco con il mondo.

 

2.2. Regola di san Cesario d’Arles

San Cesario d’Arles, monaco di Lerins, divenuto poi vescovo, fondò il monastero di S. Giovanni d’Arles riunendo attorno a sua sorella Cesaria un gruppo di monache. Egli si impegnò con tale cura a stabilire le regole per la clausura di questo monastero da essere chiamato «il vero fondatore della clausura», anche se sarebbe però più corretto dire che ha messo in luce una tendenza generale già esistente. La sua Regola per le vergini (534), la prima regola scritta per delle monache, è anche la prima ad inserire la clausura per la vita monastica femminile in un codice organizzato.

 

2.3. La clausura nella Regola del Maestro e in san Benedetto (VI secolo)

Il grande principio che si può dedurre dalla Regula Magistri e dalla Regola di san Benedetto è il medesimo: all’interno del monastero dovevano trovarsi tutte le cose necessarie, di modo che i monaci non fossero obbligati ad uscire, «cosa che non giova affatto alla loro vita spirituale»11. Per l’uno e per l’altro, la clausura è una necessità, in quanto rende possibile la vita religiosa con le sue esigenze esteriori e interiori. Come la Regola di san Benedetto, le Regole Spagnole del VII secolo insistono con forza nella necessità della clausura.

 

2.4. La clausura e il monachesimo celtico

Anche il monachesimo irlandese ha una lunga tradizione di clausura. Ne è un esempio il monastero di Kilreelig, nella contea di Kerry, che aveva un muro di cinta circolare come quello delle fortezze celtiche. D’altra parte, anche le Regole di Ailbe d’Emly (circa 750) e di san Colombano (600) sono esplicite nella necessità della clausura per i monaci.

 

2.5. Le monache anglosassoni: la clausura e l’espansione della fede cristiana

L’ideale della clausura si diffuse tra le monache anglosassoni grazie alla Regola di san Colombano e a quella di san Benedetto. Nonostante la clausura, però, era necessario trasmettere la fede. Tuttavia, le monache non presero parte all’inizio agli sforzi missionari dei monaci, benché nel 737 san Bonifacio abbia domandato loro aiuto per l’evangelizzazione della Germania. Più che i monaci individualmente, però, sono i monasteri che fanno crescere la fede. Questi erano, infatti, una predicazione vivente della fede cristiana, in quanto erano visti dai non credenti non come edifici sterili, ma come comunità di persone donate completamente a Dio attraverso l’isolamento totale dal mondo e dagli uomini, per questo una delle prime preoccupazioni delle autorità ecclesiastiche era la creazione di nuovi centri di vita monastica. Nell’XI e XII secolo, quest’evangelizzazione, grazie alla fondazione di nuovi centri di lode divina, che vivevano sotto la regola di san Benedetto separati dal mondo attraverso la clausura, raggiunse l’Ungheria e la Polonia.

 

 

3. NEL MEDIOEVO

 

3.1 La rinascita carolingia e la clausura

Nel corso dell’VIII secolo, le lotte politiche, le devastazioni dei Saraceni, l’usurpazione dei beni della Chiesa da parte del braccio secolare, causarono una decadenza generale che colpì anche i monasteri. Carlo Magno, pur confondendo, secondo la mentalità del suo tempo, lo spirituale con il temporale, lavorò anche ad un rinnovamento positivo della vita monastica. La clausura fu una delle questioni più importanti di cui si occupò la legislazione della sua epoca12.

 

3.2. La clausura nel monastero di Cluny

Cluny assunse come obiettivo il consolidamento della disciplina nei chiostri e, quindi, la santificazione dei monaci. Quest’ideale claustrale, forse, fu espresso ancor meglio a Marcigny, primo monastero femminile dell’ordine clunianense fondato nel 1055 da sant’Ugo, quinto abate di Cluny. Ciò che più colpì i contemporanei all’epoca della fondazione di questo monastero, fu la severità della clausura.

 

3.3. L’espansione della clausura dal XII al XIII secolo

Le vocazioni eremitiche non sono mai mancate al monachesimo tradizionale, ma negli ultimi decenni dell’XI secolo si assistette a una notevole diffusione in Europa di una forma di eremitismo, che propose il ritorno a una vita contemporaneamente più austera e più semplice. Grazie a queste forme diversificate di vita eremitica, l’istituzione della clausura rendeva tangibile lo spirito di solitudine che animava questo periodo; l’entrata volontaria in clausura divenne addirittura comune. Nel XII e XIII secolo, le celle dei reclusi si trovavano ovunque: in mezzo ai boschi, eremi collegati a monasteri o, addirittura, in una forma di eremitismo urbano, vicino alle porte della città o nei pressi delle numerose chiese.

 

3.4. Nuove forme di vita monastica

In quest’epoca assistiamo a un vero rinnovamento monastico con l’istituzione degli Ordini di Camaldoli, della Certosa, di Vallombrosa, di Grandmont e, soprattutto, con quello di Citeaux. Quasi tutti i grandi fondatori di questo tempo – san Romualdo, san Bruno, san Roberto di Molesme, sant’Etienne de Muret, Vital di Savigny, san Bernardo de Tiron - hanno pra16 ticato la vita ascetica fino a creare delle nuove comunità attorno a loro.

 

3.5. Le monache e il nuovo monachesimo

Quando nel 1213, il capitolo generale dei cistercensi accettò la possibilità d’integrare le monache nell’Ordine, la clausura fu la condizione per la loro ammissione. Nuovi monasteri continuarono a entrare a far parte dell’Ordine fino al 1251 e, in casi particolari, anche più tardi. Ispirato dall’ideale di Grandmont, di Fontevraud e di Citeaux, Gilberto di Semprigham fondò in Inghilterra un nuovo Ordine, composto da quattro rami: monache e sorelle laiche, canonici e fratelli laici, dove la clausura era molto rigorosa. La Regola di Gilberto, approvata dal papa cistercense Eugenio III, fu il primo esempio di clausura imposta a un Ordine particolare da un precetto della Santa Sede. Ancora prima della fondazione delle Clarisse, incontriamo la clausura perpetua nel monastero di Prouille, fondato da san Domenico, e in tutti gli altri monasteri domenicani del XIII secolo.

 

 

4. LA CLAUSURA IN EPOCA DI RIFORMA: RINNOVAMENTO E  DISCIPLINA

 

4.1. Le Clarisse:

povertà e voto di clausura Con la fondazione delle Clarisse si apre un nuovo periodo nella storia della clausura13; le Clarisse primitive furono le prime monache chiamate, negli atti pontifici, rinchiuse o recluse. Nel 1211 e negli anni che seguono, il monastero di S. Damiano si presenta, nelle testimonianze riportate nella biografia di santa Chiara, delle prime compagne e nei documenti pontifici, come un «luogo di stretta clausura ». Nella Regola di santa Chiara, prima Regola scritta da una donna, la severità della legislazione riguardante la clausura, superava addirittura le norme dei Cistercensi e dei Premonstratensi. Le Clarisse, infatti, faranno per prime il voto di clausura, il quale sarà adottato da altri Ordini insieme all’uso della ruota per le comunicazioni con l’esterno, conseguenza della severità di questo voto.

 

4.2. Papa Bonifacio VIII:

 il decreto Periculoso e l’introduzione della clausura papale L’autorità suprema della Chiesa, prima di promulgare il primo decreto papale sulla clausura delle monache, cioè il decreto Periculoso, ad opera di Papa Bonifacio VIII nel 1298, non si era ancora pronunciata con una legislazione universale e precisa della clausura. Le Clarisse, tuttavia, avevano inaugurato, mezzo secolo prima, la clausura papale e con Bonifacio VIII essa divenne la regola unica per tutti gli ordini monastici. Il decreto Pericoloso era soprattutto una misura disciplinare, conseguenza degli abusi che commettevano i claustrali e che il Papa voleva reprimere. Nel periodo che passa tra la pubblicazione del decreto Pericoloso (1298) e il Concilio di Trento (1563), la pratica della clausura conobbe un rigore severo; tuttavia, gradualmente si diffuse in tanti monasteri uno spirito di decadenza e un allentamento della disciplina claustrale. Santa Teresa d’Avila cominciò la riforma del Carmelo in Spagna due anni prima che apparisse la legislazione del Concilio di Trento riguardante la clausura. Nel monastero dell’Incarnazione, dove era entrata Teresa, le monache godevano di una grandissima libertà: uscite e visite in famiglia, accoglienza di visite, scambi di regali... Santa Teresa comprese che ristabilire la clausura era il nodo della riforma del Carmelo. L’opera di santa Teresa, alla vigilia del Concilio di Trento, fu di capitale importanza e ci fa capire quanto la legislazione della clausura sia stata stimolata dall’attività dei riformatori religiosi e quanto li stimolò a sua volta.

 

4.3. La clausura e la riforma: 

dal XVI al XVIII secolo Nel corso della sua ultima sessione, il Concilio di Trento (1563) confermò il decreto Periculoso. Obbligava i vescovi ad assicurare la clausura attiva e passiva delle istituzioni delle loro diocesi e lanciò, per la prima volta, la scomunica ipso facto per i colpevoli d’intrusione nei monasteri. Il decreto prevedeva anche l’incarcerazione di chi non ne rispettava le norme. Il Concilio di Trento e le decisioni dei Papi che governarono successivamente furono causa di numerose riforme nei monasteri alla fine del XVI e XVIII secolo. Nel corso degli anni che seguirono immediatamente il Concilio, san Carlo Borromeo promulgò, per la diocesi di Milano, regole ampie e dettagliate per la clausura che si propagarono ben presto altrove spesso su richiesta delle stesse monache. Ciò nonostante, è difficile dire esattamente in quale momento l’obbligo divenne universale per le professe di voti solenni. Questo interesse per l’aspetto materiale della clausura non era nuovo e fu reso necessario dal comportamento delle claustrali e dalla nascita di monasteri misti. A Milano, per esempio, la legge della clausura era stata talmente dimenticata che nei conventi si tenevano dei balli. I nobili di diverse città non volevano sentire assolutamente parlare di imporvi la clausura. La rifiutavano come un’indebita ingerenza nelle relazioni con le loro parenti religiose che, a loro volta, consideravano l’imposizione della clausura come una mancanza di fiducia.

 

4.4. La clausura nelle congregazioni:

 Dal XVII al XIX secolo, per rispondere ai bisogni urgenti della società, sono state fondate, con l’approvazione dei vescovi, numerose famiglie religiose con voti semplici chiamate «congregazioni» ed esistenti tuttora. Senza essere obbligate alla clausura papale, non erano esenti, per altro, dalla clausura, ma le costituzioni determinavano il modo in cui doveva essere osservata. Siccome è compito del vescovo vegliare sulla clausura delle congregazioni, si parla di «clausura vescovile ».

 

 

5. EPOCA CONTEMPORANEA NELLA CHIESA E NEL MONDO

 

Questa tradizione di clausura è stata conservata e arricchita nel corso del XX secolo. In questi ultimi decenni si è giunto a una maggior comprensione del mistero ecclesiale racchiuso nella vita monastica, nel suo doppio aspetto di separazione e di comunione. Pur all’interno della loro clausura, che sembrerebbe metterli ai confini della comunità ecclesiale, i monaci e le monache sono nel cuore stesso della Chiesa come difensori e promotori del suo ideale. Il Concilio Vaticano II riconosce la vita contemplativa come un elemento che manifesta «la presenza ecclesiale nella sua forma più piena» (Ad gentes 18) e gli assegna un «posto assai eminente nel Corpo mistico di Cristo» (Perfectae caritatis 7). Così la legislazione recente della Chiesa mantiene una fermezza che elimina tutti i dubbi sull’importanza della clausura come mezzo di ascolto silenzioso di Dio e introduce anche una certa tolleranza rispettosa verso i carismi in vigore nelle diverse famiglie monastiche. Le norme, tanto della Venite Seorsum14 che della Verbi Sponsa15 , tengono conto delle esigenze legittime del mondo moderno e salvaguardano, allo stesso tempo, questa separazione dal mondo che deve essere conservata in modo inviolabile.In conclusione, per riassumere, la lunga storia della clausura mostra chiaramente che la sua esistenza è condizione fondamentale per la fecondità della preghiera. La clausura salvaguarda ed accresce l’attività della preghiera in ogni vocazione monastica individuale, che potrà così portare il suo contributo alla contemplazione della Chiesa stessa. Sarebbe un errore credere che il linguaggio della legislazione si allontani dalla spiritualità: infatti, se la legge mette in evidenza la debolezza umana, sottolinea anche i valori spirituali che hanno suscitato l’esistenza della clausura monastica fin dalle origini. La clausura non può essere, dunque, ridotta semplicemente ai soli testi legislativi. Questi ultimi sono al servizio della Chiesa e della vita consacrata per guidare i monaci e le monache nella loro ricerca di Dio e permettere di raggiungere più facilmente la meta: l’unione intima con Dio e la salvezza delle anime.

 

 

LA CLAUSURA COME STILE DI VITA

 

«Il monastero è il luogo che Dio custodisce » (cfr. Zac. 2,9); è la dimora della sua singolare presenza, ad immagine della tenda dell’alleanza nella quale si realizza il quotidiano incontro con Lui, dove il Dio tre volte Santo viene riconosciuto e onorato come l’unico Signore16. La clausura, tanto apprezzata e valorizzata dalla Chiesa e dal popolo di Dio, è un mezzo efficace che favorisce l’unione della monaca con il Dio vivo e vero al quale ella serve con particolare dedizione. La clausura come separazione fisica ed affettiva dal mondo e da tutto quello che può dissipare lo spirito, mette tutto l’essere e l’operare della monaca al servizio di Dio. Nel vivere volontariamente la separazione dal mondo si cerca di fare in modo che la vita monastica sia un’esperienza di totale donazione, nella quale Cristo sia la radice e il principio animatore di tutta l’esistenza. Tutta la vita monastica è un’offerta gradita a Dio. In essa tutte le opere, anche le più piccole e insignificanti, devono essere una lode dedicata non solo al servizio di Dio, ma a Dio stesso. La clausura dei monasteri, con le sue norme e delimitazioni, ha come fine principale di aiutare e favorire l’incontro più profondo della creatura con il suo Creatore. Nel silenzio e nella solitudine monastica l’anima assetata incontra la fonte che calma non solo la sua sete, ma la sete d’amore che c’è nel mondo. I monasteri di vita contemplativa sono chiamati oggi ad offrire una testimonianza di vita che si muove secondo l’impulso di una radicale conversione a Dio e d’unione fra i fratelli. Il monastero deve essere in mezzo al mondo una scuola di amore, una presenza semplice, silenziosa e povera all’interno della Chiesa, dell’umanità e della storia, una presenza che proclami che l’assoluto è Dio, e che è una felicità esistere per dedicare la vita al servizio di Dio e del suo regno. Ogni monastero è un seme fecondo di salvezza! Essere veramente contemplativo non è solo contemplare ma è sapersi contemplato da Dio, vivere sotto il suo sguardo in maniera cosciente, lasciarsi guardare da Lui con uno sguardo unico, pieno di tenerezza, accogliere questo sguardo con umiltà e gratitudine, lasciarsi guar25 dare con amore e stare davanti a Lui con un atteggiamento aperto e orante. Questa è la contemplazione che alimenta la vita delle claustrali e, nella quale si trova la vera bellezza di vivere fra le mura di un monastero. È importante scoprire la dimensione ascetica della clausura che è la rinuncia, per Cristo, a tutte le cose esterne, il dedicarsi a una vita di solitudine e silenzio perché Dio sia IL TUTTO e occupi tutti gli spazi del cuore della monaca; la chiave di interpretazione di questa ascesi non è l’annullamento fisico, ma la semplicità della vita, la ricerca di una trasparenza interiore e purezza di cuore che sono le vittorie sull’egoismo e che fanno risaltare l’interesse sincero per il bene comune.

 

 

 

 

LA CLAUSURA NELL’ORDINE DELLE ADORATRICI PERPETUE DEL SS. SACRAMENTO

 

L’Ordine delle Adoratrici Perpetue ha avuto come dono dallo Spirito, approvato dalla Chiesa, mediante la Fondatrice Madre Maria Maddalena dell’Incarnazione, quello di seguire Cristo nel silenzio, nel raccoglimento, e nella preghiera della vita claustrale dedita interamente alla contemplazione, che sempre occupa nel Corpo Mistico un posto eminente (Cfr. Codice di Diritto Canonico can. 674).17 I monasteri dell’Ordine delle Adoratrici Perpetue del SS. Sacramento osservano la clausura papale, cioè conforme alle norme date dalla Sede Apostolica, dalle Costituzioni e dagli Statuti dell’Ordine.18 Madre Maria Maddalena dell’Incarnazione, riguardo alla clausura non diede nessuna norma specifica, ma si attenne alle disposizioni che la Chiesa dava riguardo ad essa, il che fece propendere decisivamente Mons. Gardellini all’approvazione dell’Ordine. Egli, infatti, nel rispondere al dubbio «se convenga o no approvare il nostro istituto che abbia come primario oggetto e fine il culto del SS. Sacramento, tra le tante considerazioni esposte fa vedere come uno dei motivi base che fanno propendere per l’approvazione dell’Istituto è quello della clausura stretta; perché, essendo le religiose sempre in monastero possono assicurare l’adorazione ininterrotta. Perciò è indubitato che se la fondazione sarà di vergini obbligate a Perpetua Clausura, si potrà da questo con maggior esattezza e minor incomodo adempiere all’obbligo principale dell’istituto a differenza dei religiosi molte volte distratti da indispensabili doveri per cui l’Adorazione può essere trascurata».19 La clausura nell’Ordine delle Adoratrici Perpetue, infatti, è tutta orientata al culto e al servizio di lode dell’Eucaristia.

 

 

1. LA DOPPIA CLAUSURA

 

Madre Maria Maddalena ha lasciato in eredità un patrimonio spirituale ricco e profondo. A questo proposito è opportuno citare le sue parole sull’importanza di vivere una doppia clausura: «Ed invero una religiosa che non trascura di osservare con tutta l’esattezza l’Istituto che ha professato, è un giardino di delizie di Dio, […]che ne vuole essere  l’assoluto padrone di modo che sia chiuso ancor due volte, vale a dire che con la clausura del corpo ne sia eziandio chiuso il cuore, dove Egli che è Re, vuole dimorare e regnare da solo, infatti, come dice S. Gregorio, ad una sposa di Gesù Cristo, poco gioverebbe trovarsi chiusa tra le mura del monastero, se non tiene chiuso il cuore ad ogni cosa del secolo che stacca ed allontana da Dio»20 . Queste parole di Madre Maria Maddalena, sono la luce che deve guidare ogni adoratrice, perché l’osservanza di questa doppia clausura, del corpo e del cuore, favorisca un profondo raccoglimento - «nascosta con Cristo in Dio»21 - e non si frapponga nessun altro anelito che quello di adorare perpetuamente Gesù Eucaristia, dando testimonianza al mondo della supremazia assoluta di Dio, convertendo la sua vita in un’azione liturgica e vivendo in continua lode. Ogni adoratrice è testimone che Dio deve essere cercato, amato e adorato a ragione di se Stesso e non solo per i doni e benefici che si sono ricevuti o che si sperano di ricevere da Lui. Questo è il senso profondo e vero della clausura monastica, la quale vissuta con cosciente coerenza e gioia trasforma il cuore della monaca, anche nei ridotti spazi di un monastero, in un essere completamente libero per servire, amare e adorare Colui che solo per sua grazia ha voluto chiamarla dai clamori del mondo a vivere una maggiore intimità con Lui.

 

 

2. IL CHIOSTRO

 

«giardino chiuso tu sei... fontana sigillata» Il «chiostro», proprio della clausura, è lo spazio in cui il vivere diventa una estensione dell’amore di Dio e dove ogni monaca riscopre la sua missione all’interno della Chiesa attraverso la preghiera, il sacrificio e l’offerta della sua vita in comunione con le consorelle, per il bene dell’umanità. Madre Maria Maddalena dà una descrizione molto bella della clausuratenere il proprio cuore sempre chiuso al mondo, quindi aperto continuamente al Celeste Sposo Gesù Sacramentato»22. Tutto nella clausura suggerisce e invita al raccoglimento interiore, al silenzio e a fare deserto dentro e fuori di se stesse per cui si comprende che la clausura è soprattutto una «disposizione del cuore » e ogni monaca è chiamata ad essere quel raggio di luce che irradia la presenza e l’amore del Signore. Per le Adoratrici esiste inoltre una forte similitudine tra il Tabernacolo e la clausura in quanto, esse sono, nella clausura, custodi spirituali di Gesù Eucaristia così come il Tabernacolo lo è del corpo fisico di Cristo.

 

 

3. CONTEMPLAZIONE: UNIONE

 

«di Te ha detto il mio cuore: cercate il suo volto» Ci rimangono delle bellissime parole di Madre Maria Maddalena, lei che sin da piccola, ed in tutta la sua vita di adoratrice, ha portato in sè il riflesso della bellezza divina: «O Signore mi struggo di ammirazione e di amore alla tua divina presenza [...] sopraffatta da stupore, e quasi fuori di me stessa al riflesso di tanto amore e di tante meraviglie che Tu mi fai vedere su questa terra»23. Per la Madre non esisteva altro che adorare Gesù Eucaristia e portare altri ad adorarLo insieme a lei. Immergendosi nel Mistero Eucaristico l’adoratrice, nello stupore e nella contemplazione, si apre all’adorazione e dall’adorazione si eleva nuovamente alla contemplazione in un dialogo con il Dio presente nell’Eucaristia, che ovviamente non si limita solo alla presenza dinanzi al Santissimo, ma si perpetua nell’arco di tutta la giornata. Tutta la vita della contemplativa viene vissuta nell’ottica di chi sa che al di là di ogni avvenimento umano si «nasconde» la presenza divina. Ella cerca una continua unione e comunione con la SS. Trinità, comunione filiale con il Padre, sponsale alla sequela di Gesù e il tutto sigillato dall’amore dello Spirito Santo. Sono queste «le nozze di Dio con l’umanità»24. «Le monache di clausura, per la loro specifica chiamata all’unione con Dio nella contemplazione, si ritrovano pienamente nella comunione della Chiesa, divenendo segno singolare dell’intima unione con Dio dell’intera comunità cristiana. Mediante la preghiera, in modo particolare con la celebrazione della liturgia, e la loro quotidiana offerta, esse intercedono per tutto il popolo di Dio e si uniscono al rendimento di grazie di Gesù Cristo al Padre (cfr. 2Cor 1, 20; Ef 5,19-20)»25. «Con animo libero e accogliente, “con la tenerezza di Cristo”, le monache portano in cuore le sofferenze e le ansie di quanti ricorrono al loro aiuto e di tutti gli uomini e le donne. Profondamente solidali con le vicende della Chiesa e dell’uomo d’oggi, collaborano spiritualmente all’edificazione del regno di Cristo perché “Dio sia tutto in tutti”»26.

* * *

In Maria Santissima, prima adoratrice, madre del silenzio ed eletta come tabernacolo del Figlio di Dio, troviamo il miglior esempio da seguire. Lei che con atteggiamento orante accolse il Verbo di Dio nella sua vita, «conservava e meditava nel suo cuore »27 gli eventi meravigliosi del Suo Figlio, nulla trattenne per se stessa, ma fece piuttosto della sua vita un «» continuo alla volontà del Padre. Lei, Donna Eucaristica, guidi ed illumini il cammino di totale donazione a Dio e al servizio della Chiesa di ogni adoratrice perché sempre più sia conosciuto, amato e adorato Gesù realmente presente nell’Eucaristia: il tesoro, «la perla preziosa - come dice il Santo Padre Benedetto XVI - che dà senso vero e pieno alla vita».

 

 

 

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1 Cfr. J. LECLERCQ - F. CUBELLI - E. ANCILLI - R. HOSTIE, Clausura, in Dizionario degli Istituti di perfezione II, 1166-1183.

2 Cfr. Codice di Diritto Canonico 667.

3 Tutti i grandi Ordini che vivono l’esperienza claustrale, nel rintracciare le proprie radici si rifanno all’esperienza dei Padri del deserto egiziani e, successivamente, palestinesi. Questo tipo di esperienza fu, poi, portata in Occidente: cfr., ad esempio, R.B. LOCKHART, Tra le mura della certosa. La vita nascosta dei figli di san Bruno, Cinisello Balsamo 1988, 33-53. Per le notizie sui monasteri egiziani, cfr. O.F.A. MEINARDUS, Two Thousand Years of Coptic Christianity, Cairo 1999, 143 ss.

4 SANT’ATANASIO, Vita di Antonio, Roma 1984.

5 L’Egitto è, a ragione, considerato la culla della vita religiosa. Tra la fine del III e l’inizio del IV secolo si verificò questa «fuga» dalla città nel deserto per motivi spirituali: ciò venne chiamato anachòresis (termine greco che vuol dire separarsi dal paese).

6 Sul monachesimo dei primi tempi, cfr. G.M. COLOMBÀS, Il monachesimo delle origini, Milano 1983, I, 67-136; G. FILORAMO - D. MENOZZI (curr.), Storia del Cristianesimo. L’antichità, Roma- Bari 1997, 381-388.

7 Celebri furono le vergini che, fin dai primi tempi, iniziarono la vita religiosa femminile: cfr. in sintesi U. GAMBA - G. GOTTARDO, Venti secoli di cristianesimo, Vigodarzere 1994, 136-139.

8 Cfr. FILORAMO - MENOZZI, Storia del Cristianesimo. L’antichità, 283-292.

9 COLOMBÀS, Il monachesimo delle origini, 111-136.

10 Ibidem, 199-216.

11 Regola di San Benedetto, cap. 66

12 Cfr. l’interessante ricerca in A. DAVRIL - E. PALAZZO, La vita dei monaci al tempo delle grandi abbazie, Cinisello Balsamo 2002.13 Cfr. I. OMAECHEVARRÌA, Clarisse, in Dizionario degli Istituti di Perfezione 2, 1116-1132.

14 Cfr. SACRA CONGREGAZIONE PER I RELIGIOSI E GLI ISTITUTI SECOLARI, Istruzione sulla vita contemplativa e la clausura delle monache Venite Seorsum (15-8-1969): Enchiridion Vaticanum 3, 1448-1495.

15 Cfr. CONGREGAZIONE PER GLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA E SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA, Istruzione sulla vita contemplativa e la clausura delle monache Verbi Sponsa (13-5-1999): Enchiridion Vaticanum 18, 931-1000.

16 Verbi Sponsa n. 817 Cfr. introduzione Statuti sulla Clausura

18 Cfr. Statuti sulla Clausura n. 119 Cfr. Relazione di Mons. Gardellini, Sotto-Promotore della Fede, cfr. L’Ordine delle Adoratrici Perpetue del SS.mo Sacramento - Notizie storiche, Tipografia Nazionale, Vigevano, 1996 pag. 245-247.

20 Avv. Rif. VIII

21 Cfr. Col. 3,3

22 Cfr. Avv. Rif. VIII

23 Atti per l’Adorazione, Direttorio 1814

24 Verbi Sponsa n. 4

25 Ibidem n. 6          

26 Ibidem n.8

27 Cfr. Lc. 2,19

 

 

 

FINITO DI STAMPARE I L 26 GIUGNO 2005

- GIORNO ANNIVERSARIO DELLA PROMULGAZIONE

DEL DECRETO D I ALLARGAMENTO DELLA FEDERAZIONE

A I MONASTERI SPAGNOLI (1985) -

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